Bolivia, sale la tensione. L’ex presidente in carcere

Luis Arce sconterà sei mesi nel penitenziario di San Pedro. Per corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici nell’ambito di uno scandalo emerso 10 anni fa.
«La detenzione è illegale».

Foto di Karla Robinson su Unsplash

L’ex presidente Luis Arce Catacora dovrà scontare cinque mesi di custodia cautelare in carcere presso San Pedro, l’istituto penitenziario nel pieno centro della città di La Paz. La decisione è stata presa l’11 dicembre dal giudice Elmer Laura formalizzando i presunti capi d’accusa relativi a corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici nell’ambito dello scandalo relativo al Fondo statale per lo sviluppo dei popoli indigeni, originari e delle comunità rurali (ovvero il Fondioc – Fondo indigena, originario y campesino).
Il Ministro dell’interno Marco Antonio Oviedo, a seguito dell’arresto di Arce, durante una conferenza stampa convocata venerdì 12 [dicembre] ha chiarito i «capi d’accusa» nei confronti del «capo della banda»: «appropriazione indebita, distrazione di fondi nonché abuso della propria posizione». L’ammanco di denaro pubblico ammonterebbe, stando alle dichiarazioni del Ministro, a circa «360 milioni di bolivianos», poco più di 45 milioni di euro. Tuttavia ci sarebbero «connessioni ulteriori» col caso del Fondo che farebbero lievitare la distrazione ad «almeno il doppio della cifra» sopracitata. Numeri astronomici per un paese il cui debito estero ammonta attualmente a 117,3 milioni di dollari e per cui lo spettro del default comincia a materializzarsi sempre più concretamente (nonostante le smentite governative parlino di appianamento del 70%).

Cos’è accaduto

«Sono completamente estraneo ai fatti!». L’ex Presidente Luis Arce Catacora lo ha provato ad urlare per farsi sentire dalla stampa e dai presenti accorsi all’ingresso di San Pedro ma la polizia che lo tratteneva è stata repentina nel condurlo all’interno del penitenziario. La reclusione durerà presumibilmente fino a marzo 2026, mentre le indagini, fanno sapere i ministri interpellati, proseguiranno senza sosta.Secondo l’accusa, Luis Arce sarebbe stato a conoscenza di alcuni trasferimenti di fondi pubblici su conti privati per progetti pianificati dal Fondioc ma mai portati a termine. I fatti risalirebbero agli anni compresi tra il 2015 e il 2019, quando Arce era Ministro dell’Economia nei governi di Evo Morales, quando il Mas (Movimento al socialismo) era all’apice della popolarità e della propria capacità politica. La presunta appropriazione indebita avrebbe coinvolto un certo numero di progetti del Fondioc, soldi finiti in poche mani che avrebbero dovuto, invece, finanziare progetti di riqualificazione delle comunità rurali e indigene. Cruciale, per l’accusa, è stata la recente testimonianza di Lidia Patty, ex deputata del Mas, anche lei coinvolta nello scandalo. Marcelo Yamil Garcia, attuale viceministro per la trasparenza e i diritti umani, ha dichiarato alla stampa come «sia stata istituita una Commissione per la verità» che parrebbe essersi già messa all’opera, avendo iniziato ad esaminare «più di mille progetti dell’ex Fondioc». Tra quelli presi in esame, sarebbero più di settecento quelli che manifestano «irregolarità di varia natura»: progetti incompiuti, inesistenti e persino destinati a comunità rurali inesistenti.

«La detenzione? È illegale»

Maria Nela Prada, già componente dell’ufficio di presidenza della precedente legislatura, ha dichiarato pubblicamente la sua contrarietà alla detenzione del già Presidente boliviano: «La sua detenzione è un atto illegale», ha detto al quotidiano locale «El Deber». Prada ha poi proseguito: «Arce sta conducendo una lotta contro il cancro che sta attaccando varie parti del suo corpo», lasciando intendere che la detenzione possa peggiorare la sua condizione di salute: «sarà un miracolo se riuscirà a sopravvivere». Ma la maggioranza di governo ha risposto alle accuse sostenendo che le uniche detenzioni illegali erano state quelle che perduravano dal 2019, terminate con l’insediamento del nuovo esecutivo, vale a dire quella del governatore di Santa Cruz (ostile al Mas) e della ex presidentessa ad interim Jeanin Áñez.

Quello del Fondioc potrebbe configurarsi come uno tra i più gravi scandali di corruzione vissuti dal Paese nell’ultimo trentennio, una di quelle storie che coinvolgerebbe non solo esponenti politici ma anche figure di spicco delle associazioni di comunità indigene e realtà contadine, in una complessa rete di coinvolgimento degli strati popolari della popolazione in cerca di riscatto sociale e protagonismo. Inizialmente avvenuto, successivamente messo in secondo piano. Già nel 2015 ci furono condanne e sentenze riguardo presunte distrazioni e appropriazioni indebite da parte della giustizia boliviana, si verificò anche la condanna dell’allora presidente del Fondioc, Nemesia Achachollo. L’esperienza venne chiusa l’anno successivo a seguito alle condanne spiccate dalla giustizia ma il caso è stato riaperto con l’insediamento del nuovo governo di centro-destra di Rodrigo Paz Pereira.

Giustizia o resa dei conti?

La riapertura del caso a dieci anni di distanza suggerirebbe, maliziosamente, la seconda. Un redde rationem portato avanti dal governo di Paz Pereira nei confronti delle precedenti gestioni del Mas e dei suoi principali esponenti. Tutti tranne uno: Evo Morales. L’ex presidente, su cui da tempo pende un mandato di arresto per l’accusa di violenza su una minore, vive barricato nel Chapare, nella regione di Cochabamba (sud del Paese) ben protetto dal suo inner circle e dai suoi militanti che vigilano giorno e notte nei pressi della sua casa. Il prossimo accusato potrebbe essere lui.

Pubblicato su L’Eco di Bergamo del 22.12.25

Le parole sono (molto) importanti

«Cerchiamo sales assistant», oppure «train manager» oppure ancora «store manager».
Che poi, stringi stringi, trattasi di, nell’ordine: cassiere, capotreno e quello che c’ha er negozio, più o meno.

Recentemente mi sono accorto di due annunci di lavoro di NTV, l’azienda che gestisce il treno Italo, e di Esselunga: cercavano, nell’ordine, train manager e sales assistant.
L’uso dell’inglese è cruciale (*): vuoi mettere essere sales assistant e non er cassiere?
Tutta un’altra storia, così come il train manager. Mica è er capotreno, è il train manager: comanda qualcuno, è un manager, ha un incarico di responsabilità, deve guidare un gruppo di persone e farlo bene. «Devi assumerti il rischio delle decisioni, dell’esposizione di fronte agli utenti», direbbero i capoccioni, come si dice a Roma.
Il capotreno controlla solo i biglietti durante il viaggio: «un mestiere superato», direbbero sempre quelli di cui sopra.
Nella fase attuale postideologica, per definizione la peggiore delle ideologie perché ne ammette solo una, quella dominante, pronunciare i nomi delle mansioni citate in inglese rappresenta una precisa volontà ideologica e politica: blandire i subalterni, il popolo, il proletariato, la gente, i (s)cittadini, comunque lo si voglia chiamare, per dargli l’illusione del comando e della forza che può trarre da esso.
Nonostante il periodo di lavoro del train manager, magari, sia solo di 6 mesi; uno stage; un dai-che-poi-ti-richiamiamo che non arriva mai.

Quegli annunci, e le confuse considerazioni conseguenti, mi hanno riportato alla banalità dell’uso di una lingua straniera per far sì che il potere (tanto con la p minuscola, quanto con la P maiuscola) utilizzi parole e perifrasi per illudere e acquietare il soggetto subalterno a partire dalla mansione del lavoro. È quasi banale, in effetti, l’uso che viene fatto della lingua in questione, ma sortisce l’effetto sperato, sfortunatamente.

Aiuti (in)volontari – Sdrammatizziamo
Spesso, poi, l’italiano corre in aiuto dell’inglese, tanto nelle descrizioni degli annunci di lavoro sopracitati che in altre circostanze: le perifrasi, infatti, sono la caratteristica peculiare di una colossale arrampicata sugli specchi nel descrivere le mansioni del futuro manager o dell’assistant: forse è una mia impressione, ma quando leggo annunci di questo tipo, mi torna sempre in mente la risposta di Giovanni e Aldo a Marina Massironi in Tre uomini e una gamba. «Cosa fate nella vita?», chiedeva la Massironi e Giovanni, per non sfigurare data l’appena avvenuta presa in giro a danno di Giacomo, si invola in una descrizione eccezionale:

«Beh, noi lavoriamo nella meccanica di precisione… tecnologie avanzate al servizio di progettazioni particolari e specifiche, non so arduèr… Cioè: creiamo dei supporti che poi serviranno per progettare grosse situazioni. Strumenti di precisione per una svolta futura della meccanica.. non so se mi spiego. Sì insomma abbiamo un negozio di ferramenta. Cioè non è che il negozio è nostro: noi siamo commessi».


Commessi, per l’appunto. Fosse stato per il tenore di quell’annuncio sarebbero stati degli store manager. Tizi che vendono cose dentro a un negozio non loro, sarebbe stata una perifrasi portatrice di fin troppo demerito per un sales assistant. E così ancora con il junior manager, senior account, junior developer, CEO (perché mo so tutti CEO) et cetera, et cetera.

O come, tanto per non citare i (fin troppo amati) Simpson, si disse a proposito dell’Università Bovina nella puntata in cui Lisa aveva chiesto un pasto vegetariano alla mensa della scuola e il Direttore Skinner fece proiettare, per tutta risposta, un filmato pro-carni con trippa finale fornita dall’ispettorato carni:

Ma non vi siete resi conto che siete stati appena plagiati dalla propaganda?

(*) Ci sarebbe da parlare, a tal proposito, del bilinguismo utilizzato dal Comandante Ferrer nei Promessi Sposi del Manzoni, ma già sono prolisso così, figuriamoci se metto insieme pure la letteratura e la critica letteraria conseguente. Meglio rimanere sul pop. Così come mi riservo in un secondo momento l’analisi (reale) della celebre scena dell’immigrato rimasto senza lavoro di Sbatti il mostro in prima pagina di Gian Maria Volonté, più che mai appropriato.