Quale futuro per la RD Congo?

Foto di Johnnathan Tshibangu su Unsplash

Banditismo, violenza, degrado. Sono queste le parole utilizzate da suor Claudia Nicoli per descrivere il contesto della periferia di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo. Suora delle Poverelle, bergamasca di Gaverina, Nicoli è direttrice generale dell’ospedale di Kingasani, situato nella municipalità di Kimbanseke, vasta zona alla periferia sud-est di Kinshasa. «La situazione del paese va via via peggiorando – sostiene Nicoli – l’insicurezza è generale, molte persone non hanno lavoro» per di più si vive «in ambienti malsani». Il quartiere in cui insiste l’ospedale versa in uno stato di degrado e povertà difficilmente descrivibili, tra fogne a cielo aperto e abitazioni di latta (pochissime quelle in muratura). Abitato da circa centomila persone (ma si va a spanne nel conteggio data l’irregolarità delle registrazioni alla nascita e l’incapacità di un censimento reale) nonostante Kingasani sia meta di transito obbligatorio per chi atterra all’aeroporto dell’ex Leopoldville, è ignorato allo sguardo di chi mette piede nell’Rd Congo per la prima volta. Meglio far finta di non vedere quelle case che sorgono una accanto all’altra.

Nascere alla periferia del mondo
Nonostante le difficoltà e la situazione sanitaria sull’orlo del collasso, a Kingasani si nasce in sicurezza e con decoro. Le suore bergamasche delle Poverelle gestiscono «un ospedale che dà dignità ai poveri e a coloro che non hanno sufficienti mezzi per farsi curare», ha dichiarato la direttrice. Una struttura che Nicoli tiene anche a specificare come sia «grande e bella» non per piaggeria nei confronti di se stessa, evidentemente, ma per far leva sulla stridente differenza tra l’edificio e il contesto generale per cui «l’accesso alle cure rappresenta un lusso per molti». Il lavoro sanitario è, dunque, il settore in cui le suore sono maggiormente sollecitate, nello specifico per quel che riguarda la maternità, il cui reparto ha visto migliorie e ammodernamenti recenti, nonché la «presenza di personale formato».

Una Grande Mela africana
Solo a Kinshasa vivono diciotto milioni di persone. Il flusso migratorio che interessa la capitale congolese è principalmente interno e dovuto alla credenza popolare che racconterebbe di maggiori possibilità di lavoro in città piuttosto che altrove. Vent’anni fa la popolazione urbana della Rd Congo, paese che supera l’Italia di 9 volte per estensione territoriale, rappresentava il solo 33% della totalità degli abitanti, sebbene già allora le città persistevano in una difficile condizione legata al sovraffollamento. Ad oggi i numeri sono ancor più alti. La vox populi riguardo il sovraffollamento della metropoli congolese racconta l’impossibilità di calcolare quanti metri quadri di spazio abbiano a disposizione per sé gli abitanti di Kinshasa. Un’espansione che ha avuto spesso il caos come unità di misura per lo sviluppo urbanistico. Ma se nel periodo della dominazione belga la capitale era soprannominata Belleville (Città bella), ora la disoccupazione, l’economia informale, il degrado e il rischio epidemie sono le caratteristiche principali che fotografano una situazione tutt’altro che positiva.

Guerra e terrore
La Rd Congo non sempre riesce a fare notizia in Italia, a meno che non si tratti di qualche avvenimento legato al terrorismo di matrice religiosa. Nell’est del paese è attivo il gruppo terroristico M-23 ma bisogna fare attenzione ai termini: la religione, il fondamentalismo islamico, c’entrano poco o nulla. Una fonte, che ha preferito rimanere anonima, ci ha raccontato la propria contrarietà nella narrazione occidentale che vorrebbe l’M-23 come un gruppo terrorista anticristiano: «Si tratta di controllo del territorio e sfruttamento minerario di una zona molto ricca del paese», ha raccontato, per cui «l’appartenenza religiosa non c’entra nulla». «La popolazione, rispetto alla situazione dell’M-23, vive nella rassegnazione: i grandi di questo mondo sono i predatori e qui vige la legge del più forte», ha chiosato Nicoli. Sfruttamento territoriale e umano sembrerebbero essere, ancora una volta, il quadro entro cui muoversi per un’analisi dei fenomeni di questa parte di Africa.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo

¿Dónde está Evo?

May 16, 2025, La Paz, La Paz, Bolivia: Supporters of former Bolivian President Evo Morales wore masks bearing his likeness as they marched toward La Paz, demanding that he be allowed to run in the upcoming presidential election. (Credit Image: © Diego Rosales/ZUMA Press Wire/ZUMA Wire)/SIPA60013118_000019/ZEUS/2505170704

«La foto che ho scattato e pubblicato in rete è autentica: ho visto e incontrato Evo Morales». Lunedì 9 febbraio [2026] Carlos Subirana, avvocato, candidato alle prossime amministrative nella città di Santa Cruz, ha dichiarato all’emittente Unitel di essersi incontrato con l’ex presidente domenica 8. Lo scatto ritrae i due nell’ufficio di Morales presso gli studi di Radio Kawsachun Coca (Rkc),che trasmette da Lauca Ñ, piccolo villaggio nella regione del Tropico di Cochabamba. Subirana ha assicurato di averci parlato e «no, non si trova all’estero come qualcuno ha dichiarato». Evo dunque è vivo, a casa sua e non è fuggito dal paese per evitare un probabile arresto. Forse. A parte la condanna che pende sulla sua testa (Morales è indagato per tratta di esseri umani dal tribunale di Tarija che lo accusa di una relazione che avrebbe avuto con una minorenne da cui sarebbe nato un figlio nel 2016) incontrare Evo non parrebbe essere così complicato. Basterebbe recarsi a Villa Tunari, nel Tropico, dove i suoi sostenitori hanno costruito un posto di blocco presidiato giorno e notte per «salvaguardarne la vita» proteggendolo da un eventuale arresto. Il problema è che dalla seconda settimana di gennaio Morales non si fa più vedere neanche coi suoi, né interviene più alla ‘sua’ radio, quella del movimento dei produttori di foglie di coca della cui organizzazione sindacale è presidente.

Scomparso in Messico (o forse no)

La prima accusa pubblica attorno alla sparizione dell’ex presidente l’ha data alla stampa il 24 gennaio il parlamentare di destra Edgar Zegarra Bernal durante una conferenza stampa. «Morales non è in Bolivia: si trova in Messico», ha rivelato il deputato, arrivando perfino ad accusare il governo di averlo fatto scappare «anziché consegnarlo alla giustizia». Le prove «inconfutabili» che Zegarra Bernal sosteneva di avere non le ha mai rese pubbliche ma da quel momento le illazioni riguardo a dove possa trovarsi Morales sono aumentate a dismisura.

Che fine ha fatto Evo?

L’ex presidente indigeno non si mostra in pubblico dall’11 gennaio, mancando agli appuntamenti della trasmissione radiofonica domenicale, che è solito tenere assieme al direttore Ramiro Garcia (simile alla fu conversazione Bordin-Pannella ma con molte meno arrabbiature). E sebbene Carlos Subirana abbia sostenuto che l’8 febbraio Morales stesse registrando quel programma insieme a lui, in pochi ci hanno creduto davvero. I sostenitori di Evo hanno le bocche cucite e rispondono a colpi di propaganda sfilando alle manifestazioni di piazza indossando maschere che ritraggono il volto dell’ex presidente. Domenica 25 gennaio anche il direttore Garcia è andato in onda indossandone una: «Evo esta aqui», aveva tuonato. Il giorno successivo Vicente Figueroa, dirigente sindacale vicino a Evo, ha dichiarato alla radio che l’ex presidente stava semplicemente riprendendosi dalla dengue. Lonardo Loza, candidato a Cochabamba e braccio destro del leader, pur confermando la versione del dirigente, un pugno di giorni dopo ha sconfessato alla stampa l’autenticità dello scatto pubblicato da Subirana: «in questa campagna elettorale si fa a gara ad apparire con Morales per poter vincere». Sarà per questo che Loza nei giorni scorsi ha pubblicato uno scatto che ritrae lui e l’ex presidente con le magliette del partito Alianza – unidos por los pueblos per lanciare la propria campagna elettorale. Peccato che lo scatto fosse generato con l’intelligenza artificiale. E di Evo ancora nessuna traccia.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo del 16.2.26

«La più forte» a La Paz

«Ama sua, ama llulla, ama qhella».
(Non rubare, non mentire, non essere pigro)

Ultima fotografia della squadra in campo a Santa Cruz a poche ore dall’imbarco fatale. In piedi: Marchetti, Porta, Cáceres, Flores, Franco e Arrigó. In ginocchio: Díaz, Flores, Tapia, Alcázar e Durán.
Fonte: Historia del futbol boliviano

L’anno scorso insieme a Fabio Belli abbiamo pubblicato, per Rogas Edizioni, un libricino dal titolo La più forte – The Strongest e storie del calcio in Bolivia.
Scrivere La più forte si è trasformato in un (altro) viaggio in Bolivia: calcisticamente affascinante ma anche drammaticamente poco battuta e, spesso, isolata o relegata ai luoghi comuni dell’altitudine e delle conseguenti vittorie. Scrivendo di Strongest sono naturalmente entrato in contatto con Oswaldo Calatayud, uno stronguista fino al midollo, che vive la sua passione giallonera promuovendo una biblioteca e una casa editrice dedicata al mondo del club The Strongest. Oswaldo è una di quelle persone che vorresti incontrare una volta atterrato dall’altra parte del mondo. Non ci siamo mai visti di persona, se non tramite applicazioni di videochiamata, eppure intratteniamo da due anni un felice scambio su La più forte e sulle pubblicazioni della Biblioteca Stronguista.
Per mezzo di don Riccardo Giavarini, sono riuscito a far arrivare due copie di La più forte e lui, senza avermi detto nulla, si è incaricato di far avere una copia a Carlos Mesa Gisbert, ex Presidente della Bolivia e vicepresidente del club Always Ready di El Alto.
C’è anche la voce di Mesa Gisbert nel libro, in effetti.

Oswaldo Calatayud che dona la copia di «La più forte» all’ex Presidente della Bolivia Carlos Mesa Gisbert.

Già che c’era, Oswaldo se lo è anche portato con sé ad una trasmissione in cui è stato invitato a parlare della sconfitta subita dalla squadra in occasione della Copa Libertadores contro la squadra di Tàchira (Venezuela).

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La storia della Strongest è davvero pienamente e autenticamente boliviana. Nasce all’alba del secolo passato e attraversa tutte le fasi, tra le più convulse, vissute da uno dei paesi al mondo che annovera il dato di maggior numero di colpi di stato fra tentati e riusciti. Una squadra che ha attraversato rivoluzioni e involuzioni, narcodittature e militari al potere. Ha attraversato guerre ed è riuscita a uscirne con lo spirito intatto. Anzi, è proprio a partire dalla Guerra del Chaco, dimenticata dall’Occidente, che l’immaginario stronguista e boliviano affonda le proprie radici. In una guerra che la Bolivia ha rovinosamente perduto, l’unico caso di una netta vittoria è stata quella della trincea che ha poi preso il nome di Cañada Strongest: il “grito sagrado” pronunciato in aymara «kalatakaya warikasaya» risuonava così forte che tutto il paese vi si aggrappò con tutte le sue forze. In quel grido il paese vi ha trovato la forza per poter continuare a costruire un domani che potesse contemplare la vita delle generazioni future. Così, passo dopo passo, lo stronguista è passato ad essere paceño y liberal (ad inizio secolo) fino a rappresentare l’anima più profonda di La Paz e della Bolivia (a metà Novecento).

Grazie a tutte e tutti coloro che decideranno di prendersi del tempo per leggero,
grazie a tutte e tutti coloro che decideranno di sostenere il progetto de La più forte.

🇧🇴

La disillusione di Cuba

Una celebrazione a lume di candela a seguito della mancanza di luce elettrica. Fonte: Don Efrem Lazzaroni.
Una celebrazione a lume di candela a seguito della mancanza di luce elettrica. Fonte: Don Efrem Lazzaroni.

Profonda disillusione. A Cuba parrebbe non vigere altro stato d’animo che questo. Don Efrem Lazzaroni, bergamasco di Cenate Sopra, da dodici anni missionario a Jamal, zona rurale di Baracoa, estremo oriente di Cuba, utilizza anche un’altra parola per descrivere lo stato d’animo della popolazione caraibica: «disincanto». Secondo Lazzaroni: «la gente è molto disincantata» e non sa davvero «fino a che punto si possa continuare a credere ancora alla rivoluzione» o, invece, aspetta solo di sapere quale sia il momento in cui non ce la farà più. Un disincanto che sembra andar di pari passo con le criticità materiali che sta affrontando Cuba. Da una parte c’è «la mitizzazione dell’emigrazione da Cuba». Molti pensano che «uscendo dall’isola tutto si risolva», al contrario «come dico spesso a molti», sostiene don Efrem, «uscire dalla propria ‘zona di comfort’ non sempre dà garanzie di successo: il mondo al di fuori non è facile». Dall’altra vi è un fattore materiale innegabile di difficoltà della vita quotidiana: i guasti alla rete elettrica, ad esempio. Cuba inizia a soffrirne sistematicamente non contando più le ore di mancanza ma di presenza della corrente nelle case e negli edifici pubblici, con tutto quel che comporta. La vita di tutti i giorni ne risente, lo spirito ancor di più: «le persone sembra che abbiano perso il sorriso» e vadano avanti «alla giornata».

Una minaccia che ritorna

«Cuba fallirà molto presto». Ne è sicuro Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, che ha pronunciato questa frase in una conferenza stampa martedì 27 gennaio [2025]. Dall’aprile 1961 i cubani aspettano un’altra invasione degli Stati Uniti d’America che, un tempo, si pensava fosse imminente, da quando si tentò (senza successo) il rovesciamento manu armata del governo di Fidel Castro. Da quel dì, gli Usa decisero di emarginare l’isola con un embargo totale (economico e sociale). Ma dall’aprile 1961 le cose sono molto cambiate e Cuba sembra non aver più la forza di continuare sul solco del castrismo. La verità è che «la gente dell’isola sta aspettando che gli Usa si facciano avanti per reclamarla da più di sessant’anni», ha sottolineato Don Efrem. Fin dai fatti della Baia dei Porci. D’altra parte gli Usa, stando alle parole di Trump, sembrerebbero aspettare il momento propizio. La recente notizia della cattura di Nicolas Maduro in Venezuela ha mostrato al mondo, dunque soprattutto agli stati non allineati con le politiche statunitensi, fino a che punto può spingersi l’esercito americano. Lo stesso Trump ha chiarito a Davos che il diritto internazionale non serva a molto, perlomeno non a lui: l’argine a quel che è lecito e ingiusto fare è la sua stessa moralità. C’è da ricordare che a Caracas sono morte 32 persone di nazionalità cubana. Erano lì a Miraflores per proteggere la vita di Nicolas Maduro e questo «ha sconvolto profondamente tutta la popolazione», ha dichiarato Don Efrem. «Qui a Cuba le famiglie sono abituate ad avere figli in missione all’estero in ambito medico, educativo o ancora nell’esercito». A seguito di quei fatti: «c’è stato un coinvolgimento forte sul piano emotivo», ha proseguito Don Efrem.

Un’eredità impossibile da rintracciare

Lo spirito del castrismo parrebbe comunque non essere più comune tra la popolazione. Anzi, sembrerebbe esserci una spaccatura generazionale tra chi ha vissuto pur una lontana eco di quel periodo e chi, al momento, non vede altro che disagio. «Nell’ultimo decennio la differenza tra classi sociali è più evidente», ha chiarito don Efrem. «L’equità era uniforme nella condizione generale dell’economia cubana, l’apertura dell’economia a soggetti privati ha fatto bene» ma ha anche segnato una presenza più marcata di differenze di classe sociale. «Il cubano si è aperto al mondo – ha dichiarato Lazzaroni – ma questo fattore non ha fatto altro che acuire le contraddizioni già presenti». Il collegamento libero ad internet, ormai una realtà nell’isola, ha contribuito a dividere le generazioni». Un esempio? «I giovani, perlomeno nel mio piccolo “osservatorio” a sud di Baracoa, trascorrono il giorno vedendo e creando contenuti digitali che, spesso, fruttano loro anche dei soldi», mentre i più anziani «sono intenti e dediti alla cura dei campi e a cercare di portare avanti una economia di sussistenza» sempre più messa a repentaglio a causa della situazione economica dell’isola. Il cambio di regime è la soluzione a cui aspirerebbe Trump per Cuba, che sogna il ritorno del protettorato, magari a guida Marco Rubio. Nessuno ha interpellato davvero la popolazione a riguardo. Neanche stavolta.

Articolo pubblicato su «L’Eco di Bergamo» il 9.2.26

La pancia

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La cucina italiana è stata ufficialmente riconosciuta come «patrimonio dell’umanità Unesco» a partire dal 10 dicembre dello scorso anno. Il ministro Lollobrigida, titolare del Masaf (che sta per Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste), quel giorno era trionfante: «è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale». La narrazione della buona cucina italiana è entrata a far parte della cultura internazionale, la bellezza del mangiar sano sarà riconosciuta nel mondo e l’Italia potrà fregiarsene: che meraviglia!

Eppure, c’è qualcosa che non va.

Non parlo dell’impoverimento del lavoro agricolo, dei lavoratori immigrati (spesso volutamente mantenuti irregolari da caporali) che vengono sfruttati nei campi fino a rimetterci la vita (Satnam Singh ce lo siamo dimenticato troppo in fretta) o dell’importazione di materie prime scadenti fatte passare per “italiane” o, peggio, “biologiche”. Parlo piuttosto del detto popolare che indica la subordinazione della testa, del pensiero, alla pancia. Comunemente utilizzato come espressione tipica di politiche qualunquiste, che subordinano un qualsiasi ragionamento ad una risposta facile. Si dice spesso, a tal proposito, che si «pensa con la pancia».

Pare che a fine mese alla Camera dei Deputati si terrà una conferenza stampa ufficiale della campagna promossa da Casapound Italia (e altre sigle legate al neofascismo italiano) chiamata “Remigrazione”. L’organizzazione trainante è evidentemente in cerca di rilancio mediatico e politico e sfrutta in tal senso l’onda lunga del consenso che sia Fratelli d’Italia sia la Lega stanno cavalcando. Un’ondata di successo, quella della destra italiana nonché della sua estensione e propaggine neofascista, che ha il suo successo nel «parlare alla pancia degli italiani». Parlare ai loro istinti, risolvere il problema dell’immigrazione con la remigrazione.

Letteralmente il comitato vorrebbe proporre di introdurre «l’istituto della remigrazione», cioè: «lo strumento di governo del fenomeno migratorio finalizzato a incentivare il ritorno degli stranieri nei Paesi d’origine». Per questo Cpi (e altri), con l’appoggio indiretto (non dichiarato ufficialmente) della Lega, si prefiggono di indire una raccolta firme a sostegno della proposta di legge. Da «aiutiamoli a casa loro» a «riportiamoli a casa loro» è un attimo.

Al netto dei discorsi e degli argomenti che si possono toccare a riguardo in questo caso (la Costituzione, la Resistenza, la democrazia, l’antifascismo), o di altri che prevederebbero il far presente ai promotori della proposta in oggetto che nel solo 2025 hanno lasciato l’Italia «circa 630.000 persone tra 18 e 34 anni», mi piacerebbe poter restare sull’alimentare.

Come si alimenta chi, «ragionando con la pancia», vuole istituire l’istituto della «remigrazione»? Chiaramente di merda.
Con buona pace del riconoscimento internazionale per la cucina italiana.

Da 34 anni l’impegno contro le mine antiuomo

L’intervista a Giovanni Diffidenti, bergamasco classe ’61, che ha esposto i suoi lavori dall’1 al 5 dicembre [2025] a Ginevra.

Joseph Lagu, 26 yrs. Antipersonnel mine survivor (1998) Joseph was passing by the Mugwu hill, when he stepped on a landmine. He lost his right leg. Joseph is very active; he decided not to give-up with his life. He is determined to sustain his family and to do so he engaged himself in a number of activities such as making bricks, braking stones, production of honey, etc. Sudan 2007
Foto di Giovanni Diffidenti. Pubblicata grazie alla cortesia dell’autore.

Tentare di enumerare tutti i paesi toccati da Giovanni Diffidenti, bergamasco classe ‘61, potrebbe risultare un esercizio ridondante. Afghanistan, Cambogia, Mozambico, Kosovo, Libia, Egitto, Siria, Ucraina: l’elenco rischierebbe di allungarsi molto. Un impegno, quello del racconto foto-giornalistico, che lo ha portato a viaggiare, a vedere e lasciare che l’occhio dell’obiettivo potesse parlare da sé. L’ultima esposizione che lo ha visto protagonista, insieme a Cory Wright, suo collega canadese, si è svolta a Ginevra dall’1 al 5 dicembre [2025] durante la «22° Riunione degli Stati Parte della Convenzione di Ottawa». La Convenzione, che riguarda la messa al bando delle mine antiuomo, venne sottoscritta da 122 Stati che la firmarono congiuntamente il 3 dicembre 1997 in Canada nella città di Ottawa, da cui il trattato prende il nome. Il lavoro di reportage fotografico di Diffidenti è stato commissionato dalla Campagna internazionale contro le mine antiuomo e le bombe a grappolo (Icbl/Cmc – International Campaign to Ban Landmines and the Cluster Munition Coalition). Gli scatti esposti erano, spesso, in bianco e nero. «Inizialmente il progetto nacque così per ragioni legate al dispositivo utilizzato», ha spiegato Diffidenti, facendo riferimento all’utilizzo della pellicola agli albori della sua attività. «Mi piace pensare – ha proseguito – che ci sia una linea di continuità con le foto più recenti che ho scattato, sebbene le ultime siano in digitale, dunque senza il problema relativo alla pellicola in bianco e nero o a colori».

«La mia attenzione rivolta al tema delle mine antiuomo è cominciata trentaquattro anni fa in Cambogia: era il 1992, sono rimasto in quel paese per due anni e mezzo», ha raccontato Diffidenti. «Il primo lavoro da freelance che ho realizzato è stato per una Onlus inglese: il loro lavoro era quello di fabbricare protesi e cercare di insegnare ai cambogiani a costruirle», ha proseguito. «E poi – ha aggiunto – c’è da ricordare anche una cosa importante: durante la presa di Pailin da parte dei Khmer Rossi, era il 1994, stavo seguendo un gruppo di soldati e due persone sono morte al posto mio a causa di una mina anticarro». Un evento tragico che ha segnato la memoria del fotografo e ne ha sospinto per decenni la sua iniziativa che lo ha portato a toccare vari altri paesi del mondo contaminati dalle mine, documentandone gli effetti nefasti sui territori e sulle persone: una ricerca del Landmine Monitor del 2025, ripresa dai documenti prodotti dall’Icbl, mostra che il 90% delle vittime registrate siano civili e quasi il 50% siano bambini.

Il convegno di Ginevra convocato lo scorso dicembre ha dovuto, tuttavia, prendere atto della progressiva erosione del fronte dei paesi sottoscrittori. Recentemente, a causa del conflitto russo-ucraino, alcuni Stati del continente europeo hanno fatto venir meno il proprio impegno riguardo la Convenzione: Finlandia, Polonia e le repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) su tutti, a cui nel giugno dello scorso anno si è aggiunta anche l’Ucraina. Sfilarsi dal Trattato significa «il venir meno di una serie di compiti che si assumono i paesi sottoscrittori», ha proseguito Diffidenti, «vale a dire non mettere più in atto delle azioni tra cui lo sminamento e l’assistenza ai sopravvissuti». Per quel che riguarda la Polonia: «la situazione è ancor più particolare» dal momento che il paese parrebbe esser intenzionato anche a «produrre mine antiuomo».

A tal proposito la presidente dell’Icbl Tamar Gabelnick, in un articolo dello scorso dicembre, ha precisato: «Abbandonare il trattato e tornare [ad utilizzare] le mine antiuomo non scoraggerà un attacco, soprattutto da parte di un nemico crudele e determinato come la Russia». Anzi, ha aggiunto Gabelnick: «piazzare mine metterà a rischio le stesse vite che [quei paesi] avrebbero dovuto proteggere».

Non solo. La tripartizione imperiale Usa-Russia-Cina non ha mai sottoscritto la Convenzione. Una assenza imponente, tanto più alla luce di quanto operato recentemente dagli Stati Uniti d’America in Venezuela, nonché per le crescenti tensioni riguardo l’acquisizione della Groenlandia (formalmente appartenente al Regno di Danimarca, dunque all’Unione Europea). Un ordine mondiale che parrebbe basarsi sempre più sulla legge del più forte in spregio del diritto internazionale e delle vite umane.

Articolo pubblicato su «L’Eco di Bergamo» il 12.1.26

Bolivia, sale la tensione. L’ex presidente in carcere

Luis Arce sconterà sei mesi nel penitenziario di San Pedro. Per corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici nell’ambito di uno scandalo emerso 10 anni fa.
«La detenzione è illegale».

Foto di Karla Robinson su Unsplash

L’ex presidente Luis Arce Catacora dovrà scontare cinque mesi di custodia cautelare in carcere presso San Pedro, l’istituto penitenziario nel pieno centro della città di La Paz. La decisione è stata presa l’11 dicembre dal giudice Elmer Laura formalizzando i presunti capi d’accusa relativi a corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici nell’ambito dello scandalo relativo al Fondo statale per lo sviluppo dei popoli indigeni, originari e delle comunità rurali (ovvero il Fondioc – Fondo indigena, originario y campesino).
Il Ministro dell’interno Marco Antonio Oviedo, a seguito dell’arresto di Arce, durante una conferenza stampa convocata venerdì 12 [dicembre] ha chiarito i «capi d’accusa» nei confronti del «capo della banda»: «appropriazione indebita, distrazione di fondi nonché abuso della propria posizione». L’ammanco di denaro pubblico ammonterebbe, stando alle dichiarazioni del Ministro, a circa «360 milioni di bolivianos», poco più di 45 milioni di euro. Tuttavia ci sarebbero «connessioni ulteriori» col caso del Fondo che farebbero lievitare la distrazione ad «almeno il doppio della cifra» sopracitata. Numeri astronomici per un paese il cui debito estero ammonta attualmente a 117,3 milioni di dollari e per cui lo spettro del default comincia a materializzarsi sempre più concretamente (nonostante le smentite governative parlino di appianamento del 70%).

Cos’è accaduto

«Sono completamente estraneo ai fatti!». L’ex Presidente Luis Arce Catacora lo ha provato ad urlare per farsi sentire dalla stampa e dai presenti accorsi all’ingresso di San Pedro ma la polizia che lo tratteneva è stata repentina nel condurlo all’interno del penitenziario. La reclusione durerà presumibilmente fino a marzo 2026, mentre le indagini, fanno sapere i ministri interpellati, proseguiranno senza sosta.Secondo l’accusa, Luis Arce sarebbe stato a conoscenza di alcuni trasferimenti di fondi pubblici su conti privati per progetti pianificati dal Fondioc ma mai portati a termine. I fatti risalirebbero agli anni compresi tra il 2015 e il 2019, quando Arce era Ministro dell’Economia nei governi di Evo Morales, quando il Mas (Movimento al socialismo) era all’apice della popolarità e della propria capacità politica. La presunta appropriazione indebita avrebbe coinvolto un certo numero di progetti del Fondioc, soldi finiti in poche mani che avrebbero dovuto, invece, finanziare progetti di riqualificazione delle comunità rurali e indigene. Cruciale, per l’accusa, è stata la recente testimonianza di Lidia Patty, ex deputata del Mas, anche lei coinvolta nello scandalo. Marcelo Yamil Garcia, attuale viceministro per la trasparenza e i diritti umani, ha dichiarato alla stampa come «sia stata istituita una Commissione per la verità» che parrebbe essersi già messa all’opera, avendo iniziato ad esaminare «più di mille progetti dell’ex Fondioc». Tra quelli presi in esame, sarebbero più di settecento quelli che manifestano «irregolarità di varia natura»: progetti incompiuti, inesistenti e persino destinati a comunità rurali inesistenti.

«La detenzione? È illegale»

Maria Nela Prada, già componente dell’ufficio di presidenza della precedente legislatura, ha dichiarato pubblicamente la sua contrarietà alla detenzione del già Presidente boliviano: «La sua detenzione è un atto illegale», ha detto al quotidiano locale «El Deber». Prada ha poi proseguito: «Arce sta conducendo una lotta contro il cancro che sta attaccando varie parti del suo corpo», lasciando intendere che la detenzione possa peggiorare la sua condizione di salute: «sarà un miracolo se riuscirà a sopravvivere». Ma la maggioranza di governo ha risposto alle accuse sostenendo che le uniche detenzioni illegali erano state quelle che perduravano dal 2019, terminate con l’insediamento del nuovo esecutivo, vale a dire quella del governatore di Santa Cruz (ostile al Mas) e della ex presidentessa ad interim Jeanin Áñez.

Quello del Fondioc potrebbe configurarsi come uno tra i più gravi scandali di corruzione vissuti dal Paese nell’ultimo trentennio, una di quelle storie che coinvolgerebbe non solo esponenti politici ma anche figure di spicco delle associazioni di comunità indigene e realtà contadine, in una complessa rete di coinvolgimento degli strati popolari della popolazione in cerca di riscatto sociale e protagonismo. Inizialmente avvenuto, successivamente messo in secondo piano. Già nel 2015 ci furono condanne e sentenze riguardo presunte distrazioni e appropriazioni indebite da parte della giustizia boliviana, si verificò anche la condanna dell’allora presidente del Fondioc, Nemesia Achachollo. L’esperienza venne chiusa l’anno successivo a seguito alle condanne spiccate dalla giustizia ma il caso è stato riaperto con l’insediamento del nuovo governo di centro-destra di Rodrigo Paz Pereira.

Giustizia o resa dei conti?

La riapertura del caso a dieci anni di distanza suggerirebbe, maliziosamente, la seconda. Un redde rationem portato avanti dal governo di Paz Pereira nei confronti delle precedenti gestioni del Mas e dei suoi principali esponenti. Tutti tranne uno: Evo Morales. L’ex presidente, su cui da tempo pende un mandato di arresto per l’accusa di violenza su una minore, vive barricato nel Chapare, nella regione di Cochabamba (sud del Paese) ben protetto dal suo inner circle e dai suoi militanti che vigilano giorno e notte nei pressi della sua casa. Il prossimo accusato potrebbe essere lui.

Pubblicato su L’Eco di Bergamo del 22.12.25

Il tipo del sindacato (school drama: atto secondo)

Foto di Lazy_camera_girl su Unsplash

Arriva quel momento dell’anno scolastico in cui compare la circolare che indica e invita alla partecipazione all’assemblea sindacale, perlomeno di quelle sigle che sono presenti a scuola. Da parte docente si accoglie l’appuntamento con vari sentimenti che oscillano dal combattivo (lottadurasenzaaura) al lassismo più sfrenato (daje così me salto ‘ste due ore in 3F). Le sigle sono tante milioni-di-milioni ma al tavolo solitamente sono ammessi solo delegati esterni e rappresentanti dell’Rsu, altrimenti le assemblee dovrebbero tenersi all’aperto così da contenere tutti gli acronimi di tutte le sigle, spesso frutto di estrosi e casuali accostamenti delle lettere dell’alfabeto (ma pochissime vocali).

In quasi tutte le assemblee ci sono: la Gilda (che al nord Italia, in cui si antepone l’articolo determinativo ai nomi, equivale al chiamare una persona di sesso femminile di nome Gilda), lo Snals-Confsal, l’Anief, la Cisl, la Flc-Cgil e la Uil.
Iniziano ad arrivare al tavolo e a prendere posto e riesci a distinguerli per sigla dal tuo osservatorio privilegiato di uditore.

Il delegato esterno della Cisl è già al tavolo e ha apparecchiato la sua postazione: ha aperto davanti a sé un piccolo computer ultimo modello da 13 pollici, aggiornato a Windows 11 e con due tipi diversi di antivirus a sorvegliare la sua attività digitale e online, dato che la prudenza non è mai troppa. Veste elegantemente una camicia celeste e, sopra, un maglione blu oltremare con toppe ai gomiti di colore più tenue che rimanda alla colorazione della camicia; pantaloni scuri e scarponcini alla moda con stringhe sottili. La sua postazione non prevede di mostrare all’uditorio la sua presbiopia: gli occhiali sono tenuti nella sua mano sinistra (con la destra governa il mouse) oppure arpionati all’apertura della camicia, altezza Pomo d’Adamo. Nei momenti più intensi della discussione, quando deve inforcare e poi togliere gli occhiali, li appoggia sulla testa come fossero occhiali da sole: il delegato Cisl è spesso calvo ma non teme di esserlo. Caso a sé l’Rsu della Cisl. Ha un’agenda della Cisl di fianco al pc, una penna della Cisl, lo zaino regalato dal sindacato durante un seminario a cui ha partecipato solo perché c’erano caffè e tartine gratis, prende parola per intervenire ribadendo quanto detto dal delegato esterno. La platea generalmente non si cura di lui, ogni tanto il brusio crescente chiede quando andrà finalmente in pensione, allargando le braccia come si fa nella preghiera del Padre Nostro.

Il delegato Snals/Confsal è uno di quelli che arriva in ritardo e ciabattando con le scarpe, tremendamente fuori moda o sformate dal troppo uso, non curandosi del fatto che tutti lo stiano osservando. È sovrappeso e non fa nulla per nasconderlo: il maglione è generalmente di due taglie più piccole e tutte le forme del suo fisico vengono accentuate dal tessuto in poliestere di color verde acceso. La sciarpa (il delegato Snals ha sempre una sciarpa al collo) è di un colore di audace abbinamento a quello del maglione, tuttavia lui la indossa ugualmente e con fierezza, chissà per quale ragione. Generalmente meridionale, proviene dalle zone più remote della sua regione (quale che sia), solitamente da centri abitati da meno di 540 persone: per tornare dai suoi affetti familiari prenderà un treno che si fermerà ai confini della realtà (cioè Ferrandina o Metaponto Scalo). Non ha pc ultimo grido davanti a sé, non ha penne o fogli: ha il solo smartphone (che appoggia orrendamente sulla custodia contenente gli occhiali da presbite) di cui si serve per consultare ogni cosa: dalla ricetta per lessare le patate, alla nuova normativa in merito al contratto collettivo nazionale. A differenza del collega della Cisl non ha vergogna di mostrarsi presbite e, infine, ostenta dei braccialetti (di solito superiori a 5 per polso) affiancati ad un orologio smart enorme di marche costosissime. Non riesce mai a pronunciare correttamente la sua sigla sindacale nonostante vi appartenga.

Sul delegato della Cgil di solito ci sono varie aspettative. La prima lo vorrebbe combattivo, vestito di abiti non di marca, barba incolta e capelli a mezzocollo, rigoroso eskimo indosso e trascuratezze varie nell’abbigliamento. Tanto maggiori sono le trascuratezze, pensa la vox populi, tanto maggiore sarà il livello di comunismo e combattività. La seconda lo vorrebbe, invece, ordinario ma con piglio diverso rispetto agli altri: maglioncino a collo alto, polacchine ai piedi, sciarpa da intellettuale e occhiale marrone con striature d’ocra.
Entrambe vengono puntualmente disattese, dal momento che le aspettative sono nient’altro che proiezioni che si formano nelle teste dei lavoratori, ansiosi di sentire quel che ha da dire il proprio rappresentante. Solitamente è colui a cui è stato dato l’incarico di dirigere la riunione poiché è più smart degli altri i quali – sì – hanno un pc, ma non vanno oltre l’inserimento di una chiavetta Usb, sebbene a lui tale compito non vada proprio a genio. Di solito ha con sé un pc marca Lenovo e una spilla della propria organizzazione sul maglione.
Discorso a parte se il delegato appartiene a Lotta Comunista. In tal caso l’ordinanza prevede giacca e cravatta, giornale dell’organizzazione (non lo si chiami partito perlamordiddìo) piegato nella tasca della giacca. Condite il tutto con vaniloquio q.b. e prese di posizioni aprioristiche. A fine riunione, in cui non avrà esposto nulla se non il proprio ego, cercherà comunque di vendervi una copia del giornale.

¡Viva la vida, muera la muerte!

«Non so fino a che punto, ma lei, dottor Pereira, lo sa cosa gridano i nazionalisti spagnoli?, gridano viva la muerte, e io di morte non so scrivere, a me piace la vita, dottor Pereira»

Esattamente un mese fa, il 27 ottobre, il bar-bottega del commercio equo del centro di Nembro, Gherim, si è svegliato con una sorpresa scritta di nero sui paraventi dello spazio esterno. «Un rosso buono è un rosso morto», recitava la frase scritta nebulizzata a vernice sul paravento del dehors. C’era anche un simbolo ad accompagnare la scritta, uno di quelli appartenenti alla galassia delle formazioni neofasciste presenti in Italia.
Sulla stessa lunghezza d’onda, dieci giorni fa a Brescia è nato il comitato Remigrazione, egemonizzato da Casapound, evidentemente in cerca di rilancio mediatico e politico. Il comitato si ripropone, tra le altre cose, di introdurre l’istituto della remigrazione, cioè: «lo strumento di governo del fenomeno migratorio finalizzato a incentivare il ritorno degli stranieri nei Paesi d’origine».
Da «aiutiamoli a casa loro» a «riportiamoli a casa loro» è un attimo.

Entrambe le proposte hanno in comune un minimo comune denominatore: morte.
La prima lo richiama anche lessicalmente; la seconda non vi fa riferimento esplicito ma riconduce al concetto di “torna da dove sei venuto”, trascurando che le guerre occidentali si combattono sulla pelle di quello che un tempo veniva chiamato Sud del Mondo o Terzo Mondo. La sublimazione del pilatismo applicata alla contemporaneità. A chi tende il braccio per coprirsi dal sole, la morte piace moltissimo: sembra quasi che la desideri.
Fin da quando, d’annunzianamente, a Fiume si rispondeva «a noi!» al grido «a chi la morte?». Fin da quando le loro uniformi nere come l’abisso venivano decorate di teschi.

Un mese dopo quelle scritte, Gherim organizzerà una colazione solidale per promuovere i valori del commercio equo contro chi grida alla morte, rispondendo con: solidarietà, pace, libertà.
E se c’è qualcuno a cui piace così tanto la morte, chi parteciperà domenica 30 ribadirà il suo amore e il suo attaccamento alla vita.


¡Viva la vida muera la muerte!

Il dramma senza fine del Sudan

Lo smembramento del Sudan avviene nell’indifferenza internazionale: venticinque milioni di persone a rischio di morte per fame.

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Le Nazioni Unite hanno definito la guerra civile in Sudan «la più grave crisi umanitaria del mondo». «Ci sono almeno dodici milioni di persone che hanno lasciato le loro case, di cui due milioni sono emigrati dal paese, il resto rappresenta la gran massa di sfollati interni», a parlare è padre Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei Comboniani in Sudan. Lo abbiamo intervistato mentre si trova a Port-Sudan, città strategica per il paese, ora ancor più importante data la presa di El-Fasher (capoluogo del Darfur del nord) da parte del gruppo militare “Forze di supporto rapido” (Fsr).

«Venticinque milioni di persone sono a rischio fame di cui cinque in una situazione di rischio acuto di carestia e sette di bambini che non hanno accesso all’istruzione. Il mondo in questi anni si è rivolto all’Ucraina e alla Palestina ma qui si sta consumando una crisi enorme», dichiara il missionario comboniano. Certo è che se si guardano solo i numeri dei caduti in battaglia, c’è il rischio di non comprendere la portata di due anni di conflitto in un paese atomizzato e in preda a scontri tra bande armate: «i morti diretti a causa delle pallottole – per intenderci – sono stimati attorno a duecentomila» ma non si contano tra questi: «i civili che non hanno accesso alle medicine, al cibo e all’acqua».

Cosa sta succedendo in Sudan?

Da due anni [2023] in Sudan vi è una guerra civile scoppiata a seguito di una lotta per il potere tra l’esercito regolare e le Fsr. Ma come ogni crisi che porta ad un conflitto armato, le cause della guerra vengono da lontano. Nel 2019 l’allora presidente Omar al-Bashir (in carica dal 1989) viene destituito da un colpo di stato militare. La mediazione a cui si giunge è quella di una giunta mista politico-militare di transizione verso un nuovo assetto democratico. Nel 2021 un nuovo colpo di stato stravolge di nuovo la storia. A condurre l’operazione furono due generali: Abdel Fattah al-Burhan (generale, capo delle forze armate regolari) e Mohamed Hamdan Dagalo”Hemdeti”(vice di al-Burhan ma anche capo delle Fsr). Tra i due sorgono dapprima dissapori e successivamente scontri accesi sulla direzione che il paese avrebbe dovuto intraprendere: al-Burhan diventa presidente de facto imponendo un regime durissimo considerato dittatoriale da molte organizzazioni internazionali come Humans rights watch. Dal 2023 la situazione è precipitata ed è stata guerra tra le parti in lotta.

Una situazione complessa

Ma si tratta di un conflitto scaturito da astio, poi degenerato in odio, tra due generali. La realtà dei fatti è che il Sudan si sta atomizzando sempre di più: «da una parte vi sono le Fsr, mercenari al soldo degli Emirati Arabi Uniti; dall’altra l’esercito di un regime dittatoriale il cui periodo di governo è stato caratterizzato dall’imposizione della legge islamica», ha dichiarato il missionario comboniano. Il coinvolgimento emiratino parrebbe essere presente da tempo nella regione: d’altra parte il Sudan è uno di quei posti ricchi di preziosi nel sottosuolo. A marzo di quest’anno il governo di Khartoum aveva intentato una causa contro gli Emirati davanti alla Corte internazionale di giustizia con l’accusa di aver sostenuto le Fsr. Da Abu Dhabi avevano negato tutto ma il rapporto è definito da più attori istituzionali come «alleanza strutturata». A tal riguardo va precisato anche come non sia «una guerra combattuta con vecchi kalashnikov riciclati», come ha tenuto a precisare Dalle Carbonare, ma «con droni e armi sofisticate di produzione occidentale».

La comunità internazionale tace

I paragoni con altre realtà statali del continente potrebbero non essere calzanti tuttavia parrebbe essere di fronte ad uno scenario di smembramento simile a quanto è avvenuto (e sta ancora verificandosi) in Libia. Se in un primo momento di quest’anno le forze armate del governo di Khartoum sembravano essere in grado di contenere (e in alcuni casi sconfiggere) le Fsr, con la presa di El-Fasher si è verificato un nuovo stravolgimento.

Che sia il diritto internazionale a prevalere e che si possano aprire corridoi umanitari è quel che si augura Dalle Carbonare ma sul ruolo della comunità internazionale è scettico: «sarà un percorso lungo perché, a parte un tentativo di mediazione nel 2023, non ce ne sono stati altri»; da un lato Donald Trump parrebbe aver posato sguardo ed intenzioni belliciste altrove, dall’altro l’UE «si muove con estrema lentezza». E in Sudan si continua a morire.