Il tipo del sindacato (school drama: atto secondo)

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Arriva quel momento dell’anno scolastico in cui compare la circolare che indica e invita alla partecipazione all’assemblea sindacale, perlomeno di quelle sigle che sono presenti a scuola. Da parte docente si accoglie l’appuntamento con vari sentimenti che oscillano dal combattivo (lottadurasenzaaura) al lassismo più sfrenato (daje così me salto ‘ste due ore in 3F). Le sigle sono tante milioni-di-milioni ma al tavolo solitamente sono ammessi solo delegati esterni e rappresentanti dell’Rsu, altrimenti le assemblee dovrebbero tenersi all’aperto così da contenere tutti gli acronimi di tutte le sigle, spesso frutto di estrosi e casuali accostamenti delle lettere dell’alfabeto (ma pochissime vocali).

In quasi tutte le assemblee ci sono: la Gilda (che al nord Italia, in cui si antepone l’articolo determinativo ai nomi, equivale al chiamare una persona di sesso femminile di nome Gilda), lo Snals-Confsal, l’Anief, la Cisl, la Flc-Cgil e la Uil.
Iniziano ad arrivare al tavolo e a prendere posto e riesci a distinguerli per sigla dal tuo osservatorio privilegiato di uditore.

Il delegato esterno della Cisl è già al tavolo e ha apparecchiato la sua postazione: ha aperto davanti a sé un piccolo computer ultimo modello da 13 pollici, aggiornato a Windows 11 e con due tipi diversi di antivirus a sorvegliare la sua attività digitale e online, dato che la prudenza non è mai troppa. Veste elegantemente una camicia celeste e, sopra, un maglione blu oltremare con toppe ai gomiti di colore più tenue che rimanda alla colorazione della camicia; pantaloni scuri e scarponcini alla moda con stringhe sottili. La sua postazione non prevede di mostrare all’uditorio la sua presbiopia: gli occhiali sono tenuti nella sua mano sinistra (con la destra governa il mouse) oppure arpionati all’apertura della camicia, altezza Pomo d’Adamo. Nei momenti più intensi della discussione, quando deve inforcare e poi togliere gli occhiali, li appoggia sulla testa come fossero occhiali da sole: il delegato Cisl è spesso calvo ma non teme di esserlo. Caso a sé l’Rsu della Cisl. Ha un’agenda della Cisl di fianco al pc, una penna della Cisl, lo zaino regalato dal sindacato durante un seminario a cui ha partecipato solo perché c’erano caffè e tartine gratis, prende parola per intervenire ribadendo quanto detto dal delegato esterno. La platea generalmente non si cura di lui, ogni tanto il brusio crescente chiede quando andrà finalmente in pensione, allargando le braccia come si fa nella preghiera del Padre Nostro.

Il delegato Snals/Confsal è uno di quelli che arriva in ritardo e ciabattando con le scarpe, tremendamente fuori moda o sformate dal troppo uso, non curandosi del fatto che tutti lo stiano osservando. È sovrappeso e non fa nulla per nasconderlo: il maglione è generalmente di due taglie più piccole e tutte le forme del suo fisico vengono accentuate dal tessuto in poliestere di color verde acceso. La sciarpa (il delegato Snals ha sempre una sciarpa al collo) è di un colore di audace abbinamento a quello del maglione, tuttavia lui la indossa ugualmente e con fierezza, chissà per quale ragione. Generalmente meridionale, proviene dalle zone più remote della sua regione (quale che sia), solitamente da centri abitati da meno di 540 persone: per tornare dai suoi affetti familiari prenderà un treno che si fermerà ai confini della realtà (cioè Ferrandina o Metaponto Scalo). Non ha pc ultimo grido davanti a sé, non ha penne o fogli: ha il solo smartphone (che appoggia orrendamente sulla custodia contenente gli occhiali da presbite) di cui si serve per consultare ogni cosa: dalla ricetta per lessare le patate, alla nuova normativa in merito al contratto collettivo nazionale. A differenza del collega della Cisl non ha vergogna di mostrarsi presbite e, infine, ostenta dei braccialetti (di solito superiori a 5 per polso) affiancati ad un orologio smart enorme di marche costosissime. Non riesce mai a pronunciare correttamente la sua sigla sindacale nonostante vi appartenga.

Sul delegato della Cgil di solito ci sono varie aspettative. La prima lo vorrebbe combattivo, vestito di abiti non di marca, barba incolta e capelli a mezzocollo, rigoroso eskimo indosso e trascuratezze varie nell’abbigliamento. Tanto maggiori sono le trascuratezze, pensa la vox populi, tanto maggiore sarà il livello di comunismo e combattività. La seconda lo vorrebbe, invece, ordinario ma con piglio diverso rispetto agli altri: maglioncino a collo alto, polacchine ai piedi, sciarpa da intellettuale e occhiale marrone con striature d’ocra.
Entrambe vengono puntualmente disattese, dal momento che le aspettative sono nient’altro che proiezioni che si formano nelle teste dei lavoratori, ansiosi di sentire quel che ha da dire il proprio rappresentante. Solitamente è colui a cui è stato dato l’incarico di dirigere la riunione poiché è più smart degli altri i quali – sì – hanno un pc, ma non vanno oltre l’inserimento di una chiavetta Usb, sebbene a lui tale compito non vada proprio a genio. Di solito ha con sé un pc marca Lenovo e una spilla della propria organizzazione sul maglione.
Discorso a parte se il delegato appartiene a Lotta Comunista. In tal caso l’ordinanza prevede giacca e cravatta, giornale dell’organizzazione (non lo si chiami partito perlamordiddìo) piegato nella tasca della giacca. Condite il tutto con vaniloquio q.b. e prese di posizioni aprioristiche. A fine riunione, in cui non avrà esposto nulla se non il proprio ego, cercherà comunque di vendervi una copia del giornale.

¡Viva la vida, muera la muerte!

«Non so fino a che punto, ma lei, dottor Pereira, lo sa cosa gridano i nazionalisti spagnoli?, gridano viva la muerte, e io di morte non so scrivere, a me piace la vita, dottor Pereira»

Esattamente un mese fa, il 27 ottobre, il bar-bottega del commercio equo del centro di Nembro, Gherim, si è svegliato con una sorpresa scritta di nero sui paraventi dello spazio esterno. «Un rosso buono è un rosso morto», recitava la frase scritta nebulizzata a vernice sul paravento del dehors. C’era anche un simbolo ad accompagnare la scritta, uno di quelli appartenenti alla galassia delle formazioni neofasciste presenti in Italia.
Sulla stessa lunghezza d’onda, dieci giorni fa a Brescia è nato il comitato Remigrazione, egemonizzato da Casapound, evidentemente in cerca di rilancio mediatico e politico. Il comitato si ripropone, tra le altre cose, di introdurre l’istituto della remigrazione, cioè: «lo strumento di governo del fenomeno migratorio finalizzato a incentivare il ritorno degli stranieri nei Paesi d’origine».
Da «aiutiamoli a casa loro» a «riportiamoli a casa loro» è un attimo.

Entrambe le proposte hanno in comune un minimo comune denominatore: morte.
La prima lo richiama anche lessicalmente; la seconda non vi fa riferimento esplicito ma riconduce al concetto di “torna da dove sei venuto”, trascurando che le guerre occidentali si combattono sulla pelle di quello che un tempo veniva chiamato Sud del Mondo o Terzo Mondo. La sublimazione del pilatismo applicata alla contemporaneità. A chi tende il braccio per coprirsi dal sole, la morte piace moltissimo: sembra quasi che la desideri.
Fin da quando, d’annunzianamente, a Fiume si rispondeva «a noi!» al grido «a chi la morte?». Fin da quando le loro uniformi nere come l’abisso venivano decorate di teschi.

Un mese dopo quelle scritte, Gherim organizzerà una colazione solidale per promuovere i valori del commercio equo contro chi grida alla morte, rispondendo con: solidarietà, pace, libertà.
E se c’è qualcuno a cui piace così tanto la morte, chi parteciperà domenica 30 ribadirà il suo amore e il suo attaccamento alla vita.


¡Viva la vida muera la muerte!

Kerouac vive, abita in Veneto (e odia Rovigo)

Chi avrebbe mai detto che Paura e delirio a Las Vegas avrebbe potuto avere una sua versione veneta. Intendiamoci, Le città di pianura non gli assomiglia se non per il ricorso all’eccesso e al genere del road movie. Ma il viaggio dei due (splendido, Capovilla), che poi diventano tre, si dipana nel profondo Veneto e, per l’appunto, nelle “città della pianura” e allora il viaggio non è soltanto fisico, da Trebaseleghe a Camposampiero passando per l’immaginaria Cornia, è soprattutto metafisico e introspettivo: Carlobianchi, Doriano e Giulio si inerpicano nell’ardua scalata del superamento di una notte, piena di malinconia, ricordi e di alcol.
Una melancholia che vive fin da subito una biforcazione, poi ricongiunta a fine pellicola: una prima svolta è quella che introduce subito lo spettatore nell’inganno derivato dalla produttività presente nel territorio veneto, dalla vita spesa per il lavoro, in quel Rolex (regalato al pensionando Primo dal padrone che arriva in elicottero), indossato poi ogni giorno, nella vita ormai priva del lavoro, per azionare il pulsante delle videolotterie; la seconda è nella vita stessa dei due protagonisti, ex lavoratori di una grande fabbrica di occhiali della zona, insieme a Primo, che tentano di gabbare la vita del produci-consuma-crepa finendo per vendere in modo illegale e sottobanco degli scarti di produzione.
«Come stavamo bene negli anni ’90, eh», dice Carlobianchi a Doriano mentre sono illuminati dai fari di una vetusta Jaguar S-Type e tentano di riprendersi da una pessima bevuta ai margini di quel che doveva essere un pub/diner filo-statunitense posto a lato di una scarsamente illuminata strada provinciale.
La lunga notte che hanno di fronte Carlobianchi e Doriano, iniziata con una manciata di birre analcoliche e conseguente disprezzo dei due, si dipana in una serie di posti visitati, fiumi di alcol bevuti e culmina con l’incontro del giovane Giulio. La brigata, in qualche recensione fin troppo sbrigativamente sovrapposta a quella di Pinocchio insieme al Gatto e la Volpe, avrebbe dovuto avere Mestre come meta di ritorno ma è il passato che bussa alle porte dei cuori e della testa di Carlobianchi e Doriano. Genio, il loro terzo della combriccola, fuggito in Argentina per evitare una condanna derivata dal giro di rivendita di occhiali, tornando in Italia, ritrova i due esattamente come li aveva lasciati e anche il saluto che riserva loro, nel buio parcheggio all’aperto di un modesto centro commerciale, non tradisce emozioni positive, se non la rassegnazione della vita che è stata vissuta eccessivamente e che ora sta presentando il conto a tutti e tre. Giulio, dopo la batosta amorosa subita, si concede 48 ore senza pensare alle conseguenze delle sue azioni, bevendo qualsiasi cosa gli venga proposta (a qualsiasi ora), fuggendo dalla realtà, lasciandosi alle spalle le conoscenze fugaci dell’Università (anch’esse alcoliche e stupefacenti) e sognando ad occhi aperti, fino al momento in cui risalirà su di un treno regionale che lo riporterà là dove aveva desiderato di andare prima dell’incontro con i due. Forte, però, di una sprezzante e campanilistica consapevolezza imparata in quelle ore in cui si è «troppo vecchi per crescere»: Rovigo non esiste.
Menzione speciale va alla colonna sonora firmata Krano: dall’album «Requiescat in Plavem» sembra non essere passato un giorno e le nuove canzoni (scritte appositamente per il film) si intrecciano benissimo con le meno recenti “Va pian” e “Coparse”.

School drama (atto unico)

Il primo settembre significa “presa di servizio”, perlomeno se sei ancora supplente. Se sei di ruolo puoi stare tranquillo fino al primo collegio docenti, collocato immancabilmente nella prima settimana di settembre. Ad accoglierti nella scuola x/y (in ogni scuola) si mostrano davanti ai tuoi occhi, come fossero su di un palcoscenico, tutte le maschere della commedia dell’arte della scuola.
E sebbene stia parlando di una scuola del nord Italia, in questo ambito le differenze con Roma sono minime.

C’è il bidel… personale ATA che viene dalla Sicilia e inizia a fare il simpatico mostrandoti il plico di fogli di svariate pagine da compilare minuziosamente, in cui dovrai dichiarare le medesime cose ad ogni pagina (servizi svolti, numero di ore, domicilio, residenza e via dicendo). Ti porge il foglio e ti fa: «Bene professore, adesso ci vediamo tra un’oretta», sorride e ti indica l’aula in cui ci sono altri colleghi che stanno svolgendo tale lavoro amanuense.

Entri nell’Aula zero, saluti con un timido “buongiorno” e una dopo l’altra compaiono le maschere sul proscenio dell’anno scolastico che sta riprendendo: c’è la collega di scienze che ha 50 anni che ti chiede sottovoce (come se stesse copiando ad un compito in classe) se bisogna davvero compilare tutto per così tante volte; c’è la collega quarantenne che sta prendendo servizio per il ruolo e sbuffa ad ogni foglio rumoreggiando che siamonel2025eiononsoperchécifannosperecarecarta, oppure l’Amazzoniaciringrazierà o ancora machebisognoc’ècheiodicatuttequestecosenonpossologgarmiconloSpid?; c’è il supplente di scienze motorie che viene già in tuta, ai piedi ha delle Hoka blu oltremare e verde menta e mastica rumorosamente la gomma. Davanti a te la collega siciliana sulla trentina compila diligentemente senza far motto: ha il telefono (un iPhone ultimo grido) messo a tracolla com’è di moda ultimamente, come se fosse una borsetta. Sa tutto quello che deve compilare alla perfezione. Lo sa perché lei ha conoscenze. Ha parenti che lavorano al ministero e le mandano delle soffiate su graduatorie, leggi e normative vigenti. Lo sa perché si è trasferita da Marina alta di Torregrotta Montana bassa a Bergamo su segnalazione di una cugina di secondo grado la cui zia, osteopata, ha la domestica che ha una sorella dirigente del Ministero a Roma che le avrà detto più o meno così: «Vai a Bergamo perché la provincia di Marina alta di Torregrotta Montana bassa per la tua classe di concorso è satura». Di conseguenza il legame con questa conoscenza si fa incessante: la collega siciliana sa tutto e conosce ogni procedura ma a metà compilazione (cascasse il mondo) si gira chiedendoti se bisogna compilare anche il modulo per il ritiro di persona dello stipendio presso le Poste Italiane. È uno di quei moduli che spesso non vengono neanche consegnati per la compilazione. Lei lo sa che non va compilato ma vuole la conferma anche da te. Ha le scarpe a punta di colore giallo fluo e tacchi altissimi, un’orrenda camicia a fiori di un filato plasticoso che manco mi nonna e le unghie lunghissime con dei finti (spero) strass di tanto in tanto sul medio, l’anulare, l’indice.

Termini la compilazione, vai alla segreteria del personale e ti metti in fila. Davanti a te c’è la collega neo mamma (maglietta girocollo sotto ad un maglione pure girocollo di colori diversissimi, borsa gigante al seguito, Stan Smith ai piedi) che si presenta subito chiedendoti delucidazioni sulla legge duemilatrentanove comma secondo protocollata nel marzo ’23 (il cui aggiornamento giace da mesi presso Palazzo Madama per un cavillo burocratico) secondo cui anche lei potrebbe aver accesso ad un giorno in più di permesso per motivi familiari. Fai spallucce perché non sei a conoscenza di quella specifica legge ma la conversazione va avanti sulle scuole in cui avete prestato servizio. Tocca a te: consegni il plico compilato alla segretaria che lo riceve al di là dal vetro, di quelli con il foro tipo ufficio postale o azienda del trasporto pubblico locale. Alle sue spalle noti una cartina fisica enorme della regione Basilicata, evidentemente posta a rimarcare il luogo di provenienza della maggior parte degli impiegati. Hai la tua chiavetta usb in mano, quella con tutti i documenti che occorrono per la validazione della supplenza e per le verifiche delle attestazioni e delle certificazioni: te la sei preparata dall’anno scolastico 2021-2022, da quando la succursale presso cui lavoravi ti aveva chiesto di fornirgli una cartella con tutti i documenti. Da quel momento in poi aggiorni quella chiavetta e ogni anno la presenti alla presa di servizio e anche oggi la porgi alla segretaria la quale, tuttavia, ti spiazza: «Riesce a mandarmi la documentazione via mail?».

A Bergamo dicono così, quando devono chiederti una cosa: «riesci a *infinito del verbo*»: certo che ci riesco ma ti stavo agevolando. «No, meglio via posta elettronica» e ogni volta che una segretaria dice per esteso “posta elettronica” ti ricordi del tuo vecchio “Windows95” costato ore di urli da parte di tuo padre che si era incagliato nel dialogo con l’MS-DOS e che ti litigavi con tuo fratello per giocare a GrandPrix2 (in cui cercavi di vincere le gare prendendo la Minardi o la Tyrrel ma finivi sempre col motore in fiamme).

Esci dalla segreteria e arriva la collega di storia dell’arte. Ne individui subito la materia d’insegnamento perché indossa un mucchio di monili: ha anelli su tutte le mani, orecchini presi al mercatino di Cornareggio Montano alto da un hippie con la barba che le ha letto la mano prima di concludere l’affare.

Davanti a te, nel grande spazio presente all’ingresso di ogni scuola, passa un signore partenopeo che sta parlando al telefono parlando del Napoli calcio e della formazione della prossima partita di campionato in un dialetto molto marcato. Chiude la chiamata e si rivolge a una collega molto più giovane che passava di lì: «Voi siete di materia sciendifica?», lei scuote la testa e dice di essere di francese. Ma lui prosegue: «No è che io sono assistende di lab(b)oratorio ma quessS’anno sòno su sosSègno». La collega, che vorrebbe scappare, si limita ad annuire.

E infine arrivano colleghe e colleghi che sono stati nominati nuovamente in quella scuola che iniziano a chiamare tutti per nome: si avvicinano a tutti schioccando le labbra sulle guance dei collaboratori e dei vice del preside, già che ci sono salutano anche te come faceva fantozzianamente Calboni a Cortina.

È proprio ricominciato l’anno scolastico.

[Questo post è frutto della fantasia dell’autore. Gli stereotipi sono stereotipi e non c’è riferimento alcuno ad alcuna circostanza in particolare. Si satireggia.]

Il Requiem che non ha più voce

Se siete assidui dell’ascolto di Radio Radicale tanto quanto il sottoscritto, forse avete qualche problema. Scherzi a parte: se avete ascoltato l’emittente della Lista Pannella a cadenza (più o meno) regolare negli ultimi dieci anni vi sarete accorti che ultimamente manca una voce.
Non sto parlando di giornalisti o di rubriche ma dei Requiem, tristemente assenti nello spazio di passaggio della programmazione (o talmente ridotti da essere irrintracciabili).
Tra le varie particolarità e unicità di Radio Radicale c’era (purtroppo all’imperfetto) l’utilizzo di specifici intermezzi musicali tra una trasmissione e l’altra: veniva diffusa solo musica da requiem.
Nell’ultimo decennio in particolare, il 90% dello spazio radiofonico colmato dalla musica dell’emittente era tratto dal Requiem in re minore K626 di Wolfgang Amadeus Mozart del Maestro Heribert Ritter Von Karajan.

La scelta di diffondere solo i Requiem fu una precisa scelta politica assunta negli anni ’80: denunciare i morti per fame nel mondo. «Nel 1982 Radio Radicale, nel corso della iniziativa politica contro i milioni di morti per la fame nel mondo, abolisce qualsiasi intermezzo musicale che non sia un requiem», si legge ora sul sito dell’emittente radiofonica. Un’iniziativa già assunta due anni prima dal Partito Radicale nell’ambito del XXIII Congresso: da quel momento in poi il simbolo del partito sarebbe stato listato a lutto con una banda nera trasversale.

Il simbolo del Partito Radicale con la banda nera “a lutto”, simbolo della campagna contro lo sterminio per fame nel mondo. Il Pr partecipò a due elezioni politiche (1983, 1987) col simbolo “abbrunato”.

Ancora dal sito di Radio Radicale, riprendendo il testo della mozione generale dell’assise congressuale: «D’ora in poi fino alla sconfitta della politica di sterminio per fame e per guerra, a testimonianza di pietà, di umana consapevolezza e civile dignità, l’emblema del partito venga corretto in modo da risultare “abbrunato” in segno di lutto, onde contrapporlo al rifiuto decretato dal potere dei partiti e della repubblica, a ogni suo livello, di almeno onorare con un qualsiasi segno ufficiale l’immensa parte dell’umanità in questi anni, in questi mesi, sterminata». La campagna, per la verità, ebbe inizio già «alla fine del 1978» quella «contro lo sterminio per fame nel mondo», come ha ricordato quel fuoriclasse della semiotica politica di Gabriele Maestri (precisamente in questo articolo) citando il libro di Gianfranco Spadaccia pubblicato dall’editore Sellerio.

In tal senso doveva aver fatto scalpore – ma quello era il bello e la peculiarità del Pannella d’antan – il corteo che denunciava lo sterminio per fame nel mondo tenutosi la domenica di Pasqua del 1980, per cui il «Corriere della Sera» concesse uno strillo in prima pagina.

Il corteo terminava esattamente in Piazza San Pietro durante le celebrazioni della Pasqua tra la folla «di giovani di Comunione e Liberazione e dell’Opus Dei».

Ma quel Pr non esiste più e anche quella Radio è andata modificandosi sempre di più, fino quasi a perdere la sua natura militante, stando a quanto dichiarato da Enrico Rufi al «Dolomiti» in un Sommergespräch dello scorso anno, la storica voce della Rassegna delle prime pagine della mezzanotte.

La campagna, insomma, durava da decenni ed era riuscita a superare ogni trasformazione politica, qualsiasi avversità economica, tutti i dissidi e i dissapori della diaspora radicale a seguito della endemica litigiosità dell’area, della scomparsa di Pannella e della moltiplicazione dei soggetti afferenti a quella storia politica. Una campagna che rappresentava tecnicamente uno dei tratti peculiari e distintivi dell’unica radio-senza-musica. Eppure da mesi nessun Requiem viene più mandato in onda, segnando una brusca cesura col passato.

Sarebbe stato utile, invece, tornare a ribadire l’utilità del Requiem contro lo sterminio per fame nel mondo in un contesto di proliferazione bellica e odio razziale. Le guerre aumentano e si nascondono agli occhi di grandi e piccoli media: per l’occidente diventano conflitti locali che devono essere trattati semel in anno ma che producono distruzione, fame e morte allo stesso modo di quelli che finiscono sulle prime pagine di quotidiani e settimanali.
Sarebbe stato utile che il Requiem di Mozart venisse diffuso per denunciare la situazione tragica che sta vivendo il conflitto israelo-palestinese. Ma questo Radio Radicale non lo farà anche e soprattutto in forza dei collegamenti quotidiani con Fiamma Nirenstein, dunque dato il supporto totale allo Stato confessionale d’Israele (tralasciando le accuse di antisemitismo a destra e a manca [clicca per ascoltare l’audio]), dai cui collegamenti emerge uno Stato sionista che si preoccuperebbe e tutelerebbe la vita degli abitanti della Striscia di Gaza. Non lo farà nemmeno il Prntt (Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito) in forza del supporto critico ad Israele (considerata ancora «l’unica democrazia del medio oriente» quando con tutta evidenza non ha le caratteristiche dello stato liberale occidentale, pur riferimento del mondo radical-liberale [per approfondire vedere qui: https://www.atlanteditoriale.com/lannus-horribilis-della-democrazia-israeliana/ – a tal proposito da 50:00 la trasmissione settimanale con il segretario nazionale del Prntt https://www.radioradicale.it/scheda/766243/conversazione-settimanale-con-maurizio-turco-segretario-del-partito-radicale).

Chissà che storia diversa avremmo raccontato se la diffusione del Requiem fosse proseguita in un contesto di crescente recrudescenza bellica, anche e soprattutto considerando il conflitto israelo-palestinese condannando chi affama razionando le calorie a disposizione per la popolazione nella Striscia di Gaza diminuendole di anno in anno, avvelenando le falde acquifere palestinesi (perché anche assetare è un crimine).
Sarebbe stata un’azione controcorrente, forse puramente pannelliana, che però non avrà mai avuto luogo in una radio dell’establishment com’è diventata ora Radio Radicale.

A nessuno importa

Se c’è una cosa che Sostiene Pereira ha insegnato a generazioni di lettori (oltre alla libertà, alla resistenza e alla consapevolezza di sé in un mare di repressione e ostilità) questa è sicuramente l’importanza della scrittura di necrologi anticipati.
Monteiro Rossi, d’altra parte, viene ingaggiato così da Pereira: il giovane aveva pubblicato un saggio sulla morte e il vecchio giornalista ne era rimasto folgorato. Dunque, l’idea: affidare al giovane Monteiro Rossi la scrittura di necrologi anticipati, così che la pagina culturale del Lisboa potesse essere pronta alla giusta commemorazione di questo o quel personaggio illustre.

Il quotidiano l’Unità, rilevato dalla Romeo Editore, diretto da Piero Sansonetti e che porta il nome dello storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci, non deve aver compreso pienamente la lezione riguardo la preparazione dei necrologi esposta da Pereira nel romanzo di Tabucchi.

Il fatto è il seguente.
Il 29 gennaio [2025] è venuto a mancare Fiore de Rienzo, padre di Libero de Rienzo. Il quotidiano diretto da Sansonetti ne dà conto sul suo sito con un pezzo redazionale (anche se probabilmente scritto da uno dei tanti sfruttati del giornalismo italiano). Quasi al termine dell’articolo si legge che Libero De Rienzo in Fortapàsc aveva interpretato «il giornalista ucciso dalla camorra Alessandro Siani».

Questo lo scatto dell’articolo in questione. Fermo immagine del 30.1.25 alle ore 15:49.
 
Potremmo dire che la redazione de l’Unità ha preso un granchio e certamente è così. 
Ma l’articolo è visibile sul sito del quotidiano da più di 24 ore e nessuno ha modificato il nome del comico napoletano con quello di Giancarlo Siani, il giornalista ucciso dalla camorra. 
Nessuno della redazione ha corretto perché, in fondo, nessuno si preoccupa di informare correttamente, tanto meno di ammettere pubblicamente un proprio grossolano errore.

Un errore così fa male tre volte: all’informazione, la cui cartella clinica parrebbe essere intrisa di valori negativi; alla storia d’Italia, perché confondere un comico regionale con un giornalista ucciso dalla camorra non è solo mancanza di cura e accuratezza per la realizzazione del prodotto giornalistico (il cui risultato si misura in sciatteria) ma anche mancanza di cultura. Infine fa male a l’Unità: perché in questo caso non vale il discorso dell’errore indipendentemente dal nome che porta il giornale: qui il nome ha un suo peso specifico ed errori come questo sono inammissibili. Specie se non corretti.
Ma a nessuno è importato di correggerlo e nessuno si è sentito in dovere di scusarsi per quanto fatto. Come se la notizia in sé fosse una di quelle che si danno per comparire sul flusso cooptato da Google News.
Una di quelle a cui nessuno bada.

Siamo tutti Aronne Piperno

La cartolina spedita dal Ministro prof. Giuseppe Valditara a tutti i
docenti, supplenti o di ruolo, come augurio in vista delle Festività
Natalizie.

Non molti giorni fa, ogni insegnante della scuola pubblica ha ricevuto un messaggio di posta elettronica recante una cartolina di auguri trasmessa a nome del Ministro dell’Istruzione e del Merito prof. Giuseppe Valditara.  

 Dato che il Ministro si premura di ringraziare i docenti per il lavoro che svolgono quotidianamente, vorrei ricambiare i sentiti ringraziamenti a S.E. il Ministro del Mim prof. Valditara. Lo ringrazio perché ho appreso, grazie al nuovo sistema di reclutamento dei docenti, una nuova condizione sociale, psicologica, nonché esistenziale, propria di chi scrive e di tutti coloro che hanno preso parte all’ultimo concorso ordinario che sono stati esclusi (nonostante avessero raggiunto un punteggio non basso).
Quale condizione? Quella di essere Aronne Piperno. L’aronnepipernismo è una nuova categoria antropologica e rappresenta una particolare condizione dell’animo.
Sicuramente qualcuno ricorderà la scena del Marchese del Grillo.

Un Marchese del Grillo stanco, dopo una nottata di scherzi e di bagordi, rientra in casa firmando (sommariamente e con superficialità) tutto quello che gli viene messo davanti agli occhi dal suo contabile personale. Lo stesso gli annuncia la presenza dell’ebanista Aronne Piperno, il quale chiedeva di essere regolarmente pagato a seguito di un lavoro di restauro chiesto dal Marchese stesso.

  

Non ripeterò le battute della scena perché sono stra famose. Mi soffermo, tuttavia, su un momento in particolare dello scambio fra i due. Il Marchese acconsente di far entrare Aronne Piperno ma Alberto Sordi (che nel film interpreta il nobile romano) vuole solo andare a dormire e non ha voglie di scocciature: decide, per puro sfizio, piglio e ribalderia, di non pagare il lavoro svolto dall’ebanista:

« […] Marchese del Grillo: Aronne tu lavori bene…

Aronne Piperno
: Grazie!

Marchese del Grillo: …bella ‘a boiserie, bello l’armadio, belle ‘e cassapanche… bello, bello, bello tutto… bravo… grazie, adesso te ne poi pure annà.

Aronne Piperno
: Non ho capito, Eccellenza.

Marchese del Grillo: Ah n’hai capito? Ho detto: adesso te ne poi annà!

Aronne Piperno
: Me ne devo annà? Ma io c’avrei…

Marchese del Grillo
: Che c’avresti?

Aronne Piperno: …il conticino!

Marchese del Grillo
: Ah c’hai er conticino? E dammelo sto conticino!

Aronne Piperno
: Ecco…

Marchese del Grillo: Ecco er conticino! Ecco fatto! [il marchese del Grillo strappa il conto di Aronne Piperno]».

Ma sono sicuro di non essermi spiegato. Sarò, dunque, più chiaro.

Un gran numero di insegnanti ha partecipato al concorso ordinario ma, date le regole prescritte dal bando, si è visto respinto all’uscio nonostante abbia superato scritto e orale.
Bene, bravo: «mo poi rifà er concorso», parafrasando la battuta di Alberto Sordi.

Se la cosa fosse successa poco più di un trentennio fa, lo scandalo sarebbe stato enorme. Eppure ci stiamo abituando a tutto.

Sappiamo, però, grazie al Ministro, di essere tutti Aronne Piperno. Perlomeno: io ho inteso di esserlo a pieno titolo. Ho «il conticino» in tasca, lo porgo al Marchese ma lui lo strappa davanti ai miei occhi: addio soldi (e addio ruolo!).

Grazie, dunque a S.E. Ministro dell’Istruzione e del Merito prof. Giuseppe Valditara, per  avermi fatto scoprire di appartenere a questa nuova categoria antropologica.

Contro la protervia della nobiltà, contro ogni ingiustizia: sempre viva Aronne Piperno!
Aronnepiperni di tutto il mondo: uniamoci!

La paura delle formiche

Foto di Prabir Kashyap su Unsplash

Da giorni sta facendo discutere quanto affermato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla 50° edizione delle Settimane sociale dei cattolici tenutasi nella città di Trieste.
È bastato poco, per la verità, perché i sostenitori del presidenzialismo si scaldassero: Matteo Salvini – in forte crisi nel partito – ha, di nuovo, fatto tremare l’alleanza di centrodestra per cercare di recuperare un po’ di consenso interno ed esterno. È servita, come al solito, qualche voce meno leghista e più genericamente popolare (in senso di categoria politica, beninteso) di Forza Italia per cucire la proverbiale toppa provocata dal buco leghista. Quei toni utilizzati dal segretario leghista a proposito di «dittatura delle minoranze» hanno fatto arricciare il naso a molti, costretti a prendere parola anche quando non avrebbero voluto, con tutta evienza: la destra al governo deve mantenersi sul politicamente corretto. Poi la Lega ha smentito, ma il fatt(accio) ormai era già accaduto.
Non staremo qui a ripetere le dichiarazioni di Mattarella, di Salvini, di Meloni o di Tajani perché di articoli del genere ne è pieno internet e ne sono stati colmi, fino a non poterne quasi più, anche i quotidiani.

Ci interessa, in questa sede, riportare solo una delle tante interviste di commento alla vicenda che radio, tv e quotidiani hanno pubblicato: quella rilasciata da Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia-Berlusconi Presidente, ai microfoni di Lanfranco Palazzolo, giornalista di Radio Radicale andata in onda il 4 luglio [2024].

Gasparri, avendo Palazzolo chiestogli un parere sull’espressione pronunciata a Cortina da Matteo Salvini, ribadisce il suo pensiero stando nel tracciato della politica parlamentare e della questione legata al presidenzialismo per tutta la durata della breve intervista, riprendendo una proposta di Tatarella riguardo lo «statuto delle minoranze», per quel che riguarda l’ordinamento delle due Camere.

Poi, dichiara: «Guardi, [rivolgendosi al giornalista] io un caso di dittatura della minoranza glielo devo segnalare, così concludiamo la riflessione: il più grave caso della dittatura della minoranza è quello che fa sì che Spalletti rimanga alla guida della Nazionale di calcio. Non lo vuole nessuno: è presuntuoso, ci spiega tutto con quel tono di saccenza … Ecco, quello è un caso di dittatura della minoranza. La maggioranza degli italiani non lo vuole: Spalletti, vattene. Eppure, vede: [noi maggioranza] risultiamo sconfitti».

Pacioso e soddisfatto dell’incongruente paragone, Gasparri sorride mentre Palazzolo si avvicina nuovamente il microfono: «Gliela posso dire una cosa? È comunque meglio la dittatura delle minoranze della dittatura del proletariato».

Gasparri, ovviamente, gongola. Va raccontando da un trentennio dei milioni di morti del comunismo, che ogni lustro aumentano di centinaia di migliaia di unità, senza porre la minima distinzione tra chi è stato comunista fino alla fine dei suoi giorni ma venne ucciso dallo stalinismo. «Certo – annuisce sorridendo – io sono contro tutte le dittature e anche quella de Spalletti… nun se ne po’ più».

Quanto ancora fa paura l’espressione dittatura del proletariato? Fa una paura da matti. I sostenitori del neoliberismo, dunque i rappresentanti di organizzazioni politiche afferenti ai campi popolare e liberale, hanno una paura irrazionale che il loro potere piccolo e la loro esistenza possa essere messa in discussione di nuovo, che parlano sempre come se il pericolo della rivoluzione bolscevica sia dietro l’angolo. Quando è chiaro che non è e non sarà così. Perlomeno non avverrà a breve termine.
Entrambi gli attori prima citati, Gasparri e Palazzolo, hanno gli uni timore di non contare più nulla, qualora un giorno i lavoratori decidessero di mettersi in testa di farla finita davvero con lo stato di cose presenti, di essere vessati da tasse, di avere sempre meno possibilità di curarsi, di essere sfruttati ai limiti della schiavitù (la vicenda di Satnam Singh è stato un campanello d’allarme che è durato quel tanto che è bastato a far destare qualche anima bella dal proprio torpore politico-ideologico). Gli altri hanno, invece, il timore che, qualora la dittatura del proletariato giunga davvero, si dovrà dare spazio a chi la pensa differentemente anche sui media più ostili, tanto giungerà lontano l’eco dell’evento prima evocato.

Eppure gli epigoni di Karl Marx e Friederich Engels, così come della tradizione del comunismo leninista (e declinazioni conseguenti), non se la passano troppo bene, quantomeno in Italia, tanto sono divisi da essere giunti alla totale irrilevanza politica e sociale. Così talmente atomizzati da essere paradossalmente – al contrario – testardi nel continuare a perpetuare un lavoro politico di sensibilizzazione e di propaganda (per chi ancora è attivo) ma anche ingenui nel seguitare a riproporsi attraverso uno schema che – a ben vedere – ultimamente non ha portato a successi. Come operosissime formiche, sebbene un po’ schiave della routine.

Nonostante questo dato oggettivo, nonostante i comunisti in Italia non formino classe dirigente da almeno un ventennio, l’incubo peggiore per costoro è e rimarrà sempre la «dittatura del proletariato» per chi ha il potere e lo gestisce con protervia, cattiveria, odio sociale, razziale, di classe.

Che poi l’espressione significa, attraverso l’utilizzo di un linguaggio provocatorio («dittatura») di uno dei due autori in particolare (Marx) e di un’opera pubblicata a metà ‘800, quando il mondo sembrava sull’orlo della rivoluzione, che debbano essere gli sfruttati a decidere e non gli sfruttatori.

E questo fa ancora tantissima paura ai Gasparri e ai Palazzolo.

Da non credere.

Un altro manifesto [sempre a Santa Maria del Soccorso]

  

Foto di Adriano Pucciarelli su Unsplash

Non c’è più il manifesto di Lenin a Santa Maria del Soccorso. È stato strappato del tutto, fino agli ultimi brandelli. Per tre settimane il muro è rimasto “pulito” da ogni affissione.

Attorno al 15 del mese l’organizzazione italiana della Tendenza marxista internazionale ha provato ad attaccarvi due manifestini riguardo un’iniziativa che stavano promuovendo in quei giorni sulla lotta partigiana: uno è stato strappato e ne è rimasto uno solo. Ancora coraggiosamente attaccato al muro d’ingresso della fermata di Santa Maria del Soccorso.

È il giorno dopo il 25 aprile, in cui un lungo fiume di persone ha invaso le strade tra Villa Gordiani e Quarticciolo. È il giorno dopo la lieta marea.

In una delle due scuole in cui presto servizio quest’anno il ponte non è il 25 e il 26 aprile ma il 29 e 30, dunque mi incammino verso l’entrata della Metro B alle 7:30. Mentre cammino verso l’ingresso faccio un controllo delle cose toccandomi le varie tasche della giacca e dei pantaloni una dopo l’altra: moderna e attualizzata versione del tuca tuca di Raffaella Carrà. C’è tutto, anche la mascherina FFP2: per insegnare alla sezione ospedaliera serve ancora, nei reparti dell’ Umberto I è ancora obbligatoria. 

Finito il servizio torno indietro con pensieri e sguardi avvolti dalle pagine di Meneghello e dai racconti di Malo, ma purtroppo arriva il momento di scendere. Salgo le scale per riemergere alla luce del sole e noto sull’altro muro di destra, quello che dà verso l’uscita di Largo Viola, un altro manifesto. È scritto a vernice rossa e a caratteri cubitali: «W Mario Fiorentini».
Non c’è la firma: la scritta è rossa.
Mi fermo immobile, anche questa volta, oltre i cancelli dell’uscita della metro e resto a contemplare la scritta rossa qualche secondo. Non vedevo un manifesto per Mario Fiorentini da un po’ e vederne uno mi ha fatto respirare aria fina di montagna.

È proprio vero, penso, quello slogan che ci ripetiamo (benché ovunque
collocati, dispersi e divisi): quando muore un compagno o una compagna
ne nascono altri cento.
E vanno in giro ad affiggere i manifesti in ricordo di Mario Fiorentini.

Lo spirito di chi crede non si abbatte facilmente, come nella scena di Italiani brava gente in cui i nazisti e i fascisti, tedeschi e italiani occupanti le zone limitrofe al Don, stuzzicano un gruppo di civili russi facendo cantare loro L’Internazionale a mo’ di sfregio.
Ma loro l’hanno cantata davvero e quasi non si fermavano neanche coi colpi dei mitra tedeschi.

Sono teste dure, i comunisti.
Menomale.

Il Sahara Occidentale esiste (*)

* di Andrea Guerrizio (pubblicato da Comune.info)

Il popolo saharawi è bloccato nei campi rifugiati nel bel mezzo del deserto e sta aspettando un referendum che non è ancora stato indetto. Io e Benjamin siamo stati lì in passato e abbiamo constatato la mancanza di acqua, la scarsità di cibo e le lesioni causate dalle mine sulle persone – Sanna Ghotbi – Abbiamo parlato con famiglie in pena costante per i loro parenti incarcerati ingiustamente nelle prigioni marocchine nel Sahara Occidentale, sono preoccupati perché sanno che vengono torturati e, a volte, spariscono nel nulla. C’è un blocco mediatico quasi impenetrabile ed è per questo che sono davvero poche le persone a conoscenza della questione saharawi”. Un incontro “scioccante”, il desiderio di saperne di più che si fa necessità di conoscere direttamente e raccontare sono all’origine del viaggio in bicicletta che Sanna Ghotbi e Benjamin Ladraa, due attivisti per i diritti umani di nazionalità svedese hanno intrapreso dal 15 maggio 2022 per arrivare, attraverso 40 diversi paesi e oltre 30.000 chilometri di pedalate, in Sahara Occidentale nel 2025 per far conoscere il dramma del popolo Sahrawi appunto nel Sahara Occidentale, un territorio in larga parte sotto la dura occupazione marocchina, delimitato da un muro lungo 2.720 chilometri – quanto la distanza in linea d’aria tra Roma e El Aaiún, la sua capitale – circondato da circa dieci milioni di mine, che divide il popolo saharawi tra quelli che vivono nelle aree controllate dal Fronte Polisario e quelli che vivono sotto occupazione marocchina”.

In questi venti mesi Sanna e Benjamin hanno incontrato politici e dialogato con la società civile al summit G7a Hiroshima, al Consiglio per i Diritti Umani del governo tedesco e con vari membri governativi svedesi, tedeschi, giapponesi e indonesiani e, infine, con trenta università in giro per l’Asia e l’Europa; hanno incontrato molte persone, alla cui curiosità per queste due biciclette cariche di bagagli e una strana bandiera ha fatto seguito spesso solidarietà e incontro: nei quattro mesi trascorsi in Giappone – raccontano – hanno dormito una sola notte in albergo, per il resto sono stati ospiti di chi ha aperto loro la propria casa.

In questi giorni sono in Italia: il 16 febbraio li abbiamo incontrati e ascoltati raccontare la loro avventura e la drammatica situazione del popolo Sahrawi presso i locali diZTL-bicidi Roma e nelle prossime settimane raggiungeranno in sella alle loro biciclette, 70 chilometri al giorno di media, Pisa, Firenze, Bologna, Milano e Torino, prima di ripartire alla volta di Svizzera, Francia, Andorre, Spagna, Portogallo, Algeria e quindi finalmente, nel 2025, Sahara Occidentale.

Il territorio del Sahara Occidentale è occupato illegalmente dal Marocco dal 1975 e i nativi saharawi stanno tutt’ora aspettando un referendum che darebbe loro l’indipendenza dal Marocco. Il quesito referendario è stato loro promesso dall’Onu e dal Marocco nel lontano 1991, ma ancora non si è svolto. Le condizioni di vita del popolo sahrawi sono drammatiche: tra i 200.000 che vivono nei campi profughi in Algeria. “Il Programma mondiale alimentare dell’Onu – evidenziano – stima che metà dei bambini al di sotto dei cinque anni soffra di anemia e un terzo soffre di malnutrizione. La restante parte della popolazione saharawi vive nei territori occupati dove la detenzione, la tortura e le sparizioni sono all’ordine del giorno”.

Secondo l’Onu il Sahara Occidentale è la più grande colonia del mondo rimanente e, tuttavia “non arriva alle dita di una mano il conto delle persone che alla domanda «Avete mai sentito parlare prima di stasera della situazione del Sahara Occidentale» in questi mesi abbiano risposto «Sì!…».