Nembro e il bar solidale. [La cooperativa? Un’alternativa alla crisi].

«Sai, la clientela è quasi sempre la medesima: siamo diventati il bar della piazza» e questo ha aiutato Gherim a riprendersi dai momenti negativi. Quelli legati al lockdown, ad esempio. Quando ero a Roma, durante gli anni scolastici del Covid, non sapevo neanche dove collocare Nembro sulla cartina. Ora che vivo da queste parti è tutta un’altra storia. Da quel momento in poi la storia di Gherim prende una piega diversa: «abbiamo attraversato varie fasi e, se devo dirti, non so davvero se riesco a ricordarle tutte». 

È il 16 maggio [2025] e, terminata la registrazione dell’intervista che sarà poi pubblicata il 19 su L’Eco di Bergamo, mi concedo un altro po’ di tempo con Francesca, la responsabile della bottega.
La cooperativa ha affrontato un momento per niente facile da superare: qui la scure del Covid si è abbattuta con maggior forza ma da quel dì è passato un lustro. 

«All’inizio non capivamo minimamente cosa stesse succedendo: avevamo paura perché arrivavano notizie in continuazione di amici o parenti che si ammalavano e morivano nel giro di pochi giorni. In pochissimo tempo ci siamo trincerati in casa: non uscivamo più». Il paese era bloccato. Tredicimila anime alle porte di Bergamo, al principio della Valle Seriana, una delle principali valli bergamasche. «Con i miei genitori – continua Francesca – avevo stabilito un orario per le chiamate: se ci fossimo sentiti ad orari diversi da quelli prestabiliti, avrebbe voluto dire mettersi in ‘allarme’». 
«Le campane suonavano a morto sempre più spesso, poi il parroco ha smesso anche di farle suonare. Il silenzio nel paese era spettrale ed era rotto solamente dalle sirene delle ambulanze che pure, con il susseguirsi dei giorni e all’aumentare delle chiamate, hanno deciso di presentarsi in silenzio e senza annunciare la propria presenza». 
Ma, in un modo o nell’altro, Gherim ha retto. 
«Ci sono stati riconoscimenti, i famosi ristori per mancata produzione: non è stato tanto ma neanche poco. Gli affitti sono stati stornati, le utenze non hanno pesato così tanto (avevamo spento tutto), ai dipendenti è stata riconosciuta una percentuale senza andar a gravare sulla coop: ci si è messi in cassa integrazione, tranne quando, successivamente, abbiamo ricominciato l’attività»
Ma anche la riapertura subiva continue oscillazioni e seguiva il flusso dei numeri pubblicati dai bollettini nel corso delle varie conferenze stampa serali: una situazione che continuava ad essere difficile da fronteggiare. 

«Come dipendenti c’erano solo Marco e Simona. Lei è venuta a mancare proprio quando sembrava che fossimo riusciti a venire a capo delle montagne russe delle continue chiusure e riaperture. Quando Simona ci ha lasciato ho pensato che fosse davvero troppo». Nei locali sopra il seminterrato in cui proseguiva la nostra conversazione, gli avventori del bar continuavano ad affluire: le risate spezzavano la tragicità del ricordo e gli ordini creativi di bevande, più simili a preparazioni galeniche che ad ordinari caffè, venivano enunciate una dopo l’altra.

«Passo dopo passo ce l’abbiamo fatta
ma sono stati mesi pesanti», sospira Francesca.

Il 31 dicembre [2025] scadrà la convenzione col comune per la gestione dei locali e Nembro potrebbe non vivere più lo spazio del Modernissimo gestito da Gherim ma la cooperativa pare aver ricevuto in dote il dono della resistenza. La situazione vissuta cinque anni fa ha mostrato che l’organizzazione cooperativa può essere una risposta alla crisi: «saremmo, effettivamente, già naufragati», ha affermato Francesca. 
Il sistema cooperativistico può rappresentare la risposta alla crisi economica e sociale, al di là di chi ha speculato su tale sistema, sull’organizzazione in sé, compromettendone la funzione agli occhi dell’opinione pubblica.
Certo è che «i volontari sono stati fondamentali: si sono rimboccati le maniche, hanno tamponato la mancanza di Simona fin da subito e hanno continuato ad essere una presenza costante successivamente». 
Dopo Simona, però, viene a mancare anche Sandro il responsabile della regia per gli eventi dell’Auditorium. Un’altra batosta.

«Una volta andato in pensione, aveva deciso di spendersi per la causa ed era qui tutti i giorni per svariate ore. Ha perfezionato tutto quel che era possibile, a regola d’arte. Ad oggi, il suo lavoro è stato sostituito da altri quattro. A detta loro “in quattro non riusciamo a fare quel che faceva lui” ma continuano a farlo per far sì che tutto il suo lavoro non vada sprecato, non riescono a sopperire alla sua professionalità, pur mantenendo in vita tutto quello che Sandro aveva costruito». 

Se si entra da Gherim per un caffè stando in piedi al bancone (come da prassi italianissima per la consumazione della tazzina) e si fa attenzione alla propria sinistra, si noteranno due foto: una di Simona e l’altra di Sandro. Un ricordo del prima perché il dopo non sia manchevole, soprattutto per chi non ha vissuto quella stagione
Qualsiasi cosa succeda dopo il 31 dicembre.

Maria alle prese col suo primo caffè.
Ultimo scatto di una Kodak usa e getta che ci è stata regalata dalle chicas Letizia e Francesca prima del viaggio in Vietnam. 

La [s]cicoria

La battaglia culturale di rivendicazione culinaria tra nord, centro e sud Italia si fonda spesso su luoghi comuni: dal Rubicone in giù si tende con estrema facilità a dare dei polentoni a coloro che abitano al di sopra della fu Linea Gotica. Allo stesso modo, chi abita nell’ex Lombardo Veneto si lascia andare in terminologie bossiane (terùn!) nei confronti di coloro che abitano dalle Marche in giù, fino ad arrivare a paragonare la cucina asiatica (aglio, curry, spezie, peperoncino e via dicendo) a quella del Mezzogiorno d’Italia.
Tanto più è aspra la lotta, tanto più prosegue intrisa di luoghi comuni e prese di posizione che affondano le radici nel «s’è sempre detto così», tale espressione in Bergamo viene condensata nello stringersi di spalle rivolgendo i palmi delle mani verso l’alto, accompagnando tale mimica con uno stentoreo «pota…».

Fatta questa premessa, è bene arrivare alla ragione del post: la cicoria. Parola la cui pronuncia alle orecchie dei non romani viene percepita con la s anteposta alla c, come per qualsiasi altra parola che preveda l’affricata palatale come prima lettera: [s]Cento(s)celle, ba[s]cio e via dicendo. 

Quell’erbetta spontanea così famosa a Roma (che in Veneto viene poco delicatamente chiamata pissacàn), nella bergamasca, semplicemente, non esiste. O meglio, non viene consumata. Si lascia crescere ma poi non viene raccolta e finisce per essere accomunata alle altre erbacce infestanti. A Roma facevo una gran scorta di cicoria sia quando mi trovavo a comprarla ai banchi del mercato di Torre Maura, sia quando mi trovavo presso i punti vendita della grande distribuzione organizzata (meglio noti come: supermercati). L’imperativo era uno: tornare a casa, indossare il grembiule (quello basso) da cucina, pulirla, lessarla e spadellarla. Dopodiché – insegnamento materno – aspettare che l’acqua di cottura si sia raffreddata per innaffiarci le piante. 

In una delle ultime spese romane prima del trasferimento, mi sono detto: «se riesco a trovare la cicoria all’Esselunga del Prenestino, ci sarà pure a quella di Bergamo. Per una volta diamo un merito alla grande distribuzione».
La prima cosa che ho fatto, dunque, una volta in Valle Seriana, è stata controllare la veridicità della mia supposizione: ci sono rimasto malissimo quando ho notato che la cicoria non solo non c’era quel giorno ma non ci sarebbe stata quel mese e non sarebbe mai giunta tra gli scaffali.
Idem per i mercati: cicoria questa sconosciuta. Ammetto che grande fu lo sconforto. 

La medesima sensazione, mista a vivo stupore, l’ho provata quando, a proposito di cicoria, ho iniziato a vedere in vendita barattoli di vetro al cui interno vi era della cicoria essiccata e triturata vicino al caffè solubile. L’etichetta esterna non mentiva: “Caffè di cicoria”.

«Da qua a ‘r Ventennio è n’attimo», ho pensato. 
Eppure qui al nord il consumo della bevanda surrogata non è così inusuale. Nelle discese romane ho appurato che anche nella Capitale sta tornando a fare capolino tale surrogato, sebbene ancor timidamente rispetto alle zone ex Lombardo-Veneto. 

Due aneddoti a riguardo.

Due aneddoti a riguardo.

Orrore e raccapriccio.

Dopo mesi di astinenza da cicoria, una sera mi trovo fuori a cena in una piccola località montana della media Valle Seriana. Leggo il menù e mi emoziono vedendo che tra i contorni viene proposta la cicoria: tento l’azzardo e ne ordino una porzione. Il cameriere arriva trionfante a portarmi il piattino contenente l’oro verde ma la mia emozione si è spenta come un cerino appena acceso esposto alla proverbiale Bora triestina. Il piatto conteneva sì cicoria ma semplicemente lessata. Bollita. Scondita. Non ripassata. 
Un colpo al cuore. (Però me la sono magnata lo stesso). 

Caffè di cicoria
Con Maria prendiamo la decisione di rimetterci in contatto con le strutture di Altromercato e del commercio-equo. A Nembro c’è una cooperativa che gestisce non solo una piccola bottega ma anche un bar che si regge, come consuetudine nella realtà di Altromercato, da lavoratori e volontari. Martedì scorso inizio il primo giorno al bar da volontario: servizio ai tavoli. Il tempo passa e tutti notano l’accento diverso alle loro orecchie: chi sorride, chi guarda storto, chi prova a fare il TotoProvenienza producendosi in un susseguirsi di grossolani errori.
A un certo punto, a metà mattina, mi sento chiamare da un tavolo: «Tè shcusa: mi porterèshti per favore un caffè di cicoria?».
Mi giro lentamente e c’è ancora il tizio con l’indice della mano destra proteso verso l’alto, sorridente, che nota la mia torsione del busto. Non riesco, stavolta, a mascherare l’accento [non ci riesco mai, a dirla tutta]: «Er caffè de [s]cicoria? Guarda io t’o porto pure ma hai sbajato periodo storico». Il tizio non coglie subito, ci rimane un po’ male, però mi fa: «No ma shi beve, neh… ma… di dove shei tè?». Sorride, non è ostile. Io rispondo scherzando e imito l’accento valligiano: «Pota, shono di Vilminore, io!». Lui, ancora più incredulo: « […] di…di Vilminore? Pota davvero?», quasi ci cascava. Per un attimo mi sono immaginato nella testa di questo tizio: uno che parla così può essere mai di Vilminore? MadonaHignùr è finito il mondo!
Dunque termino il gioco: «Ma no, te pare, sono de Roma. Quindi, abbiamo detto: un caffè di [s]cicoria?». Riprende il normale corso dell’ordinazione e torna a dire: «Shi, ecco, grazie! Ben caldo, per favore!». 
Mi avvicino al bancone per riferire: c’è Jessica (la barista) la quale non aveva ascoltato, intenta com’era a preparare caffè per chi non sarebbe stato da servire al tavolo. Le riferisco la comanda, aggiungendo a bassa voce: «Ma davero questo m’ha chiesto er caffè de [s]cicoria?». Lei, serenamente, sorride della mia totale ignoranza sui costumi della provincia e mi fa: «Si, eh: qui si usa tantissimo». 

Insomma, in Valle la [s]cicoria se la bevono.
Non sanno quello che si perdono.

Siamo tutti Aronne Piperno

La cartolina spedita dal Ministro prof. Giuseppe Valditara a tutti i
docenti, supplenti o di ruolo, come augurio in vista delle Festività
Natalizie.

Non molti giorni fa, ogni insegnante della scuola pubblica ha ricevuto un messaggio di posta elettronica recante una cartolina di auguri trasmessa a nome del Ministro dell’Istruzione e del Merito prof. Giuseppe Valditara.  

 Dato che il Ministro si premura di ringraziare i docenti per il lavoro che svolgono quotidianamente, vorrei ricambiare i sentiti ringraziamenti a S.E. il Ministro del Mim prof. Valditara. Lo ringrazio perché ho appreso, grazie al nuovo sistema di reclutamento dei docenti, una nuova condizione sociale, psicologica, nonché esistenziale, propria di chi scrive e di tutti coloro che hanno preso parte all’ultimo concorso ordinario che sono stati esclusi (nonostante avessero raggiunto un punteggio non basso).
Quale condizione? Quella di essere Aronne Piperno. L’aronnepipernismo è una nuova categoria antropologica e rappresenta una particolare condizione dell’animo.
Sicuramente qualcuno ricorderà la scena del Marchese del Grillo.

Un Marchese del Grillo stanco, dopo una nottata di scherzi e di bagordi, rientra in casa firmando (sommariamente e con superficialità) tutto quello che gli viene messo davanti agli occhi dal suo contabile personale. Lo stesso gli annuncia la presenza dell’ebanista Aronne Piperno, il quale chiedeva di essere regolarmente pagato a seguito di un lavoro di restauro chiesto dal Marchese stesso.

  

Non ripeterò le battute della scena perché sono stra famose. Mi soffermo, tuttavia, su un momento in particolare dello scambio fra i due. Il Marchese acconsente di far entrare Aronne Piperno ma Alberto Sordi (che nel film interpreta il nobile romano) vuole solo andare a dormire e non ha voglie di scocciature: decide, per puro sfizio, piglio e ribalderia, di non pagare il lavoro svolto dall’ebanista:

« […] Marchese del Grillo: Aronne tu lavori bene…

Aronne Piperno
: Grazie!

Marchese del Grillo: …bella ‘a boiserie, bello l’armadio, belle ‘e cassapanche… bello, bello, bello tutto… bravo… grazie, adesso te ne poi pure annà.

Aronne Piperno
: Non ho capito, Eccellenza.

Marchese del Grillo: Ah n’hai capito? Ho detto: adesso te ne poi annà!

Aronne Piperno
: Me ne devo annà? Ma io c’avrei…

Marchese del Grillo
: Che c’avresti?

Aronne Piperno: …il conticino!

Marchese del Grillo
: Ah c’hai er conticino? E dammelo sto conticino!

Aronne Piperno
: Ecco…

Marchese del Grillo: Ecco er conticino! Ecco fatto! [il marchese del Grillo strappa il conto di Aronne Piperno]».

Ma sono sicuro di non essermi spiegato. Sarò, dunque, più chiaro.

Un gran numero di insegnanti ha partecipato al concorso ordinario ma, date le regole prescritte dal bando, si è visto respinto all’uscio nonostante abbia superato scritto e orale.
Bene, bravo: «mo poi rifà er concorso», parafrasando la battuta di Alberto Sordi.

Se la cosa fosse successa poco più di un trentennio fa, lo scandalo sarebbe stato enorme. Eppure ci stiamo abituando a tutto.

Sappiamo, però, grazie al Ministro, di essere tutti Aronne Piperno. Perlomeno: io ho inteso di esserlo a pieno titolo. Ho «il conticino» in tasca, lo porgo al Marchese ma lui lo strappa davanti ai miei occhi: addio soldi (e addio ruolo!).

Grazie, dunque a S.E. Ministro dell’Istruzione e del Merito prof. Giuseppe Valditara, per  avermi fatto scoprire di appartenere a questa nuova categoria antropologica.

Contro la protervia della nobiltà, contro ogni ingiustizia: sempre viva Aronne Piperno!
Aronnepiperni di tutto il mondo: uniamoci!

Un altro manifesto [sempre a Santa Maria del Soccorso]

  

Foto di Adriano Pucciarelli su Unsplash

Non c’è più il manifesto di Lenin a Santa Maria del Soccorso. È stato strappato del tutto, fino agli ultimi brandelli. Per tre settimane il muro è rimasto “pulito” da ogni affissione.

Attorno al 15 del mese l’organizzazione italiana della Tendenza marxista internazionale ha provato ad attaccarvi due manifestini riguardo un’iniziativa che stavano promuovendo in quei giorni sulla lotta partigiana: uno è stato strappato e ne è rimasto uno solo. Ancora coraggiosamente attaccato al muro d’ingresso della fermata di Santa Maria del Soccorso.

È il giorno dopo il 25 aprile, in cui un lungo fiume di persone ha invaso le strade tra Villa Gordiani e Quarticciolo. È il giorno dopo la lieta marea.

In una delle due scuole in cui presto servizio quest’anno il ponte non è il 25 e il 26 aprile ma il 29 e 30, dunque mi incammino verso l’entrata della Metro B alle 7:30. Mentre cammino verso l’ingresso faccio un controllo delle cose toccandomi le varie tasche della giacca e dei pantaloni una dopo l’altra: moderna e attualizzata versione del tuca tuca di Raffaella Carrà. C’è tutto, anche la mascherina FFP2: per insegnare alla sezione ospedaliera serve ancora, nei reparti dell’ Umberto I è ancora obbligatoria. 

Finito il servizio torno indietro con pensieri e sguardi avvolti dalle pagine di Meneghello e dai racconti di Malo, ma purtroppo arriva il momento di scendere. Salgo le scale per riemergere alla luce del sole e noto sull’altro muro di destra, quello che dà verso l’uscita di Largo Viola, un altro manifesto. È scritto a vernice rossa e a caratteri cubitali: «W Mario Fiorentini».
Non c’è la firma: la scritta è rossa.
Mi fermo immobile, anche questa volta, oltre i cancelli dell’uscita della metro e resto a contemplare la scritta rossa qualche secondo. Non vedevo un manifesto per Mario Fiorentini da un po’ e vederne uno mi ha fatto respirare aria fina di montagna.

È proprio vero, penso, quello slogan che ci ripetiamo (benché ovunque
collocati, dispersi e divisi): quando muore un compagno o una compagna
ne nascono altri cento.
E vanno in giro ad affiggere i manifesti in ricordo di Mario Fiorentini.

Lo spirito di chi crede non si abbatte facilmente, come nella scena di Italiani brava gente in cui i nazisti e i fascisti, tedeschi e italiani occupanti le zone limitrofe al Don, stuzzicano un gruppo di civili russi facendo cantare loro L’Internazionale a mo’ di sfregio.
Ma loro l’hanno cantata davvero e quasi non si fermavano neanche coi colpi dei mitra tedeschi.

Sono teste dure, i comunisti.
Menomale.

Tra Gesù di Nazareth e Karl Marx: la scelta (e la vita) di “Miguel”

Lo scorso anno, prima della partenza per la Bolivia, ci [a Maria e me] è stato regalato un libro [grazie Giusi!] scritto da Luca Bonalumi attorno alle disavventure rivoluzionarie di Antonio Caglioni a Viloco e nel paese che l’ha ospitato per molti decenni. Una volta giunti dall’altra parte del mondo, siamo andati a conoscere Antonio Caglioni e abbiamo trascorso del tempo con lui, pur alloggiando a Cairoma (cittadina vicina a Viloco).

Per chi volesse, questi sono i due link agli articoli scritti a Cairoma su Antonio Caglioni e sul sistema sanitario a 5200 metri d’altitudine: Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo e Sanità pubblica e privata in Bolivia. Cercando l’assistenza capillare, trovando disordine generale.

L’introduzione al libro di Bonalumi è firmata da Don Emilio Brozzoni, sacerdote come Antonio Caglioni (a cui è davvero difficile anteporre il don davanti al nome, ma questo – a parere di chi scrive – rientra tra i pregi piuttosto che nell’ambito opposto dei difetti), bergamasco come lui, ma fenomenologicamente agli antipodi.

Don Emilio nell’introduzione racconta di un episodio curioso: una volta ricongiuntosi con Riccardo Giavarini a La Paz (don anche lui ma da soli due anni), decidono di andare a trovare Antonio Caglioni a Viloco. Il viaggio è lungo, le strade non sono agevoli ma finalmente – dopo varie ore di fuoristrada – riescono ad arrivare là, “alla fine del mondo”, a cinquemila metri d’altezza, ai piedi delle montagne popolate dai minatori di stagno in cerca della vena grande.
È il 1990, è notte e – c’è da immaginarselo – c’era una stellata meravigliosamente impressionante, data l’assenza di lampioni e illuminazioni per le vie della cittadina. Don Emilio, che immaginiamo si fosse già abituato alla mancanza d’ossigeno, riesce a prendere sonno e a dormire piuttosto bene, almeno fino a quando viene svegliato di soprassalto.

Di colpo, i tre (Caglioni, Giavarini, Brozzoni) sentono di non essere più soli: Don Emilio si sveglia e pensa ai ladri. Poi si guarda intorno: “ma che si ruberanno mai, qua” (di certo lo avrà pensato in bergamasco).
È un attimo: un uomo armato fino ai denti gli punta un fucile: «Eres Miguel?! [Sei Miguel?]» gli chiede insistentemente.

Non sa di cosa stia parlando e il commando armato si fa insistente: stanno cercando un Miguel, ex prete mezzo italiano, mezzo tedesco, e loro, tutti e tre italiani (due consacrati e un laico), senza documenti, sembravano essere il bersaglio perfetto. Miguel si sarà nascosto da quelle parti, ai piedi delle montagne popolate dai minatori per sfuggire allo Stato.

Però don Emilio non era Miguel e, nel testo d’introduzione al libro di Bonalumi, scrive un aneddoto molto divertente di quella notte in cui, dopo aver conosciuto personalmente Riccardo Giavarini, sono sicuro che si sia verificato esattamente come don Emilio ha raccontato: nel mezzo del trambusto, di uomini armati che fanno irruzione a casa di don Antonio, Riccardo cerca di placare gli animi chiedendo se – in piena notte – prendessero un caffè per poter parlare e chiarirsi.

«[…] Mi fanno alzare dal
letto (mani in alto), mettere pantaloni, scarpe e giacca a vento.
Bontà loro, niente manette ai polsi. Mi vogliono immediatamente
portare a La Paz. Riccardo intuisce che la situazione è grave e
vuole intavolare un minimo di dialogo: “Prendete un caffè o un tè?
Siete stanchi e la strada è lunga”»1.

Ma chi era Miguel?

Michael Miguel Nothdurfter era un italiano-sudtirolese di Bolzano che ha avuto una vita piuttosto intensa, una di quelle storie da raccontare, sebbene il tragico epilogo che ha avuto, ovvero ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia boliviana.
Scrive ancora don Emilio nell’introduzione al libro di Bonalumi:

«[…] Alle tre di notte
cinque di loro con il mitra circondano la casa di don Antonio e tre
in borghese sfondano la porta. Sono i tre che mi ritrovo davanti con
le pistole puntate. Finalmente viene a galla il motivo di questo
trambusto. È stato rapito il figlio del padrone della Coca Cola in
Bolivia. È ricercato un “terrorista” (così lo definiscono)
altoatesino, da ragazzo studente in un seminario di gesuiti,
impegnato politicamente con gruppi estremisti… Il filo logico è
chiaro. Hanno davanti un italiano, senza passaporto, col breviario,
nella casa di padre Antonio2,
in una regione fuori dal mondo. È lui. È Miguel. Sentono già
profumo di promozione».

Ma facciamo un passo indietro e riavvolgiamo il nastro.

A te che leggi: abbi pazienza. Sarà piuttosto lunga.

Il comandante Gonzalo va alla guerra

La vicenda di Nothdurfter viene raccontata dettagliatamente da Paolo Cagnan in un libro pubblicato nel 1997 [Il comandante Gonzalo va alla guerra, erremme, 20.000 lire, 175 pagine] ed è colmo di riferimenti, racconti, testimonianze raccolte in loco, chilometri macinati tra le città boliviane.

«Caro Fratello, il tempo
speso con i minatori di Potosì mi ha avvicinato alle persone. Le
cose per la Bolivia si stanno mettendo molto male. Il peso è stato
svalutato, i salari sono rimasti stagnanti: per le strade è
possibile vedere persone che piangono. Sono molto scioccato e solo a
vederli anche i miei occhi si appannavano»3.

Nothdurfter giunge in Bolivia il 26 agosto del 1982 dopo aver contattato la Compagnia del Gesù richiedendo di entrare a farne parte. Prima di questa sua decisione c’è stato il diploma di liceo classico e l’aspirazione a diventare prete:

«All’ultimo anno del
liceo, in occasione degli esami di maturità, Michael conosce un
missionario del seminario teologico di San Giuseppe di Bressanone, e
resta così colpito dalla sua figura che decide di seguirne la
strada. Quando comunica ai genitori la volontà di farsi prete e
diventare missionario, la sorpresa non manca, ma i segni premonitori
dii una vocazione religiosa erano già stati avvertiti in famiglia»4.

Parte per Londra e segue il primo anno di noviziato al «Mill Hill» per poi approdare a Roosendal, in cui trascorrerà il secondo anno.

Si rende conto di essere in un’isola dorata e quel mondo, l’Occidente, già non gli basta più: vuole stare a contatto con chi ha davvero bisogno del messaggio di Cristo e della sua potenza rivoluzionaria.
Si rende conto di essere fortemente attratto dalla Teologia della Liberazione e dal comunismo: studia gli scritti di Karl Marx, si interessa di quel che accade in America Latina e di quello che i Gesuiti stanno portando avanti nel Continente.
Nel 1982 è a Cochabamba dopo un viaggio di «147 ore fra autobus e treno»5 ma, anche lì, i vestiti sono stretti, metaforicamente parlando:

«La mia opzione politica è
un’opzione per il marxismo. Marx ha dato al mondo dei lavoratori se
non una soluzione, per lo meno un compito e una speranza. Per questo
motivo non esiste, nel mondo dei lavoratori, un solo gruppo politico
che non sia in qualche modo marxista […] il marxismo è la via
maestra per risolvere le straordinarie ingiustizie sociali che
costituiscono la fonte principale dell’oppressione. E questo non
con alcuni cerotti, ma con un cambiamento radicale dell’attuale
sistema»6.

Le parole di Michael sono macigni: sta cercando di essere e di porsi come cerniera tra il mondo dell’utopia socialista e quello del cristianesimo agìto, reale, praticato e non clericalizzato in rigide strutture opprimenti.

Seguire l’insegnamento di Cristo significa uscire all’esterno e aprirsi al mondo e non rimanere ancorati alla realtà del noviziato, scrive ancora Michael nell’aprile 1984 da Cochabamba:

«In confronto al “popolo
semplice” viviamo in una casa di lusso. […] Con alcuni colleghi
abbiamo pensato di modificare l’orario delle lezioni, della
preghiera e della celebrazione eucaristica in modo tale da avere la
possibilità di fare qualcosa, di parlare con la gente, di
condividere i suoi problemi. Questa possibilità ci è stata negata.
[…] “È come se io non vivessi in Bolivia, ma in un’isola”,
pensa uno di loro. Dobbiamo imparare ad amare i poveri. Lo chiamiamo
“giocare ad esser poveri”. Al contrario noi non vogliamo giocare,
ma vivere a contatto con i poveri in maniera autentica. E questo
signiffica, in maniera molto semplice, condividere la loro vita. […]
Se dovessimo arrivare alla conclusione che questa nostra strada
nella Compagnia dle Gesù non ci può portare laddove noi vorremmo,
siamo pronti a cercarla altrove»7

A maggio dello stesso anno scriverà al fratello Othwin di aver abbandonato i Gesuiti.

L’animo di Michael è in continuo fermento e ricerca: si iscrive all’Università Mayor “San Andrés” (Umsa) in cui entra in contatto con i gruppi marxisti (trotskysti, marxisti-leninisti ma anche socialisti e socialdemocratici. La Bolivia è un paese che non trova mai quiete, politicamente e socialmente parlando: sono anni difficili e quel che in Italia abbiamo definito “trasformismo” a fine ‘800, nel paese più povero dell’America Latina rappresenta la normalità.

Scriveva il «Manchester Evening News» nel 1960:

«In Bolivia le rivoluzioni
sono quasi [da considerare] uno sport nazionale.
Ce ne sono state 179
negli ultimi 130 anni. Una volta è capitato che ci fossero anche tre
presidenti in uno stesso giorno»8.

Veduta di La Paz dal mirador Killi Killi

 

Certo, sono passati ventiquattro anni da quando Nothdurfter è arrivato in Bolivia, ma la situazione non pare essere cambiata più di tanto: sono gli anni post golpe di Garcia Meza (1980-1981) in cui viene creata una nuova parola per indicare quel governo. Narcodictadura.

Tutti i presidenti, non militari, succeduti all’ultimo golpe, sono riconducibili al Movimento nazionalista rivoluzionario e al Movimento della sinistra rivoluzionaria ma è un chiaro esempio di “socialist sounding”: le alleanze, pur di conservare il potere ottenuto dalle elezioni, fanno convergere interessi molteplici. Interessi rappresentati anche dai partiti di ex militari e apertamente anticomunisti-socialisti e dichiaratamente fascisti.

Strana idea della rivoluzione, strana idea di sinistra.

Nothdurfter guarda, vive tutto questo ed è esterrefatto: il paese langue, la politica sbandiera una rivoluzione che non vuole iniziare (figurarsi se voglia un giorno portarla a compimento!) e i marxisti sono divisi. Bisogna far qualcosa, pensa Michael.

Inizia la sua esperienza con il teatro popolare nelle «borgate proletarie e nelle zone minerarie» mettendo in scena spettacoli che denunciano ingiustizie sociali e lo sfruttamento delle masse. Insieme a quest’attività, si avvicina sempre di più alle idee di Ernesto Che Guevara: c’è bisogno della rivoluzione. Quella vera, però, quella che si fa con le armi.

Nel novembre 1986, in un’altra lettera ad Othwin, dichiarerà la sua intenzione ma in lingua spagnola:

«D’ora in poi ti
scriverò sempre in spagnolo, perché non mi va che la mamma legga le
mie lettere dirette a voi. Non potrebbe capire le mie attitudini
“estremiste”»9.

Non c’è altro tempo da perdere: i poveri sono sempre più poveri, i ricchi vedono accrescere sempre di più il loro patrimonio, la sinistra è divisa, la politica strizza l’occhio ai grandi capitalisti e affama il popolo.

«[…] La sinistra
boliviana sta vivendo una crisi profonda nella quale nessuno si
salva. Per questo motivo bisogna costruire qualcosa di nuovo. […]
Non sarà facile. […] Occorreranno molte ore di discussione, ma
soprattutto molti giorni di silenziosi sacrifici, e semplice
dedizione, molte vite e molti morti, molte lacrime e molto sdegno,
innumerevoli momenti di solitudine politica, di dubbi e debolezza
ideologica
. Io, però, sono deciso – assieme alla mia
organizzazione – per dare tutto ciò che posso dare d me stesso,
poco a poco, accelerando ogni giorno il ritmo»10.

E ancora, l’anno successivo:

«Mi trovo più o meno
d’accordo con quanto sostiene Lenin in Stato e Rivoluzione in
relazione alla necessità di farla finita con lo Stato stesso, che
implica violenza rivoluzionaria. O con quanto dice il Che: “Non
esiste pratica rivoluzionaria senza lotta armata”. Senza dubbio,
però, bisogna contestualizzare. Tatticamente la violenza può essere
controproducente, ma dal punto di vista strategico rappresenta una
necessità imperiosa»11.

Inizia a militare davvero: aderisce prima ad un partito, poi ad un secondo entrambi marxisti, rivoluzionari e nazionalisti ma nessuno di essi ha quel che fa per lui, che ormai è diventato pienamente boliviano e non è più Michael ma Miguel. Abbandona entrambe le organizzazioni e decide di creare un gruppo insieme ad altri fuoriusciti. È la fine del 1988 e l’inizio del 1989. Il Muro di Berlino sta già scricchiolando e l’Unione Sovietica è a un passo dalla fine, ma questo, Miguel, ancora non lo sa né vedrà la fine dello stato sovietico.

Passano gli anni, cruciali, 1986 e 1987, dopodiché è rivoluzione: il clima politico (o, per meglio dire: il caos politico) presente in Bolivia favorisce l’inclinazione e l’opzione – per citare Nothdurfter – per la lotta armata.

«Considero un compito
principale della mia vita contribuire a condurre una vera rivoluzione
in Bolivia e in qualunque altro posto mi tocchi vivere»12.

Il 1989 è l’anno del primo “esproprio proletario” con cui Michael Nothdurfter e il suo gruppo di rivoluzionari, che nel frattempo s’è coagulato attorno a lui.

La prima vera operazione (e anche l’ultima) si chiama operazione Bautizo: si dovrà rapire un pezzo grosso del capitalismo boliviano, uno che ha implicazioni anche con l’economia americana. Il nome ricade su Jorge Lonsdale, presidente di Vascal S.A., azienda concessionaria unica per la distribuzione della Coca-Cola (e bevande del gruppo statunitense) in Bolivia. C’è anche il nome, ora, del gruppo: Comision Nestor Paz Zamora (Cnpz)

 

Il nome scelto non è casuale: Jaime Paz Zamora, presidente boliviano appena eletto, è rappresentante del Movimento della sinistra rivoluzionaria ma per mantenere il controllo dello Stato – e traffici a cui s’è accennato sopra – non ha esitato ad allearsi con i fascisti dell’alleanza nazionalista vicini a Banzer Suarez. Scrive Miguel:

«Nestor è il fratello
dell’attuale Presidente della repubblica ed è morto durante
un’azione di guerriglia a Teoponte. Nestor è l’opposto di Jaime:
il primo era un rivoluzionario e cristiano convinto e come tale si è
comportato sino alla morte. Il secondo si è alleato con l’ex
dittatore Hugo Banzer»13.

Poi arriva davvero il colpo: il sequestro riesce e dura mesi senza che la famiglia dell’industriale sia realmente interessata a riavere Lonsdale. Attorno al sequestro e al suo epilogo ci sono un mucchio di cose che non quadrano e che sia il libro di Paolo Cagnan sia i due docufilm prodotti espongono come criticità attorno al fatto. Tra i fatti che non tornano14 ci sono: Lonsdale presenta dei fori da arma da fuoco che non quadrano con le dichiarazioni della polizia, Miguel venne accusato subito (anche perché straniero, dunque elemento ancor più perturbatore del “semplice” fatto di essere un rivoluzionario15) di aver ucciso l’industriale ma senza una prova concreta, non ci sarebbe stata trattativa tra polizia e sequestratori e le forze dell’ordine hanno sparato subito anche di fronte a uomini che si stavano arrendendo e poi… il volto di Miguel, sfigurato dai proiettili «al punto da rendere impossibile l’identificazione attraverso i tratti somatici». Le autorità boliviane «hanno voluto impedire il nascere di un nuovo mito guerrigliero».

Per quanto possa essere crudo e atroce, è l’epilogo di chi aveva, senza troppi mezzi, dichiarato guerra, spinto dall’idealismo e dall’ardore romantico e rivoluzionario ad un nemico più grande, meglio organizzato e, sebbene rappresentante una “democrazia dalle ginocchia fragili”, sicuramente più strutturato della Cnpz. Nel documentario di Pichler, uno dei sopravvissuti agli arresti (tutti venticinquenni, cristiani e comunisti), chiamato in causa dal regista, dirà che Miguel era il più idealista e che dava a tutti una grande forza d’animo (sebbene negli ultimi tempi si sentisse molto isolato16) ma era anche molto impreparato.

«Lo eravamo tutti [molto impreparati]: era una
cronaca di una morte annunciata
».

Eppure Miguel, in una lettera-testamento ai genitori e alla famiglia, racconta il suo percorso, dalla partenza all’epilogo (senza essere troppo esplicito) ma che restituisce un animo in cerca di giustizia, libertà, equità e solidarietà. Di questo, penso, è bene occuparsi nell’analisi della vita di Nothdurfter e di quanto è accaduto nella vicenda del sequestro Lonsdale: andare alla ricerca, insieme a Miguel, di quanto l’occidente fosse malato allora e di quanto non sia cambiato oggi; di quanto il primo mondo sfrutti, di quanto sia impelagato in una riflessione di giustificazione e autoassoluzione senza la minima autocritica. Non assolvere Miguel per la sua guerra, ma stare dalla parte della sua anima e del suo spirito. Lo spirito di un uomo innamorato della vita a tal punto da voler ingaggiare una lotta senza quartiere contro le ingiustizie che rendono il povero ancor più schiacciato da un capitalismo selvaggio e da una borghesia sfrontata e superba. Talmente innamorato della vita da aver deciso che valesse la pena anche perderla, pur di continuare nella sua lotta.

Tra le strade della regione di Araca

Dalla lettera-testamento, scritta nell’agosto 1990 da Miguel ai suoi genitori:

«[…]

So bene che nessuna delle
persone con cui convivo potrà mai darmi un diploma o un titolo di
studio, ma secondo questa logica Gesù sarebbe diventato un fariseo e
non sarebbe mai stato crocefisso. Io non sono Cristo, ma non intendo
in alcun modo diventare un fariseo, ce ne sono fin troppi.

[…]

Dopo la guerra fredda
arriva la calda “pax capitalista”, la pace che per noi si chiama
“guerra di bassa intensità-alta probabilità”, la pace dei
ricchi che hanno sempre di più e dei poveri che hanno sempre di
meno. Per l’Est e per l’Ovest “libera economia di mercato” e
“stato di diritto”; per il Sud, la guerra e lo scambio di merci,
soverchiante e iniquo: il neoliberismo.

La principale questione è
l’alternativa. Ieri, tutti coloro che premevano per una svolta
dicevano chiaro e tondo: socialismo! Il cosiddetto socialismo reale
è, però, in crisi profonda e ora troppi gioiscono per la presunta
fine del comunismo. In questa logica, però, non dovrebbe più
esistere un solo cristiano, perlomeno dai tempi dell’Inquisizione.

La teologia della
liberazione, invece, esiste e non ha nulla a che fare con
l’Inquisizione. I movimenti di liberazione dell’America Latina
hanno così poco a che vedere con Stalin…

So di non essere stato un
buon figlio per voi. Posso anche immaginare che il contenuto di
questa lettera vi possa far preoccupare, ma dovete sapere che io
faccio ciò che devo fare. Non pretendo che mi comprendiate, ma
dovete capire che io agisco secondo coscienza, e che auguro solo il
meglio a voi e a tutti gli altri. Avrei preferito tacere, ma credo di
esservi debitore della verità. E la verità è che la passione e
l’amore per il mondo mi spinge all’azione. Anche col rischio di
commettere degli errori».

NOTE

1Luca
Bonalumi, Il prete che mirava in alto,
p.10, 2016, Edizioni Gruppo Aeper, Torre de’ Roveri (BG).

2Nelle
medesime pagine don Emilio, a proposito della stretta sorveglianza
delle autorità di polizia nei confronti di don Antonio, accenna
alle vicende del libro di Bonalumi scrivendo:
«[…] al
posto di controllo, i gendarmi notano al volante un certo padre
Antonio, da tempo sotto stretta sorveglianza per le tante vicende
raccontate in questo libro; Riccardo, un volontario italiano ben
conosciuto per i numerosi progetti in atto insieme a uno
sconosciuto».

3Da
una delle lettere scritte da Michael al fratello Othwin contenuta
sia nel libro di Cagnan che nel documentario «Der Pfad des
Kriegers» di Andreas Pichler, 2008

4Paolo
Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra,
p.21, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

5Avendo
avuto esperienza diretta dei trasporti e delle strade boliviane,
quella di Nothdurfter non è stata un’iperbole.

6Lettera
al fratello Othwin scritta a Cochabamba e datata 31 dicembre 1982.

Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra,
p.2
8,
1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

7Ibidem.

8s.n.,
On the top of the world, 14 ottobre 1960, «Manchester
evening news».

9Paolo
Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra,
p.
42,
1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

10Ibidem.

11Ibidem.

12Lettera
all’amico Ludwig Thalheimer del 6 aprile 1988, citata nel volume
di Cagnan.

13Paolo
Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra,
p.
80,
1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

14Cagnan
ne elenca sette.

15Nelle
sue ultime lettere si definiva “guerriero”.

16«Sento
profondamente il silenzio dentro di me, la solitudine imposta dal
mio destino [aveva definitivamente rotto con la sua ormai ex
fidanzata], questa congiunzione di fattori e circostanze. Mi sono
scappate alcune lacrime ma non mi arrendo al mio dolore. Il
guerriero non può evitare la sofferenza ma non si lascia mai
sopraffare da essa». 18 agosto 1990.

«Scusi, lei è un professore?»

Foto di Aedrian su Unsplash  

Tornare a scuola dopo le vacanze di Pasqua significa che l’anno scolastico è in pieno declivio. Tutti si sono lasciati alle spalle i mesi più duri di gennaio, febbraio e marzo: aprile e maggio indicano che giugno è alle porte. Rien ne va plus.

I più severi diranno che non si tratta di un momento facile: siamo ai proverbiali sgoccioli e gli studenti dovrebbero iniziare a sentire la pressione, il fiato sul collo dei consigli di classe di aprile, dei colloqui pomeridiani con i genitori. Dovrebbero, per l’appunto.
Al tecnico sono perlopiù dediti a indossare magliette a maniche corte dalla discutibile colorazione: è cambiata la stagione e, sebbene abbia ripreso a piovere, non appena la temperatura inizi ad aumentare si diminuiscono gli strati di vestiario e si è pronti per la passerella d’istituto, meglio nota come ricreazione. 

Ma in questo periodo c’è anche un altro avvenimento che inizia a palesarsi negli istituti scolastici di ogni ordine e grado: l’avvento dei rappresentanti editoriali.

Sempre più simili ad agenti immobiliari, varcano la porta dell’istituto con una valigia a rotelle come se stessero andando a prendere il treno dalla stazione di Milano Centrale, ma alle loro spalle c’è solo la remota fermata “La Rustica U.I.R.”.
Si dirigono sorridenti al gabbiotto dei bidel…personale Ata chiedendo dove sia ubicata la sala insegnanti: vi si dirigono con passo deciso e prendono possesso dell’unica grande scrivania presente in ogni sala docenti da Luino a Mazara del Vallo (occupata in gran parte da computer fissi, raccoglitori ad anelli con le circolari, fogli con le firme del giorno e stampe di varie comunicazioni sindacali). Posizionano i libri, ancora nel cellofan, come al mercato avrebbero fatto con le cassette dei carciofi: ci sono edizioni più nuove ogni anno che sono migliori di quelle dell’anno scorso e di quelle dell’anno in corso. Gli autori dei libri che propongono sono gli stessi di quelli dell’anno precedente, le parole utilizzate all’interno anche, l’interlinea – perfino – rimane invariata ma «quest’edizione è stata rivisitata e migliorata».
Lo è tutti gli anni e guai a chiedere in cosa lo sia stata: il rappresentante potrebbe prenderti per sfinimento. La loro arma più tremenda è un bloc notes in cui hanno scritto i cognomi degli insegnanti di quella scuola: che siano tre o trecento, loro li conoscono tutti sia di nome sia, talvolta, di persona.

Al cambio dell’ora  si verificano delle scene simili a quelle del Secondo tragico Fantozzi in cui Calboni trascina la signorina Silvani e Fantozzi (per l’appunto) a Courmayeur iniziando a salutare tutti pur non conoscendo nessuno: i rappresentanti delle case editrici più grandi sono l’alias vivente di Calboni.

Tutto questo ad eccezione dei supplenti: i signori nessuno dell’anno scolastico, coloro che anche la burocrazia, spesso, ignora.
Una salvezza, pensi ingenuamente.

Sono le 10:50: è ricreazione. Suona la campanella e tu, mestamente, torni in sala insegnanti, ignaro del fatto che subito dopo la prima ora siano entrati sgattaiolando i rappresentanti e si siano piazzati al centro della scrivania presente nella stanza. Vedi un uomo in giacca e cravatta che sta intrattenendosi con una collega: non hai mai visto quel volto, sarà sicuramente un rappresentante. Vuoi evitarlo per una ragione: vuole convincerti ad adottare nuovi testi per il prossimo anno scolastico. Ma tu l’anno prossimo non ci sarai.
Lui, l’agente immobiliare dell’editoria scolastica, ti incalzerà: «ma lei ha potere decisionale anche sulle adozioni del prossimo anno scolastico, professore! Le consiglio, a tal riguardo…», mentre dice così, di solito, prende dal tavolo un volume dai colori sgargianti e attacca bottone fino a prenderti per lo svenimento, fino a farti strappare un «grazie per questa proposta, ci penserò su».
Fili via dal corridoio in direzione del bar che, finalmente, ha riaperto (una delle gioie dell’anno scolastico).

Prendi tempo con un caffè e chiacchierando del più e del meno con la collega di francese: è ancora lì, lo vedi con la coda dell’occhio, ma per fortuna è sufficientemente distante dalla porta d’ingresso della sala insegnanti.
Decidi di bere l’ultima goccia del caffè ed entrare nella sala insegnanti a testa bassa, brandendo già la chiave dell’armadietto forzato in più parti dal bidel…personale Ata che te lo ha aperto con un arnese metallico l’unico giorno in cui ti sei dimenticato la chiave (generalmente c’è una sola chiave e se un giorno la dimentichi hai la sola chance del piede di porco).
Dai le spalle all’ingresso e guardi la serratura di fronte a te, inserisci la chiave e mentre apri l’armadietto senti dei passi dietro di te, passi di scarpe col tacco, passi di camicia inamidata con le iniziali cucite e cravatte salmonate che manco Gianfranco Fini quando era ministro.
È finita: ti ha trovato.

«Scusi, lei è un professore?»

La saliva

Foto di Fatih Yürür su Unsplash

 

La pigrizia, come la saliva, è una cosa importante.

O meglio: la saliva non è una cosa ma un «liquido incolore un po’ filante secreto da particolari ghiandole annesse al cavo orale», stando al vocabolario digitale della Treccani. La definizione è confermata dal vocabolario scolastico Zingarelli minore in cui si legge che la saliva è un «liquido incolore, filante».

È un liquido talmente importante per l’uomo! Esserne sprovvisti inficerebbe mansioni vitali come «la masticazione, la formazione del bolo alimentare, la deglutizione, la fonazione e la lubrificazione dell’esofago».

Saliva e pigrizia sono imprescindibili per la vita di tutti i giorni.

Se torni a casa dopo una mattinata scolastica in cui il meno ostile dei tuoi alunni ti ha detto che «tutto sommato ‘e cose j’o dette», volteggiando la mano destra a mo’ di piuma, mentre tu stai cercando invano  di far comprendere al fanciullo che Tiberio Gracco non era un console, il cognome è Gracco e non Cracco come lo chef Carlo e che, no, Quinto Fabio Massimo non può chiamarlo “l’imperatore Fabio” perché non è imperatore e non è un suo amico, abbandonare «il corpo lasso» sul letto al fine di riprodurre fedelmente la rappresentazione del “quattro di bastoni” (secondo le carte piacentine), rappresenta un valore importantissimo per la psiche e per il corpo.

Intendiamoci: in quel momento la saliva torna a fluire, le funzioni vitali dell’organismo riprendono a scorrere serenamente, il respiro migliora, gli affanni che fino a un minuto prima sembravano insormontabili, d’improvviso sembrano essere andati via in chissà quale regione remota dell’anima. 

Ecco, dunque che saliva e pigrizia sono un tutt’uno. 

Forse deve aver pensato a questo, in un lampo di genio, il collega che stava mettendo un braccio fuori dalla porta d’uscita di scuola non già per controllare se avesse smesso di piovere, quanto – piuttosto – per prendere delle gocce e farsele cadere sulla mano sinistra, mentre con la destra teneva in mano delle buste timbrate dalla scuola (che probabilmente sarebbero state utilizzate per contenere dei documenti ufficiali).

È stato un momento, un lampo.
Rimetto a posto lo zaino sulle spalle, esco dalla porta e mi rendo conto che sta iniziando a grandinare. Salutandolo, mi rivolgo a lui in tono assertivo-interrogativo: «Certo che piove forte, eh», dato che la sua posizione stava palesemente rievocando la celebre statua del discobolo e non riuscivo a capire perché lo stesse facendo, perché stesse bagnandosi l’avambraccio volontariamente.
«Eeeh sì, sì, ma a me serve solo un po’ d’acqua», mi dice sorridente e con accento che – ad occhio – era più vicino a quello di Lamezia Terme che a quello di Grumello al Monte: «non mi va di usà la saliva per chiudere le buste».

Se fosse stata una scena di un film, il sapiente regista avrebbe colto quel momento di silenzio prima del congedo tra i due e avrebbe fatto partire la celeberrima canzone di Enzo del Re: Tengo na voglia ‘e fa niente che, infatti, diceva:

Si a fatica era ‘bbona,
‘a cunsigliava o’ dottore

Il Sahara Occidentale esiste (*)

* di Andrea Guerrizio (pubblicato da Comune.info)

Il popolo saharawi è bloccato nei campi rifugiati nel bel mezzo del deserto e sta aspettando un referendum che non è ancora stato indetto. Io e Benjamin siamo stati lì in passato e abbiamo constatato la mancanza di acqua, la scarsità di cibo e le lesioni causate dalle mine sulle persone – Sanna Ghotbi – Abbiamo parlato con famiglie in pena costante per i loro parenti incarcerati ingiustamente nelle prigioni marocchine nel Sahara Occidentale, sono preoccupati perché sanno che vengono torturati e, a volte, spariscono nel nulla. C’è un blocco mediatico quasi impenetrabile ed è per questo che sono davvero poche le persone a conoscenza della questione saharawi”. Un incontro “scioccante”, il desiderio di saperne di più che si fa necessità di conoscere direttamente e raccontare sono all’origine del viaggio in bicicletta che Sanna Ghotbi e Benjamin Ladraa, due attivisti per i diritti umani di nazionalità svedese hanno intrapreso dal 15 maggio 2022 per arrivare, attraverso 40 diversi paesi e oltre 30.000 chilometri di pedalate, in Sahara Occidentale nel 2025 per far conoscere il dramma del popolo Sahrawi appunto nel Sahara Occidentale, un territorio in larga parte sotto la dura occupazione marocchina, delimitato da un muro lungo 2.720 chilometri – quanto la distanza in linea d’aria tra Roma e El Aaiún, la sua capitale – circondato da circa dieci milioni di mine, che divide il popolo saharawi tra quelli che vivono nelle aree controllate dal Fronte Polisario e quelli che vivono sotto occupazione marocchina”.

In questi venti mesi Sanna e Benjamin hanno incontrato politici e dialogato con la società civile al summit G7a Hiroshima, al Consiglio per i Diritti Umani del governo tedesco e con vari membri governativi svedesi, tedeschi, giapponesi e indonesiani e, infine, con trenta università in giro per l’Asia e l’Europa; hanno incontrato molte persone, alla cui curiosità per queste due biciclette cariche di bagagli e una strana bandiera ha fatto seguito spesso solidarietà e incontro: nei quattro mesi trascorsi in Giappone – raccontano – hanno dormito una sola notte in albergo, per il resto sono stati ospiti di chi ha aperto loro la propria casa.

In questi giorni sono in Italia: il 16 febbraio li abbiamo incontrati e ascoltati raccontare la loro avventura e la drammatica situazione del popolo Sahrawi presso i locali diZTL-bicidi Roma e nelle prossime settimane raggiungeranno in sella alle loro biciclette, 70 chilometri al giorno di media, Pisa, Firenze, Bologna, Milano e Torino, prima di ripartire alla volta di Svizzera, Francia, Andorre, Spagna, Portogallo, Algeria e quindi finalmente, nel 2025, Sahara Occidentale.

Il territorio del Sahara Occidentale è occupato illegalmente dal Marocco dal 1975 e i nativi saharawi stanno tutt’ora aspettando un referendum che darebbe loro l’indipendenza dal Marocco. Il quesito referendario è stato loro promesso dall’Onu e dal Marocco nel lontano 1991, ma ancora non si è svolto. Le condizioni di vita del popolo sahrawi sono drammatiche: tra i 200.000 che vivono nei campi profughi in Algeria. “Il Programma mondiale alimentare dell’Onu – evidenziano – stima che metà dei bambini al di sotto dei cinque anni soffra di anemia e un terzo soffre di malnutrizione. La restante parte della popolazione saharawi vive nei territori occupati dove la detenzione, la tortura e le sparizioni sono all’ordine del giorno”.

Secondo l’Onu il Sahara Occidentale è la più grande colonia del mondo rimanente e, tuttavia “non arriva alle dita di una mano il conto delle persone che alla domanda «Avete mai sentito parlare prima di stasera della situazione del Sahara Occidentale» in questi mesi abbiano risposto «Sì!…».

La cattiveria

Da ieri sera, attorno alle 20:00, gli uffici scolastici regionali di tutto il Paese stanno procedendo alla pubblicazione dei calendari di convocazione degli aspiranti docenti per il concorso cosiddetto «straordinario ter». Al di là di giudizi di merito attorno alla prova concorsuale, gli aspiranti insegnanti sono stati smistati là dove la burocrazia scolastica ha previsto lo svolgimento della detta prova scritta.

La palma d’oro alla cattiveria 2024 va all’USR della Toscana che ha convocato una parte degli aspiranti insegnanti all’Istituto superiore «Cerboni» di Portoferraio (Isola d’Elba).
Una prova concorsuale all’Elba durante il mese di marzo significa una sola cosa: abbiamo già il vincitore di diritto della “Palma d’oro per la cattiveria” di quest’anno (nonostante sia solo febbraio).

Per dirla à la livornese: oioi…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

N.B. il premio non esiste, non ci sono palme in palio ed è tutto frutto della mente di chi cura questo blog.

Tra redenzione e costrizione, riscatto sociale e culti misterici

Un’antropologa va alla ricerca del suo passato e si pone sulla via di Sister Deborah [Utopia, 18€, 136 pagine]. Santona, guaritrice, sacerdotessa di un culto che annuncia la venuta di un Messia. Ma non è un Messia qualsiasi: è donna ed è nera.
Quella bambina ruandese di etnia tutsi  non conosce il suo futuro-presente di antropologa in un’università statunitense, sa solo che la sua mamma la portava da Sister Deborah quando la sua salute peggiorava «e i medicamenti materni si rivelavano impotenti, la malattia persisteva e il male si aggravava».
Salute cagionevole, vicini maligni e invidiosi, streghe e stregoni «che vogliono il male per il gusto del male», la piccola si recava a Nyabikenke accompagnata dalla mamma per cercare di trovare una spiegazione a quella sequela di malesseri che l’attanagliavano. 
La sacerdotessa non solo liberava dal male di donne e bambini: brandiva una canna metallica la cui impugnatura, d’avorio, era incisa «come su una moneta, la figura di una donna nuda che allatta due bimbi aggrappati ai suoi fianchi e seduti sulle cosce». Madre Africa che allattava i suoi liberatori. Deborah avrebbe profetizzato la venuta di un Messia: una meravigliosa donna nera che avrebbe liberato tutte le donne ruandesi dalla schiavitù familiare e imposta dalla società patriarcale in cui vivevano per dar loro una terra fertile e prospera.
Perché se il Dio esiste – sostengono gli evangelici neri del romanzo – è senz’altro nero. E senza il minimo dubbio sarà una donna, portata grazie ad una nuvola che sosterà sopra al Ruanda. La Messia scenderà e libererà le donne. A metà tra una enigmatica figura femminile e una vera e propria sacerdotessa-guaritrice che parlava con lo spirito durante i suoi stadi di trance e di perdita dei sensi, Sister Debborah faceva parte della missione nera che aveva scelto il Ruanda per la propria predicazione. I neri americani erano tornati nel loro continente: l’Africa li stava chiamando fin dall’altra parte dell’Oceano. La missione dei “preti bianchi” era da superare e da smascherare: ultima propaggine del potere coloniale che ancora negli anni sessanta del Novecento ottenebrava le sorti del popolo ruandese.
Le donne di Nyabikenke correvano a ri-battezzarsi secondo il nuovo rito nero-americano: bastava una iriba (un abbeveratoio per le vacche) in cui immergersi nude e un pagne (un telo di cotone colorato o a tinta unica) per poi rivestirsi.
Lo spirito sarebbe sceso su di loro e, allora sì, avrebbero potuto iniziare a predicare: «le battezzate si rivolgevano alle altre donne: “Lasciate a terra la zappa, guardate piuttosto il cielo: osservate le nuvole”». La loro salvezza sarebbe giunta dal cielo  per portare alle donne nere: mille anni di felicità, prosperità e la liberazione dalla tossicità maschile e dal colonialismo. 

«Aveva in cima [alla canna] un pomello d’avorio sul quale alcune di loro avevano visto una di quelle raffigurazioni che solo un congolese privo di pudore avrebbe potuto scolpire. In effetti era rappresentata una donna completamente nuda che allattava il suo bimbo. […] in effetti poteva trattarsi della canna della regina delle donne». 

Le missioni bianche perdevano terreno e le autorità coloniali non riuscivano a contenere il potere e la predicazione di Sister Deborah: la fusione tra lo spiritualismo e il panteismo africano con il cristianesimo evangelico avevano creato un unicum fortissimo e peculiarissimo.

Il libro di Scholastique Mukasonga scorre via facilmente, benché un occidentale non riesca a comprendere pienamente quel che l’innervatura dello spiritualismo africano comporti nella vita delle persone (uomini o donne che siano), che si tratti di un condizionamento psicologico o di una fede pura e sincera. Perché, in fondo, il crogiolo di divinità, spiriti e tensioni religiose dell’Africa è territorio tuttora inesplorato e troppo spesso liquidato con superficialità da studi occidentali che vi si accostano.
Un romanzo, quello di Mukasonga, a due voci che termina con la ricerca di Sister Deborah da parte della bambina diventata antropologa. Ma il mondo che lei ha lasciato da piccola è molto cambiato, così come anche Sister Deborah, la sua vicenda e la sua sorte.