Il 'Rosatellum'

Qualche settimana fa scrivevo uno di quei miei pipponi su Pressenza. Scrivevo a proposito del cosiddetto Rosatellum, del perché non è una legge democratica e che non garantisce rappresentanza e rappresentatività. Una legge come molte altre negli ultimi decenni: a-democratica.

Mi era venuto in mente di riportare integralmente l’articolo, ma siccome è un po’ lungo e la gente oltre le quattro righe non legge più, mi limito a mettere il link qui sotto.

«Non è antidemocrazia, è solo il Rosatellum, bellezza» – https://www.pressenza.com/it/2017/10/non-anti-democrazia-solo-rosatellum-bellezza/

«Un buffo del varietà nella parte di un sergente»

Elsa Morante
Ogni tanto, per ridere un po’ della loro imbecillità, vado a spizzàrmi (*) le pagine dei vari gruppetti neofascisti di Roma Est. Uno di questi, di Torre Angela, posta continuamente locandine che in altri tempi sarebbero stati dei manifesti. Una di esse recitava, più o meno: «Lepanto: li abbiamo vinti allora, li vinceremo oggi», alludendo alla Battaglia di Lepanto in cui la cristianità sconfisse il moro
Mi è sembrata una locandina talmente ridicola da essere calzante con la descrizione del loro capo, mirabilmente descritto dalla Morante in La storia, volume che sto leggendo adesso in colpevole ritardo. 

«[…] Nell’aula dove essa insegnava, proprio al di sopra della sua cattedra in centro alla parete, stavano appese, vicino al Crocifisso, le fotografie ingrandite e incorniciate del Fondatore dell’Impero e del Re Imperatore. Il primo portava in testa un fez dalla ricca frangia ricadente, con in fronte lo stemma dell’aquila. E sotto un tale copricapo, la sua faccia, in una esibizione perfino ingenua tanto era procace, voleva ricalcare la maschera classica del Condottiero. Ma in realtà, con l’esagerata protrusione del mento, la tensione forzosa delle mandibole, e il meccanismo dilatatorio delle orbite e delle pupille, essa imitava piuttosto un buffo del varietà nella parte di un sergente o un caporale che mette paura alle reclute […]».

(*spiz-zà-re: v.tr. nell’uso corrente, voce verbale che si usa nell’ambito di un determinato uso dei social network. Tale uso sta ad indicare l’azione dello spiare profili o pagine per i più disparati fini 

Catalogna

La questione catalana ci ha dimostrato che la democrazia è “sana”, “nobile”, “positiva” solamente quando si contrappongono i due o tre (come nel caso italiano) tronconi della politica istituzionale i quali rappresentano le stesse facce di un’identica medaglia.
La questione catalana ci ha insegnato come il popolo della Catalunya non voleva altro che esercitare un proprio diritto democratico, proprio delle democrazie liberali, ma il cui tentativo è stato fermato tanto con metodi istituzionali, tanto con metodi repressivi. In barba alle varie “Carte di Helsinki” e affini, firmate dai paesi europei.
La questione catalana ci ha poi mostrato (ma in primis a me personalmente) che se si interpreta la faccenda con corposi documenti affermando che la classe operaia non è alla testa del movimento e, dunque, che la rivendicazione indipendentista rappresentrebbe solo ed esclusivamente gli interessi contrapposti di due borghesie (come ha sostenuto ad esempio il PCPE), significa non capire un fico secco di come l’indipendenza abbia rappresentato, e rappresenti tutt’ora, un movimento di massa. Negarlo significa voler continuare ad avere un seguito esiguo e un miserrimo riscontro elettorale.
Oggi in Catalogna, domani in Sardegna, Sicilia, Corsica, Kurdistan etc etc (la lista è lunga).

Il diritto all'autodeterminazione dei popoli, gli stati liberali, l'URSS

Due anni fa, anche se sembra passato decisamente più tempo, scrivevo un articolo per Sinistraineuropa.it, sito che assieme ad un gruppo di compagni ho contribuito a fondare a ridosso delle elezioni europee del 2014. La questione dell’autodeterminazione dei popoli è sempre stata una mia fissa, così come quella catalana. Questione che, stanti gli ultimi fatti di cronaca, sta esplodendo, letteralmente e neanche troppo metaforicamente. Ripropongo, interamente, dunque, l’articolo che scrissi tempo fa, ancora attuale mai come oggi. 
Il 30 novembre scorso (2015) il quotidiano spagnolo ‘El Pais’ ha tenuto un dibattito tra i candidati alla Presidenza del Governo spagnolo, presenti, nell’estratto presente qui sotto, il candidato del PP, di Podemos e del Psoe. Nella clip sottostante, dunque, è presente un estratto molto breve in cui il candidato Pedro Sanchez (Psoe) attacca Pablo Iglesias (Podemos) riguardo il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, non inserito in nessuna Costituzione liberale post-bellica ma solo in quella dell’Unione Sovietica. «Il tuo modello», ha affermato Sanchez nel dibattito, volendo chiaramente sminuire ed irridere quella che fu la realtà europea (e mondiale) che riconobbe il libero diritto all’autodeterminazione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che andavano a comporre l’Unione (delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) tacciando di comunismo il leader di Podemos, come se fosse una colpa grave tale da macchiare indelebilmente il candidato presidente o una malattia venerea. «Sai in che Paese era previsto il diritto all’autodeterminazione? L’Unione Sovietica!», dice quasi sconcertato il socialista Sanchez, a cui gli risponde un ironico Iglesias «Uuuuh que miedo!», che paura!
Le questioni che emergono dal video possono essere molteplici ma quella che salta subito agli occhi è la demonizzazione dello Stato che ha composto quello che nel novecento era chiamato il campo socialista, contrapponendolo all’occidente capitalista. Le forze politiche moderate, che hanno attraversato il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, negli ultimi venticinque anni, hanno potuto accentuare il loro carattere fortemente a favore dell’economia di mercato facendosi beffe di qualsiasi sistema alternativo che, per la verità, nel Mondo non ha mai cessato di essere presente (si pensi a Cuba, al percorso bolivariano dell’America Latina) stringendo il cappio attorno a qualsiasi dibattito riguardo il superamento del capitalismo.
Si soprassiede, in quest’occasione, riguardo le ambiguità di Podemos sul riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, dal momento che la forza politica capitanata da Pablo Iglesias non ha sempre visto di buon occhio quelle manifestazioni popolari che portavano con sé istanze di separazione dallo Stato Spagnolo.
Basti ricordare, a tal proposito, che nelle ultime elezioni per la Generalitat de Catalunya (il Parlamento Catalano) la coalizione chiamata Catalunya sì que es pot (che riuniva due formazioni di sinistra, i Verdi e Podemos) non ha sortito gli effetti sperati e si è attestata attorno al’8,5% dei voti, pur superando il Partito Popolare e pur restando – tuttavia – delle forti resistenze all’autodeterminazione in genere all’interno di Podemos.
È utile menzionare, a tal proposito, che l’unica organizzazione spagnola che pone la questione dell’autodeterminazione come una tra le principali e caratterizzanti l’attività del partito, è il PCPE (Partito Comunista dei Popoli di Spagna). Il PCPE, infatti, riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli e si struttura tramite l’affiliazione ai partiti comunisti “etnoregionalisti” delle Nazioni-senza-Stato della Spagna; fanno parte del PCPE, dunque: il Partido Comunista del Pueblo Canario, il Partit Comunista del Poble de Catalunya, il PCPE La Rioja, l’organizzazione Euskal Komunistak (Comunisti Baschi) e così in Andalusia e in Galizia.

L’autodeterminazione nell’URSS

Vale la pena ricordare, infatti, che l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fu l’unico stato che sancì – fin dalla Rivoluzione d’Ottobre – il diritto all’autodeterminazione dei popoli: «Il II Congresso dei Soviet, nell’ottobre di quest’anno, ha confermato questo diritto imprescrittibile dei popoli della Russia, in maniera più risoluta e precisa. Nell’esecuzione della volontà di questi Soviet, il Consiglio dei commissari del popolo ha deciso di porre a base della propria attività, nella questione delle nazionalità della Russia, i seguenti principi: 1) Uguaglianza e sovranità dei popoli della Russia. 2) Diritto dei popoli della Russia alla libera autodeterminazione, fino alla separazione e alla costituzione di uno Stato indipendente. 3) Soppressione di tutti i privilegi e di tutte le limitazioni nazionali e nazional-religiose. 4) Libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici abitanti sul territorio della Russia. I decreti (dekret) specifici derivanti dal presente Atto saranno elaborati non appena costituita la commissione per le questioni delle nazionalità» (“Dichiarazione dei Popoli della Russia“).

L’elemento centrale dell’autodeterminazione è sancito – e più volte riaffermato – in tutte le modifiche costituzionali dell’Unione Sovietica: nella prima parte della Legge Fondamentale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (1924) si legge «La volontà dei popoli delle repubbliche sovietiche, che si sono radunati di recente nei congressi dei loro Soviet, e che hanno unanimemente preso la decisione di formare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, serve come sicura garanzia del fatto che questa Unione è un’unione volontaria di popoli aventi uguali diritti, che ad ogni repubblica è assicurato il diritto di libera secessione dall’Unione, che l’ammissione all’Unione è aperta a tutte le repubbliche sovietiche socialiste, così quelle esistenti come quelle che potranno sorgere in avvenire, che il nuovo Stato federale si mostra degno coronamento di quelle basi di convivenza pacifica e di collaborazione fraterna dei popoli, gettate già nell’ottobre 1917».
Nella costituzione stalinista del 1936, quella additata come foriera di soppressione di libertà e repressione del dissenso dei popoli, si sancisce che «Ogni Repubblica federata ha una propria Costituzione, che tiene conto della peculiarità della repubblica, ed è redatta in piena conformità con la Costituzione dell’URSS» e che «ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS», tralasciando quello che si ratifica riguardo la parità dei cittadini e di genere: «Alla donna sono accordati nell’URSS diritti uguali a quelli dell’uomo in tutti i campi della vita economica, statale, culturale e socio-politica. La possibilità di esercitare questi diritti è assicurata dall’attribuzione alla donna dello stesso diritto dell’uomo al lavoro, alla retribuzione del lavoro, al riposo, all’assicurazione sociale e all’istruzione; dalla tutela, da parte dello Stato, degli interessi della madre e del bambino; dalla concessione di congedi di gravidanza alla donna, con mantenimento del salario, e da un’ampia rete di case di maternità, di nidi e di giardini d’infanzia».
Deliberazioni che i moderni provvedimenti sul lavoro, ammantati dalla patina della pronuncia anglista, non hanno minimamente preso in considerazione. Tralasciando, però, l’equità sociale nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nel capitolo II della Costituzione del 1936 (Ordinamento Statale) è rintracciabile un elenco di Stati e territori che vanno a comporre l’uno, cioè lo Stato Socialista. 
La bandiera dell’Abkhazia
E’ importante sottolineare come alcuni territori fossero riconosciuti come ‘Repubbliche Autonome’ già nel 1936, l’Abcasia, in tal senso, ne è un esempio: autoproclamatasi indipendente nel 1992, quando il conflitto Abcaso-Georgiano imperversava, la Repubblica in questione non è riconosciuta né dall’ONU, né dalla UE, bensì solamente da alcuni paesi ONU (Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru, Vanuatu e Tuvalu) e da altri extra-ONU (Ossezia del Sud e Transnistria). Per trattare la vicenda dell’Abcasia ci sarebbe bisogno di un capitolo – se non di un saggio – a parte, tuttavia rappresenta la pragmatica tutela delle cosiddette ‘minoranze’ da parte di uno Stato tacciato di repressione delle Nazioni-senza-Stato. L’ultima Costituzione di cui si dotò l’Unione Sovietica fu quella ratificata il 7 ottobre 1977 e firmata da Brezhnev (Presidente del presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) e da Georgadze (Segretario del presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). 
Anche nella costituzione brezhneviana il ‘quid’ dello Stato Socialista era quello di essere: «uno Stato plurinazionale federale unitario, formato sulla base del principio del federalismo socialista, come risultato della libera autodeterminazione delle nazioni dell’unione volontaria, parità di diritti, delle repubbliche socialiste sovietiche. 

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche personifica l’unità statale del popolo sovietico, salda tutte le nazioni e i popoli ai fini della comune edificazione del comunismo. […] Ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS»
Tale principio, in ogni caso, non sarebbe stato affatto sancito nelle costituzioni (europee e non) liberali post-belliche.

Proibizione delle armi nucleari: il trattato è in vigore e gli USA mancano (ovviamente) all'appello

Nella giornata di ieri, al palazzo delle Nazioni Unite di New York, si sono aperte le sottoscrizioni del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, come riporta Pressenza (agenzia d’informazione internazionale per la pace e la nonviolenza)

Le nazioni che lo hanno già firmato sono 50, numero minimo perché entri in vigore, e 3 lo hanno già ratificato (Guyana, Vaticano, Thailandia).
Tra i sottoscrittori, ovviamente, mancano all’appello gli USA ma è presente – esempio a caso – il Venezuela. Il Paese, infatti, è stato accusato delle peggiori nefandezze dagli yankees (e da tutto l’occidente imperialista) negli ultimi vent’anni, come ben sappiamo, per aver proibito ai monopòli capitalistici di speculare sulle vite umane e sull’economia del Paese e per aver avviato il processo bolivariano del Socialismo del XXI secolo.

Un altro passo di civiltà, dunque, è stato fatto dal Venezuela bolivariano.
Con buona pace di chi passa la totalità della propria vita a screditare il processo bolivariano. 

STATO FIRMATO RATIFICATO
Guyana 20/09/17 20/09/17
Santa Sede 20/09/17 20/09/17
Thailand 20/09/17 20/09/17
Algeria 20/09/17
Austria 20/09/17
Bangladesh 20/09/17
Brazil 20/09/17
Cabo Verde 20/09/17
Central African Republic 20/09/17
Chile 20/09/17
Comoros 20/09/17
Congo 20/09/17
Costa Rica 20/09/17
Cote d’Ivoire 20/09/17
Cuba 20/09/17
DRC (Congo) 20/09/17
Ecuador 20/09/17
El Salvador 20/09/17
Fiji 20/09/17
Gambia 20/09/17
Ghana 20/09/17
Guatemala 20/09/17
Honduras 20/09/17
Indonesia 20/09/17
Ireland 20/09/17
Kiribati 20/09/17
Libya 20/09/17
Liechtenstein 20/09/17
Madagascar 20/09/17
Malawi 20/09/17
Malaysia 20/09/17
Mexico 20/09/17
Nepal 20/09/17
New Zealand 20/09/17
Nigeria 20/09/17
Palau 20/09/17
Palestine 20/09/17
Panama 20/09/17
Paraguay 20/09/17
Peru 20/09/17
Philippines 20/09/17
Samoa 20/09/17
San Marino 20/09/17
Sao Tome & Principe 20/09/17
South Africa 20/09/17
Togo 20/09/17
Tuvalu 20/09/17
Uruguay 20/09/17
Vanuatu 20/09/17
Venezuela 20/09/17

Lo "sloganificio" e l'amministrazione di Roma

Sloganificio. Il termine viene utilizzato a ragione da Mario Sechi, già direttore del Tempo, riguardo un tweet della Raggi prima che venisse eletta Sindaco di Roma, e prima ancora della partecipazione alla campagna elettorale post-Marino/Tronca.
Dunque, quando era ancora, assieme a Stefàno, De Vito e Frongia, consigliere d’opposizione in Assemblea Capitolina, Ignatius Marinus consule
Il termine sloganificio, diffuso tramite List il nuovo progetto del direttore, è opportuno ma a cui mi sento di dover aggiungere qualcosa: non si tratta solo di sloganificio, si tratta di banalizzazione estrema (certo conseguenza del termine menzionato) e personalizzazione di un qualcosa che dovrebbe andare oltre il mero additamento del colpevole, specie nella città in questione. La politica più è litigiosa e meno sa di contare, e questo è innegabile. Quando si inizia a parlare con toni simili si va a finire, inevitabilmente, nel ridicolo. 
Prova ne è non solo il tweet della Raggi in questione: Di Battista, infatti, il 5 marzo del 2015 se ne usciva scrivendo: «Piove un giorno e #Roma diventa la città più invivibile d’Europa #SottoMarinoDimettiti». Lungi dal difendere questo o quel primo cittadino, in questa sede mi limito solo a dire che un problema enorme come la gestione e l’amministrazione della Capitale non passa per mezzo di un tweet o di un post su Facebook. La propaganda va utilizzata cum grano salis, se si vuole impostare il proprio discorso pubblico in modo propagandistico lo si faccia pure, ma poi si argomenti, quali che siano le posizioni. In questo caso i social danno adito solo ad una pletora di facile propaganda, da cui si tiene ben lontano anche il minimo contenuto.
Le questioni della città di Roma sono imponenti e nella loro grandezza determinano, per forza di cose, anche quelle più piccole o quotidiane: non c’è amministrazione della Città se vengono accettati supinamente i vincoli del patto di stabilità e del debito pubblico.

Proprio riguardo il debito pubblico, il Commissario Straordinario per il Rientro del Debito del Comune di Roma, Silvia Scozzese, relazionando in commissione bilancio della Camera dei Deputati del 5 aprile 2016, disse testualmente: «Né i piani di rientro del debito di Roma Capitale finora redatti, né il documento di accertamento definitivo del debito sembrano contenere una ricognizione analitica e una rappresentazione esaustiva della situazione finanziaria da risanare antecedente al 2008. Attualmente, per il 43% delle posizioni presenti nel sistema informatico del Comune, non è stato individuato direttamente il soggetto creditore»

Tagliando con la metaforica accétta: il Comune deve ridare dei soldi, ma “non sa” a chi.

Il famoso audit sul debito (qualora servisse a qualcosa) proposto dalla Raggi è stato solo uno scalpo da mostrare ad una parte del Movimento5Stelle, niente di più. E ancora oggi, nonostante l’anno interno di governo, i gommoni servono ancora, Virginia Raggi consule.

La "Nuova Repubblica" pensa a te. A te, che sei lì di fronte l'idrante.

La Nuova Repubblica si fonda su basi solide. Ha radici profonde: Ogni anno, infatti, ci premuriamo di far capire ai cittadini che non bisogna festeggiare feste retrograde e antiche come quelle del 25 aprile. Il passato va tutelato, va studiato, ma va analizzato e preservato come si fa con quelle colonie di uccelli che altrimenti si estinguerebbero. Non va data importanza alle ricorrenze di cui bisognerebbe giustificarne il senso. Noi, o meglio,  la nuova repubblica deve costruire il  nuovo immaginario collettivo attorno a sé. Deve mostrare la propria operosità nei confronti del futuro. Bisogna guardare avanti, e guardare avanti significa inesorabilmente voltare le spalle a quel-che-è-stato.
È passato, niente di più.
Ecco perché ogni anno abbiamo pensato di istituire un giorno, che chiameremo della libertà, che casualmente coincide col 25 aprile vecchio, quello che si festeggiava a Porta San Paolo, e lo celebreremo con le autorità, al Portico d’Ottavia, al Ghetto, insieme alla Comunità Ebraica.
Insieme. Non bisogna essere divisivi, come era il vecchio 25 aprile, quando si andava in piazza (concetto antichissimo!) in cui si andava col fazzolettone dell’Anpi e magari pure a sfoggiare una delle tante bandiere rosse.
I cosiddetti  repubblichini sono uomini tanto quanto i partigiani. Ma ora chi è più repubblichino o partigiano? Siamo uomini. E gli uomini vanno avanti, non voltano le spalle al prossimo.
La Nuova Repubblica guarda al futuro: È bene far vivere la legalità prima di tutto. Legalità per chi se la merita e giustizia per chi se la può permettere. Dunque se sei un rifugiato a cui qualcuno, malelingue, dice che avremmo dovuto pensare a te e invece di aspettare che lo stato agisca si mette a occupare palazzine, ebbbene la legalità arriverà pure per te o per lui che ascolta o legge questo messaggio.
Un sacco di legalità, tantissima legalità.
In faccia, sulle spalle, a suon di manganelli.
Legalità.
La Nuova Repubblica è sana e non è collusa coi poteri forti. Ogni anno infatti andiamo a confronto, in un meeting a Rimini, con le parti più nobili della società italiana. Il volontariato cattolico e la cattolicità tutta risponde sempre affermativamente alla cooperazione Stato/volontariato.
Spirito, riforme; sindone e Costituzione nuova, alla fin fine la storia è la stessa. Bisogna solo mettersi d’accordo sui termini. Niente di più.
La Nuova Repubblica sostiene il lavoro. Lei per esempio, che lavoro fa? Il giornalista? Bene: Si è appena liberato uno dei 300.000 posti annunciato dal Governo, e poi dica che non la pensiamo. Proprio da giornalista, sì: Serve un aggiornatore di contenuti a ilcavalloquotidiano.it: il lavoro è strutturato su turni da 6 ore al giorno, 20cent a riga massimo duemila battute sennò la gente non legge. Mo te pare che stanno pure a legge, metti un bel titolo tipo “Ucciso mentre strigliava il cavallo prima della corsa” però poi parli do tutt’altro, senno come ti pago? Io ti pago in visualizzazioni mica a carezze o coi soldi miei! Ci pensa Google!
La Nuova Repubblica pensa a te.
A te, che sei lì di fronte all’idrante.

Il «Truman Show del comunismo» e la paura del diverso. Quella vera.

fonte:
http://www.earthnutshell.com/100-photos-from-north-korea-part2/

Pagina 99 di questo mese, nell’edizione speciale estiva, dedica due pagine ad un reportage di Alessandro Albana sulla Repubblica Democratica Popolare di Corea o, più comunemente, Nord Corea. Le due pagine scritte dal corrispondente si leggono velocemente e l’occhio non troppo attento non presta attenzione a quello che è stato riportato. Nei due box, situati nel taglio alto della seconda pagina, l’autore specifica diverse cose che non ha avuto modo di trattare nell’articolo, tuttavia si tratta dei soliti luoghi comuni che l’Albana riporta, contraddicendosi anche in due casi. 


In Cose da Sapere, l’autore cade nella solita retorica anticoreana in cui già qui si smontavano tutte le bufale (termine molto in voga in questa fase storica) riguardo la Repubblica Democratica Popolare di Corea.  Il giornalista, infatti, scrive che il sistema del turismo è già attivo dagli anni Novanta in Nord Corea e che «per individuare nuovi tour operator è sufficiente una ricerca sul web»: nel corpo dell’articolo, però, afferma: «[…] Il tutto mentre a Pyongyang i telefoni cellulari sono oramai molto diffusi: nonostante l’accesso a internet non sia permesso, si tratta di un’altra novità significativa in un contesto in cui, fino a pochi anni fa, possedere e utilizzare i cellulari era vietato».
Se l’accesso ad internet non è permesso, risulta difficile immaginare un confronto fra tour operator da remoto.  Questa, insomma, è una delle tante menzogne sulla Nord Corea. In un articolo, uscito su La Riscossa di qualche mese fa, scrivevo come Yeonmi Park, a proposito dei detrattori nordcoreani che demonizzano il loro paese di nascita all’estero e in occidente, avesse affermato in un popolare video registrato in un evento internazionale, di una Nord Corea «in cui sarebbe «negato il diritto allo studio» («non ci sono biblioteche»), il diritto all’informazione («non ci sono giornali») in cui è presente «un solo canale TV», «non c’è internet» ma, soprattutto, non si possono vedere film di Hollywood. Pena, violenze fisiche, corporali, sessuali, financo la morte. Si potrebbe rispondere linkando il sito dell’Ateneo dedicato a Kim Il Sung per rispondere alle illazioni della Park: non ci sono biblioteche, è negato il diritto allo studio, non c’è internet eppure esiste un sito internet che contiene tutte e tre queste cose: http://www.ryongnamsan.edu.kp/univ/switchlang?lang=en».

Leggi di più: Corea del Nord e dissidenti: la controversa storia di Yeonmi Park

Si potrebbe continuare per ore contestando una per una le menzogne (o, come forse in questo caso, le notizie aprioristicamente accettate) riportate anche da Albana («meglio non portare la Bibbia») anche se in modo più sottile e diluito, pur tuttavia, la questione davvero centrale, almeno a parere di chi scrive, è quella del Truman Show del comunismo. Titolo del reportage e conclusione, sostanzialmente, dell’articolo dell’Albana: «[…] Dagli hotel, Pyongyang è uno sfondo semibuio e lontano. So che in passato, qualcuno ha provato a lasciare l’albergo, di notte e senza le guide, per indagarne il mistero o per banale curiosità.
I tentativi sono sempre falliti e l’audacia ricondotta entro i confini degli spazi percorribili. Pyongyang rimane una città in controluce, misteriosa, inafferrabile. Lasciarla non basterà a scrollarsi di dosso la sensazione di essersi mossi dentro uno spazio in cui è difficile distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è.».

Pyongyang – Capitale della Nord Corea

Un Truman Show in cui l’autore dell’articolo è disorientato e in cui è “difficile” (forse l’Albana sottintendeva anche impalpabile) distinguere fra reale e irreale, senza analizzare troppo (o per niente) la totale differenza che intercorre fra l’occidente capitalista e l’oriente, in particolar modo di un paese (la Corea del Nord) che non ha intrapreso la strada della globalizzazione e della finanziarizzazione selvaggia,  i cui mezzi di produzione appartengono ai lavoratori. Di un paese, dunque, di cui si ignorano i sistemi produttivi e i diritti sociali di cui gode la popolazione. Paragonando, il tutto, semplicemente sovrapponendo “realtà europea-liberista” e “realtà coreana-dittatoriale”. Liberismo, di cui, però, gli “europei” ben conoscono disumanità e criticità. 
La paura del diverso, in sostanza, passa soprattutto attraverso il rifiuto di analizzare acriticamente quello che è realmente la Nord Corea dando credito a notizie non verificate, accettate aprioristicamente, e facendo credere che sia un Paese popolato da una massa informe di sudditi che vuole fermamente la guerra contro gli USA.
Ignorando, ad esempio, tutte le violazioni ONU e gli schiaffi (metaforici e non) degli USA al processo di pace nell’area coreana (Leggi: Il “Consiglio mondiale per la pace” condanna le sanzioni e le minacce contro la Corea del Nord).

"Not my Europe" de che?

Da qualche mese a questa parte campeggia una cornice per le immagini del profilo di Facebook e una in particolare mi ha incuriosito, tanto per il messaggio quanto per il modo in cui esso veniva trasmesso. 

Lo slogan è Not my Europe, ed è stata divulgata inizialmente dall’ONG Medici Senza Frontiere che ha promosso, lo scorso 25 marzo, la manifestazione a cui avevano aderito svariate associazioni e partiti (dalla FIOM a Radicali Italiani, da settori di Rifondazione Comunista ad A Buon Diritto, da Antigone alla Gioventù Federalista Europea).  (*). La bandiera europea è rappresentata ondulata, come il Mediterraneo, teatro di dibattiti circa sbarchi e salvataggi e da una sorta di filo spinato intrecciato (un po’ come la corona di spine del Cristo) anziché dalle stelle dei soggetti fondatori dell’UE. Di lato campeggiano, poi, le scritte: no blocchi, no muri, no accordi disumani. Il filo spinato è, dunque, chiaramente un rimando a quel che è stato fatto precedentemente dal governo ungherese e dal famigerato Orbàn, pur tuttavia può essere allusivo, come prima ipotizzavo, tanto della corona di spine (sofferenza, costrizione), quanto della delimitazione propria di un’area militare (forza e rispetto delle leggi attraverso di essa).
Mi ha incuriosito, più di tutte, la questione del not my Europe in senso negativo ma implicitamente positivo che l’immagine porta con sé.
Mi spiego meglio. Affermare, come migliaia di utenti stanno facendo, apponendo l’immagine in questione sovrapposta alla propria foto-profilo, porta con sé innanzitutto il significato contrariato e contrariante nei confronti dell’Europa: il filo spinato al posto delle stelle nella bandiera e le scritte no muri, no blocchi, no accordi disumani.
Questa prima individuazione (l’apporre il Not My Europe sulla foto del profilo) potrebbe far pensare che la contrarietà di quelli che la sfoggiano sia totale, cioè a 360° e siano, dunque, contrari ai Trattati Europei, alla globalizzazione, al liberismo, al profitto e a tutto quel che consegue il porsi di traverso alle cose sopracitate.

Come ho detto prima, però, il Not My Europe, è implicitamente positivo, nonostante l’apparente negativitàNot my Europe, ovvero Non la mia Europa, implica un’accettazione della sovrastruttura economica attraverso quel mio, my (dato che non è certamente politica, ricordate il leitmotiv del «bisogna fare l’Europa politica anziché quella economica»?). Quel mio è un riferimento ad una sfera personale e privata che, nel momento in cui si associa ad una tematica nazionale o sovranazionale come quella dell’Unione Europea (e delle sue politiche riguardo l’immigrazione), si affianca a quella che è la tematica nazionale (mia nazione –  non la mia nazione / mia europa – non la mia europa). Affermare, dunque, not my Europe implica necessariamente un my Europe la cui definizione non è chiarita dai sostenitori dell’appello, della manifestazione e della campagna social. In sostanza: se il not my Europe viene esplicitato nelle tre affermazioni no muri, no blocchi, no accordi disumani, non è manifestato il my Europe. Si fa presto a dire l’Europa dei Popoli condita da un riferimento ad sensum di Spinelli, Rossi e Colorni.
Ma non è con un riferimento tale (a quale edizione degli scritti di Ventotene ci si fa riferimento? la questione sarebbe da approfondire) che ci si può liberare dell’affare.

(*) Si tralascia, in questa sede, il dibattito circa la questione ONG.

Sibilla "AleraNo"

Frequento la costa abruzzese da quando sono nato: i miei nonni materni hanno abitato a lungo a Pineto, prima di trasferirsi a Torre Maura (quando Via dei Pivieri era niente di più che una strada di campagna), mantenendosi la casa al mare come seconda casa. Ho percorso le strade dell’agglomerato urbano (il Quartiere dei Poeti) di poco precedente il centro di Pineto in lungo e in largo, a piedi, in bicicletta e in macchina.
I nomi delle vie del quartiere sono intitolate a poeti e scrittori italiani di ogni epoca e più volte mi sono imbattuto in via S. Alerano. Con la n
Non è mai stata cambiata, e sì che la AleraNo è nota quantomeno a qualsiasi studente (liceale e non), non foss’altro per la citazione di Una donna nella sezione di letteratura contemporanea. 
Per dimostrarvi che non sto bluffando, riporto qui uno screenshot di Google Maps di Via Sibilla AleraNo e due, impietosissimi, suggerimenti di Ecosia (un motore di ricerca alternativo a Google), successivi all’infelice ricerca di Sibilla Alerano.
Il comune di Pineto, negli ultimi vent’anni, ha fatto dei passi in avanti enormi: il suo sviluppo è stato direttamente proporzionale allo sfacelo di Roma. Tuttavia, la strada intitolata a Sibilla AleraNo potrebbe anche essere cambiata: un po’ di rispetto per la letteratura italiana contemporanea non guasterebbe.

«Volevi dire Salerno

Sibilla Aleramo?