
Banditismo, violenza, degrado. Sono queste le parole utilizzate da suor Claudia Nicoli per descrivere il contesto della periferia di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo. Suora delle Poverelle, bergamasca di Gaverina, Nicoli è direttrice generale dell’ospedale di Kingasani, situato nella municipalità di Kimbanseke, vasta zona alla periferia sud-est di Kinshasa. «La situazione del paese va via via peggiorando – sostiene Nicoli – l’insicurezza è generale, molte persone non hanno lavoro» per di più si vive «in ambienti malsani». Il quartiere in cui insiste l’ospedale versa in uno stato di degrado e povertà difficilmente descrivibili, tra fogne a cielo aperto e abitazioni di latta (pochissime quelle in muratura). Abitato da circa centomila persone (ma si va a spanne nel conteggio data l’irregolarità delle registrazioni alla nascita e l’incapacità di un censimento reale) nonostante Kingasani sia meta di transito obbligatorio per chi atterra all’aeroporto dell’ex Leopoldville, è ignorato allo sguardo di chi mette piede nell’Rd Congo per la prima volta. Meglio far finta di non vedere quelle case che sorgono una accanto all’altra.
Nascere alla periferia del mondo
Nonostante le difficoltà e la situazione sanitaria sull’orlo del collasso, a Kingasani si nasce in sicurezza e con decoro. Le suore bergamasche delle Poverelle gestiscono «un ospedale che dà dignità ai poveri e a coloro che non hanno sufficienti mezzi per farsi curare», ha dichiarato la direttrice. Una struttura che Nicoli tiene anche a specificare come sia «grande e bella» non per piaggeria nei confronti di se stessa, evidentemente, ma per far leva sulla stridente differenza tra l’edificio e il contesto generale per cui «l’accesso alle cure rappresenta un lusso per molti». Il lavoro sanitario è, dunque, il settore in cui le suore sono maggiormente sollecitate, nello specifico per quel che riguarda la maternità, il cui reparto ha visto migliorie e ammodernamenti recenti, nonché la «presenza di personale formato».
Una Grande Mela africana
Solo a Kinshasa vivono diciotto milioni di persone. Il flusso migratorio che interessa la capitale congolese è principalmente interno e dovuto alla credenza popolare che racconterebbe di maggiori possibilità di lavoro in città piuttosto che altrove. Vent’anni fa la popolazione urbana della Rd Congo, paese che supera l’Italia di 9 volte per estensione territoriale, rappresentava il solo 33% della totalità degli abitanti, sebbene già allora le città persistevano in una difficile condizione legata al sovraffollamento. Ad oggi i numeri sono ancor più alti. La vox populi riguardo il sovraffollamento della metropoli congolese racconta l’impossibilità di calcolare quanti metri quadri di spazio abbiano a disposizione per sé gli abitanti di Kinshasa. Un’espansione che ha avuto spesso il caos come unità di misura per lo sviluppo urbanistico. Ma se nel periodo della dominazione belga la capitale era soprannominata Belleville (Città bella), ora la disoccupazione, l’economia informale, il degrado e il rischio epidemie sono le caratteristiche principali che fotografano una situazione tutt’altro che positiva.
Guerra e terrore
La Rd Congo non sempre riesce a fare notizia in Italia, a meno che non si tratti di qualche avvenimento legato al terrorismo di matrice religiosa. Nell’est del paese è attivo il gruppo terroristico M-23 ma bisogna fare attenzione ai termini: la religione, il fondamentalismo islamico, c’entrano poco o nulla. Una fonte, che ha preferito rimanere anonima, ci ha raccontato la propria contrarietà nella narrazione occidentale che vorrebbe l’M-23 come un gruppo terrorista anticristiano: «Si tratta di controllo del territorio e sfruttamento minerario di una zona molto ricca del paese», ha raccontato, per cui «l’appartenenza religiosa non c’entra nulla». «La popolazione, rispetto alla situazione dell’M-23, vive nella rassegnazione: i grandi di questo mondo sono i predatori e qui vige la legge del più forte», ha chiosato Nicoli. Sfruttamento territoriale e umano sembrerebbero essere, ancora una volta, il quadro entro cui muoversi per un’analisi dei fenomeni di questa parte di Africa.
Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo









