Carta batte internet: «Il viaggio» si vive solo sfogliandolo

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C’è ancora spazio per la narrativa, la poesia, dunque anche la narrazione e la divulgazione? Secondo Davide Trezzi, sì. Trevigliese, curatore della nuova collana di Musicaos.it dell’editore leccese Musicaos, sabato 18 aprile ha presentato il numero zero della nuova avventura editoriale alla Libreria Feltrinelli di Via XX Settembre di Bergamo. Il viaggio è stata la scintilla per la produzione collettiva che ha coinvolto dieci autori. Che sia metaforico o reale, poco importa: in questo caso il viaggio si legge e non si guarda sui social per mezzo di foto o filmati.

A presentare il volume zero, l’inizio degli inizi dell’avventura cartacea su cui ha scommesso l’editore leccese Musicaos, c’erano alcuni tra gli scrittori presenti nella raccolta: il già citato Trezzi, Laury Leite (ispanofono, canadese ma anche mezzo brasiliano ora ad Empoli, al suo primo racconto scritto in italiano), Fabio Fumagalli e Giuseppe Goisis. A moderare e coordinare gli interventi era presente Andrea Valesini, caporedattore de «L’Eco di Bergamo».

Il tema del viaggio doveva, in un certo senso, essere il principio di questa raccolta autoriale che raccoglie materiale inedito: un volume composto da racconti, poesie e «favole adulte», come Goisis ha definito la sua, per cui si è ispirato a Gianni Rodari. Secondo Davide Trezzi: «oggi le persone viaggiano non per vedere davvero», per entrare in contatto con l’altro, «ma solo per mostrare che si è andati da un punto A ad un punto B». L’era dei voli low cost porta con sé ancor di più il fenomeno di massa della divulgazione fotografica buona per un paio di post e per le foto su Instagram. Tempo di scorrere verso il basso col pollice e la magia dell’altro, del diverso, finisce. Il tempo d’interazione si misura nell’unità di misura dei centesimi di secondo e sembra lo si faccia per stupire la propria cerchia ristretta di affetti e non, di followers e di haters. L’importante è che poi, chiunque essi siano, interagiscano col contenuto pubblicato.

Ma viaggiare è un’altra cosa. Al piano seminterrato della Feltrinelli riecheggiano le parole di Tiziano Terzani mentre era in Cina: voler vedere per capire quel mondo così lontano. «Si tratta di errare», ha affermato Giuseppe Goisis che, come vuole il detto latino: «humanum est». È cosa dell’uomo. «Ma errare», ha spiegato, «ha un doppio significato: andare senza sapere dove sto andando, un’“erranza” che intanto mi spinge a voler procedere; errare come errore, sbaglio». Le proprie radici non devono, né dovranno, condizionare il proprio percorso, Goisis ne sa qualcosa, avendo viaggiato in più continenti e avendo tratto da loro un ponderoso zaino di vita e di vite: «l’esperienza autentica è soltanto quella che trasforma colui che la compie. Se non c’è trasformazione non c’è esperienza». Non ci sarebbe neanche il viaggio, vien da sé, che è sempre «cambiamento».

«Quest’esperimento che stiamo conducendo – secondo Fumagalli – ci permette di contaminarci a vicenda, di sradicarci tornando arricchiti: ci fa aprire, dando la possibilità ai lettori di entrare nel nostro mondo». Aspetto ripreso da Leite nel suo intervento: «ognuno di noi quando scrive inventa una lingua propria», per far entrare in connessione i lettori con un lessico specifico, colmo di ricordi ed emozioni. Ma non è un elogio alla carta stampata sic et simpliciter, come ha detto Valesini. «Viviamo in un’epoca tragica: tutte le iniziative che vanno in controtendenza sono una risposta al ‘che fare?’», per rendere l’oggi meno disperante. «Si dice che la bellezza salverà il mondo», ha chiosato Valesini, chiamando in causa il principe Myškin de «L’idiota» di Dostoevskij, che ha poi aggiunto: «non so se basterà ma sicuramente è utile». E questo numero zero lo è senz’altro.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo il 20 aprile 2026

Il Sudamerica ora guarda agli Usa

Foto di Hristina Šatalova su Unsplash

José Antonio Kast, il nuovo presidente del Cile, ha un piano per contrastare l’immigrazione. Basterà creare un fossato al confine con le nazioni vicine (Perù e Bolivia in primis), successivamente servirà erigere una barriera: «Le ruspe costruiranno la nostra sovranità», ha dichiarato alla stampa nazionale e internazionale a neanche una manciata di giorni dalla sua elezione. Sarebbero 336.000 gli immigrati irregolari secondo le stime (rigorosamente approssimative) che il nuovo esecutivo cileno ha fornito il 19 [marzo] in esclusiva alla «Bbc». Kast, eletto da neanche venti giorni, ha chiarito sin da subito la sua rottura coi governi precedenti (tutti di sinistra) strizzando l’occhio a Trump, al periodo della dittatura di Pinochet e alle «cose buone» di quel periodo. Ammesso che ve ne siano. Sebbene voci critiche si siano alzate dei confronti della decisione del Presidente, l’opinione pubblica non sembrerebbe reagire significativamente. A poco è valso il monito del deputato degli umanisti Tomas Hirsch che ha criticato il modo di fare di Kast parlando di «frasi facili per risolvere problemi complessi». Le ruspe sarebbero lo strumento con cui non solo il Cile si separerà idealmente da Perù e Bolivia ma con cui «riconquisterà la propria identità». La prima trincea è stata scavata alla frontiera col Perù, nel mezzo del deserto valico di frontiera di Chacalluta ma il messaggio è rivolto anche e soprattutto a Rodrigo Paz Pereira, presidente boliviano. Da quel punto i due paesi distano meno di duecento chilometri. Sebbene Kast e Paz Pereira abbiano portato la destra in auge, le storiche ruggini tra Cile e Bolivia potrebbero riemergere a causa della questione migratoria, impossibile da sostenere ulteriormente per Santiago del Cile.

Triangolazione venezuelana

Dalle città di El Alto e La Paz, la capitale più alta del mondo, transita la rotta della migrazione proveniente dal nord-est del Sudamerica. Ad intraprendere i viaggi all’interno della regione sono perlopiù persone di nazionalità venezuelana in cerca di stabilità e di lavoro. Tentare di attraversare a piedi il Darién, la terra di nessuno che separa la Colombia da Panama (dunque dal Messico e infine dagli Usa), è sempre più sconsigliato: il tratto è nelle mani dei trafficanti e i governi dei paesi interessati non si stanno occupando della questione, che nel frattempo volge sempre di più in un crogiolo di complessità. Ma se la via che porta verso Messico e Usa è bloccata, cosa rimane a chi ha deciso di lasciare il proprio paese? L’unica alternativa è quella di tentare l’approdo dall’altra parte della costa, cioè in Cile, al netto dell’ira di Kast, passando per la Bolivia. Paese, quest’ultimo, spesso meta d’approdo per l’immigrazione venezuelana, così come viene registrato nella città di El Alto grazie alla presenza della «Casa Luz Verde» (Casa Luce Verde), punto d’accoglienza, di assistenza alle madri e ai minori, nonché d’assistenza legale, cogestito da Fundacion Munasim Kullakita e da Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

Guardando a Trump

Le strutture d’accoglienza possono tuttavia essere messe in discussione a causa dei repentini cambi di governo dell’intera regione. Il Cile è solo l’ultimo dei paesi che nell’ultimo periodo ha abbracciato la ‘dottrina Trump’ in ambito economico, in politica interna ed estera. Ora, infatti, il presidente Usa sta sfruttando a proprio vantaggio la condizione di frammentazione politica del Sudamerica. Lo ha fatto ad inizio mese a Miami con la costituzione dello «Shield of the Americas» (Scudo delle Americhe), formalmente uno strumento volto a contrastare «traffico di droghe, criminalità internazionale e immigrazione illegale» ma nei fatti una «alleanza militare» con gli Usa, come ribadito dagli stessi sottoscrittori dell’accordo. Argentina, Cile, Bolivia, Guyana e Paraguay hanno aderito entusiasticamente allo «scudo» e nei fatti stanno portando i loro paesi sempre più sotto l’orbita statunitense. I tempi dell’Alba, l’Alleanza bolivariana anti statunitense, parrebbero essere tramontati da un pezzo. Il Brasile nel frattempo, proprio a margine della riunione di Miami a cui il presidente Lula non ha partecipato, ha raggiunto un accordo economico con la Bolivia di Paz Pereira. I due, sebbene distanti politicamente, si sono ritrovati nella firma di un accordo che possa guardare «al benessere dei due paesi» e che sappia «andare oltre le differenze politiche». Un ponte necessario per entrambi: per il Brasile, così da non rimanere isolato politicamente, per la Bolivia per un rilancio che non sia solo a stelle e strisce.

Articolo pubblicato da L’Eco di Bergamo il 30 marzo 2026

Guai in vista per Evo

May 16, 2025, La Paz, La Paz, Bolivia: Supporters of former Bolivian President Evo Morales wore masks bearing his likeness as they marched toward La Paz, demanding that he be allowed to run in the upcoming presidential election. (Credit Image: © Diego Rosales/ZUMA Press Wire/ZUMA Wire)/SIPA60013118_000019/ZEUS/2505170704

Il ministro dell’interno Marco Antonio Oviedo ne è sicuro: se non si riuscirà a catturare Evo Morales, la sua gestione e la presidenza di Rodrigo Paz Pereira saranno state un fallimento.

«Quest’uomo deve affrontare la giustizia: faremo tutto il possibile perché si concretizzi il mandato di arresto nei suoi confronti», ha dichiarato il ministro durante un’intervista realizzata dal popolare programma televisivo «No mentirás» (‘Non mentirai’). C’è da dire che proprio a fine febbraio la Procura aveva annunciato il termine delle indagini sul caso di abuso sessuale di una minorenne che avrebbe coinvolto in prima persona l’ex Presidente Evo Morales Ayma la cui assenza alle udienze, convocate dal Tribunale di Tarija (sud del paese), potrebbe valergli lo status di latitante. Sollecitato più volte a presentarsi, il leader del sindacato dei coltivatori di foglie di coca ha preferito non andare e rimanere protetto tra i suoi nel Chapare (nella regione del Tropico di Cochabamba).

Tratta e traffico

Per tutta risposta, il fortino organizzato dai suoi nel Tropico sta intensificando controllo e presenza nelle strade attorno a Villa Tunari, la cittadina in cui risiede il leader cocalero. «Non sono né un latitante, né un fuggitivo, né tanto meno uno al di sopra della legge: sono semplicemente vittima di una brutale persecuzione politica», ha risposto Evo Morales al ministro tramite «Radio Kawsachun Coca». A distanza, ovviamente. Una persecuzione che si starebbe esercitando anche attraverso questo processo con accuse di abusi, dunque tratta e traffico: Morales, tuttavia, non ha mai risposto alle accuse mosse dagli inquirenti limitandosi a liquidarle come invenzioni. «Il punto è che Evo è dipendente dall’abuso di donne e di ragazze in termini di tratta e traffico», ha tuonato Riccardo Giavarini, prima laico e poi sacerdote, in Bolivia dal 1977. Da un decennio è fondatore e direttore della Fundación Munasim Kullakita che a El Alto si occupa di accoglienza e reinserimento di ragazze vittime di violenza. In Bolivia, d’altra parte, la violenza maschile è un triste dato di fatto: nei soli primi tre mesi del 2026 sono già state diciassette le donne uccise da uomini violenti. L’ultima è stata registrata una settimana fa: la vittima era una trentaduenne di La Paz, madre di due figlie, uccisa dal compagno.

«Proteggeremo il nostro leader»

All’indomani delle dichiarazioni del ministro Oviedo, Victor Mencia, dirigente sindacale vicino a Morales, ha ribadito il «sostegno del popolo» nei confronti dell’ex presidente. «Le minacce di arresto nonché d’intervento militare nel Chapare sono molto gravi», ha affermato Mencia a «Radio Kawsachun Coca». Le organizzazioni sociali che hanno ribadito sostegno politico a Evo Morales nel corso di quest’ultimo lustro, stanno pervicacemente mantenendo il punto sostenendo la tesi della «persecuzione politica». Lo stesso Mencia ha poi accusato: «l’inasprimento dei controlli e la maggiore presenza nelle strade da parte nostra si è resa necessaria per far sì che il governo non decida di intervenire militarmente». Ma il ministro sembrerebbe intenzionato a dare una svolta alla situazione, posti di blocco o meno.

Tutti contro tutti

Fin dall’insediamento del governo del Partito democratico-cristiano di Rodrigo Paz Pereira, ottobre dello scorso anno, si stanno verificando inchieste giudiziarie, detenzioni preventive e condanne definitive nei confronti di ex ministri, dirigenti del Mas o di aziende pubbliche vicini al partito che ha governato fino allo scorso anno. Il nuovo Presidente ha istituito ben dieci «commissioni per la verità» al fine di poter acclarare eventuali casi di corruzione, distrazioni di fondi e abusi di potere da parte di membri dello stato. Uno dei primi a finire in manette nel dicembre scorso fu proprio l’ex presidente Arce, l’ultima è stata Gabriela Delgadillo, dirigente di primo piano dell’azienda statale di idrocarburi (Ypfb). Proprio l’Ypfb è nel mirino del nuovo esecutivo a causa del recente caso della benzina annacquata: i trasportatori sono in sciopero e hanno proceduto a bloccare nuovamente le principali arterie stradali del paese. E stavolta Evo coi blocchi non c’entra: è ‘solo’ rabbia sociale.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo il 16.3.2026

«Quant me piac stu guaglion»

Foto di Massimo Zanardi Landi su Unsplash

«Ornella e Mario – oggi sposi». Una volta consegnato l’invito, più simile a un biglietto da visita, agli invitati era concesso entrare nel grande salone del ricevimento. Era tutto bianco e addobbato ora con dozzinali festoni da cartoleria comprati all’Hao Mai di Nembro, ora con ornamenti matrimoniali come si usava fare ad inizio secolo. È il 2078 e la Val Brembana è molto cambiata rispetto ai primi dieci anni del nuovo millennio: Ornella Scognamiglio (nata a Piazza Brembana da papà di Nocera Inferiore e mamma di Corna Imagna) lo sa bene ma ha continuato a ignorare il tempo passato e ha pensato di sviluppare la sua festa come si faceva ai tempi di sua nonna, quando si faceva la festa del babyshower con le canzoni delle star neomelodiche ad accompagnare l’evento. Come si faceva allora, avrebbe voluto farlo anche lei per il suo giorno, così almeno le raccontava sua nonna. Lei, sì, emigrata malvolentieri dalla sua Roccapiemonte in quella terra impervia bergamasca per inseguire il sogno d’insegnare, riuscendo tuttavia ad essere assunta per il solo sostegno alla secondaria di primo grado.

Il grande salone era tutto bianco, sfavillante nel suo essere kitsch e pieno di fiori, talvolta anche finti posti al centro dei tavoli rotondi («rendono meglio di quelli veri», le aveva assicurato la wedding planner, anch’essa fatta venire dal sud). Alle pareti del salone, il secondo fotografo ufficiale della cerimonia stava affiggendo le gigantografie di foto appena scattate degli sposi, ripresi ora insieme, ora a mani giunte durante le celebrazione, ora dietro una grande montagna la cui parete era colma di verde. Il tableau de mariage era suddiviso su tavoli dal nome di illustri cantanti neomelodici del secolo passato: c’era il tavolo «Rossetto e caffè», «L’ultimo bacio», «Tu o ssai p’ me», «’I p te tu p me» e altri nomi del genere.

Gli invitati cominciavano ad assieparsi attorno al tavolo del buffet mentre ad un angolo della sala, c’era un vocalist, come si faceva allora, che stava iniziando ad elencare i posti toccati dagli sposi per le foto, ad annunciare che gli sposi sarebbero giunti a breve, a chiamare applausi senza un reale motivo e ad annunciare i nomi delle prossime canzoni. Nella sala risuonava Geolier, di cui si commemorava il decennale della prematura scomparsa proprio in quell’anno, mentre una claudicante figura stava cercando una sedia per distendere le proprie membra e concedere loro un po’ di riposo. La nonna di Ornella era imponente e grossa: pesava decisamente di più di quel che avrebbe dovuto e più di quanto il suo metro e sessanta le avrebbe consentito di sopportare. Vedova da un decennio, fumava MS bionde da quando aveva 14 anni e per questo aveva delle rughe profondissime su tutto il volto: sembrava dimostrare molto più degli anni che aveva. Indossava un vestito di tessuto sintetico eccessivamente largo, stampato con delle rose a cui erano stati posti, qua e là sui petali, dei finti diamanti, un crocefisso d’oro le pendeva dal collo e al polso aveva un braccialetto con l’immagine di Padre Pio. Sudava, la nonna. Il clima non era rigido ma lei sudava. Mentre si stava accendendo l’ennesima sigaretta, venne destata dal suo torpore fatto di ricordi e tabacco: stavano arrivando gli sposi.
Un applauso aveva rotto il suo rito dell’accensione della MS e con la destra stava allontanando il filtro dalle labbra per provare ad abbozzare un sorriso nei confronti di Ornella e Mario che arrivavano a salutarla.

«Che c’è nonna, non stai bene?»
«We, bell’enònn, no, che dici, tutt’apposto»
«Ma sembri stanca, triste, cosa succede?»
A quel punto la nonna sospirò. Si portò la sigaretta alle labbra, diede un’ampia boccata tramite il filtro e mosse la testa facendo tintinnare i pesanti orecchini adorni di zirconi: «Ornè… mettim chella canzona che sai tu».

Il vocalist eseguì e tutta la sala istantaneamente iniziò a battere le mani all’unisono: «…Il più grande giorno / Ti regalerò / Saremo io e te / Per sempre / Legati per la vita….»

«Quant me piac stu guaglion, quant’è bell Sal Da Vinci…», sussurrò la nonna.

E fece un altro tiro.

Quale futuro per la RD Congo?

Foto di Johnnathan Tshibangu su Unsplash

Banditismo, violenza, degrado. Sono queste le parole utilizzate da suor Claudia Nicoli per descrivere il contesto della periferia di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo. Suora delle Poverelle, bergamasca di Gaverina, Nicoli è direttrice generale dell’ospedale di Kingasani, situato nella municipalità di Kimbanseke, vasta zona alla periferia sud-est di Kinshasa. «La situazione del paese va via via peggiorando – sostiene Nicoli – l’insicurezza è generale, molte persone non hanno lavoro» per di più si vive «in ambienti malsani». Il quartiere in cui insiste l’ospedale versa in uno stato di degrado e povertà difficilmente descrivibili, tra fogne a cielo aperto e abitazioni di latta (pochissime quelle in muratura). Abitato da circa centomila persone (ma si va a spanne nel conteggio data l’irregolarità delle registrazioni alla nascita e l’incapacità di un censimento reale) nonostante Kingasani sia meta di transito obbligatorio per chi atterra all’aeroporto dell’ex Leopoldville, è ignorato allo sguardo di chi mette piede nell’Rd Congo per la prima volta. Meglio far finta di non vedere quelle case che sorgono una accanto all’altra.

Nascere alla periferia del mondo
Nonostante le difficoltà e la situazione sanitaria sull’orlo del collasso, a Kingasani si nasce in sicurezza e con decoro. Le suore bergamasche delle Poverelle gestiscono «un ospedale che dà dignità ai poveri e a coloro che non hanno sufficienti mezzi per farsi curare», ha dichiarato la direttrice. Una struttura che Nicoli tiene anche a specificare come sia «grande e bella» non per piaggeria nei confronti di se stessa, evidentemente, ma per far leva sulla stridente differenza tra l’edificio e il contesto generale per cui «l’accesso alle cure rappresenta un lusso per molti». Il lavoro sanitario è, dunque, il settore in cui le suore sono maggiormente sollecitate, nello specifico per quel che riguarda la maternità, il cui reparto ha visto migliorie e ammodernamenti recenti, nonché la «presenza di personale formato».

Una Grande Mela africana
Solo a Kinshasa vivono diciotto milioni di persone. Il flusso migratorio che interessa la capitale congolese è principalmente interno e dovuto alla credenza popolare che racconterebbe di maggiori possibilità di lavoro in città piuttosto che altrove. Vent’anni fa la popolazione urbana della Rd Congo, paese che supera l’Italia di 9 volte per estensione territoriale, rappresentava il solo 33% della totalità degli abitanti, sebbene già allora le città persistevano in una difficile condizione legata al sovraffollamento. Ad oggi i numeri sono ancor più alti. La vox populi riguardo il sovraffollamento della metropoli congolese racconta l’impossibilità di calcolare quanti metri quadri di spazio abbiano a disposizione per sé gli abitanti di Kinshasa. Un’espansione che ha avuto spesso il caos come unità di misura per lo sviluppo urbanistico. Ma se nel periodo della dominazione belga la capitale era soprannominata Belleville (Città bella), ora la disoccupazione, l’economia informale, il degrado e il rischio epidemie sono le caratteristiche principali che fotografano una situazione tutt’altro che positiva.

Guerra e terrore
La Rd Congo non sempre riesce a fare notizia in Italia, a meno che non si tratti di qualche avvenimento legato al terrorismo di matrice religiosa. Nell’est del paese è attivo il gruppo terroristico M-23 ma bisogna fare attenzione ai termini: la religione, il fondamentalismo islamico, c’entrano poco o nulla. Una fonte, che ha preferito rimanere anonima, ci ha raccontato la propria contrarietà nella narrazione occidentale che vorrebbe l’M-23 come un gruppo terrorista anticristiano: «Si tratta di controllo del territorio e sfruttamento minerario di una zona molto ricca del paese», ha raccontato, per cui «l’appartenenza religiosa non c’entra nulla». «La popolazione, rispetto alla situazione dell’M-23, vive nella rassegnazione: i grandi di questo mondo sono i predatori e qui vige la legge del più forte», ha chiosato Nicoli. Sfruttamento territoriale e umano sembrerebbero essere, ancora una volta, il quadro entro cui muoversi per un’analisi dei fenomeni di questa parte di Africa.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo del 2.3.26

¿Dónde está Evo?

May 16, 2025, La Paz, La Paz, Bolivia: Supporters of former Bolivian President Evo Morales wore masks bearing his likeness as they marched toward La Paz, demanding that he be allowed to run in the upcoming presidential election. (Credit Image: © Diego Rosales/ZUMA Press Wire/ZUMA Wire)/SIPA60013118_000019/ZEUS/2505170704

«La foto che ho scattato e pubblicato in rete è autentica: ho visto e incontrato Evo Morales». Lunedì 9 febbraio [2026] Carlos Subirana, avvocato, candidato alle prossime amministrative nella città di Santa Cruz, ha dichiarato all’emittente Unitel di essersi incontrato con l’ex presidente domenica 8. Lo scatto ritrae i due nell’ufficio di Morales presso gli studi di Radio Kawsachun Coca (Rkc),che trasmette da Lauca Ñ, piccolo villaggio nella regione del Tropico di Cochabamba. Subirana ha assicurato di averci parlato e «no, non si trova all’estero come qualcuno ha dichiarato». Evo dunque è vivo, a casa sua e non è fuggito dal paese per evitare un probabile arresto. Forse. A parte la condanna che pende sulla sua testa (Morales è indagato per tratta di esseri umani dal tribunale di Tarija che lo accusa di una relazione che avrebbe avuto con una minorenne da cui sarebbe nato un figlio nel 2016) incontrare Evo non parrebbe essere così complicato. Basterebbe recarsi a Villa Tunari, nel Tropico, dove i suoi sostenitori hanno costruito un posto di blocco presidiato giorno e notte per «salvaguardarne la vita» proteggendolo da un eventuale arresto. Il problema è che dalla seconda settimana di gennaio Morales non si fa più vedere neanche coi suoi, né interviene più alla ‘sua’ radio, quella del movimento dei produttori di foglie di coca della cui organizzazione sindacale è presidente.

Scomparso in Messico (o forse no)

La prima accusa pubblica attorno alla sparizione dell’ex presidente l’ha data alla stampa il 24 gennaio il parlamentare di destra Edgar Zegarra Bernal durante una conferenza stampa. «Morales non è in Bolivia: si trova in Messico», ha rivelato il deputato, arrivando perfino ad accusare il governo di averlo fatto scappare «anziché consegnarlo alla giustizia». Le prove «inconfutabili» che Zegarra Bernal sosteneva di avere non le ha mai rese pubbliche ma da quel momento le illazioni riguardo a dove possa trovarsi Morales sono aumentate a dismisura.

Che fine ha fatto Evo?

L’ex presidente indigeno non si mostra in pubblico dall’11 gennaio, mancando agli appuntamenti della trasmissione radiofonica domenicale, che è solito tenere assieme al direttore Ramiro Garcia (simile alla fu conversazione Bordin-Pannella ma con molte meno arrabbiature). E sebbene Carlos Subirana abbia sostenuto che l’8 febbraio Morales stesse registrando quel programma insieme a lui, in pochi ci hanno creduto davvero. I sostenitori di Evo hanno le bocche cucite e rispondono a colpi di propaganda sfilando alle manifestazioni di piazza indossando maschere che ritraggono il volto dell’ex presidente. Domenica 25 gennaio anche il direttore Garcia è andato in onda indossandone una: «Evo esta aqui», aveva tuonato. Il giorno successivo Vicente Figueroa, dirigente sindacale vicino a Evo, ha dichiarato alla radio che l’ex presidente stava semplicemente riprendendosi dalla dengue. Lonardo Loza, candidato a Cochabamba e braccio destro del leader, pur confermando la versione del dirigente, un pugno di giorni dopo ha sconfessato alla stampa l’autenticità dello scatto pubblicato da Subirana: «in questa campagna elettorale si fa a gara ad apparire con Morales per poter vincere». Sarà per questo che Loza nei giorni scorsi ha pubblicato uno scatto che ritrae lui e l’ex presidente con le magliette del partito Alianza – unidos por los pueblos per lanciare la propria campagna elettorale. Peccato che lo scatto fosse generato con l’intelligenza artificiale. E di Evo ancora nessuna traccia.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo del 16.2.26

«La più forte» a La Paz

«Ama sua, ama llulla, ama qhella».
(Non rubare, non mentire, non essere pigro)

Ultima fotografia della squadra in campo a Santa Cruz a poche ore dall’imbarco fatale. In piedi: Marchetti, Porta, Cáceres, Flores, Franco e Arrigó. In ginocchio: Díaz, Flores, Tapia, Alcázar e Durán.
Fonte: Historia del futbol boliviano

L’anno scorso insieme a Fabio Belli abbiamo pubblicato, per Rogas Edizioni, un libricino dal titolo La più forte – The Strongest e storie del calcio in Bolivia.
Scrivere La più forte si è trasformato in un (altro) viaggio in Bolivia: calcisticamente affascinante ma anche drammaticamente poco battuta e, spesso, isolata o relegata ai luoghi comuni dell’altitudine e delle conseguenti vittorie. Scrivendo di Strongest sono naturalmente entrato in contatto con Oswaldo Calatayud, uno stronguista fino al midollo, che vive la sua passione giallonera promuovendo una biblioteca e una casa editrice dedicata al mondo del club The Strongest. Oswaldo è una di quelle persone che vorresti incontrare una volta atterrato dall’altra parte del mondo. Non ci siamo mai visti di persona, se non tramite applicazioni di videochiamata, eppure intratteniamo da due anni un felice scambio su La più forte e sulle pubblicazioni della Biblioteca Stronguista.
Per mezzo di don Riccardo Giavarini, sono riuscito a far arrivare due copie di La più forte e lui, senza avermi detto nulla, si è incaricato di far avere una copia a Carlos Mesa Gisbert, ex Presidente della Bolivia e vicepresidente del club Always Ready di El Alto.
C’è anche la voce di Mesa Gisbert nel libro, in effetti.

Oswaldo Calatayud che dona la copia di «La più forte» all’ex Presidente della Bolivia Carlos Mesa Gisbert.

Già che c’era, Oswaldo se lo è anche portato con sé ad una trasmissione in cui è stato invitato a parlare della sconfitta subita dalla squadra in occasione della Copa Libertadores contro la squadra di Tàchira (Venezuela).

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La storia della Strongest è davvero pienamente e autenticamente boliviana. Nasce all’alba del secolo passato e attraversa tutte le fasi, tra le più convulse, vissute da uno dei paesi al mondo che annovera il dato di maggior numero di colpi di stato fra tentati e riusciti. Una squadra che ha attraversato rivoluzioni e involuzioni, narcodittature e militari al potere. Ha attraversato guerre ed è riuscita a uscirne con lo spirito intatto. Anzi, è proprio a partire dalla Guerra del Chaco, dimenticata dall’Occidente, che l’immaginario stronguista e boliviano affonda le proprie radici. In una guerra che la Bolivia ha rovinosamente perduto, l’unico caso di una netta vittoria è stata quella della trincea che ha poi preso il nome di Cañada Strongest: il “grito sagrado” pronunciato in aymara «kalatakaya warikasaya» risuonava così forte che tutto il paese vi si aggrappò con tutte le sue forze. In quel grido il paese vi ha trovato la forza per poter continuare a costruire un domani che potesse contemplare la vita delle generazioni future. Così, passo dopo passo, lo stronguista è passato ad essere paceño y liberal (ad inizio secolo) fino a rappresentare l’anima più profonda di La Paz e della Bolivia (a metà Novecento).

Grazie a tutte e tutti coloro che decideranno di prendersi del tempo per leggero,
grazie a tutte e tutti coloro che decideranno di sostenere il progetto de La più forte.

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La disillusione di Cuba

Una celebrazione a lume di candela a seguito della mancanza di luce elettrica. Fonte: Don Efrem Lazzaroni.
Una celebrazione a lume di candela a seguito della mancanza di luce elettrica. Fonte: Don Efrem Lazzaroni.

Profonda disillusione. A Cuba parrebbe non vigere altro stato d’animo che questo. Don Efrem Lazzaroni, bergamasco di Cenate Sopra, da dodici anni missionario a Jamal, zona rurale di Baracoa, estremo oriente di Cuba, utilizza anche un’altra parola per descrivere lo stato d’animo della popolazione caraibica: «disincanto». Secondo Lazzaroni: «la gente è molto disincantata» e non sa davvero «fino a che punto si possa continuare a credere ancora alla rivoluzione» o, invece, aspetta solo di sapere quale sia il momento in cui non ce la farà più. Un disincanto che sembra andar di pari passo con le criticità materiali che sta affrontando Cuba. Da una parte c’è «la mitizzazione dell’emigrazione da Cuba». Molti pensano che «uscendo dall’isola tutto si risolva», al contrario «come dico spesso a molti», sostiene don Efrem, «uscire dalla propria ‘zona di comfort’ non sempre dà garanzie di successo: il mondo al di fuori non è facile». Dall’altra vi è un fattore materiale innegabile di difficoltà della vita quotidiana: i guasti alla rete elettrica, ad esempio. Cuba inizia a soffrirne sistematicamente non contando più le ore di mancanza ma di presenza della corrente nelle case e negli edifici pubblici, con tutto quel che comporta. La vita di tutti i giorni ne risente, lo spirito ancor di più: «le persone sembra che abbiano perso il sorriso» e vadano avanti «alla giornata».

Una minaccia che ritorna

«Cuba fallirà molto presto». Ne è sicuro Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, che ha pronunciato questa frase in una conferenza stampa martedì 27 gennaio [2025]. Dall’aprile 1961 i cubani aspettano un’altra invasione degli Stati Uniti d’America che, un tempo, si pensava fosse imminente, da quando si tentò (senza successo) il rovesciamento manu armata del governo di Fidel Castro. Da quel dì, gli Usa decisero di emarginare l’isola con un embargo totale (economico e sociale). Ma dall’aprile 1961 le cose sono molto cambiate e Cuba sembra non aver più la forza di continuare sul solco del castrismo. La verità è che «la gente dell’isola sta aspettando che gli Usa si facciano avanti per reclamarla da più di sessant’anni», ha sottolineato Don Efrem. Fin dai fatti della Baia dei Porci. D’altra parte gli Usa, stando alle parole di Trump, sembrerebbero aspettare il momento propizio. La recente notizia della cattura di Nicolas Maduro in Venezuela ha mostrato al mondo, dunque soprattutto agli stati non allineati con le politiche statunitensi, fino a che punto può spingersi l’esercito americano. Lo stesso Trump ha chiarito a Davos che il diritto internazionale non serva a molto, perlomeno non a lui: l’argine a quel che è lecito e ingiusto fare è la sua stessa moralità. C’è da ricordare che a Caracas sono morte 32 persone di nazionalità cubana. Erano lì a Miraflores per proteggere la vita di Nicolas Maduro e questo «ha sconvolto profondamente tutta la popolazione», ha dichiarato Don Efrem. «Qui a Cuba le famiglie sono abituate ad avere figli in missione all’estero in ambito medico, educativo o ancora nell’esercito». A seguito di quei fatti: «c’è stato un coinvolgimento forte sul piano emotivo», ha proseguito Don Efrem.

Un’eredità impossibile da rintracciare

Lo spirito del castrismo parrebbe comunque non essere più comune tra la popolazione. Anzi, sembrerebbe esserci una spaccatura generazionale tra chi ha vissuto pur una lontana eco di quel periodo e chi, al momento, non vede altro che disagio. «Nell’ultimo decennio la differenza tra classi sociali è più evidente», ha chiarito don Efrem. «L’equità era uniforme nella condizione generale dell’economia cubana, l’apertura dell’economia a soggetti privati ha fatto bene» ma ha anche segnato una presenza più marcata di differenze di classe sociale. «Il cubano si è aperto al mondo – ha dichiarato Lazzaroni – ma questo fattore non ha fatto altro che acuire le contraddizioni già presenti». Il collegamento libero ad internet, ormai una realtà nell’isola, ha contribuito a dividere le generazioni». Un esempio? «I giovani, perlomeno nel mio piccolo “osservatorio” a sud di Baracoa, trascorrono il giorno vedendo e creando contenuti digitali che, spesso, fruttano loro anche dei soldi», mentre i più anziani «sono intenti e dediti alla cura dei campi e a cercare di portare avanti una economia di sussistenza» sempre più messa a repentaglio a causa della situazione economica dell’isola. Il cambio di regime è la soluzione a cui aspirerebbe Trump per Cuba, che sogna il ritorno del protettorato, magari a guida Marco Rubio. Nessuno ha interpellato davvero la popolazione a riguardo. Neanche stavolta.

Articolo pubblicato su «L’Eco di Bergamo» il 9.2.26

La pancia

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Foto di Fons Heijnsbroek su Unsplash

La cucina italiana è stata ufficialmente riconosciuta come «patrimonio dell’umanità Unesco» a partire dal 10 dicembre dello scorso anno. Il ministro Lollobrigida, titolare del Masaf (che sta per Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste), quel giorno era trionfante: «è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale». La narrazione della buona cucina italiana è entrata a far parte della cultura internazionale, la bellezza del mangiar sano sarà riconosciuta nel mondo e l’Italia potrà fregiarsene: che meraviglia!

Eppure, c’è qualcosa che non va.

Non parlo dell’impoverimento del lavoro agricolo, dei lavoratori immigrati (spesso volutamente mantenuti irregolari da caporali) che vengono sfruttati nei campi fino a rimetterci la vita (Satnam Singh ce lo siamo dimenticato troppo in fretta) o dell’importazione di materie prime scadenti fatte passare per “italiane” o, peggio, “biologiche”. Parlo piuttosto del detto popolare che indica la subordinazione della testa, del pensiero, alla pancia. Comunemente utilizzato come espressione tipica di politiche qualunquiste, che subordinano un qualsiasi ragionamento ad una risposta facile. Si dice spesso, a tal proposito, che si «pensa con la pancia».

Pare che a fine mese alla Camera dei Deputati si terrà una conferenza stampa ufficiale della campagna promossa da Casapound Italia (e altre sigle legate al neofascismo italiano) chiamata “Remigrazione”. L’organizzazione trainante è evidentemente in cerca di rilancio mediatico e politico e sfrutta in tal senso l’onda lunga del consenso che sia Fratelli d’Italia sia la Lega stanno cavalcando. Un’ondata di successo, quella della destra italiana nonché della sua estensione e propaggine neofascista, che ha il suo successo nel «parlare alla pancia degli italiani». Parlare ai loro istinti, risolvere il problema dell’immigrazione con la remigrazione.

Letteralmente il comitato vorrebbe proporre di introdurre «l’istituto della remigrazione», cioè: «lo strumento di governo del fenomeno migratorio finalizzato a incentivare il ritorno degli stranieri nei Paesi d’origine». Per questo Cpi (e altri), con l’appoggio indiretto (non dichiarato ufficialmente) della Lega, si prefiggono di indire una raccolta firme a sostegno della proposta di legge. Da «aiutiamoli a casa loro» a «riportiamoli a casa loro» è un attimo.

Al netto dei discorsi e degli argomenti che si possono toccare a riguardo in questo caso (la Costituzione, la Resistenza, la democrazia, l’antifascismo), o di altri che prevederebbero il far presente ai promotori della proposta in oggetto che nel solo 2025 hanno lasciato l’Italia «circa 630.000 persone tra 18 e 34 anni», mi piacerebbe poter restare sull’alimentare.

Come si alimenta chi, «ragionando con la pancia», vuole istituire l’istituto della «remigrazione»? Chiaramente di merda.
Con buona pace del riconoscimento internazionale per la cucina italiana.

Da 34 anni l’impegno contro le mine antiuomo

L’intervista a Giovanni Diffidenti, bergamasco classe ’61, che ha esposto i suoi lavori dall’1 al 5 dicembre [2025] a Ginevra.

Joseph Lagu, 26 yrs. Antipersonnel mine survivor (1998) Joseph was passing by the Mugwu hill, when he stepped on a landmine. He lost his right leg. Joseph is very active; he decided not to give-up with his life. He is determined to sustain his family and to do so he engaged himself in a number of activities such as making bricks, braking stones, production of honey, etc. Sudan 2007
Foto di Giovanni Diffidenti. Pubblicata grazie alla cortesia dell’autore.

Tentare di enumerare tutti i paesi toccati da Giovanni Diffidenti, bergamasco classe ‘61, potrebbe risultare un esercizio ridondante. Afghanistan, Cambogia, Mozambico, Kosovo, Libia, Egitto, Siria, Ucraina: l’elenco rischierebbe di allungarsi molto. Un impegno, quello del racconto foto-giornalistico, che lo ha portato a viaggiare, a vedere e lasciare che l’occhio dell’obiettivo potesse parlare da sé. L’ultima esposizione che lo ha visto protagonista, insieme a Cory Wright, suo collega canadese, si è svolta a Ginevra dall’1 al 5 dicembre [2025] durante la «22° Riunione degli Stati Parte della Convenzione di Ottawa». La Convenzione, che riguarda la messa al bando delle mine antiuomo, venne sottoscritta da 122 Stati che la firmarono congiuntamente il 3 dicembre 1997 in Canada nella città di Ottawa, da cui il trattato prende il nome. Il lavoro di reportage fotografico di Diffidenti è stato commissionato dalla Campagna internazionale contro le mine antiuomo e le bombe a grappolo (Icbl/Cmc – International Campaign to Ban Landmines and the Cluster Munition Coalition). Gli scatti esposti erano, spesso, in bianco e nero. «Inizialmente il progetto nacque così per ragioni legate al dispositivo utilizzato», ha spiegato Diffidenti, facendo riferimento all’utilizzo della pellicola agli albori della sua attività. «Mi piace pensare – ha proseguito – che ci sia una linea di continuità con le foto più recenti che ho scattato, sebbene le ultime siano in digitale, dunque senza il problema relativo alla pellicola in bianco e nero o a colori».

«La mia attenzione rivolta al tema delle mine antiuomo è cominciata trentaquattro anni fa in Cambogia: era il 1992, sono rimasto in quel paese per due anni e mezzo», ha raccontato Diffidenti. «Il primo lavoro da freelance che ho realizzato è stato per una Onlus inglese: il loro lavoro era quello di fabbricare protesi e cercare di insegnare ai cambogiani a costruirle», ha proseguito. «E poi – ha aggiunto – c’è da ricordare anche una cosa importante: durante la presa di Pailin da parte dei Khmer Rossi, era il 1994, stavo seguendo un gruppo di soldati e due persone sono morte al posto mio a causa di una mina anticarro». Un evento tragico che ha segnato la memoria del fotografo e ne ha sospinto per decenni la sua iniziativa che lo ha portato a toccare vari altri paesi del mondo contaminati dalle mine, documentandone gli effetti nefasti sui territori e sulle persone: una ricerca del Landmine Monitor del 2025, ripresa dai documenti prodotti dall’Icbl, mostra che il 90% delle vittime registrate siano civili e quasi il 50% siano bambini.

Il convegno di Ginevra convocato lo scorso dicembre ha dovuto, tuttavia, prendere atto della progressiva erosione del fronte dei paesi sottoscrittori. Recentemente, a causa del conflitto russo-ucraino, alcuni Stati del continente europeo hanno fatto venir meno il proprio impegno riguardo la Convenzione: Finlandia, Polonia e le repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) su tutti, a cui nel giugno dello scorso anno si è aggiunta anche l’Ucraina. Sfilarsi dal Trattato significa «il venir meno di una serie di compiti che si assumono i paesi sottoscrittori», ha proseguito Diffidenti, «vale a dire non mettere più in atto delle azioni tra cui lo sminamento e l’assistenza ai sopravvissuti». Per quel che riguarda la Polonia: «la situazione è ancor più particolare» dal momento che il paese parrebbe esser intenzionato anche a «produrre mine antiuomo».

A tal proposito la presidente dell’Icbl Tamar Gabelnick, in un articolo dello scorso dicembre, ha precisato: «Abbandonare il trattato e tornare [ad utilizzare] le mine antiuomo non scoraggerà un attacco, soprattutto da parte di un nemico crudele e determinato come la Russia». Anzi, ha aggiunto Gabelnick: «piazzare mine metterà a rischio le stesse vite che [quei paesi] avrebbero dovuto proteggere».

Non solo. La tripartizione imperiale Usa-Russia-Cina non ha mai sottoscritto la Convenzione. Una assenza imponente, tanto più alla luce di quanto operato recentemente dagli Stati Uniti d’America in Venezuela, nonché per le crescenti tensioni riguardo l’acquisizione della Groenlandia (formalmente appartenente al Regno di Danimarca, dunque all’Unione Europea). Un ordine mondiale che parrebbe basarsi sempre più sulla legge del più forte in spregio del diritto internazionale e delle vite umane.

Articolo pubblicato su «L’Eco di Bergamo» il 12.1.26