Categoria: (im)popolari opinioni
Bullo a chi?
È evidente che la stampa italiana, presa da fremiti gossippari, non sia in grado di distinguere l’importanza di una conferenza con un lampo di un attempato signore che, per quanto influente, era in evidente stato di eccitazione da mancata considerazione del suo ruolo da parte di politica e giornalisti. Un po’ come quando i bambini pronunciano «mamma mamma mamma mamma mamma mamma» a ripetizione tirando la vestaglia della genitrice in cerca d’attenzione e, una volta ottenuta la parola, dicono cose a sproposito. La notizia sarebbe dovuta essere, per l’appunto, l’andarsene di Salvini e Meloni che provano a frapporsi fra silvione e il microfono, data l’evidente smania da decenne che quest’ultimo ha nello scansare i due.
Lo Zio Sam ci riprova: il Congresso USA tenta di mettere fuorilegge l’opposizione a Israele e il movimento BDS
Le reazioni
Articolo pubblicato su Pressenza
Le parole sono (molto) importanti
«Cerchiamo sales assistant», oppure «train manager» oppure ancora «store manager».
Che poi, stringi stringi, trattasi di, nell’ordine: cassiere, capotreno e quello che c’ha er negozio, più o meno.
Recentemente mi sono accorto di due annunci di lavoro di NTV, l’azienda che gestisce il treno Italo, e di Esselunga: cercavano, nell’ordine, train manager e sales assistant.
L’uso dell’inglese è cruciale (*): vuoi mettere essere sales assistant e non er cassiere?
Tutta un’altra storia, così come il train manager. Mica è er capotreno, è il train manager: comanda qualcuno, è un manager, ha un incarico di responsabilità, deve guidare un gruppo di persone e farlo bene. «Devi assumerti il rischio delle decisioni, dell’esposizione di fronte agli utenti», direbbero i capoccioni, come si dice a Roma.
Il capotreno controlla solo i biglietti durante il viaggio: «un mestiere superato», direbbero sempre quelli di cui sopra.
Nella fase attuale postideologica, per definizione la peggiore delle ideologie perché ne ammette solo una, quella dominante, pronunciare i nomi delle mansioni citate in inglese rappresenta una precisa volontà ideologica e politica: blandire i subalterni, il popolo, il proletariato, la gente, i (s)cittadini, comunque lo si voglia chiamare, per dargli l’illusione del comando e della forza che può trarre da esso.
Nonostante il periodo di lavoro del train manager, magari, sia solo di 6 mesi; uno stage; un dai-che-poi-ti-richiamiamo che non arriva mai.
Quegli annunci, e le confuse considerazioni conseguenti, mi hanno riportato alla banalità dell’uso di una lingua straniera per far sì che il potere (tanto con la p minuscola, quanto con la P maiuscola) utilizzi parole e perifrasi per illudere e acquietare il soggetto subalterno a partire dalla mansione del lavoro. È quasi banale, in effetti, l’uso che viene fatto della lingua in questione, ma sortisce l’effetto sperato, sfortunatamente.
Aiuti (in)volontari – Sdrammatizziamo
Spesso, poi, l’italiano corre in aiuto dell’inglese, tanto nelle descrizioni degli annunci di lavoro sopracitati che in altre circostanze: le perifrasi, infatti, sono la caratteristica peculiare di una colossale arrampicata sugli specchi nel descrivere le mansioni del futuro manager o dell’assistant: forse è una mia impressione, ma quando leggo annunci di questo tipo, mi torna sempre in mente la risposta di Giovanni e Aldo a Marina Massironi in Tre uomini e una gamba. «Cosa fate nella vita?», chiedeva la Massironi e Giovanni, per non sfigurare data l’appena avvenuta presa in giro a danno di Giacomo, si invola in una descrizione eccezionale:
«Beh, noi lavoriamo nella meccanica di precisione… tecnologie avanzate al servizio di progettazioni particolari e specifiche, non so arduèr… Cioè: creiamo dei supporti che poi serviranno per progettare grosse situazioni. Strumenti di precisione per una svolta futura della meccanica.. non so se mi spiego. Sì insomma abbiamo un negozio di ferramenta. Cioè non è che il negozio è nostro: noi siamo commessi».
Commessi, per l’appunto. Fosse stato per il tenore di quell’annuncio sarebbero stati degli store manager. Tizi che vendono cose dentro a un negozio non loro, sarebbe stata una perifrasi portatrice di fin troppo demerito per un sales assistant. E così ancora con il junior manager, senior account, junior developer, CEO (perché mo so tutti CEO) et cetera, et cetera.
O come, tanto per non citare i (fin troppo amati) Simpson, si disse a proposito dell’Università Bovina nella puntata in cui Lisa aveva chiesto un pasto vegetariano alla mensa della scuola e il Direttore Skinner fece proiettare, per tutta risposta, un filmato pro-carni con trippa finale fornita dall’ispettorato carni:
Ma non vi siete resi conto che siete stati appena plagiati dalla propaganda?
(*) Ci sarebbe da parlare, a tal proposito, del bilinguismo utilizzato dal Comandante Ferrer nei Promessi Sposi del Manzoni, ma già sono prolisso così, figuriamoci se metto insieme pure la letteratura e la critica letteraria conseguente. Meglio rimanere sul pop. Così come mi riservo in un secondo momento l’analisi (reale) della celebre scena dell’immigrato rimasto senza lavoro di Sbatti il mostro in prima pagina di Gian Maria Volonté, più che mai appropriato.
«Fare il premier», qualsiasi cosa voglia dire
È ricominciata la campagna elettorale. Lo si vede dalle roboanti (vibranti cit. Giorgio Napolitano) dichiarazioni vuote e senza senso provenienti dai cinque stelle, dalla Lega, dal PD e da Berlusconi.
«Come abbiamo detto in campagna elettorale è finita l’epoca dei governi non votati da nessuno. Il premier deve essere espressione della volontà popolare. Il 17% degli italiani ha votato Salvini Premier, il 14 Tajani Premier, il 4 Meloni Premier. Oltre il 32% ha votato il MoVimento 5 Stelle e il sottoscritto come Premier. Non mi impunto per una questione personale, è una questione di credibilità della democrazia. È la volontà popolare quella che conta. Io farò di tutto affinché venga soddisfatta. Se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali, tecnici, di scopo o peggio ancora dei perdenti, lo dica subito davanti al popolo italiano».
Una vita da Emma Bonino (feat. Lo Stato Sociale)
la parlamentare,
la pacifista,
E fai la democratica,
la liberale,
sei liberista
ma hai compassione dei poveri.
prendi lo 0,1% ma sei Ministro lo stesso.
Perché lo fai?
Perché non te ne vai?
Unavitainvacanzaunavecchiacheballanientenuovocheavanza etc etc..
Tutte le giravolte di Lega e Movimento 5 Stelle su Euro e Europa: è iniziata la campagna acquisti. #famosevolébene
È iniziata la campagna acquisti. Di qualsiasi colore sia il nascituro governo, i due attori principali (Salvini e Di Maio) hanno iniziato una propria, personalissima, campagna volta al famose volé bene nei confronti dei vertici europei.
In effetti i due sono arrivati al culmine delle loro giravolte e tuffi carpiati su posizioni spinose come Europa, dunque vincoli europei, rapporto deficit-PIL; NATO, guerre imperialiste, immigrazione e quant’altro.
«Tagliare le tasse porterà ad una riduzione del rapporto debito-pil e ad un aumento della ricchezza reale degli italiani. Questo lo faremo possibilmente rispettando i parametri imposti da Bruxelles, dico possibilmente, perché questi numeri con le nostre riforme prevedono che il famoso tetto del 3 per cento venga rispettato. Ovviamente, se per aiutare la crescita si dovesse sforare dello zero virgola qualche vincolo europeo, quello zero virgola non sarebbe un problema».
“Con la Ue «vogliamo avere un’interlocuzione ferma ma collaborativa», sapendo che il quadro politico europeo «ci offre nuove opportunità», e che – rispetto al proprio elettorato – «abbiamo un vantaggio: ho detto in campagna elettorale che non era più il momento di uscire dall’euro, non abbiamo mai chiesto di uscire dalla Ue, e abbiamo detto che non avremmo lasciato il Paese nel caos. Questa linea la porteremo avanti anche dopo le elezioni». Lo ha detto il capo politico del M5s Luigi Di Maio, incontrando la Confcommercio a Milano. Segnali distensivi verso la Ue anche sul tema del rispetto dei parametri: «Prima di parlare di sforamento del 3% andrei a vedere come si spendono i soldi»
#Renzi fa voce grossa con la #Merkel, poi cala le braghe e conferma che “Italia rispetterà vincoli dell’Europa”. E si muore. #Salvini #Lega— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) 2 ottobre 2014
O ancora:
#Renzi abbaia ma non morde, al guinzaglio di Berlino e Bruxelles. Dice che rispetterà vincoli di quest’Europa, una gabbia di matti! #Salvini— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) 14 settembre 2014
Meglio ancora erano le performance politiciste di Di Maio su «chiediamo il parere agli Italiani sull’Euro, così da avere potere “contrattuale” (SIC!) in più a quei tavoli [europei n.d.r.]».
Le istituzioni Europee sono un po’ come Catellani di fronte a Fantozzi e Filini (M5s e Lega): «Quando dicevate di uscire dall’Euro parlavate delle vostre mogli, vero?».
Ma quale "altra Europa", «rinegoziare i trattati non è possibile». [E non sono io, un signor qualunque, a dirlo]
«[…] Ovviamente le elezioni italiane rappresentano un ostacolo [come] il segnale del nazionalismo che avanza anche nei paesi che dovrebbero essere il cuore della costruzione comunitaria. Ciò detto, il pericolo per l’Italia, soprattutto nel momento in cui si apre una fase di incertezza e di instabilità che rischia di essere particolarmente lunga, è di essere messa ai margini dal dibattito sul futuro dell’Europa che riguarda la ristrutturazione della zona euro, il bilancio pluriennale dell’Ue: questioni decisive che riguardano anche il futuro del nostro Paese.
C’è poi la possibilità che al Governo arrivi una forza come quella della Lega, Matteo Salvini ha confermato ieri come l’Euro sia destinato a finire o come il Movimento 5 Stelle, che ha attitudini molto ambigue rispetto alla moneta unica: ancora oggi si dice [dalle parti del Movimento n.d.r.] di voler ridiscutere i trattati. L’esperienza della Brexit e della [mancata? n.d.r.] Grexit insegna una cosa: l’UE è pronta a discutere con qualsiasi governo e pronta a discutere qualsiasi scenario, lasciando libertà ai suoi stati membri, però nel rispetto delle regole e di tutti. Il che significa che rinegoziare i trattati non è possibile, fondamentalmente».
Il virgolettato, sbobinato da me medesimo, appartiene a David Carretta, corrispondente a Bruxelles di «Radio Radicale» ed è tratto dal collegamento di stamattina nell’abito del notiziario mattutino dell’emittente (lo trovate qui dal primo minuto fino a 6:45: https://www.radioradicale.it/scheda/535130/notiziario-del-mattino).
L’europeismo “di parte” di Carretta lo lascio stare per un attimo e prendo in considerazione quel che dice classificandolo come il commento di un cronista preparato in questioni europee, quale è Carretta: è evidente che quello che ha detto lo ha pronunciato conscio di quello che stava proferendo. «Ridiscutere i trattati», secondo l’UE, «è impossibile». Si può prevedere l’uscita di un Paese, come accaduto al Regno Unito, ma la ridiscussione è del tutto improbabile, anzi.
Né è ammessa dalla struttura politico-finanziaria dell’UE.
La questione, checché ne dicano gli ingenui pro-UE o i fanatici di una cosiddetta “altra Europa”, è spiegata con logica cristallina dal giornalista di «Radio Radicale» e forse il commento di Carretta è più diretto a costoro (i sostenitori di una Europa “diversa”) che ad altri: la riformabilità dell’UE dall’interno è un’ipotesi inesistente e rappresenta uno scenario non contemplato dall’UE stessa. La stessa mossa dei paesi fondatori di far nascere prima l’Unione economico-monetaria e in un secondo momento organizzare la cosiddetta “Europa politica” non è un errore, come viene definito da taluni. È una scelta politica chiarissima: il sistema economico capitalista, declinato come neoliberismo, è il guscio di una struttura ademocratica, cioè priva di democrazia, e antidemocratica, estremamente contraria alle logiche di democrazia parlamentare e rappresentativa così come conosciuta per tutti gli anni ’90 del Novecento; al dissenso (quale che sia) e alle politiche sociali.
È sempre più necessario agire, anche nel proprio quotidiano, da anticapitalisti non solo da antiliberisti: dichiararsi antiliberisti presuppone accettare un capitalismo moderato in cui il welfare state può ritrovarsi e riadattarsi. Quel periodo storico, tuttavia, non si ripresenterà più e i mercati fagociteranno qualsiasi iniziativa pro-stato sociale, in ogni luogo del Pianeta. Emblematiche furono le dichiarazioni della Ministra della Sanità della Lituania nel 2014: «la sanità non è per tutti ma per chi se la può permettere». Allo stesso modo gli altri servizi. È il capitalismo, bellezza.
L'evidente non voglia di vincere di tutti
Abitare a Roma, viverne una parte della sua periferia (la più densamente abitata della Città), costituisce un osservatorio privilegiato per il “politicamente parlando” e fornisce degli spunti preziosi per capire come è andata questa campagna elettorale. Un metodo empirico senza dubbio, ma decisamente interessante da analizzare e prendere in considerazione. Vuoi o non vuoi, Roma è pur sempre la Capitale d’Italia e, dunque, una qual certa speculazione politica dagli ànditi delle sue periferie (e non solo) sono da tersi in considerazione nell’ambito di qualsiasi tornata elettorale.
Le plance elettorali sono vuote: da quando sono state installate nessun bandone è stato preso d’assalto, sebbene ci fosse una campagna elettorale non per le elezioni municipali, ma per le politiche e per le regionali. Dove c’è la ciccia, insomma.
Gli assalti all’arma bianca dei bei tempi
In sostanza, e questa è una cosa che solo chi abita a Roma può comprendere, tempo fa (neanche troppo) le regole degli spazi elettorali venivano sostanzialmente ignorate e le plance per l’affissione dei manifesti venivano coperte ad ondate regolari da parte degli attacchini pagati dal candidato di turno che aveva a disposizione un numero sproporzionato di manifesti e che voleva soverchiare quello dell’altro partito mostrando la sua potenza di fuoco nell’affissione in tutti gli spazi elettorali.
Nessuno vuole vincere
Già da un po’ di tempo si manifesta questa tendenza: nessuno vuole vincere le elezioni perché, altrimenti, gli “attori politici” (espressione infelice ma così tanto in voga, ormai) sarebbero costretti a prendere parte di un vero dibattito, con veri temi da discutere. E invece si parla di kannette e austerity (+Europa/Radicali), iNekRiCienestannotropi!1111! (dalla Lega in giù), ci riprenderemo la Libia, beh però alla fine noi siamo meglio di loro, via (Pd) e così via.
Ancora meno, in questa tornata, sono stati i manifesti per le regionali: tutto deve rimanere com’era, un po’ come la scena in cui Fantozzi tocca il culo al Duca Conte Semenzara perché «non si deve interrompere il fluido: tutto deve rimanere come quando ho vinto». Alla Regione Lazio andrà più o meno così: nessuno deve accorgersi che ci sono state le elezioni: vincerà, di nuovo, Zingaretti e nessuno davvero si renderà conto che si è insediato un nuovo Consiglio Regionale. Anche perché, davvero, anche il più idiota a ‘sto giro, s’è reso conto dell’accordo fra PD e Forza Italia/Fd’I: candidare Parisi era come dichiararsi non belligeranti o comunque ancora meno intenzionati a vincere delle politiche.
Una sfida al ribasso costante i cui finali sono: il mantenimento perpetuo dello status quo o il rutto liberatorio di Fantozzi dopo le svariate casse di acqua Bertier. Solo che bisogna capire da che parte pende quel rutto. Politicamente parlando, eh.
Emma Bonino, [il greco] e il latino.
L’affermazione è infelice, senza dubbio, ma è sfortunatamente reale nel sentire comune: a fine marzo mi laureerò in Bibliografia (corso di laurea magistrale in Scienze della Storia e del Documento); mi sto preparando per gli esami integrativi dei 24 cfu per l’insegnamento (anche del latino) nei licei e negli istituti superiori e la maggior parte delle di chi mi sta attorno mi ha silenziosamente suggerito che con quel pezzo di carta non ci faccio assolutamente nulla. Insomma, tante incertezze e poca vita.
Greco e latino mi hanno insegnato a studiare, come diceva Gramsci.
Mi hanno insegnato la necessità del mettersi in discussione e di evitare di pensare che un pur rampante adolescente abbia sempre ragione: il greco e il latino mostrano un proprio punto di vista che non è il tuo. Devi accettarlo e comprenderlo fino in fondo, altrimenti finisce che ti seccano e rifai la quinta ginnasio.
Mi hanno insegnato, poi, l’esistenza di regole – linguistiche e non – che vanno rispettate, così come il rispetto nei confronti dell’altro. Mi hanno insegnato a mantenere la concentrazione e la calma. Latino e greco mi hanno fatto amare le nicchie, i piccoli particolari, le cose che ad occhio nudo non si notano. Mi hanno fatto sognare ad occhi aperti l’Anabasi di Senofonte e aiutato a capire chi fossi veramente.
Cose stupide nell’Italia del 2018 che sta sempre più acclimatandosi all’individualismo legato ad un sistema economico capitalista e malato che premia chi più sfrutta e chi più affossa il vicino in qualsiasi modo.
[…] Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita.
[…] Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola “formativa” immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come “democratica”, mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le differenze sociali. Il carattere sociale della scuola è dato dal fatto che ogni strato sociale ha un proprio tipo di scuola destinato a perpetuare in quello strato una determinata funzione tradizionale».









