Internet, l'alzheimer contemporaneo: Beppe Grillo cancella la memoria del suo blog

La notizia, chiamiamola così, che ieri più rimbalzava negli aggiornamenti dei siti web delle testate giornalistiche italiane è il restyling del «Blog di Beppe Grillo», emanazione della società unipersonale «Beppe Grillo srls». La notizia, oggi, è anche finita sulla quasi totalità delle testate giornalistiche nazionali e locali. Di per sé non sarebbe una grande notizia, anche perché di fatto non lo è. Tuttavia è bene soffermarsi su un aspetto di questo cambiamento.

Internet?
Il Beppe-nazionale non è nuovo a stravolgimenti o cambiamenti o anche menzogne dal punto di vista internettiano e tecnologico, il suo nuovo portale rispecchia fedelmente questa sua tendenza: eloquio, anche fuori luogo, di cose tecnologiche, spesso sconnesse fra di loro, che dovrebbero evocare un futuro possibile e immaginabile nei confronti dell’ascoltatore/lettore. Non solo post, infatti: torneranno ad essere presenti i video, come i bei vecchi tempi del blog gestito da Gianroberto Casaleggio, ma caricati su YouTube e non sulla piattaforma interna del sito.
Grillo parla di tecnologie, di “mondi possibili”, di cose, come detto prima, spesso indefinite ma è molto catchy, come direbbero gli anglosassoni. Sa ammaliare l’ascoltatore e lo fa rimanere incollato sullo schermo, come quando si mise una maschera che lo invecchiava ancor di più, un camice bianco e una telecamera lo seguiva mentre ispezionava vetrini al microscopio all’interno di un laboratorio: «È il 2050 – diceva – il Movimento è al Governo: non esiste più l’Euro, il reddito di cittadinanza è una realtà, esistono solo energie alternative». La retorica del mondo futuribile, sulle cui basi c’è il più totale silenzio di tomba, è quello che fa di Grillo un narratore-web discretamente credibile nell’ambito del medium utilizzato da chi ascolta, che sia uno smartphone, un tablet o un computer.
Un po’ come accadde qualche tempo fa, nel 2012, quando nel video denominato «Sequestro dei beni ai politici», Grillo se ne uscì affermando come si stava mettendo a punto «un algoritmo (!), l’SVG4 (!!!!),  di out e crowdsourcing (!!!!!!!)» che permetteva di «intensificare e intersecare i dati delle banche mondiali» e dei politici che frodano «in modo tale che non è che questa gente dice “vado via, mi dimetto”, e basta. […] Quindi metteremo a punto questo algoritmo, vi ripeto che è un cross-checking, in modo da controllare il loro 740 all’inizio e quello in corso».
Grillo pigiava tasti, chiamava il programma «Zip war air ganon», che sembra più un’arma usata dai Digimon o dai Gormiti.
Grillo pigiava lo schermo del tablet (che all’epoca avrà avuto massimo 512 mb o 1gb di memoria) affermando e declamando le potenzialità dello «Zip War Air Ganon», si tradisce tossicchiando a fine video e «Il Foglio», in un articolo del 2017, riprende l’episodio scrivendo della «quantità di supercazzole che inanella» il nostro.

«In un video del 2012, si divertiva con uno sproloquio su un programma per sequestrare i beni ai politici “Il Zip War AirGanon è questo software che (magistrale colpo di tosse per camuffare la risata) ci garantirà sia l’anonimato che la presenza dell’ufficiale giudiziario. Per ora è tutto, vi terremo informati, grazie”. Una grandiosa presa in giro».

La memoria cancellata del blog
Il Grillo odierno, quello del nuovo blog, che tutti dicono essere rinnovato (sito e uomo) dati i dissidi con Casaleggio e col Movimento, è lo stesso di prima e, anzi, cancella quanto fatto precedentemente.

foto 1 – cliccare sull’immagine
per ingrandire

Il blog, fino a poco tempo fa, aveva questa veste grafica (foto1): era il sito di riferimento dell’area politica del Movimento 5 Stelle. O, per dirla con uno slogan caro ai pentastellati, un megafono del Movimento.
Un portale, mettiamola così, in cui venivano gestite le votazioni, ci si poteva registrare, commentare gli articoli e gli interventi tanto dei parlamentari e senatori, quanto di Grillo stesso: era la fucìna del Movimento 5 Stelle, la base di partenza per tutta una serie di rimandi ai portali, blog e siti locali che animavano la nascente forza politica. Il nuovo portale è un «blog di viaggi, ma anche no» secondo Grillo, una cosa diversa ma in sostanza sempre uguale che ospiterà «interviste, interventi, visite ai congressi e fiere scientifiche» come quello che campeggia in prima pagina, di un Grillo casual a Barcellona mentre parla di smart cities.

Internet, però, è una costruzione effimera: l’essere umano pensa che sia immutabile e che rimarrà nel tempo, quante volte abbiamo sentito dire ai politici o anche ai vicini di casa, parlando di questo o quell’argomento: «tanto sta su internet» oppure «è disponibile su internet gratuitamente»?
Internet è governato dall’uomo e l’uomo è la creatura più corrotta e imperfetta sulla Terra, sotto Natale – ad esempio – il sito della SS Lazio, la società di calcio, andò in down per qualche ora e non fu più rintracciabile perché qualcuno s’era dimenticato di pagare il server.
Una svista umana che avrebbe fatto perdere tutto il contenuto presente nel sito, se non si fosse rinnovato per tempo o se non si fossero fatte copie di backup. Non vorrei addentrarmi nel tecnico, dunque, ecco qui il fattaccio.

L’esempio

foto 2

Nel [precedente] blog di Grillo erano contenute tutte le votazioni, le dichiarazioni, le prese di posizione del Movimento e i video più influenti del comico/politico in questione: nel nuovo blog tutto questo scompare. Se nell’apposita barra di ricerca indicata dalla lente d’ingrandimento si digitasse «elezioni europee 2014» il risultato che verrebbe fuori sarebbe questo (foto 2, 3 – 4): gli articoli ci sarebbero anche, ma non sono rintracciabili. Semplicemente, non ci sono più. Nelle foto ho fatto una prova di ricerca digitanto, per l’appunto, elezioni europee 2014 perché, in quei giorni, avevo scritto un articolo per «Controlacrisi» riguardo le votazioni sul blog di Grillo riguardo l’adesione all’EFD da parte del Movimento 5 Stelle. Nel nuovo blog cercavo di ripescare quell’articolo ma il risultato è che è scomparso: Errore 404, pagina non trovata. Insomma, assente. Il blog di riferimento, ora, è «Il blog delle stelle» il quale, riprendendo

foto 3

anche la dicitura del precedente portale-unico <www.beppegrillo.it> («il primo magazine solo online»), non contiene affatto tutti gli articoli pubblicati in precedenza.
Ma questo l’utente inconsapevole non lo sa. Cerca sul blog di Grillo, se non lo trova non sa dove andare, né è indicato un rimando sul nuovo portale.

1984 silenzioso
Ci si sta avviando, silenziosamente e senza che nessuno se ne accorga, ad un 1984 di orwelliana memoria, in cui si mantiene il passato che più piace e quello che si vuol dimenticare lo si cancella senza troppi problemi. Questo comporterà, a lungo andare, una serie infinita di problemi e di questioni; nessuna risposta e molte domande che resteranno aperte. La questione della memoria digitale è un fatto primario tanto per il mantenimento e la diffusione della conoscenza, quanto per la ricostruzione della storia, che sia più completa e organica possibile. Si arriverà al punto da avere conservate pergamene medievali e non, ad esempio, dei files di questo o quel sito online, magari anche di rilevanza strategica per il Paese, che ha aperto e chiuso nel giro di poco. Su quali fonti si baseranno le future generazioni di storici, giornalisti etc etc che nasceranno nei prossimi anni? La domanda resta appesa, anche se, tempo fa, scherzandoci un poco, avevo già iniziato a trattare questa questione (leggi qui: https://goo.gl/FjCYGa), solo che le fonti di quel periodo (DDR/Guerra Fredda) storico ci sono.
Cosa rimarrà dei nostri giorni?

Tra lo ius soli e il testamento biologico c'è di mezzo la realpolitik

foto tratta da «Kathimerini.gr»

Quanto fatto dall’esecutivo Gentiloni su Ius Soli e testamento biologico rientra pienamente nella logica della realpolitik, quasi applicata leggendo un manuale, se mai ce ne fosse uno. 

Il Governo e il Segretario del Partito Democratico, per mesi, sono su tutti i giornali, emittenti televisive e radiofoniche affermando che lo Ius Soli è un diritto di civiltà, che molte nazioni lo posseggono già, che è ingiusto soprattutto a livello umano non concedere la cittadinanza ad un ragazzo nato in Italia. Giusto un mese fa, in novembre nell’ambito della Direzione del partito, Renzi dichiarava: «Non è che facciamo lo ius soli per fare l’accordo con Mdp. Lo facciamo perché “un diritto è un diritto”, senza scambiarlo in un accordo di coalizione. Cercheremo di farlo, senza creare alcuna difficoltà alla chiusura ordinata della legislatura, rispettando ciò che il governo e la coalizione vorranno fare, non pensiamo siano temi su cui fare l’accordo»
Senza contare quel che dichiarava il Primo Ministro Gentiloni in giugno alla festa del quotidiano «Repubblica»: «È arrivato il tempo di considerare questi bambini come cittadini italiani. Mi auguro che succeda in fretta, già nelle prossime settimane, perché è un atto doveroso di civiltà». E ancora: «C’è una parte del Parlamento e dell’opinione pubblica italiana che è diffidente. Ma non bisogna avere paura. Chi acquisisce la cittadinanza ottiene i diritti ma ne abbraccia anche i doveri. Non bisogna lasciare spazio all’idea che con questa decisione noi sottovalutiamo l’importanza della nostra cultura o identità e proprio per questo abbiamo la forza di aprirci e di estendere la cittadinanza a tanti bambini che ne hanno il diritto»

Il Pd  aveva necessità di ostentare all’elettorato e alla stampa amica un buon biglietto da visita per le prossime elezioni politiche: da un lato Radicali Italiani e dall’altra la triade Psi/Verdi/CentroDemocratico, o Area Civica, che dir si voglia. A questi ultimi, cioè alla neonata lista “Insieme” (quella col ramoscello d’ulivo poi tolto e modificato perché poteva dare adito a fraintendimenti ormai già avviati), la legge sul testamento biologico andava bene tanto quanto ai primi: l’accordo con Radicali Italiani, però, non può saltare: in ballo, infatti, c’era e c’è la lista della Bonino e del sottosegretario Della Vedova (+Europa). Raggruppamento e personaggio politico (il primo) che «infiniti lutti addusse ai radicali», stando a quanto accade fra di loro, sia italiani (RI) che transnazionali (PRNTT). 

È stato più che mai opportuno approvare uno e ostentare per mesi l’altro fino a farlo arrivare ad un “binario morto” come quello della sua non approvazione al Senato, tuttavia, sarà usato come promessa elettorale per “continuare il programma di governo”. 
La mossa è stata realizzata semplicemente al fine di rafforzare in senso lib-dem la coalizione, dando una patina di centrosinistra post-ulivista al tutto, superflua quanto necessaria agli occhi degli elettori: chi si straccia le vesti di fronte a cotale manifestazione patente di realpolitik, affermando magari che “il Governo ha perso la sua occasione per approvare una legge di civiltà!”, tuonando che questa o quella parte politica era presente in aula votando a favore della norma, fa un torto a se stesso e alla propria intelligenza, dando prova di non conoscere minimamente i meccanismi che regolano la politica pre-elettorale. 
Il regalo di Natale dell’Esecutivo è servito: la campagna elettorale sarà la più strumentale mai svoltasi e fingerà di mostrare contrapposti degli schieramenti sostanzialmente identici o “uguali”, per citare la lista dei due presidenti: la Boldrini, infatti, sarà candidata in LEU insieme a Pietro Grasso. Cercando, magari, un accordo col Pd una volta che la maggioranza non si sarà trovata.

Prima come tragedia, poi come farsa

Dal 2006 al 2017 ci passa poco tempo, 11 anni. In termini politici in realtà è un’era geologica. Nel primo pomeriggio di oggi, il Partito Socialista italiano, via post su Facebook, pubblica il nuovo simbolo della lista comune fra Area Civica (una mascherata per nascondere Centro Democratico, partito di Bruno Tabacci che prese lo 0,5% nel 2013 ma che riuscì ad eleggere dei deputati a causa della legge elettorale) e la Federazione dei Verdi.
Alla domanda: «cosa potrebbe fare Renzi per ostentare lo scalpo del centrosinistra da consegnare ai giornalisti?», la risposta è stata quella fornita da un grafico un po’ maldestro il quale ha messo insieme il simbolo dell’Ulivo con tanto di ramoscello, un blu oltremare che fa sempre pro-Europa e un puntino rosso sopra la “i” che fa sinistra. Come il salmone il 24 dicembre: fa Natale.

Anche se, subito, mi è tornato alla mente quest’altro simbolo: la lista unica di Consumatori uniti, Pdci e Verdi. Un’era politica fa: lista “Con l’Unione” del 2006, presentata al Senato.

Una vasta gamma di posizioni sbagliate giustificate malissimo dai sostenitori delle due liste, col solo obiettivo del Parlamento. Col risultato che il secondo simbolo, quello con Psi/Verdi/AreaCivica è decisamente più farsesco del già ilare precursore Pdci/Verdi/Consumatori. È il caso di dire che la storia prima si manifesta come tragedia e infine come farsa: solo che in questo caso si hanno due farse che si contrappongono. 

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Le «vere “fake news”», quelle che generano guerra

Hugo Chavez nel celebre «Discurso en la lluvia»

Più di 100.000 presenze, questi i numeri da capogiro diramati dall’AIE in un comunicato a conclusione di «Più Libri Più Liberi», la fiera della piccola e media editoria che si è svolta a Roma dal 6 al 10 dicembre. Tantissimi gli incontri i dibattiti e gli stands a disposizione di chi ha deciso di arrivare alla nuova sede della rassegna, ovvero, il “Convention Center La Nuvola”.
Tra i molti dibattiti, uno in particolare ha attirato l’attenzione di «Pressenza»: «Propaganda di guerra, informazione di pace», promosso dalla Editrice Sankara e a cui hanno partecipato Marinella Correggia, Luciano del Castillo e Giulietto Chiesa.
«Pressenza», dunque, ha intervistato la Correggia a margine della presentazione del suo libro «El Presidente de la Paz» dedicato alla figura di Hugo Chavez e al suo ruolo antimperialista, internazionalista, ecosocialista, pacifista. Il volume, tuttavia, non si soffermava “solamente” sulla figura di Hugo Chavez ma analizzava il fenomeno delle «vere “fake news”», quelle che generano guerra (da qui il titolo del dibattito) come, ad esempio, la provetta sventolata da Colin Powell all’ONU che scatenò la guerra contro Saddam Hussein.
Venezuela e “fake news”, in questi ultimi tempi, potrebbe essere il titolo di un dibattito, di un saggio e anche di una conferenza, per quanto s’è scritto e per quanto è stato pubblicato dalla stampa italiana. A proposito di “fake news” sul Venezuela, il governo di Maduro come sta contrastando questo fenomeno?
«Il Venezuela sta cercando in tutti i modi, attraverso “Mision Verdad”, di sbugiardare ogni fake news sul conto del paese bolivariano: proprio in questi giorni hanno cercato di risalire alle fonti della disinformazione sul Venezuela. Fonti, manco a dirlo, statunitensi. La cosa buffa è che in Italia un politico molto in vista, di cui non faccio il nome data la campagna elettorale imminente, ha detto che “Ultimamente il Venezuela sta finanziando dei siti che alimentano fake news”, in realtà è esattamente il contrario, è per questo che ha istituito la “Mision Verdad” ed è folle questa confusione creata ad hoc».

Che idea ti sei fatta del servizio delle «Iene» sul Venezuela?
«Beh, una modella tira molto, televisivamente parlando. C’è però da dire una cosa. Conosco molte persone residenti in Venezuela, anche italiani: loro in primis non nascondono la crisi economica, né alcuni errori economici commessi dal Governo, però sono ferocemente contro questo tipo di opposizione. Non per nulla anche i Venezuelani, ultimamente, alle elezioni Regionali, non danno retta alla Mud perché sanno in che mani si metterebbero. Sanno, infatti, che tornerebbero indietro all’epoca dei «cazerolazos» cileni. Per fortuna «Le iene» non possono influenzare l’elettorato venezuelano».

Per approfondire: «L’opposizione brucia le persone in piazza, l’Unione Europea la premia» 


Anche perché, involontariamente, «Le iene»  hanno mostrato come siano i quartieri alti ad aver protestato in questi anni, facendo vedere persone contrarie per i costi troppo alti dei Big Mac mentre giravano su un Suv costosissimo…
«Sì anche in quest’ultimo anno è stato così, ovvero sono stati i quartieri alti a “ribellarsi”: non per niente quando l’opposizione bruciava vive le persone, le immagini le abbiamo viste tutti, i soccorsi non arrivavano perché questa o quella municipalità era in mano alla Mud, dunque non facevano arrivare soccorsi neanche ai feriti. Per tornare al discorso delle “mancanze”…»

…Medicine, supermercati, s’è visto di tutto, in questi anni.
«Anche la carta igienica! C’è del vero, certo, ma a monte di tutto questo c’è una forte guerra economica ed essa agisce su molti livelli»

La distribuzione delle materie prime, dei generi alimentari e dei beni da trovare in un supermercato, ad esempio, è affidata ad aziende private, corretto?
«Esatto! Purtroppo, anche se l’idea di Chavez era quella di nazionalizzare e creare le comunas delegando a livello locale la produzione, tutt’ora l’economia in gran parte è in mano privata. Ed è questa, forse, la più grande debolezza e critica che si può fare al Venezuela. Ci sono stati degli esempi di espropri, positivi, tuttavia sono solo episodi che non rappresentano la totalità della questione venezuelana. L’approvvigionamento può essere “tagliato” in qualsiasi modo: ci sono accaparramenti, immagazzinamenti clandestini: un meccanismo di destabilizzazione che parte dai settori privati e questo contribuisce a creare le condizioni favorevoli all’opposizione».

Quali sono le risposte della popolazione a tutto questo?
«Ci sono delle esperienze simili ai nostri “acquisti solidali” o GAS: dei gruppi di distribuzione centralizzata a domicilio, i CLAP (Los Comités Locales de Abastecimiento y Producción). I CLAP sono nati per fare in modo che le persone vadano nei supermercati e non trovino nulla: viene consegnato alle persone, dunque, un cesto di base di alimenti e di beni di prima necessità. Ci sono, poi, dei tentativi di produzioni locali che cercano di uscire dalla “monocoltura del Petrolio”, che è un grosso problema. Chavez lo diceva sempre nei suoi discorsi e nei suoi interventi alla Nazione».

Lo scrivi anche nel libro: il petrolio va bene «por ahora», ma poi?
«Esattamente. Già molti anni fa, infatti, il Governo bolivariano aveva distribuito lampadine per il risparmio energetico, veniva fornito un finanziamento per l’installazione di pannelli solari, dunque i tentativi ci sono stati e ci sono. Certo, la guerra economica non aiuta…»

In conclusione, un’ultima battuta sul ruolo della «informazione di pace».
«In un certo senso sento di dover fare il possibile per smentire quello che di negativo viene detto sul Venezuela, perché la politica internazionale di quel Paese è sempre stata rivolta alla pace. Hanno tentato di tutto in ambito internazionale: nel 2011 erano stati gli unici ad opporsi alla guerra in Libia (insieme a Cuba); in sede Onu si sono sempre opposti a qualsiasi intervento militare solamente Cuba, Venezuela e Nicaragua. È normale che un politico cerchi di fare il possibile in patria, cercando di dare da mangiare alla gente sperando di essere rieletto, ma quando questo impegno tracima e sfocia nell’internazionalismo credo che sia decisamente nobile: gli altri popoli non potranno mai eleggerti!».

Il Venezuela, come Cuba, non ha mai inviato contingenti militari ad invadere altri paesi…
«Mai. Anzi, hanno inviato “contingenti di medici”. Trovo che la politica estera di pace sia un qualcosa di nobile che ci deve far rendere grazie, come pacifisti, a questi popoli. Dobbiamo tanto di cappello a questo “asse della pace”, dato che purtroppo facciamo parte dell’“asse della guerra”».

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Dichiarazioni infelici: «una spada!»

Tra le dichiarazioni più infelici del Millennio, c’è quella di Fabio Rampelli (in quota Fratelli d’Italia) a margine del ballottaggio di Ostia. L’uomo dice, in sostanza, che il Movimento 5 Stelle è andato bene: «una spada!», ironizzando sul cognome del clan noto ai più a seguito dei recenti fatti di cronaca, insinuando che il M5S avesse beneficiato dei voti del clan nella giornata di ieri. Vorrei scrivere qualcosa in più a riguardo, considerazioni che ora vagano nel mare del brainstorming, ma per il momento meglio tacere. Forse tra un po’, su Pressenza
Che poi, Rampelli e i cugini di Francia, farebbero bene a tacere: Tor Bella Monaca parla da sé, la chiusura della campagna elettorale a via dell’Archeologia, anche. 

Le lacrime di coccodrillo dell'Italia

C’è chi si lamenta, anche molto, per l’uscita dell’Italia dai Mondiali. Dicono che avrebbero meritato, che la nazionale aveva dato tutto in questa partita, che avevano voglia di vincere. 
Una sola cosa è sufficiente a far luce, oggettivamente, su tutte e tre le giuste motivazioni che portano costoro. È vero: l’Italia ha dato tutto, ha giocato da sola nella metà campo svedese. Ma, c’è un ma
Il ‘compagno idiota’
Chi non sta più al liceo si ricorderà le interrogazioni di latino e greco. Si ricorderà, sono sicuro, dei compagni costantemente impreparati nel corso dell’anno che tentavano disperatamente di dare il massimo all’ultima interrogazione in pieno giugno: mentre tutti preparavano i gavettoni, c’era lui, il tizio che prendeva sempre 3, che stava sui libri. 

Lui, che aveva fatto i gavettoni tutto l’anno, era costretto ad apprendere l’intero programma in manco 48 ore. Il discorso che faceva, più o meno, era:  «Vabbè, io a chimica faccio schifo, e vabbè me pijo er debito; matematica manco la tocco, e vabbè me pijo er debito; greco e latino insieme non le posso tené sinò me bocciano. A una de ste due devo pijà 6». 

Come se in una stagione di 3, il 6 a fine anno rappresenti il momento del riscatto, la fase finale a cui cui la prof, meravigliata, gli dice: «Bravo, grande, ottimo: pijate sti tre debiti e levate da davanti che non te posso vedè». Salvo poi che quella prof non venga mandata via: quel tizio ce l’avrà almeno per un altro anno (se sta al ginnasio), altrimenti altri due. 
Ovviamente il tizio, nella stragrande maggioranza dei casi, veniva bocciato.
Poteva anche succedere che venisse rimandato a settembre con chimica, matematica e greco ma poi a settembre non aveva scampo.
«O mùthos delòi»
L’Italia, dopo un anno di nulla, cerca di riscattarsi all’ultima partita. Non succede nulla (o meglio, succede tutto!), viene eliminata: piange e si dispera. Lacrime di coccodrillo e niente più. 
Pianti e disperazioni come quel compagno idiota del liceo che per tutto l’anno scolastico ti implorava perché doveva copiare le tue frasi e le tue versioni, dato che la sera prima non aveva fatto nulla. Pianti e disperazioni di uno che vuole riscattarsi e dare il tutto per tutto in una sola giornata, in una sola partita. Ma è evidentemente impossibile che accada.
È impossibile che il compagno di liceo riesca a memorizzare tutto il programma in poco tempo, così come è stato impossibile vincere contro la Svezia basando il proprio gioco con i cross spioventi dalle fasce. Roba che il più basso degli svedesi è alto 170 cm.
«Dai, prof, se me fa passà, non me vede più e nun dice che so na disgrazia, dai».

Qualcuno ha davvero chiesto a Pochesci cosa pensasse riguardo la Nazionale?

In rete è diventato virale un video del Pocheschi-Nazionale in cui, con fare da übermensch, si diletta in argomentazioni che vanno rubricate nella massima in voga nelle banlieu romane di chi mena pe primo mena du vorte. Dice: «nun semo più boni a menà», «semo diventati parolini», «ce menano e piagnemo»«ne’e primavere ci sSanno tutti sSra(g)nieri (*)» e affermazioni d’un’arditissima audacia quali: «na vorta eravamo boni a menà». Le argomentazioni sono tipiche di quelle di un fascista che vuole far leva sul sentimento nazionale per dare una patina di legittimità al suo discorso arrogante («si usciamo perdemo noi, perdete voi cciornalisSi, perde l’Italia»). Il sentimento “patriottico” è, in tal caso, spesso connesso alle vicende calcistiche degli undici in maglia azzurra che riaffiora a fasi alterne, anche se per la stampa nazionale, come il CorSera, è solo indice di uno che, allenando a TBM, ha «le spalle robuste». (!) Come dire: «dai, è ovvio che me freghi il portafoglio, sei di Scampia», frenologia portami via (come sempre, i Simpson sono un riferimento a riguardo). 
Indubbiamente baciato dalla sorte e da una fortunata serie di eventi, ha avuto un’improvvisa ascesa dalla Serie D alla Serie B grazie all’operazione Unicusano/Ternana.
Mi sfugge, tuttavia, un piccolo particolare: qualcuno ha chiesto davvero un’opinione a Pochesci riguardo la Nazionale? Si sentiva il bisogno del suo sfogo?
[La domanda è retorica, obviously. La risposta sarebbe un secco no].
(*) Pochesci sa bene, in ogni caso, il sistema di reclutamento di giocatori stranieri, la speculazione e tutto ciò che gira intorno a tale mercato, specie nelle giovanili di Roma e Lazio. Il caso Minala della Vigor Perconti accenderà una lampadina sopra la testa dei più. E, come disse Peppino in Totò, Peppino e la mala femmina, «ho detto tutto».
P.s. Il Pochesci, rischia il deferimento. 

Dissidenza

La foto me l’ha scattata un’attivista di borgata finocchio, dell’associazione Collina della Pace. Ha detto  che l’avrebbe chiamata Dissidenza, così per scherzo. Ma in realtà neanche più di tanto: portare una bandiera della pace a fianco ad un monumento dei caduti militari è certo dissidenza. 
Sono stato molto felice d’aver partecipato alla contromanifestazione del 4 novembre a Finocchio: i ragazzi erano attenti e chiedevano, interagivano, ponevano domande. Sperando non si guastino nel corso degli anni: le scuole medie sono un momento complicatissimo, di crescita impetuosa e di inconsapevolezza di se stessi e del mondo.

Poche righe, più avanti scriverò qualcosa in più sul contro 4 novembre.

Venezuela: l'opposizione brucia le persone in piazza, l'UE la premia

Ieri ho appreso che l’opposizione venezuelana verrà insignita del premio Sakharov «per i diritti umani» ( su cui già ci sarebbe da dire ampiamente sulla sua assegnazione e sul ‘premio farsa’ che è) il 13 dicembre presso la sede di Strasburgo dell’Europarlamento.
A tal proposito, l’intervento dell’Eurodeputato di Izquierda Unida Javier Couso in poco più di due minuti, destruttura ogni singola menzogna sul Venezuela. Il video è in spagnolo ma l’ho tradotto (non è così incomprensibile quel che dice).
«Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si può entrare ed uscire liberamente dal Paese per criticare il Governo. Mi ricordo del franchismo, sono nato ai tempi della dittatura fascista spagnola e gli oppositori quando uscivano dal Paese venivano carcerati, fucilati e torturati. A migliaia.
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si sono tenute 20 elezioni nel corso di 18 anni (2 perse dal Governo).
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui ci sono partiti legali.
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui ci sono mezzi di comunicazione (privati ndt) che criticano il Governo.
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui in un potere nazionale come il CNE (Consiglio Nazionale elettorale ndt) l’opposizione celebra le sue primarie (prima di quelle farsa svoltesi in strada in cui c’è stata prova del voto drogato ndt).
Penso che quello che si verifica dal 2002 è un tentativo di destituire il Governo con la forza.È un atto gravissimo, dato che si invoca la delegittimazione e il rovesciamento del governo e si incita alla violenza i sostenitori di tale sovversione. 

Sono proprio rammaricato che questo signore (parlamentare europeo indicato da Couso probabilmente e verosimilmente di schieramento avverso al GUE ndt) non condanni la distruzione dei trasporti pubblici, l’utilizzo di minori nelle strade, la devastazione dei camion che portavano il cibo oil rogo pubblico di persone perché sospettate di essere ‘chaviste’».

Il rogo del ragazzo sospettato di essere ‘chavista’.
Questa è la democrazia e quel che si dice ‘opposizione democratica’ per l’UE

Perché la DDR cadde "per la cioccolata e per i jeans" | Revisionismo for dummies

Quando con Fabio abbiamo scritto Calcio e Martello, in uno dei nostri scambi (poi tramutato in un Discorso da Bar) c siamo ritrovati sulla stessa posizione, come spesso accade, riguardo la DDR e l’URSS. O meglio, su come la propaganda occidentale abbia mitizzato nel ridicolo la caduta dei due paesi socialisti. Se si andassero a riprendere i giornali (anti-comunisti e non, progressisti o democristiani) dei paesi del Patto Atlantico, la DDR era considerata un irremovibile moloch che aveva una mancanza strategica e evidente nella sua economia: la cioccolata (!). 
A questa retorica, ovviamente, seguitano anche le posizioni di accademici che tengono corsi (magari di Storia contemporanea o Geografia) nelle varie università italiane i quali, con evidente nonchalance affermano tutt’ora che l’URSS era «evidentemente in crisi negli ultimi anni della sua vita: pensate che nei negozi alimentari mancava il salame, mi ricordo si facevano lunghe file nei pochi ‘alimentari’ disponibili per comprare il salame, in quei pochi esercizi commerciali che ancora ce l’avevano».
Evidentemente (sono sarcastico, eh) dei beni di prima necessità, insomma. 
La cioccolata, il salame e magari un paio di jeans all’americana, o all’occidentale come si diceva nei paesi socialisti. 
Come se, davvero, dei paesi cadono per la cioccolata e il salame, un paio di jeans, e non a causa delle ingerenze esterne (si vedano i fiumi di dollari dati all’Ungheria negli corso degli che deprimevano e alteravano l’economia socialista – un po’ come quello che sta succedendo col ‘dolarparallelo’ in Venezuela), il revisionismo, la guerra economica etc etc. 
Per alcuni contano, purtroppo, salame cioccolata e vengono presi in considerazione come dei dati storici quasi incontrovertibili in un dialogo con un interlocutore B, ad esempio. 
Un po’ come quella puntata di Futurama in cui c’è Fry che vuole andare sulla luna (dato che la Planet Express aveva una consegna da ultimare proprio sul pianeta) perché da piccolo aveva mitizzato l’arrivo dell’uomo su di essa. Arriva lì, e, deciso ad intraprendere il percorso guidato alla scoperta della colonizzazione lunare, si rende conto che la guida turistica si basa su fatti storicamente errati fatti passare per reali (leggasi: revisionismo for dummies): dai crateri lunari spuntano una sorta di eschimesi (!) che canticchiano Peschiamo dall’igloo, balene o su per giù non c’è neanche una sogliola e i pinguini fan cucù
Lela, la mutante/umana che accompagna Fry, canticchia l’assurda canzone e ammonisce l’umano degli anni ’90 che dice come non sia andata così la Storia. Tutti non la pensano come lui, evidentemente. 
Il fat(t)o però vuole che in questi giorni mi trovi all’archivio del Manifesto per il lavoro di ricerca in vista della tesi di magistrale. Apro un falcone che contiene i giornali del 1995. Mi capita l’occhio su questo trafiletto intitolato «Per trovare lavoro nella ex-Rdt (Repubblica Democratica Tedesca)»
Questo, il testo. 
«Berlino – I risultati di una inchiesta nel Brandeburgo, la più grande delle regioni della ex-Rdt, sul forte aumento di donne che decidono di sterilizzarsi (da 800 nel ’91 a 6.000 nel ’93) indica tra le cause più frequenti i timori legati al posto di lavoro. Fonti ufficiali calcolano che nella ex-Rdt la disoccupazione reale (15% della forza lavoro) e quella camuffata da interventi sociali di sostegno, colpiscano in totale 2,2 milioni di persone. E fra le motivazioni che hanno spinto alla sterilizzazione le quasi 300 donne interpellate nell’ambito della ricerca, il timore di perdere o di non riuscire a trovare un posto di lavoro a causa di gravidanze ha sempre “giocato un ruolo” precisa la ricerca. “Nessuna di loro, però, ha detto di essere stata spinta a farlo da datori di lavoro”».
Ecco. La RDT sarà anche caduta per la cioccolata o per un paio di jeans, ma almeno non ci si sterilizzava per paura d’essere licenziate. Ma tant’è.