Il Sudamerica ora guarda agli Usa

Foto di Hristina Šatalova su Unsplash

José Antonio Kast, il nuovo presidente del Cile, ha un piano per contrastare l’immigrazione. Basterà creare un fossato al confine con le nazioni vicine (Perù e Bolivia in primis), successivamente servirà erigere una barriera: «Le ruspe costruiranno la nostra sovranità», ha dichiarato alla stampa nazionale e internazionale a neanche una manciata di giorni dalla sua elezione. Sarebbero 336.000 gli immigrati irregolari secondo le stime (rigorosamente approssimative) che il nuovo esecutivo cileno ha fornito il 19 [marzo] in esclusiva alla «Bbc». Kast, eletto da neanche venti giorni, ha chiarito sin da subito la sua rottura coi governi precedenti (tutti di sinistra) strizzando l’occhio a Trump, al periodo della dittatura di Pinochet e alle «cose buone» di quel periodo. Ammesso che ve ne siano. Sebbene voci critiche si siano alzate dei confronti della decisione del Presidente, l’opinione pubblica non sembrerebbe reagire significativamente. A poco è valso il monito del deputato degli umanisti Tomas Hirsch che ha criticato il modo di fare di Kast parlando di «frasi facili per risolvere problemi complessi». Le ruspe sarebbero lo strumento con cui non solo il Cile si separerà idealmente da Perù e Bolivia ma con cui «riconquisterà la propria identità». La prima trincea è stata scavata alla frontiera col Perù, nel mezzo del deserto valico di frontiera di Chacalluta ma il messaggio è rivolto anche e soprattutto a Rodrigo Paz Pereira, presidente boliviano. Da quel punto i due paesi distano meno di duecento chilometri. Sebbene Kast e Paz Pereira abbiano portato la destra in auge, le storiche ruggini tra Cile e Bolivia potrebbero riemergere a causa della questione migratoria, impossibile da sostenere ulteriormente per Santiago del Cile.

Triangolazione venezuelana

Dalle città di El Alto e La Paz, la capitale più alta del mondo, transita la rotta della migrazione proveniente dal nord-est del Sudamerica. Ad intraprendere i viaggi all’interno della regione sono perlopiù persone di nazionalità venezuelana in cerca di stabilità e di lavoro. Tentare di attraversare a piedi il Darién, la terra di nessuno che separa la Colombia da Panama (dunque dal Messico e infine dagli Usa), è sempre più sconsigliato: il tratto è nelle mani dei trafficanti e i governi dei paesi interessati non si stanno occupando della questione, che nel frattempo volge sempre di più in un crogiolo di complessità. Ma se la via che porta verso Messico e Usa è bloccata, cosa rimane a chi ha deciso di lasciare il proprio paese? L’unica alternativa è quella di tentare l’approdo dall’altra parte della costa, cioè in Cile, al netto dell’ira di Kast, passando per la Bolivia. Paese, quest’ultimo, spesso meta d’approdo per l’immigrazione venezuelana, così come viene registrato nella città di El Alto grazie alla presenza della «Casa Luz Verde» (Casa Luce Verde), punto d’accoglienza, di assistenza alle madri e ai minori, nonché d’assistenza legale, cogestito da Fundacion Munasim Kullakita e da Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

Guardando a Trump

Le strutture d’accoglienza possono tuttavia essere messe in discussione a causa dei repentini cambi di governo dell’intera regione. Il Cile è solo l’ultimo dei paesi che nell’ultimo periodo ha abbracciato la ‘dottrina Trump’ in ambito economico, in politica interna ed estera. Ora, infatti, il presidente Usa sta sfruttando a proprio vantaggio la condizione di frammentazione politica del Sudamerica. Lo ha fatto ad inizio mese a Miami con la costituzione dello «Shield of the Americas» (Scudo delle Americhe), formalmente uno strumento volto a contrastare «traffico di droghe, criminalità internazionale e immigrazione illegale» ma nei fatti una «alleanza militare» con gli Usa, come ribadito dagli stessi sottoscrittori dell’accordo. Argentina, Cile, Bolivia, Guyana e Paraguay hanno aderito entusiasticamente allo «scudo» e nei fatti stanno portando i loro paesi sempre più sotto l’orbita statunitense. I tempi dell’Alba, l’Alleanza bolivariana anti statunitense, parrebbero essere tramontati da un pezzo. Il Brasile nel frattempo, proprio a margine della riunione di Miami a cui il presidente Lula non ha partecipato, ha raggiunto un accordo economico con la Bolivia di Paz Pereira. I due, sebbene distanti politicamente, si sono ritrovati nella firma di un accordo che possa guardare «al benessere dei due paesi» e che sappia «andare oltre le differenze politiche». Un ponte necessario per entrambi: per il Brasile, così da non rimanere isolato politicamente, per la Bolivia per un rilancio che non sia solo a stelle e strisce.

Articolo pubblicato da L’Eco di Bergamo il 30 marzo 2026

«La più forte» a La Paz

«Ama sua, ama llulla, ama qhella».
(Non rubare, non mentire, non essere pigro)

Ultima fotografia della squadra in campo a Santa Cruz a poche ore dall’imbarco fatale. In piedi: Marchetti, Porta, Cáceres, Flores, Franco e Arrigó. In ginocchio: Díaz, Flores, Tapia, Alcázar e Durán.
Fonte: Historia del futbol boliviano

L’anno scorso insieme a Fabio Belli abbiamo pubblicato, per Rogas Edizioni, un libricino dal titolo La più forte – The Strongest e storie del calcio in Bolivia.
Scrivere La più forte si è trasformato in un (altro) viaggio in Bolivia: calcisticamente affascinante ma anche drammaticamente poco battuta e, spesso, isolata o relegata ai luoghi comuni dell’altitudine e delle conseguenti vittorie. Scrivendo di Strongest sono naturalmente entrato in contatto con Oswaldo Calatayud, uno stronguista fino al midollo, che vive la sua passione giallonera promuovendo una biblioteca e una casa editrice dedicata al mondo del club The Strongest. Oswaldo è una di quelle persone che vorresti incontrare una volta atterrato dall’altra parte del mondo. Non ci siamo mai visti di persona, se non tramite applicazioni di videochiamata, eppure intratteniamo da due anni un felice scambio su La più forte e sulle pubblicazioni della Biblioteca Stronguista.
Per mezzo di don Riccardo Giavarini, sono riuscito a far arrivare due copie di La più forte e lui, senza avermi detto nulla, si è incaricato di far avere una copia a Carlos Mesa Gisbert, ex Presidente della Bolivia e vicepresidente del club Always Ready di El Alto.
C’è anche la voce di Mesa Gisbert nel libro, in effetti.

Oswaldo Calatayud che dona la copia di «La più forte» all’ex Presidente della Bolivia Carlos Mesa Gisbert.

Già che c’era, Oswaldo se lo è anche portato con sé ad una trasmissione in cui è stato invitato a parlare della sconfitta subita dalla squadra in occasione della Copa Libertadores contro la squadra di Tàchira (Venezuela).

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La storia della Strongest è davvero pienamente e autenticamente boliviana. Nasce all’alba del secolo passato e attraversa tutte le fasi, tra le più convulse, vissute da uno dei paesi al mondo che annovera il dato di maggior numero di colpi di stato fra tentati e riusciti. Una squadra che ha attraversato rivoluzioni e involuzioni, narcodittature e militari al potere. Ha attraversato guerre ed è riuscita a uscirne con lo spirito intatto. Anzi, è proprio a partire dalla Guerra del Chaco, dimenticata dall’Occidente, che l’immaginario stronguista e boliviano affonda le proprie radici. In una guerra che la Bolivia ha rovinosamente perduto, l’unico caso di una netta vittoria è stata quella della trincea che ha poi preso il nome di Cañada Strongest: il “grito sagrado” pronunciato in aymara «kalatakaya warikasaya» risuonava così forte che tutto il paese vi si aggrappò con tutte le sue forze. In quel grido il paese vi ha trovato la forza per poter continuare a costruire un domani che potesse contemplare la vita delle generazioni future. Così, passo dopo passo, lo stronguista è passato ad essere paceño y liberal (ad inizio secolo) fino a rappresentare l’anima più profonda di La Paz e della Bolivia (a metà Novecento).

Grazie a tutte e tutti coloro che decideranno di prendersi del tempo per leggero,
grazie a tutte e tutti coloro che decideranno di sostenere il progetto de La più forte.

🇧🇴

Bolivia, sale la tensione. L’ex presidente in carcere

Luis Arce sconterà sei mesi nel penitenziario di San Pedro. Per corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici nell’ambito di uno scandalo emerso 10 anni fa.
«La detenzione è illegale».

Foto di Karla Robinson su Unsplash

L’ex presidente Luis Arce Catacora dovrà scontare cinque mesi di custodia cautelare in carcere presso San Pedro, l’istituto penitenziario nel pieno centro della città di La Paz. La decisione è stata presa l’11 dicembre dal giudice Elmer Laura formalizzando i presunti capi d’accusa relativi a corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici nell’ambito dello scandalo relativo al Fondo statale per lo sviluppo dei popoli indigeni, originari e delle comunità rurali (ovvero il Fondioc – Fondo indigena, originario y campesino).
Il Ministro dell’interno Marco Antonio Oviedo, a seguito dell’arresto di Arce, durante una conferenza stampa convocata venerdì 12 [dicembre] ha chiarito i «capi d’accusa» nei confronti del «capo della banda»: «appropriazione indebita, distrazione di fondi nonché abuso della propria posizione». L’ammanco di denaro pubblico ammonterebbe, stando alle dichiarazioni del Ministro, a circa «360 milioni di bolivianos», poco più di 45 milioni di euro. Tuttavia ci sarebbero «connessioni ulteriori» col caso del Fondo che farebbero lievitare la distrazione ad «almeno il doppio della cifra» sopracitata. Numeri astronomici per un paese il cui debito estero ammonta attualmente a 117,3 milioni di dollari e per cui lo spettro del default comincia a materializzarsi sempre più concretamente (nonostante le smentite governative parlino di appianamento del 70%).

Cos’è accaduto

«Sono completamente estraneo ai fatti!». L’ex Presidente Luis Arce Catacora lo ha provato ad urlare per farsi sentire dalla stampa e dai presenti accorsi all’ingresso di San Pedro ma la polizia che lo tratteneva è stata repentina nel condurlo all’interno del penitenziario. La reclusione durerà presumibilmente fino a marzo 2026, mentre le indagini, fanno sapere i ministri interpellati, proseguiranno senza sosta.Secondo l’accusa, Luis Arce sarebbe stato a conoscenza di alcuni trasferimenti di fondi pubblici su conti privati per progetti pianificati dal Fondioc ma mai portati a termine. I fatti risalirebbero agli anni compresi tra il 2015 e il 2019, quando Arce era Ministro dell’Economia nei governi di Evo Morales, quando il Mas (Movimento al socialismo) era all’apice della popolarità e della propria capacità politica. La presunta appropriazione indebita avrebbe coinvolto un certo numero di progetti del Fondioc, soldi finiti in poche mani che avrebbero dovuto, invece, finanziare progetti di riqualificazione delle comunità rurali e indigene. Cruciale, per l’accusa, è stata la recente testimonianza di Lidia Patty, ex deputata del Mas, anche lei coinvolta nello scandalo. Marcelo Yamil Garcia, attuale viceministro per la trasparenza e i diritti umani, ha dichiarato alla stampa come «sia stata istituita una Commissione per la verità» che parrebbe essersi già messa all’opera, avendo iniziato ad esaminare «più di mille progetti dell’ex Fondioc». Tra quelli presi in esame, sarebbero più di settecento quelli che manifestano «irregolarità di varia natura»: progetti incompiuti, inesistenti e persino destinati a comunità rurali inesistenti.

«La detenzione? È illegale»

Maria Nela Prada, già componente dell’ufficio di presidenza della precedente legislatura, ha dichiarato pubblicamente la sua contrarietà alla detenzione del già Presidente boliviano: «La sua detenzione è un atto illegale», ha detto al quotidiano locale «El Deber». Prada ha poi proseguito: «Arce sta conducendo una lotta contro il cancro che sta attaccando varie parti del suo corpo», lasciando intendere che la detenzione possa peggiorare la sua condizione di salute: «sarà un miracolo se riuscirà a sopravvivere». Ma la maggioranza di governo ha risposto alle accuse sostenendo che le uniche detenzioni illegali erano state quelle che perduravano dal 2019, terminate con l’insediamento del nuovo esecutivo, vale a dire quella del governatore di Santa Cruz (ostile al Mas) e della ex presidentessa ad interim Jeanin Áñez.

Quello del Fondioc potrebbe configurarsi come uno tra i più gravi scandali di corruzione vissuti dal Paese nell’ultimo trentennio, una di quelle storie che coinvolgerebbe non solo esponenti politici ma anche figure di spicco delle associazioni di comunità indigene e realtà contadine, in una complessa rete di coinvolgimento degli strati popolari della popolazione in cerca di riscatto sociale e protagonismo. Inizialmente avvenuto, successivamente messo in secondo piano. Già nel 2015 ci furono condanne e sentenze riguardo presunte distrazioni e appropriazioni indebite da parte della giustizia boliviana, si verificò anche la condanna dell’allora presidente del Fondioc, Nemesia Achachollo. L’esperienza venne chiusa l’anno successivo a seguito alle condanne spiccate dalla giustizia ma il caso è stato riaperto con l’insediamento del nuovo governo di centro-destra di Rodrigo Paz Pereira.

Giustizia o resa dei conti?

La riapertura del caso a dieci anni di distanza suggerirebbe, maliziosamente, la seconda. Un redde rationem portato avanti dal governo di Paz Pereira nei confronti delle precedenti gestioni del Mas e dei suoi principali esponenti. Tutti tranne uno: Evo Morales. L’ex presidente, su cui da tempo pende un mandato di arresto per l’accusa di violenza su una minore, vive barricato nel Chapare, nella regione di Cochabamba (sud del Paese) ben protetto dal suo inner circle e dai suoi militanti che vigilano giorno e notte nei pressi della sua casa. Il prossimo accusato potrebbe essere lui.

Pubblicato su L’Eco di Bergamo del 22.12.25

Torino e The Strongest: lontane vicine nella tragedia sportiva

Ultima fotografia della squadra in campo a Santa Cruz a poche ore dall’imbarco fatale. In piedi: Marchetti, Porta, Cáceres, Flores, Franco e Arrigó. In ginocchio: Díaz, Flores, Tapia, Alcázar e Durán. Fonte: Historia del futbol boliviano

«Un atroce lutto per Torino e per il nostro sport», recitava così l’occhiello dell’articolo datato 5 maggio 1949 sul «Corriere della Sera». La firma era quella di Dino Buzzati, a lui toccò scrivere della prematura e violenta scomparsa della squadra granata che, da quel momento in poi, verrà comunemente identificata col nome di Grande Torino.

Vent’anni dopo, il 26 settembre 1969, accadde un avvenimento simile dalla parte opposta del globo: in Bolivia. Un aereo della Lloyd Aéreo Boliviano (Lab) si schianta contro le montagne che sovrastano la località mineraria di Viloco, a più di cinquemila metri d’altitudine. L’aereo stava tornando all’aeroporto di La Paz dopo essere partito da Santa Cruz e trasportava, tra gli altri, i calciatori di una delle squadre più longeve e rappresentative del paese: The Strongest [la più forte]. Anche in quel caso nessun superstite.

La tragedia e il golpe di Candia

L’Italia del ‘49, appena uscita con le ossa rotte dal secondo conflitto mondiale, stava faticosamente facendo i conti con se stessa: la Repubblica era appena nata e il calcio stava aiutando a far dimenticare l’orrore del nazifascismo. Quantomeno ci provava.
La Bolivia del ‘69, allo stesso modo, aveva vissuto un ulteriore stravolgimento nel governo del paese: il 26 settembre si verificò il centottatesimo colpo di stato in centoquarant’anni di storia. Stavolta senza (troppo) spargimento di sangue: il presidente eletto, Barrientos Ortuño, era già morto in aprile in un altro incidente aereo (in elicottero). Siles Salinas, l’uomo che successe al defunto Ortuño, governò quattro mesi e ventitré giorni, dopodiché il generale Osvaldo Candia si presenta a Palacio Quemado (bruciato, a causa di un’altra rivolta tempo addietro) e indica la porta d’uscita a Salinas.

Quel giorno di settembre, però, l’attenzione della Bolivia era altrove. È un’altra la notizia che vola di bocca in bocca e inizia a circolare freneticamente: un aereo è scomparso con 74 passeggeri a bordo e il velivolo con i giocatori del The Strongest, atteso nel primo pomeriggio, avrebbe già dovuto essere rientrato a La Paz. S’impiega poco a collegare le cose: l’aereo del The Strongest è scomparso. “Che se ne vada al diavolo l’ennesimo golpe!”: una folla inizia a radunarsi attorno al civico 1319 di Calle Commercio di La Paz, allora sede della squadra giallonera. 7

«Que nos perdone, Dios!»

Il giorno successivo sui quotidiani boliviani ci saranno due notizie a farla da padrone: il nuovo presidente assicurerà pace e prosperità al Paese (l’importante è che non vi siano guastatori o disfattisti che si frappongano fra lui e il suo progetto riformatore); l’aereo con i giocatori gialloneri è dato per disperso. Nessuno vuole credere alle voci che si rincorrono impazzite: «dirottamento aereo». Sarebbe troppo, anche se è il 1969 e in Bolivia accaddero fatti incredibili. Quattro giorni dopo un gruppo di alpinisti, un sacerdote-alpinista e un giornalista del quotidiano «Hoy», scoprirà il relitto dell’aereo e i cadaveri del The Strongest. Padre Ferrari, missionario bergamasco e avvezzo a praticare alpinismo in entrambe le sue patrie (Italia e Bolivia), fu il primo del gruppo che vide quanto accaduto: «Que nos perdone Dios!», aveva ripetuto tre volte alle 12:00 del 27 settembre 1969. In Italia, due giorni dopo l’accaduto, il quotidiano che dà maggior rilievo alla notizia è «La Stampa»: «Come il Grande Torino a Superga nel 1949. Precipita sulle Ande un aereo con la squadra campione della Bolivia […] Tra i morti Julio Diaz e altri giocatori della nazionale». Non solo: Juan Iriondo, di etnia aymara e amatissimo dalla popolazione, ed Hernan Alcazar furono ritrovati abbracciati semi carbonizzati: intuendo la fine vicina, si strinsero in un abbraccio negli ultimi istanti del volo.

La Bolivia era a pezzi: il golpe passò decisamente in secondo piano, data la tragedia che era capitata alla squadra più forte – di nome e di fatto – del paese.
Tutta l’America Latina partecipò alla ricostruzione del The Strongest: il Boca Juniors inviò due ottimi giovani calciatori, altri giunsero perfino dagli arcinemici del Bolivar; in Brasile venne organizzato el clásico tra Flamengo e Fluminense i cui proventi andarono tutti alla società boliviana; infine, l’allora presidente della Conmbebol donò ventimila dollari americani (allora una cifra faraonica) per la ricostruzione del club.

Da quel momento in poi, entrambe le squadre (Torino e The Strongest) vennero ricordate come le migliori di sempre, ineguagliabili nella loro grandezza e bravura. Poco importa se i gialloneri del The Strongest si fossero imbarcati su quell’aereo con il morale a terra: la squadra aveva partecipato ad un torneo amatoriale della federazione calcistica della città di Santa Cruz ed era sconfitta sia dall’Oriente Petrolero (altro club storico del paese), sia dai paraguaiani del Cerro Porteño, sia da una compagine cittadina (che non aveva neanche un nome!). Sarà per sempre ricordata come gloriosa Strongest.

Se vuoi conoscere di più della storia del The Strongest e del futbol boliviano ti tocca leggere «La più forte – The Strongest e altre storie del calcio in Bolivia»

All’inizio del 1900, dall’altra parte del mondo, un gruppo di giovani di La Paz, vestiti con magliette dal colore simile a bande giallo nere, sta andando a farsi scattare una foto allo storico studio fotografico Cordero, in pieno centro città. Il proprietario ha affisso una pubblicità scritta a mano assicurando fotografie meravigliose grazie a nuovissime lenti acquistate recentemente.
I ragazzi sono fieri e orgogliosi: «Sta per nascere una squadra di calcio a La Paz», dicono. E non sarà come quelle che fino a quel momento stavano popolando il panorama calcistico amatoriale cittadino: la squadra non si scioglierà mai. Lo giurano solennemente. Sarà anche la più forte di tutte le altre.
È l’8 aprile 1908 e 12 ragazzi firmano l’atto di nascita della squadra più longeva della Bolivia: The Strongest, la più forte.
In inglese suona meglio di “la más fuerte”.🟡⚫

” La più forte – The Strongest e altre storie di calcio in Bolivia”, pubblicato da Rogas Edizioni, è disponibile da giugno! 📚

Non lo trovate in libreria? Potete ordinarlo e in pochi giorni sarà saziata la vostra sete boliviana. 🇧🇴

¡Kalatakaya Warikasaya!

Un viaggio in una terra calcisticamente affascinante ma poco battuta: la Bolivia. Un luogo in cui il “grito sagrado” Kalatakaya Warikasaya (letteralmente “rompe la pietra, trema la vigogna”) è diventato motto del club The Strongest nel corso della sua storia, che esprime la forza che come il vento dell’Altiplano è capace di “rompere le pietre” e far tremare uno degli animali più resistenti delle montagne, la vigogna. Una frase che da decenni viene ripetuta dai diversi capitani e soprattutto dai sostenitori di un club la cui storia gloriosa e tormentata, come quella della nazionale boliviana, la “Verde”, che dai giocatori della Strongest è spesso stata composta. “La più forte – The Strongest e altre storie del calcio in Bolivia” per Rogas Edizioni, con la prefazione di Luca Pisapia, è ufficialmente in vendita.

Grazie alle amiche e agli amici, a tutte e tutti coloro che vorranno sostenere questo progetto!

Evo Morales sostiene di essere candidabile, la legge dice di no.

Manifestante pro-Evo nel corso di una manifestazione in Ecuador [2013] – fonte Wikimedia commons

«Siamo pienamente abilitati a presentarci alle elezioni. È impressionante il sostegno che stiamo ricevendo: sono sicuro che vinceremo le elezioni col 60%!». A parlare alla ristretta cerchia di militanti giunti dalle più remote province del paese, è Evo Morales, già presidente dello Stato plurinazionale della Bolivia e da più di due anni diretto avversario dell’attuale presidente Luis Lucho Arce Catacora. Non ci sarebbe niente di strano in quest’affermazione se non fosse che Evo e Lucho fanno parte, perlomeno ancora formalmente, dello stesso partito: il Movimento al socialismo-Strumento per la sovranità dei popoli (Mas-Ipsp).

Da due anni Evo sta spaccando il partito giungendo alla creazione di quel che è stato definito un Mas-parallelo rispetto a quello istituzionale e riconosciuto giuridicamente. In queste settimane, però, Morales è messo alle strette dalla giustizia: il tribunale di Tarija lo ha accusato di violenza sessuale su di una minorenne, fatto che risalirebbe attorno a due lustri fa. L’ex presidente non si sta presentando in tribunale, nonostante le convocazioni, e su di lui ora pende un mandato di cattura: obbligato al domicilio presso la sua residenza, non può uscire dalla regione del Chiapare in cui si sente protetto da settori politici, sindacali e dell’associazionismo legati alla realtà dei cocaleros che pure presiede.

Un outsider?
Il personaggio vicino a Evo che sta emergendo in questa circostanza è Andronico Rodriguez, giovane esponente del Mas-Ipsp, vicepresidente del Senato, è sostenitore della fazione anti Lucho. È lui a rappresentare il volto nuovo della fazione evista nonché la possibile cerniera tra le due correnti politiche. Tuttavia, sebbene la stampa boliviana abbia diffuso notizie che prevederebbero un possibile accordo di pacificazione nel partito prevedendo Arce candidato alla presidenza e Rodriguez come vice, lo stesso senatore si è detto indisponibile al tandem. «Ci sono state speculazioni e informazioni false che hanno attribuito il mio nome addirittura come candidato alla presidenza», ha dichiarato Andronico Rodriguez l’8 febbraio [2025] in un comizio dei sostenitori di Morales tenutosi nella città di Cochabamba, «il movimento popolare che si è unito attorno al nome di Evo Morales lo sosterrà [ancora] alla presidenza in vista delle prossime elezioni». Come a volersi smarcare dalle ricostruzioni della stampa, ha ribadito il proprio sostegno all’ex presidente. Chissà, però, che non succeda il contrario: in fondo alcune dichiarazioni servono in determinate circostanze specifiche ma lasciano il tempo che trovano nel lungo periodo. Succede così anche in Italia, d’altra parte.

Divisioni interne ed esterne
«È evidente che ci sia uno scontro tra gruppi di potere. Poche persone vorrebbero far naufragare il percorso che fece nascere lo strumento politico. Non so, davvero, come mai Evo Morales voglia tornare al potere costi quel che costi, giungendo a voler dividere e spaccare il Mas, così come le organizzazioni sociali che ne fanno parte», ha dichiarato raggiunta al telefono Julia Damiana Ramos Sanchez, vice presidente della direzione nazionale del Mas-Ipsp e direttrice esecutiva delle Bartolinas (l’organizzazione femminile del partito) della regione di Tarija. Già deputata nel primo esecutivo Morales, successivamente ministra, Ramos Sanchez conosce bene quel che orbita socialmente e politicamente attorno all’ex presidente: «C’è stato un referendum nel 2016» – ha aggiunto – «e il risultato ha espresso chiaramente come Evo non possa continuare ad essere candidato all’infinito, tanto più che non può farlo legalmente data la Costituzione». Costituzione che lo stesso Morales modificò una volta al potere, così come mutò anche lo status giuridico della Bolivia divenuto «Stato Plurinazionale» al fine di valorizzare ogni componente indigena e originaria del paese.

Ma questo ora a Evo non importa più.
Vuole tornare al potere a tutti i costi e per farlo incita parti di organizzazioni sociali a lui fedeli di bloccare le principali strade del paese, di scendere in piazza quasi giornalmente, di diffondere notizie false tramite Radio Kawsachun Coca. Da settimane militanti a lui vicini stanno raggiungendo il suo domicilio, riunendosi con lui presso i locali della Seis federaciones, per «dimostrargli l’affetto e il sostegno politico». Una settimana fa una porzione consistente dei presidenti delle municipalità del dipartimento della capitale politica (La Paz) hanno riconosciuto Evo come candidato alla presidenza alle prossime elezioni che si terranno in agosto. Per dare un’idea dello scontro in atto: il 22 gennaio dello scorso anno i blocchi stradali messi in atto dai sostenitori dell’ex presidente sono durati più di due mesi e avevano paralizzato le principali arterie autostradali. Secondo l’Istituto boliviano per il commercio estero, in quei giorni il paese «perse circa 75 milioni di dollari al giorno». Un dato nefasto per la Bolivia che sta affrontando una crisi economica che si riflette in ogni ambito della vita delle persone: produttiva e sociale.

«In Bolivia c’era crisi ieri, c’è oggi e ci sarà domani: non è una novità. Evo sta utilizzando la situazione per scopi politici e soprattutto per coprire le accuse pendenti nei suoi confronti», ha spiegato da El Alto, alla periferia del mondo, don Riccardo Giavarini, direttore generale della Fundacion Munacim Kullakita. Bergamasco di Telgate, missionario laico, è in Bolivia dal 1977 ma sacerdote dal 2023, dopo aver ripreso gli studi di teologia interrotti a seguito della vita matrimoniale con Bertha Blanco (tra le fondatrici del Mas-Ipsp) venuta a mancare nel 2020 a causa del Covid.

La violenza è ovunque
L’accusa più grave a cui Morales deve far fronte è quella di abuso sessuale di una minorenne (come s’è accennato sopra): il tribunale della città di Tarija ha sancito che non può allontanarsi dal paese ed è stato anche emanato un ordine di cattura nei suoi confronti. Sollecitato per tre volte a presentarsi in tribunale, Morales ha sempre disertato l’aula. «Il punto è che Evo è dipendente dall’abuso di donne e di ragazze minorenni in termini di tratta e traffico», tuona Giavarini, che di questi argomenti ne sa qualcosa dato il suo impegno quotidiano con la struttura che dirige.

Il quotidiano boliviano «La Razon», che pure sarebbe vicino alle istanze del Mas-Ipsp, nell’edizione di lunedì 3 febbraio [2025] ha pubblicato numeri piuttosto eloquenti riguardo lo sfruttamento minorile nel paese: «In 11 anni si sono registrati 6.001 matrimoni tra uomini e ragazze minorenni la cui età si aggira tra i 16 e i 17 anni». Ancora: «nel 6,06% dei casi registrati l’età dello sposo è fino a tre volte superiore a quella della sposa». Una situazione evidentemente esplosiva che rappresenta, purtroppo, un costume diffusissimo nel paese.

«Nel carcere minorile di Qalauma [nella città di Viacha] i delitti riconducibili alla violenza sessuale sono tra i più commessi», afferma Giavarini «manca una vera educazione sessuale, alla reciprocità e non vengono veicolati messaggi ed esempi positivi da parte delle istituzioni (che siano governative o scoladtiche); si sono naturalizzati dei comportamenti che vedono la figura femminile solo come strumento di piacere maschile. La donna non è vista come portatrice di soggettività, partecipazione, dignità e uguaglianza: qui a El Alto le ragazzine popolano i locali notturni».

La situazione, dunque, sembra non possa giungere ad una soluzione rapida. Anzi. Lo scontro tra fazioni del Mas-Ipsp, così come quello delle organizzazioni sociali ad esso legate, parrebbe essere destinato ad una recrudescenza sempre maggiore: sulle elezioni che si terranno ad agosto aleggia lo spettro di nuovi scontri sociali, com’è avvenuto per il tentato golpe dello scorso anno e per la Marcia per la vita a cui hanno partecipato i sostenitori di Morales il 14 gennaio [2025] terminata in scontri, lanci di molotov da parte dei manifestanti e lacrimogeni da parte della forza pubblica. La Bolivia, secondo paese al mondo per colpi di stato (35, dietro al Cile che ne vanta 36), non ha ancora trovato una stabilità nella democrazia.

Pubblicato su Pressenza il 17 febbraio 2025

Bolivia, due parti in lotta per uno stesso partito.

Centinaia di persone riversatesi in Piazza Murillo, là dove si trova Palacio Quemado (il palazzo del governo boliviano), gridano improperi al «governo traditore» cercando di forzare il blocco della polizia. È il 14 gennaio [2025] e la dimostrazione di piazza chiede di consegnare una «petizione popolare contro l’aumento dei prezzi degli alimenti di base», per denunciare la «mancanza di carburante nella gran parte delle stazioni di servizio del paese» e chiedendo le dimissioni del governo di Luis Lucho Arce Catacora, esponente del Movimento al socialismo-Strumento per la sovranità dei popoli (Mas-Ipsp). Gli animi si surriscaldano: manifestanti e polizia vengono a contatto. La manifestazione viene così sciolta con l’utilizzo della forza.
È la Marcia per la vita per cui i manifestanti hanno percorso 85 chilometri a piedi dalla città di Patacamaya a La Paz: sembrerebbe una ordinaria (benché forte) dimostrazione di contestazione da parte dell’opposizione a Luis Arce. Ma l’opposizione non c’entra davvero: i manifestanti appartengono al medesimo partito del Presidente. In Piazza Murillo c’erano i fedelissimi di Evo Morales, già presidente boliviano e figura di spicco del Mas-Ipsp. Due parti in lotta per uno stesso partito. Entrambi ne rivendicano il nome, la storia e la legittimità. 

«È evidente che ci sia uno scontro tra gruppi di potere. Poche persone vorrebbero far naufragare il percorso che fece nascere lo strumento politico. Non so, davvero, come mai Evo Morales voglia tornare al potere costi quel che costi, giungendo a voler dividere e spaccare il Mas, così come le organizzazioni sociali che ne fanno parte», dichiara a «L’Eco di Bergamo» Julia Damiana Ramon Sanchez, vice presidente della direzione nazionale del Mas-Ipsp e direttrice esecutiva delle Bartolinas (l’organizzazione femminile del partito) della regione di Tarija. Già deputata nel primo esecutivo Morales, successivamente ministra, Ramon Sanchez conosce bene quel che orbita socialmente e politicamente attorno all’ex presidente: «C’è stato un referendum nel 2016» – aggiunge Ramon Sanchez – «e il risultato ha espresso chiaramente come Evo non possa continuare ad essere candidato all’infinito, tanto più che non può farlo legalmente data la Costituzione».
Costituzione che lo stesso Morales modificò una volta al potere, così come mutò anche lo status giuridico della Bolivia divenuto «Stato Plurinazionale» al fine di valorizzare ogni componente indigena e originaria del paese.

Ma questo ora a Evo non importa più.
Vuole tornare al potere a tutti i costi e per farlo incita parti di organizzazioni sociali a lui fedeli di bloccare le principali strade del paese, di scendere in piazza quasi giornalmente, di diffondere notizie false tramite un’emittente radiofonica a lui vicina (Radio Kawsachun Coca). Per dare un’idea dello scontro: il 22 gennaio dello scorso anno i blocchi stradali messi in atto dai sostenitori dell’ex presidente erano durati più di un mese e avevano paralizzato le principali arterie autostradali. Secondo l’Istituto boliviano per il commercio estero, in quei giorni il paese «perse circa 75 milioni di dollari al giorno». Un dato nefasto per la Bolivia che sta affrontando una crisi economica che si riflette in ogni ambito della vita delle persone: produttiva e sociale.

«In Bolivia c’era crisi ieri, c’è oggi e ci sarà domani: non è una novità. Evo sta utilizzando la situazione per scopi politici e soprattutto per coprire le accuse pendenti nei suoi confronti», spiega a «L’Eco di Bergamo» da El Alto, alla periferia del mondo, don Riccardo Giavarini, direttore generale della Fundacion Munacim Kullakita. Bergamasco di Telgate, missionario laico, è in Bolivia dal 1977 ma sacerdote dal 2023, dopo aver ripreso gli studi di teologia interrotti a seguito della vita matrimoniale con Bertha Blanco (tra le fondatrici del Mas-Ipsp) venuta a mancare nel 2020 a causa del Covid.
L’accusa più grave a cui Morales deve far fronte è quella di abuso sessuale di una minorenne (caso avvenuto due lustri fa): il tribunale della città di Tarija ha sancito che non può allontanarsi dal paese ed è stato anche emanato un ordine di cattura nei suoi confronti. Sollecitato per tre volte a presentarsi in tribunale, Morales ha sempre disertato l’aula. 

«Il punto è che Evo è dipendente dall’abuso di donne e di ragazze minorenni in termini di tratta e traffico», tuona Giavarini, che di questi argomenti ne sa qualcosa dato il suo impegno quotidiano con la struttura che dirige. Un costume, purtroppo, diffusissimo nel Paese: «Nel carcere minorile di Qalauma [nella città di Viacha] i delitti riconducibili alla violenza sessuale sono tra i più commessi», afferma Giavarini «manca una vera educazione sessuale, alla reciprocità e non vengono veicolati messaggi ed esempi positivi da parte delle istituzioni (che siano governative o scolastiche); si sono naturalizzati dei comportamenti che vedono la figura femminile solo come strumento di piacere maschile. La donna non è vista come portatrice di soggettività, partecipazione, dignità e uguaglianza: qui a El Alto le ragazzine popolano i locali notturni»

La situazione, dunque, sembra non possa giungere ad una soluzione rapida. Anzi. Lo scontro tra fazioni del Mas-Ipsp, così come quello delle organizzazioni sociali ad esso legate, parrebbe essere destinato ad una recrudescenza sempre maggiore.
La Bolivia, secondo paese al mondo per colpi di stato (35, dietro al Cile che ne vanta 36), si appresta a celebrare il giorno della nascita dello Stato plurinazionale (22 gennaio 2009) in un clima più che teso. Dopo sedici anni da quel giorno, il paese non ha ancora trovato una stabilità nella democrazia.

Articolo pubblicato su L’eco di Bergamo del 2 febbraio 2025

Fùtbol o futbòl? Certo non «soccer»…

Quando Pino Cacucci pubblicò San Isidro futbòl era il 1991: trentatré anni fa. La prima edizione venne curata dall’editore Granata Press di Bologna, la cui esperienza (a cui rimandiamo a questo link per una lettura più approfondita) terminò nel 1996.
L’edizione che ho tra le mani costava 10.000 lire ed era la prima ripubblicata dalla Universale economica Feltrinelli cinque anni dopo la prima apparizione al pubblico.
Gli anni in cui venne pubblicato questo agevole romanzo (93 pagine) erano gli anni in cui il Messico era attraversato da una nuova consapevolezza: in una parte remota della sua geografia, stava formandosi una nuova esperienza di autodeterminazione rivoluzionaria. Di lì ad un battito di ciglia, il Chiapas sarebbe diventata una parola bisbigliata e conosciuta in gran parte del mondo, uscendo prepotentemente fuori della zona tra Messico e Guatemala in cui si trova; Ezln, l’esercito zapatista di liberazione nazionale, sarebbe stato un riferimento culturale per una parte di movimento altermondista e anticapitalista così come, allo stesso modo, l’enigmatica figura del Sub Comandante Marcos.

Il riferimento allo zapatismo, nel libello di Cacucci, è più che evidente: San Isidro si trovava in un punto imprecisato del Messico, in una remota regione di uno stato regionale (anzi, tre) e conteso fra le giurisdizioni di: Puebla, Veracruz, Oaxaca. Ma siccome San Isidro non era riportato neanche sulle mappe militari, il governo non si preoccupava di dirimere la questione dell’appartenenza del villaggio, nonostante gli abitanti desiderassero saperlo. E prima di loro desiderava conoscerlo l’alcalde Don Cayetano Altamirano, che alcalde non poteva essere dato che San Isidro non era un villaggio riconosciuto da nessuno dei tre stati. Insomma, la vicenda era decisamente complessa.

All’inizio del romanzo, si legge:

«Ventidue case di legno e lamiera non giustificavano alcuna menzione nelle mappe federali […] Il problema, semmai, era stabilire se San Isidro appartenesse allo stato di Veracruz, di Puebla o di Oaxaca, poiché era proprio a nord di Santa Maria Chilchotla che i tre confini si univano. Questo aveva occupato dodici riunioni fiume del Consiglio, quattro votazioni di cui una invalidata per ubriachezza scomposta di Fulgencio Murillo, e una delibera salomonica che assegnava l’appartenenza al primo dei tre stati che avesse asfaltato la strada fino a Cerro Mojarra».

Un simile incipit lo troviamo nel primo dei due volumi del Subcomandante Marcos intitolato: Dal Chiapas al mondo. Libri coevi a San Isidro futbòl dato che sono stati pubblicati nel 1996 dall’editore laziale Roberto Massari.
L’introduzione denominata «Guida turistica alla conoscenza dello Stato messicano del Chiapas, in due venti, una tempesta e una profezia» e contenuta nel primo dei due volumi, sembra descrivere e raccontare l’imprecisata e immaginaria ubicazione di San Isidro:

« […] Supponga di non notare il posto di blocco che il Servizio immigrazione del Ministero dell’interno ha messo in questo punto (che fa pensare che si esca da un paese e si entri in un altro). Supponga adesso di voltare a sinistra e di prendere decisamente l’indicazione per il Chiapas. Alcuni chilometri più avanti lei lascerà Oaxaca e troverà un grande cartello che dice: “Benvenuto nel Chiapas”. Lo ha trovato? Bene, supponga di sì».

San Isidro è chiaramente una propaggine sentimentale del cuore e dell’anima di Cacucci, così ben innervata nella cultura dell’America Latina, nonché del Messico in particolare.

Ma a San Isidro non esiste il fùtbol, con l’accento sulla u come prescrive la lingua, lascito del colonialismo spagnolo. A San Isidro c’è il futbòl:

« […] occorre spiegare che sei mesi prima [nella comunità] era stata decisa con grande entusiasmo la costituzione di una squadra di calcio, che ormai tutti pur con varie sfumature di pronuncia chiamavano equipo de futbòl».

Con l’accento sulla o, contrariamente a quello che la norma prescrive.

Ma la storia di Cacucci (e di questa parte di mondo) ha così poco a che fare con le norme e con le leggi in generale. Capita che nella fitta foresta, più o meno adiacente al luogo in cui è ubicato San Isidro, sia precipitato un aereo, uno di quelli piccoli che trasportava un modesto carico e pochi elementi dell’equipaggio. Cosa trasportava l’aereo? Sacchi pieni di cristalli di polvere bianca. Droga, ovviamente, ma che viene scambiata per fertilizzante: a San Isidro quel tipo di dipendenza non era conosciuta, perlomeno fino a quel momento.

La scoperta della polvere bianca dà spunto a Cacucci di sviluppare una storia che, benché smilza nelle pagine, fa correre veloce la lettura come Quintino Polvora sul campo di calcio nella partita contro gli acerrimi nemici del rancho La Pizpireta. È in quella circostanza che il matador Quintino (specifico e peculiare ruolo del calcio giocato nelle parti della Sierra) scoprirà lo speciale fertilizzante: era stato usato, estorcendone un sacco con la forza allo scopritore del carico, per segnare le linee del campo. “In fondo è bianco come la calce”, avranno certamente pensato gli incaricati alla delimitazione del campo.

Da quel momento in poi il lettore non riuscirà a staccare le dita dal libro: dovrà continuare a conoscere nel dettaglio la storia del misterioso carico di fertilizzante, ad immergersi nelle vicende di San Isidro (in cui il futbòl era una cosa seria, anzi, serissima), a lasciarsi trasportare da nomi e luoghi esotici, dal linguaggio iperbolico volutamente ricercato dall’autore per generare un immaginario davvero assurdo.
Fiabescamente assurdo, quindi a tratti futuribile.

Perché se il soccer è quello dei gringos del Nord America, il fùtbol è certamente quello del Sud America. 

E il futbòl, beh, quello non esiste. Ma ci piacerebbe tanto che esistesse davvero.

 

La “cancha” di Coroico (Bolivia) si trova a 2000 metri sul livello del
mare. Ma non è il più alto campo da calcio che esiste nel paese. In
Bolivia si gioca fino a oltre 4000 metri d’altitudine nelle città di El
Alto e di Potosì. Fonte foto: pagina Facebook “Camino al mundial 2026”.

Morales accusato di stupro ma in Bolivia la violenza sessuale è ovunque

«In Bolivia lo sfruttamento sessuale è praticamente endemico». Così
come la violenza «che sia sessuale o dopo una partita di calcio», a
parlare è don Riccardo Giavarini, Direttore generale della Fundacion Munacim Kullakita [dall’aymara: ti voglio bene, sorellina] e nel lavoro quotidiano si occupa di sfruttamento ai danni di ragazze minori e adolescenti, di tratta e traffico. Bergamasco
di Telgate, ordinato sacerdote a seguito della ripresa degli studi per
il sacerdozio dopo la prematura scomparsa della moglie Berta (tra le
fondatrice del Mas-Ipsp, impegnata nella tematica della liberazione
della donna, poi uscitane per divergenze con la dirigenza), è a La Paz dal 1977. La Bolivia la conosce piuttosto bene. Raggiunto da Pressenza, ci risponde dalla sua abitazione alla periferia di El Alto.
Alla periferia della periferia del mondo.

In queste settimane la stampa boliviana,
internazionale e anche italiana (sebbene nel nostro paese la notizia non
abbia avuto una grande eco), sta dando conto di uno scandalo che
avrebbe coinvolto l’ex presidente boliviano Evo Morales, attualmente
figura di spicco del Mas-Ipsp di cui ne è presidente e ufficiosamente candidato alle prossime elezioni presidenziali. Morales sarebbe accusato di stupro di una ragazza adolescente:
un’accusa su cui una giudice di Tarija sta lavorando e per cui ci
sarebbe stato il caso di un figlio nato da una unione con Morales. Le
prove ci sarebbero e per questo questo è stato emesso un ordine di
cattura nei confronti dell’ex presidente il quale non si è presentato
all’udienza al tribunale di un pugno di giorni fa, preferendo un aureo
isolamento nella regione del Chapare.

I casi di violenze sessuali, domestiche e di genere sono tuttavia in costante aumento in tutta la Bolivia: «Nel carcere minorile di Qalauma [nella città di Viacha] i delitti riconducibili alla violenza sessuale sono tra i più commessi». Ci sono varie motivazioni, secondo Giavarini: «la prima è che manca una vera educazione sessuale, alla reciprocità. Né in famiglia, né a scuola e né da parte istituzionale vengono veicolati messaggi ed esempi positivi» quindi «i ragazzi prendono alla leggera il rapporto uomo/donna e lo interpretano solo come occasione di ‘divertimento’». La relazione non è basata sul rispetto quanto,
piuttosto, sulla volontà di dimostrare che esiste una disparità tra
sessi. Una condizione così pervasiva tale da essere presente anche negli
altri istituti penitenziari non minorili, ad esempio in quello di San
Pedro (La Paz). «La seconda motivazione – continua il sacerdote – è
quella legata al fattore culturale». In altre parole: «machismo e cultura dello stupro». Già quando nasce una bambina «si sente spesso dire da parte dei genitori “è solo una femmina”», come a voler sottintendere una sconfitta sociale.
Nella parte di mondo che abita Giavarini: «si sono naturalizzati dei comportamenti che vedono la figura femminile come strumento di piacere maschile»,
si ragiona per «stereotipi diffusi» da più parti. La donna non è vista
come portatrice di soggettività, partecipazione, dignità, uguaglianza: «qui a El Alto le ragazzine popolano locali notturni:
è una cosa naturale che loro siano lì disponibili a fornire prestazioni
sessuali». Nei colloqui informali che conduce don Giavarini, nel
contesto carcerario e nel settore di competenza della Fundacion Munacim
Kullakita, è ravvedibile una pervasività della violenza domestica
perpetrata dai mariti nei confronti delle mogli, più in generale da
parte degli uomini.

Quella di Evo Morales sembra essere – purtroppo – solo la
punta di un proverbiale iceberg di violenze e soprusi nei confronti
delle persone e delle donne in particolare
. «Le notizie di
questi giorni parlano delle accuse rivolte a Morales ma – precisa
Giavarini – qui in Bolivia stanno uscendo dati secondo cui non sarebbe
accaduto solo un caso ascrivibile a questa tipologia di reato, anzi: più
d’uno». Alcune deputate boliviane hanno accusato pubblicamente Evo
Morales nel Palazzo rincarando sui suoi possibili rapporti con delle
minorenni «addirittura facendo illazioni su contropartite sessuali in
cambio di progetti e realizzazioni di opere presso comunità rurali o
montane», da sempre più vicine all’ex Presidente dello Stato
Plurinazionale di Bolivia.

Ma il silenzio assordante è quello delle Bartolinas, l’organizzazione femminile del Mas-Ipsp: «le donne del partito sono spaccate tanto quanto lo è l’organizzazione, che, per la verità, lo è da due anni a questa parte: le strenue sostenitrici di Morales continuano a incoraggiarlo mentre quelle pro Luis Arce lo accusano».
Una situazione piuttosto delirante.
Tanto più che Morales ora starebbe accusando la giustizia boliviana di persecuzione contro la sua persona
e non si è mosso dal Chapare, la regione in cui si sente politicamente
(e psicologicamente) più forte, sicuro e tutelato dalla federazione dei
coltivatori di coca (i cocaleros, riuniti nella Seis federaciones del Tropico de Cochabamba) di cui è tutt’ora presidente. Sindrome dell’accerchiamento più volte manifestata da Morales nel corso degli ultimi 24 mesi.
Certo è che finché presidenti (o ex) o figure pubbliche di spicco nella
società (siano esse di appartenenti a organizzazioni politiche di
maggioranza o di opposizione), si mostrino come esponenti del più bieco machismo, significa che il problema è molto più imponente di quel che è emerso nel corso di questi giorni.
Il rischio di impunità per questi fatti, secondo Giavarini, è altissimo:
«c’è da sviluppare un lavoro di rete che sia il più articolato
possibile a tutti i livelli sociali, così come di interlocuzione con lo
Stato» per far sì che si giunga «ad una seria consapevolezza riguardo i
temi della tratta e dello sfruttamento sessuale non soltanto a seguito
dell’onda mediatica di uno scandalo come questo ma tutti i giorni».

Articolo pubblicato su Pressenza.com

«Los viejos soldados», una guerra lunga una vita

Jorge Sanjines con Roberto Choquehuanca e Cristian Mercado. Fonte foto: “Fundacion Grupo Ukamau” ©.

«Questo film indaga nella profondità della società boliviana e cerca di porsi la domanda: è possibile l’amicizia fra un bianco e un originario [aymara]?». A parlare è Jorge Sanjinés, tra i più celebri registi della Bolivia, durante un’intervista di promozione del suo ultimo film Los viejos soldados (I vecchi soldati).
La trama segue un adagio politico e sociale: a partire dall’amicizia di due soldati [Guillermo (bianco) e Sebastiàn (aymara)] si dipana la matassa della storia contemporanea boliviana a partire dalla Guerra del Chaco. Vale la pena citare nuovamente il regista:

«[Il film] parla di un disaccordo [desencuentro] presente nella società boliviana: tra città e mondo rurale, dunque tra abitanti originari, indigeni e discendenti bianchi e meticci degli invasori spagnoli […] Il film che abbiamo realizzato cerca di produrre una profonda riflessione su questo fenomeno pernicioso che ha radici profonde, forse tanto immense da essere impossibile analizzarle e contenerle, ma è inevitabile provare a fare luce, fare appello alla fantasia e all’amore per risolvere questo pericolo in agguato se non viene affrontato».

A tal riguardo, è bene citare anche un documento del 2004 prodotto dalle Nazioni Unite intitolato Disuguaglianza, cittadinanza e popolazioni indigene in Bolivia che analizzava in questo modo la discrepanza esistente tra i bianchi e la popolazione indigena:

«Circa il 62% della popolazione boliviana si considera indigena, di cui la maggioranza è di origine quechua e aymara. Di questo totale, il Il 52,2% vive nelle aree urbane e il 47,8% nelle aree rurali. Il 78% delle famiglie indigene povere non ha accesso all’acqua potabile, il 72% di esse non dispone di servizi igienico-sanitari e il loro tasso di mortalità infantile è il più alto del Sud America».

La descrizione fornita dal documento dell’Onu cattura un fermo immagine del 2004, dunque di vent’anni fa e la situazione parrebbe essere decisamente mutata in favore di una riconsiderazione al rialzo di quella percentuale che si riferisce alle popolazioni indigene, in particolar modo riferita agli aymara. Specie se si considera che, a seguito della prima vittoria elettorale del Mas, Evo Morales Ayma, diventando presidente del Paese, ha avviato un percorso di de-colonizzazione spagnola in favore della cultura aymara (e originaria tout court) procedendo anche a cambiare la Costituzione e adottando il nome di Stato Plurinazionale di Bolivia. Il florilegio di culture presenti nel paese andino è stato, così, dichiarato costituzionalmente e nominalmente.

Ma torniamo alla trama, perché Sanjinés ha detto che è stata proprio la Guerra del Chaco a far fare due passi indietro e uno avanti (Vladimir Il’ič Ul’janov, ora pro nobis) alla Bolivia:

«Perdemmo cinquantacinque milioni di soldati ma guadagnammo la coscienza per cambiare il paese da un regime feudale a uno democratico».

È su questa linea che si sviluppa la storia personale di Sebastiàn e Guillermo, fin da subito un intreccio di storia personale e sociale della Bolivia intera.
Non manca qualche ingenuità (forse dovute dall’eccessivo ricorso alle cesure) nell’ordito della trama in quanto i due riescono a scappare dal fronte e, sebbene stremati al termine della fuga, a riprendere quasi immediatamente la connessione con una vita quanto più possibile normale e ordinaria. L’amicizia tra i due si salda con la promessa di incontrarsi nuovamente al fine di darsi da fare per far cambiare direzione al paese: nelle trincee c’era chi parlava di socialismo e Sebastiàn aveva rivelato a Guillermo che nel campo gli aymara vivevano in piccole comunità (la sua era quella immaginaria di Orco Chiri) che non prevedeva l’utilizzo di moneta né conosceva la proprietà privata.
Un piccolo socialismo in nuce, quello aymara, alle orecchie di Guillermo.
Come tralci di una medesima pianta di vite, i due si allontaneranno per continuare a cercarsi nel corso degli anni ’50, gli anni di una prima rivoluzione, sebbene poi soffocata da svariati colpi di stato (ma sull’aspetto strettamente politico non ci soffermeremo). Dopo aver fatto ritorno ad Orco Chiri, passato più o meno un lustro, l’ex soldato aymara lascia moglie e figlio perché vuole andare in città a riprendere contatti col suo vecchio commilitone e unirsi ad un cambiamento rivoluzionario di cui gli giungono solo lontanissime eco; il blanquito, invece, a scuola (diventa insegnante di storia) si innamora perdutamente di una collega aymara, la cui presenza aveva destato più di qualche contrarietà nella comunità bianca e conservatrice (per non dire razzista).
Sebastiàn diventa minatore, fa parte del sindacato ma, nel momento in cui vorrebbe tornare a Orco Chiri, non riuscirà perché gli anziani della comunità non glielo permettono.
In realtà la sequenza finale vale, da sola, tutta l’ora e mezza del film: Sebastiàn è ormai un dirigente (fa parte del controllo operaio) della Comibol, cioè l’impresa statale per la gestione delle miniere, mentre ormai da un paio di decenni Guillermo è parte integrante della comunità aymara della moglie.
I ruoli si sono scambiati: chi prima era affascinato dalla cultura campesina ora riesce a parlare la lingua aymara (Guillermo) mentre Sebastiàn è un alto funzionario che si sposta in Mercedes per le vie di La Paz, vestendo in giacca e camicia alla maniera occidentale.

Carne da cannone
Per il comando boliviano durante gli anni della guerra del Chaco, gli aymara e i quechua erano poco più che carne da cannone, tanto da relegarli in apposite compagnie in cui i bianchi non erano presenti: «Il destino dei soldati boliviani alla fine fu a dir poco [la rappresentazione di una] tragedia», ha sottolineato Esther Breithoff nel suo saggio Conflict, Heritage and World-Making in the Chaco: War at the End of the Worlds?. Il film vuole anzitutto spiegare questo distacco che era presente nella società boliviana: gli uomini dei popoli originari venivano «separati dalle loro famiglie» spesso con violenza (prima sequenza del film) e portati in un contesto completamente differente dall’altipiano boliviano.

«”Servirono come carne da cannone negli errori di comandanti inetti” (Querejazu Calvo 1975, 131). Nonostante ciò, hanno dimostrato una grande dose di coraggio. Nonostante il caldo, la fame e la sete che li torturavano nel Chaco, continuarono a difendere un lembo di terra che alla fine non significava nulla per loro».

La separazione tra le due realtà è presente anche nella Bolivia odierna: i blanquitos sono anche chiamati gringuitos, in senso dispregiativo. L’adagio politico-sociale del film sta tutto nel riscatto indigeno e nel nuovo corso della Bolivia: segnato positivamente, come mostra Sanijnés nel suo film, dal concorso delle popolazioni indigene al nuovo corso democratico del paese. La nuova storia della Bolivia, dunque, che le popolazioni originarie hanno contribuito a scrivere (o meglio ri-scrivere) soprattutto a partire dal momento più drammatico della storia del paese. 

«Esiste un piano Usa per spaccare il Mas dall’interno», ma è Morales ad aver cominciato

«Le informazioni trapelate dall’ambasciata Usa in Bolivia mostrano chiaramente che esiste un piano per la ri-colonizzazione del nostro paese. E questo sarebbe possibile andando alla rottura del Mas per cercare di candidare un outsider alle prossime elezioni per conto del Mas».
Evo Morales, Presidente del Mas-Ipsp e autoproclamatosi candidato del partito per le elezioni del 2025, legge pubblicamente un documento «siglato il 18 aprile dall’ambasciata degli Usa in Bolivia», ha assicurato, nel corso della manifestazione di ieri [17 agosto 2024] a Caranavi (piccola cittadina nella regione de las yungas a nord est di La Paz).

«Stanno cercando di spaccare il Mas per prendersi il litio e le terre rare del nostro paese, hermanos», dice Morales leggendo il documento  e arringando la folla ammutolita in religioso silenzio. «Eso nunca, Evo! [Questo non succederà mai, Evo!]», urla qualcuno: la tensione si rompe fragorosamente in un applauso in sostegno a Morales. Il discorso continua e si conclude in una festa nella cittadina yungeña.

Dopo le tensioni verificatesi nel partito a seguito dell’annuncio della sua candidatura, nonché dopo aver di fatto – spaccato in due il Mas tra evisti (tendenza di sostenitori e fedelissimi di Evo Morales) e arcisti (tendenza di sostenitori del Presidente boliviano Luis Arce Catacora e del vicepresidente David Choquehuanca), Morales sembra aver preso in mano la situazione e sta calando tutti gli assi che ha in mano.

Un candidato outsider?

Questa sarebbe la rivelazione resa da Evo Morales mentre parlava dal palco allestito per la manifestazione svoltasi a Caranavi. L’obiettivo dei gringos sarebbe il medesimo di sempre: appropriarsi delle ricchezze della Bolivia, specie nella fase attuale in cui l’occidente politico ha sempre maggior necessità non già di idrocarburi, quanto di terre rare e litio. Materie di cui la Bolivia è indubbiamente molto ricca.

Un candidato terzo che non proverrebbe dalle fila del Mas sarebbe il colpo di teatro «dell’impero nord americano», nonché di parti della borghesia boliviana: dopo il tentato golpe che ha coinvolto settori deviati dell’esercito e dello Stato maggiore boliviano, gli Usa – sostiene Morales – si starebbero preparando a «spaccare il Mas dall’interno».

Il comizio di Evo Morales a Caranavi | 17 agosto 2024 | Fonte: pagina Facebook Evo Morales Ayma.


Chi spacca cosa?


Uno scenario di intromissione nel processo elettorale di un paese sudamericano non rappresenta, nei fatti, una novità per la politica internazionale. Non serve riesumare la dottrina Monroe nella sua riformulazione rooosveltiana (così come pure ha ricordato Morales dal palco di Caranavi), basti pensare ai colpi di stato palesemente eterodiretti dagli Usa nella regione. Il golpe nei confronti della prima vittoria di Hugo Chavez in Venezuela, per rimanere nei primi anni del nuovo millennio, ne fu un chiaro esempio.

Sebbene sia del tutto plausibile, tuttavia la spaccatura del Mas non sarebbe da imputare a nessun altro se non a Evo Morales stesso.

Ad ottobre dello scorso anno [2023], Evo Morales ha tentato il colpo di mano sul Mas, di cui è tutt’ora Presidente, come già ricordato (la carica giuridicamente più importante) convocandone la parte del partito a lui fedele in un congresso-farsa nel dipartimento di Cochabamba, nella cittadina di Lauca Ñ e da lì è cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. Il partito si è spaccato e ora esistono due Mas che sono letteralmente l’uno contro l’altro.

Casus belli

Si aggiunga la questione della cosiddetta auto-proroga dei giudici: il Presidente Arce sostiene la proroga dei giudici di quella che in Italia chiameremmo Corte Costituzionale e che invaliderebbe la candidatura di Morales alle presidenziali. Non essendosi ancora tenuta la votazione popolare che sostituisca i membri decaduti a dicembre 2023, il Governo li ha prorogati de facto.
Evo ha mostrato i muscoli e ha proceduto con i suoi mezzi: blocchi stradali in tutto il paese. Dal 22 gennaio a metà febbraio [2024] i sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino di Cochabamba) hanno paralizzato le principali strade e autostrade del paese, in particolare l’arteria Oruro-La Paz, attuando blocchi stradali, interrompendo commerci, trasporti pubblici e privati. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno». Ma la faccenda non si è conclusa neanche in quel caso.
Se Morales ha convocato il congresso ad ottobre [2023], riconvocandone poi un secondo nel marzo [2024] (chiamato ampliado), Arce ha risposto chiamando l’assemblea congressuale a El Alto nel mese di maggio. Per l’amministrazione e la burocrazia boliviana, però, nessuna delle convocazioni è giuridicamente valida: nessuna delle assemblee è stata riconosciuta come propria del Mas così come nessuna ha avuto il placet per la registrazione del nuovo statuto che entrambe le parti hanno riscritto in separata sede.
Nel corso di questo braccio di ferro politico si è inserita la divisione all’interno di ogni singola organizzazione sindacale, sociale e interculturale che orbita attorno al partito, tanto che il 2 marzo il grande incontro (in aymara: Jach’a Tantachawi) tenutosi a Oruro e promosso dal Conamaq (il consiglio nazionale delle popolazioni indigene del Qullasuyo) è terminato a pugni e sediate, con tanto di intervento della forza pubblica. E sì che l’organizzazione doveva scegliere un nuovo rappresentante tra due entrambi del Mas. Manco a dire ci fossero davvero esponenti outsider o della destra.
I rapporti tra le due ali del Mas sono andati deteriorandosi sempre di più quando ad inizio giugno [2024] il presidente del Senato Andronico (Mas, vicino a Morales), in sostituzione al presidente assente e al vice Choquehuanca in missione all’estero, ha fatto in modo di far approvare la destituzione dei componenti del tribunale che invaliderebbero la candidatura di Evo nel corso di una seduta parlamentare. Le elezioni popolari non sono state, tuttavia, ancora indette e la proroga dei giudici continua ad esserci de facto. L’azione di Andronico non ha fatto altro che inasprire ancora di più le parti in lotta nel Mas e nella società boliviana.

E ora?

Forse dopo il tentato golpe ai danni della presidenza di Luis Arce Catacora, la Bolivia dovrà davvero fare i conti con il peso specifico dell’autocandidato Evo Morales. In questi mesi (quasi una gestazione) la società boliviana si è atomizzata ed è stata polverizzata a tal punto che risulta verosimilmente impensabile che le due parti in lotta all’interno del Mas possano siglare un accordo di tregua, sedendosi pacificamente attorno ad un tavolo per concludere delle trattative.
E i candidati alle elezioni del 2025 continuano a essere due: Evo Morales e Luis Arce.

Pubblicato su La Rinascita – delle Torri