![]() |
| fonte: https://hiveminer.com/Tags/atac%2Cbus |
Categoria: (im)popolari opinioni
«Non eravamo solo uomini: eravamo uomini, compagni, amici e fratelli»
![]() |
| Emblema del Komsomol |
#Magliettegialle is the problem, #inSiberia the solution
Bastano davvero due ramazze, qualche #magliettagialla, due guanti da lavoro e un codazzo di giornalisti prezzolati al seguito per lavarsi faccia e coscienza?
La Laguna e il calcio moderno (perché il Venezia di Tacopina fallirà, di nuovo).
Che vinca o che perda, come si direbbe nelle curve. Non mi importa che il Venezia sia in Serie D o in Lega Pro, potrebbe essere anche in Serie A, io lo seguirò sempre, anche idealmente, sebbene andare a vedere le partite a volte risulta complicato, ancorché vagamente impossibile, data la distanza. Roma-Venezia non è proprio una passeggiata, ecco.
![]() |
| Recoba in azione contro l’Inter – Venezia in Serie A |
Un po’ di storia
La nuova Prima divisione non fu clemente con l’SSC Venezia che, arrivata 17°, aveva dovuto combattere fino all’ultima giornata dei playout: lottare per la sopravvivenza, praticamente.
Chi non si ricorda, a margine della gara pareggiata contro la Pro Sesto, della capriola di Ibekwe? (la domanda potrebbe anche risultare retorica, dato che l’episodio in questione corro il rischio di ricordarmelo solo io tra i non veneziani che, da bravo manico, mi andavo a refreshare il sito dell’allora SSC Venezia ogni 5 minuti).
![]() |
| L’FBC Unione Venezia alla sua prima apparizione in Serie D |
L’unica certezza extra rosa sembra essere il Penzo, il vecchio stadio costruito a Fondamenta Sant’Elena secondo solo al Ferraris di Genova per longevità; all’interno degli undici gli unici a restare dalla Lega Pro sono Massimo Lotti, Simone Rigoni e Mattia Collauto, il capitano. A loro tre vengono affiancati dei ragazzi che avevano fatto parte delle giovanili del Venezia e altri atleti provenienti da squadre limitrofe; la prima apparizione in campionato dell’Unione Venezia vedeva la squadra così composta: Cavarzan; Bigoni, Nichele, Vianello, Cardin; Collauto, Segato, Di Prisco, Modolo; Ragusa, Corazza (‘quel’ Corazza che qualche anno fa era in forza al Novara in prestito dalla Sampdoria); nella panchina di mister Favaretto c’erano, poi, Lotti, Bivi, Rocchi, Rigoni, Volpato, Tessaro, Benedetti.
![]() |
| Tempi lontanissimi: Recoba e Maniero festanti dopo un gol siglato dall’urugagio |
La prima partita è una Caporetto: 4 a 1 contro il Montebelluna di Enrico Cunico (tecnico che guiderà la squadra l’anno successivo) e non molte possibilità d’appello. Seconda partita, seconda sconfitta, stavolta per 3 a 2 contro il Domegliara, tuttavia segnano Volpato e Nichele, i due che assieme a Collaudo trascineranno la squadra ben oltre le secche del campionato che si stava prospettando ad inizio stagione. La prima vittoria arriva alla quarta giornata: 5 a 3 contro la Virtus VeComp Verona, doppietta di Modolo e un gol a testa per Corazza, Tessaro e Collauto.
Perché l’attuale Venezia FootballClub, allenato da Filippo Inzaghi e che è tornato in Serie B, non è il FBC Unione Venezia, ma un’altra società.
Altro giro altra corsa, altro campionato altro fallimento.
Le squadre di Venezia, però, da questo momento in poi, iniziano ad essere due. Due squadre, due nomi identici, colori diversi: una arancioneroverde e un’altra neroverde; Venezia Fc e Venezia 1907; Serie D e Terza Categoria. Due mondi diversissimi non solo calcisticamente ma anche ideologicamente: la prima società (a guida Joe Tacopina) si fa portavoce della squadra arancioneroverde, la seconda (a guida Gianalberto Scarpa Basteri) ha rilevato il simbolo del centenario del Venezia facendone una nuova squadra che riparta da zero ma che abbia come obiettivo primario quello della rivalutazione del Venezia che fu. Quello neroverde e dell’unica Coppa Italia del 1941, per intenderci.
Leggi di più: «Scarpa Basteri: il Venezia siamo noi»
Il presente
Il logo del Venezia Fc, per la verità, non è un granché e il merchandise arancioneroverde non va benissimo, così come – nonostante il campionato al vertice – non va neanche la partecipazione allo stadio dei tifosi. Inzaghi, nel marzo, infatti, ebbe a dire: «I tifosi sono la nostra forza, penso che la squadra abbia bisogno e meriti uno stadio pieno. […] Mi auguro che il nostro stadio diventi il dodicesimo uomo in campo perché potrebbe aiutarci molto». Il problema, però, è che il dodicesimo uomo, spesso, è rimasto a casa e le frecciatine di Inzaghi non sono mai cessate per tutta la stagione. Tuttavia, la serie B è arrivata nonostante diverse questioni che hanno investito anche il Venezia FC, oltre a svariate squadre fra cui le due (fatiscenti) compagini romane quali Racing Roma e Lupa Roma. Trattasi dell’inchiesta fideiussioni iniziata dall’Espresso: «Da mesi decine di presidenti del pallone nostrano sono costretti a seguire da vicino le peripezie di una piccola compagnia di assicurazioni che viaggia sull’orlo del fallimento. La società in questione si chiama Gable, ha sede nel paradiso fiscale del Liechtenstein, e sta per trasformarsi nell’ennesimo scandalo del calcio italiano».
Scriveva nel settembre dello scorso anno Vittorio Malagutti sul settimanale sopracitato. Con il Nuovo Corriere Laziale siamo andati a controllare delle carte emesse dall’IVASS (Istituto Nazionale per la Vigilanza sulle Assicurazioni) e la Gable insurance risultava già fallita e commissariata. Dunque, le società coinvolte avrebbero dovuto trovare altri soldi per colmare quelli della fideiussione e tra i club coinvolti (oltre alle sopracitate fatiscenti Lupa e Racing) vi era anche il Venezia di Tacopina.
![]() |
| A.C. Venezia in Serie A |
La questione non è della pur famosa lana caprina si tratta della continuazione della vita societaria di una squadra che ha subìto, nel corso degli anni, decine di fallimenti e rilevamenti societari più o meno inadeguati alla piazza, fatto salvo il primo periodo a guida Rigoni (successivamente scomparso). La faccenda monetaria si fa tanto più presente quanto invadente nella vita lagunare arancioneroverde se si contano almeno tre fattori:
- La fideiussione da depositare per l’iscrizione in Serie B è più ingente di quella della Lega Pro (qui un comunicato chiarificatore della terza serie calcistica italiana per quel che riguarda i parametri e i costi della fideiussione). È bene ricordare, infatti, la vicenda del Pisa di Rino Gattuso che non è stata, per così dire, una passeggiata a tal proposito. Si potrà obiettare che la vicenda della crisi-pisana verteva su altre fratture oltre che quella del deposito di denaro in Federcalcio. Senza dubbio. Certo è che a quelle già esistenti si era sommata anche la questione della fideiussione.
- Questione Stadio – Il Quadrante di Tessera, dopo il niet ricevuto da più parti è decisamente un progetto del passato. Il Penzo, però, ha subìto diversi traumi nel corso degli anni: già dopo l’era-Zamparini (e, dunque, all’indomani del fallimento) «la capienza dello stadio venne dapprima limitata a 9.950 posti e poi nel 2007 (dovendo ottemperare ai nuovi regolamenti sulla sicurezza) a 7.450 posti: in tale occasione si provvide infatti a ridurre le dimensioni delle curve e dei distinti». Ristrutturare il Penzo, però, costicchia.
- Questione visibilità – Il Venezia in Lega Pro non ha visto una grande partecipazione dei tifosi (come prima menzionato) ma c’è una squadra che ha avuto un incremento di seguito e successi notevole: trattasi dell’A.C. Mestre. La squadra arancionera, sorta da un’abile mossa da parte di tre realtà locali, ora slanciatissima verso una storica (questa sì) promozione in Lega Pro. La diaspora mestrina, a seguito dell’unione Venezia-Mestre, è stata interrotta dall’iniziativa dell’FBC Union Pro (unione di società Pro Mogliano e Preganziol) che nel giugno dello scorso ha spostato la propria sede a Mestre e ha cambiato denominazione in SSD AC Mestre mentre la precedente squadra arancionera, salita in Promozione, si era trasferita a Spinea diventando l’FBC Spinea 1966. Ecco, a tal proposito, il comunicato che diramò l’Union Pro Mogliano a riguardo: «L’AC MESTRE, società nata dalla fusione tra Mestre e Mestrina, giocherà il campionato di serie D 2015/16 presso lo stadio Comunale di Mogliano in attesa del ripristino dello Stadio Baracca di Mestre (che nel frattempo sta utilizzando) I campi di allenamento della prima squadra saranno quelli di Zelarino e di Mestre. Il Settore Giovanile della AC Mestre giocherà invece nei campi di Zelarino, Giacomello e Bacci. L’FC UNION PRO disputerà le partite di campionato di Eccellenza 2015/16 presso l’impianto sportivo di Mogliano o di Preganziol, in base alla compilazione dei calendari. Le partite del Settore Giovanile si giocheranno presso lo Stadio Comunale di Via Ferretto, il Campo Secondario di Mogliano e presso lo Stadio di Preganziol». Il Mestre, dunque, rinnovato nella squadra, nel seguito e nella promozione tra i professionisti, potrebbe strappare un vasto pubblico di coloro i quali, dalla terraferma, si recano al Penzo per andare a vedere il Venezia. Mi si obietterà ma si tratta di tifosi occasionali. A costoro rispondo che sì, è ben vero. Pur tuttavia, quali sono i gruppi che si sono tesserati per seguire il Venezia? Pochi, decisamente pochissimi. Anzi, quando la precedente dirigenza licenziò mister Sassarini (Serie D), in un Venezia lanciato per la promozione, lo stadio era il triplo più pieno della declamata (e pubblicizzata) festa promozione di qualche giorno fa.
Cos’ha di così genuino il modello Sassuolo? Proprio nulla.
Ecco perché, nel breve o nel lungo termine non è dato sapere, il Venezia arancioneroverde si ritroverà con diverse grane da risolvere e con un futuro pressoché incerto, sic stantibus rebus.
Per tutto il resto c’è il Venezia 1907.
p.s. Ultimamente, quando mi ritrovo con qualcuno a parlare del più e del meno, in questi discorsi ci finisce di mezzo – come al solito – anche il calcio. Frasi fatte, mezze parole e quel “ma tu tifi ancora il Venezia?”. Certo, dico io, diventando subito serissimo. “Solo che non tifo il Venezia di Tacopina, mi sono appassionato alle vicende del Venezia 1907”. E lì a mettermi a spiegare tutta una serie di cose.
Sono un po’ un rompiscatole, lo ammetto.
Elezioni Usa, "occhio" ai third parties
«Ma sì, vota pure per un terzo partito: spreca pure il tuo voto!».
La frase potrebbe essere stata pronunciata da chiunque in un qualsiasi Stato Americano in un’altrettanto indeterminata fase elettorale. Gli USA sono – agli occhi di qualsiasi giornalista, osservatore, cittadino mediamente interessato alle questioni politiche e non – il Paese che più rappresenta il bipartitismo e il sistema elettorale maggioritario: si sta o dall’una o dall’altra parte, a meno che sia l’una che l’altra non vengano considerate two sides of the coin, cioè due facce della stessa medaglia. E’ bene, dunque, riflettere a freddo e a qualche giorno dalle elezioni americane sui dati che hanno consegnato le urne e in particolar modo quelli riguardanti i third parties tenendo però a mente la piccola quanto utilissima guida sul come si vota negli ‘States’ che ha scritto Andrea Marinelli pubblicata dal sito del Corriere della Sera a poche ore dal voto americano.
Third parties in cifre
Chiunque, dopo un rapido sguardo dato alle percentuali dei Repubblicani e dei Democratici, considererebbe qualsiasi altra percentuale completamente nulla. Le cifre, in effetti, non lasciano ampio margine al dibattito: Donald Trump, candidato repubblicano, ha guadagnato il 46, 56% e 290 grandi elettori al Congresso Americano mentre Hilary Clinton, candidata democratica, ha ottenuto il 47,83% e 232 delegati. I maggiori third parties degli USA sono il Libertarian Party (Partito Libertario), il Green Party (Partito Verde) il Constitution Party (Partito della Costituzione): le rispettive percentuali di questa tornata elettorale sono state 3,28% (4.363.228 voti), 1,02% (1.358.508 voti) e 0,14% (190.308 voti).
A vederla così, sic et simpliciter, si tratterebbe di un misero quinto quarto, come da tradizione popolare romanesca, anche perché il vero exploit di un third party ci fu solo nel 1996 ovvero l’anno della fondazione del Reform Party of the USA (tradotto, forse un po’ liberamente, Partito dei Riformatori degli Stati Uniti d’America).
Quel Reform Party che prese l‘8,40% alle Presidenziali del 1996 e che lasciò al palo gli altri partiti come il Libertarian, oggi di gran lunga più forte rispetto a dieci anni fa; quel Reform Party che ebbe tra le proprie linee anche Donald Trump per un breve periodo di tempo; quello stesso partito che nel 1998 riuscì a strappare il governo del Minnesota al blocco repubblicano/democratico e che nel giro di pochissimo tempo implose sotto il peso di scandali e mala gestione all’interno della stessa organizzazione politica. Il Green Party, in ogni caso, tra i third parties presi in esame, è quello che più è cresciuto in termini di voti e rappresentanza negli Stati: dal 2008 i verdi sono passati dall’essere rappresentati da 32 stati – più District Columbia – ai 44 di oggi.
Non tutti, in sostanza, ma una buona base per un sostanziale incremento, senza contare che alle scorse presidenziali il Green Party riusciva a prendere poco più dello 0,35% mentre ora triplica i consensi e sfiora il milione e mezzo di voti con picchi in Hawaii (3%), Oregon (2,5%) e Vermont (2,3%). Se il Green Party ha avuto un incremento riguardante una crescente presenza negli Stati, per il Libertarian party questo dato va affiancato ad un sostanziale incremento dei voti e dei consensi rispetto al passato, a partire dal fatto che il partito del porcospino è riuscito ad essere rappresentato in tutti e 50 gli stati più District Columbia. Fino alle elezioni del 2012, infatti, il Libertarian era riuscito ad essere presente in 48 stati e nel 2008 in 45.
L’incremento in termini numerici è, da questo punto di vista, sorprendente: dallo 0,4% del 2008 s’è passati ad un timido 0,99% del 2012 fino ad arrivare al 3,28% di questa tornata elettorale. Il dato interessante del Libertarian è che, al netto delle posizioni politiche e dei programmi, è riuscito a strappare tanto negli Stati tradizionalmente repubblicani (come l’Alaska) quanto in quelli a prevalenza democratica: nel Vermont, ad esempio, i repubblicani sono ben staccati dai democratici, ma Johnson, candidato del Libertarian si assesta attorno alla media del 3,4%. Non crolla, in sostanza, e rimane stabile. Ben più staccato il Cosntitution Party (Partito della Costituzione) che viaggia attorno ai 199.00 voti: dopo il crollo alle elezioni del 2012 (0,009% e la presenza in soli 26 Stati), il partito si riassesta sullo 0,14% ma diminuendo la presenza negli stati (solo 24).
Ovviamente questi dati non segnano una spaccatura del bipartitismo americano strictu sensu ma è importante – almeno a parere di chi scrive – notare e monitorare questa tendenza presente già da più di qualche tornata elettorale. Così come, sempre in riferimento alla tendenza da monitorare, quella che fa riferimento all’area marxista e socialista americana che merita decisamente una menzione (non foss’altro per la tenacia di mantenere una posizione tale in un paese come gli USA): se il PSL – Party for Socialism and Liberation non riusciva a prendere più di 9.000 voti (Presidenziali del 2012) e ad essere rappresentato in 10 stati, ora aumenta a più di 50.000 voti il proprio consenso, grazie anche alla presenza della sua candidata Gloria la Riva alle proteste feroci di Baton Rouge e degli afroamericani, appoggiate dal PSL fin dalla nascita dello stesso (2008).
L’incremento del PSL, dunque, va letto con la stessa lente – verrebbe da dire – e con la stessa chiave di lettura di quella fino a qui adoperata per i third parties: il voto afroamericano, così genericamente classificato da media e stampa internazionali, ha sicuramente influito nell’aumento di consensi in favore di Gloria la Riva, così come allo stesso modo, settori repubblicani si sono affidati al turboliberismo del Libertarian party.
Libertarian party, l’incremento del turboliberista
«I mercati tremano». O meglio, lo fanno solo giornalisticamente parlando dato che, pragmaticamente, tanto Trump quanto la Clinton rappresentano meglio di tutti gli interessi degli stessi mercati che non hanno nulla da temere col candidato repubblicano che si appresta ad insediarsi sullo scranno di Presidente degli USA. Le proposte del Libertarian sono più o meno ordinarie per la retorica pre-elettorale che accompagna gli elettori americani al voto: meno stato, più mercato, il motto repubblicano nel terzo partito americano viene estremizzato e si arriva a proporre la privatizzazione di tutti i servizi pubblici e l’abolizione del welfare state.
![]() |
| Libertarian Party Porcupine L’emblema del Libertarian è il porcospino che va ad affiancarsi all’elefantino dei repubblicani e all’asinello dei democratici |
L’incremento dei consensi del Libertarian va inserito nel quadro di polarizzazione (a destra) dell’elettorato e del corpo sociale americano: le iniziative di Obama riguardo la riforma sanitaria (unico sprazzo vagamente social-democratico dell’amministrazione Obama) hanno fatto sussultare ampi settori della borghesia e del capitalismo americano gridando al socialismo (sic!) e le proposte del partito del porcospino non sono sembrate poi così ostili ad una parte della società americana. Il Libertarian supera il 9% in New Mexico e il 6% in South Dakota andando a conquistare un ragguardevole risultato complessivo.
Se viene rovinato anche il 25 aprile
Oggi, è il 25 aprile e, personalmente, ho acquisito il valore della giornata del 25 aprile cammin facendo, non sapevo nulla di lotte partigiane, azionisti, comunisti, socialisti.
Non sapevo di essere comunista, mi hanno insegnato ad esserlo ed è un qualcosa di inspiegabile: non è una moda né un momento giovanile, come possono dirti, è una speranza per una nuova umanità, realmente.
Comunque sia, mi metto in moto e prendo la metro; arrivo a Colosseo, dov’era l’appuntamento per la partenza del corteo.
La situazione cambia rapidamente in pochissimi minuti, la polizia circonda le persone con le bandiere della Palestina, il corteo parte e lascia i comunisti al palo perché stavano difendendo il diritto alla manifestazione per chi possedeva quelle bandiere https://www.facebook.com/photo.php?v=289439267881703&l=3474844196601414610
Arrivano discussioni su discussioni mentre si sta fermi: provocatori ai lati della strada che tastavano il nostro livello di sopportazione , momenti di tensione quando alcuni, veri e propri energumeni che si sono dichiarati appartenenti alla comunità ebraica, con tanto di bandiera con la stella di David in mano, hanno iniziato ad aggredire verbalmente e fisicamente alcuni manifestanti.
Nel parapiglia un altro energumeno ha iniziato a provocare altri manifestanti da un’altra parte della strada, molto ravvicinata a quella precedente visto il fazzoletto di terra in cui si stava svolgendo l’azione. Il risultato è che sono volate parole grosse «Vattene da qui!» e «Non mettete le mani addosso, vi ammazzo tutti!», mentre riprendevo la scena col cellulare un altro signore mi mette la mano sul telefono e mi ostruisce la visuale.
Non ho una tempra fortissima, lo ammetto, e, visto tutto questo, mi siedo da una parte a ragionare su come il nostro 25 aprile di quest’anno sarebbe stato compromesso definitivamente. «Il 25 aprile, per me, è Natale», mi dice Eugenio, un compagno, un ragazzo.
Rimaniamo fermi, ancora fermi, partiamo tardissimo quando ormai la testa del corteo ha già raggiunto la Piramide e Porta San Paolo, dileguandosi completamente, per poter concedere la sfilata al sindaco Marino che ha retto lo striscione dell’Anpi per i canonici minuti utili allo scatto di qualche foto.
Forse, magari sicuramente, ho sbagliato.








