Il dramma senza fine del Sudan

Lo smembramento del Sudan avviene nell’indifferenza internazionale: venticinque milioni di persone a rischio di morte per fame.

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Le Nazioni Unite hanno definito la guerra civile in Sudan «la più grave crisi umanitaria del mondo». «Ci sono almeno dodici milioni di persone che hanno lasciato le loro case, di cui due milioni sono emigrati dal paese, il resto rappresenta la gran massa di sfollati interni», a parlare è padre Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei Comboniani in Sudan. Lo abbiamo intervistato mentre si trova a Port-Sudan, città strategica per il paese, ora ancor più importante data la presa di El-Fasher (capoluogo del Darfur del nord) da parte del gruppo militare “Forze di supporto rapido” (Fsr).

«Venticinque milioni di persone sono a rischio fame di cui cinque in una situazione di rischio acuto di carestia e sette di bambini che non hanno accesso all’istruzione. Il mondo in questi anni si è rivolto all’Ucraina e alla Palestina ma qui si sta consumando una crisi enorme», dichiara il missionario comboniano. Certo è che se si guardano solo i numeri dei caduti in battaglia, c’è il rischio di non comprendere la portata di due anni di conflitto in un paese atomizzato e in preda a scontri tra bande armate: «i morti diretti a causa delle pallottole – per intenderci – sono stimati attorno a duecentomila» ma non si contano tra questi: «i civili che non hanno accesso alle medicine, al cibo e all’acqua».

Cosa sta succedendo in Sudan?

Da due anni [2023] in Sudan vi è una guerra civile scoppiata a seguito di una lotta per il potere tra l’esercito regolare e le Fsr. Ma come ogni crisi che porta ad un conflitto armato, le cause della guerra vengono da lontano. Nel 2019 l’allora presidente Omar al-Bashir (in carica dal 1989) viene destituito da un colpo di stato militare. La mediazione a cui si giunge è quella di una giunta mista politico-militare di transizione verso un nuovo assetto democratico. Nel 2021 un nuovo colpo di stato stravolge di nuovo la storia. A condurre l’operazione furono due generali: Abdel Fattah al-Burhan (generale, capo delle forze armate regolari) e Mohamed Hamdan Dagalo”Hemdeti”(vice di al-Burhan ma anche capo delle Fsr). Tra i due sorgono dapprima dissapori e successivamente scontri accesi sulla direzione che il paese avrebbe dovuto intraprendere: al-Burhan diventa presidente de facto imponendo un regime durissimo considerato dittatoriale da molte organizzazioni internazionali come Humans rights watch. Dal 2023 la situazione è precipitata ed è stata guerra tra le parti in lotta.

Una situazione complessa

Ma si tratta di un conflitto scaturito da astio, poi degenerato in odio, tra due generali. La realtà dei fatti è che il Sudan si sta atomizzando sempre di più: «da una parte vi sono le Fsr, mercenari al soldo degli Emirati Arabi Uniti; dall’altra l’esercito di un regime dittatoriale il cui periodo di governo è stato caratterizzato dall’imposizione della legge islamica», ha dichiarato il missionario comboniano. Il coinvolgimento emiratino parrebbe essere presente da tempo nella regione: d’altra parte il Sudan è uno di quei posti ricchi di preziosi nel sottosuolo. A marzo di quest’anno il governo di Khartoum aveva intentato una causa contro gli Emirati davanti alla Corte internazionale di giustizia con l’accusa di aver sostenuto le Fsr. Da Abu Dhabi avevano negato tutto ma il rapporto è definito da più attori istituzionali come «alleanza strutturata». A tal riguardo va precisato anche come non sia «una guerra combattuta con vecchi kalashnikov riciclati», come ha tenuto a precisare Dalle Carbonare, ma «con droni e armi sofisticate di produzione occidentale».

La comunità internazionale tace

I paragoni con altre realtà statali del continente potrebbero non essere calzanti tuttavia parrebbe essere di fronte ad uno scenario di smembramento simile a quanto è avvenuto (e sta ancora verificandosi) in Libia. Se in un primo momento di quest’anno le forze armate del governo di Khartoum sembravano essere in grado di contenere (e in alcuni casi sconfiggere) le Fsr, con la presa di El-Fasher si è verificato un nuovo stravolgimento.

Che sia il diritto internazionale a prevalere e che si possano aprire corridoi umanitari è quel che si augura Dalle Carbonare ma sul ruolo della comunità internazionale è scettico: «sarà un percorso lungo perché, a parte un tentativo di mediazione nel 2023, non ce ne sono stati altri»; da un lato Donald Trump parrebbe aver posato sguardo ed intenzioni belliciste altrove, dall’altro l’UE «si muove con estrema lentezza». E in Sudan si continua a morire.

Una presenza che ha sfidato stereotipi e pregiudizi

Dalla nave Vlora ad oggi, un bilancio sulla presenza albanese in Italia trentaquattro anni dopo.

Fabrizio Spucches “Noway!” – Scatto alla foto esposta alla mostra “Coraggiosi si diventa” di Bergamo

«Venticinque anni fa avevo dato un taglio netto alla mia vita: avevo 36 anni e volevo ricominciare da capo». Durim Taci, scrittore bilingue e filologo, ha avuto modo di raccontarsi e raccontare un pezzo d’immigrazione albanese in Italia. L’occasione l’ha creata giovedì 20 l’Associazione di Mutuo Soccorso allestendo l’incontro «Oltre il mare» invitando a parlare Andrea Valesini (caporedattore de «L’Eco») e Giorgio Gori (europarlamentare PD, già sindaco), oltre al già citato Taci. «La prima cosa che ho fatto, una volta arrivato in Italia, è stata quella d’iscrivermi ad un corso di scrittura creativa a Milano», ha proseguito Taci, in continuità con la sua mansione in ambito artistico ed editoriale al di là dell’Adriatico: per i suoi lavori ed è stato insignito del Premio Montefiore nel 2016 e più di recente del Premio nazionale di letteratura albanese.

I primi sbarchi

L’immagine che viene spesso rievocata, quando si parla di immigrazione albanese, è quella della nave Vlora, partita da Durazzo e giunta carica di persone a Bari nell’agosto 1991. Gli sbarchi sono proseguiti negli anni successivi: «nel 1997 ero a Napoli a seguire la Conferenza nazionale sulle dipendenze – ha ricordato Andrea Valesini – venni richiamato dal giornale per far sì che mi recassi in Puglia (Brindisi), perché iniziavano ad esserci numerosi sbarchi. Vidi giungere una nave colma di volti impietriti dal dolore». L’Albania stava faticosamente lasciandosi alle spalle la tragica dittatura di stampo maoista: Enver Hoxha era morto nel 1985 ma i suoi epigoni continuarono nel solco tracciato dal leader fino al 1991. Una manciata di anni dopo il crollo della Repubblica Popolare, la popolazione albanese chiedeva di poter guardare ad un futuro che fosse anche al di là del mare. «Nei centri dove venivano ospitate le persone appena giunte in Italia – ha proseguito Valesini – raccolsi alcune storie: erano colme di vita dura, di povertà, di gente che stava cercando a fatica una nuova stabilità mentre si lasciava alle spalle una dittatura terribile».

L’arrivo di migranti via mare non si è certo fermato nell’ultimo trentennio ma quello della Vlora «rappresenta l’immagine più potente», ha commentato Giorgio Gori. «Quella nave, carica di ventimila persone, – ha poi proseguito – ha lasciato un solco enorme nella memoria, così come per quel che successe in seguito: si verificò uno scontro istituzionale sulla gestione di quelle persone, lasciate a se stesse e chiuse nello stadio di Bari, fin quando una parte consistente venne imbarcata nuovamente e riportata indietro».

Contro stereotipi e luoghi comuni

La presenza albanese in Italia ha vissuto diverse stagioni: «credo che abbia rappresentato un esempio per cui l’integrazione sia stata guadagnata sul campo, col lavoro, sfidando luoghi comuni e pregiudizi», ha affermato Gori che ha poi ricordato come l’Albania di oggi sia un paese che «aspira fortemente ad essere parte dell’UE, mostrando di voler scrivere un futuro d’altro segno rispetto all’hoxhaismo». I colloqui tra Tirana e Bruxelles/Strasburgo sono cominciati nel 2014 e da quel momento vi sono continue riunioni e incontri tra le parti per monitorare un iter che «forse potrebbe terminare in questo decennio», secondo Gori.

Certo è che se la popolazione albanese ha «conquistato sul campo» la propria presenza, l’Italia ha ancora molto da fare a tal proposito: l’ex sindaco ha ricordato come sia ancora in vigore la legge Bossi-Fini che, tra le altre cose, lega la presenza straniera in Italia (dunque il permesso di soggiorno) al contratto di lavoro. Allo stesso modo la legge sulla cittadinanza non è stata modificata, né è stata prestata attenzione alla proposta dello ius scholae, avviata dalle associazioni degli studenti medi nel 2023, che mirava a far ottenere la cittadinanza a ragazzi stranieri impegnati in percorsi scolastici in Italia da almeno 5 anni.

Non chiamiamola «emergenza»

La politica sembra non comprendere la portata della questione anche da un punto di vista lessicale, dato il ricorrere all’espressione «emergenza sbarchi» legata al fenomeno migratorio: «in trent’anni l’Italia non è ancora riuscita a dotarsi di un sistema d’accoglienza efficace», ha ricordato Valesini.

Un’emergenza che richiama i fatti dell’ottobre ‘24, ovvero la ratifica dell’accordo italo-albanese per la gestione dei flussi di migranti, appaltando il problema a Tirana.

Per provare a comprendere il fenomeno delle migrazioni, dunque dell’accoglienza, si dovrebbe chiamare in causa la politica estera, «cercare di capire quel che succede nel mondo» (l’aumento demografico africano) e in Italia (la cronica denatalità). «Dovremmo smettere – ha continuato Valesini – di utilizzare la parola ‘emergenza’ istituendo dei canali stabili. L’immigrazione rappresenta l’indicatore dello stato di salute del mondo».
Eppure la cartella clinica degli stati ha valori sempre più alterati, giorno dopo giorno.

Né scià, né ayatollah: il futuro dell’Iran sarà democratico

«Non abbiamo bisogno di un ritorno al passato: non ci interessa la monarchia. Vogliamo un Iran democratico, libero e laico», a parlare è il dottor Khosro Nikzat, cardiochirurgo presso l’Ospedale di Cuneo. Presidente dell’Associazione dei dottori e farmacisti iraniani in Italia, Nikzat è scappato dall’Iran quando l’ayatollah Khomeini riuscì a prendere il potere a seguito della rivoluzione che fece cadere lo scià Mohammad Reza Palavi.

Senza lieto fine

Quella dell’Iran è una storia che in pochi ricordano: gli avvenimenti dell’ultimo ventennio tendono a sovrastare quanto vissuto dal paese nel recente passato. Nel 1979 la società iraniana stava attraversando un periodo di forte fermento culturale, politico e sociale. La popolazione non supportava più il potere di Reza Palavi, dunque della monarchia: voleva un cambio radicale dell’assetto statale. Si era messa in moto una nazione intera: dalle associazioni politiche liberali a quelle comuniste e socialiste, dai laici ai sostenitori di Khomeini. Subito dopo la caduta dello Scià, tuttavia, la parte religiosa oltranzista ha prevalso sulle altre e lo stato diventò sì una repubblica ma confessionale: la Repubblica islamica dell’Iran. Spesso, osservando i processi rivoluzionari nella storia, sfugge la molteplicità di attori che sono parte di un movimento per un medesimo obiettivo, pur con fini diversi. «Sono arrivato in Italia nel 1979, sei mesi dopo la cacciata del potere monarchico: da quel momento non ho più fatto ritorno nel mio paese d’origine», Nikzat voleva studiare medicina in Italia «con la speranza di tornare».
Ma questo suo desiderio non si è mai avverato.

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«Quando ho intuito cosa stava accadendo – prosegue Nikzat – ho capito che non sarebbe stato più possibile tornare in Iran: mi sono dichiarato ufficialmente contro il regime degli ayatollah, dunque mi è stato impossibile tornare in Iran». Tornare avrebbe significato esporsi a pericoli enormi: l’opposizione non era accettata da Khomeini, né ora da Khamenei, tanto meno sono tollerate manifestazioni di dissenso.

La Resistenza (in esilio) si organizza

La diaspora iraniana ha fatto sì che venissero a crearsi dei focolai di resistenza alla Repubblica islamica. L’esperienza più longeva, al momento più consistente nonché riconosciuta da molti paesi a livello internazionale, è il Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri) di cui l’organizzazione dei Mojahedin del popolo è tra i maggiori esponenti, l’attuale presidentessa è Maryam Rajavi, moglie dello storico leader Massoud Rajavi scomparso nel 2003. «Il 52% degli organismi direttivi del Cnri – spiega Nikzat – è composto da donne», tra cui figura anche Zolal Habibi che nel 1988, a seguito dell’uccisione del padre da parte del regime, inizia ad intraprendere la lunga marcia che l’ha successivamente condotta all’attuale impegno politico. Nata negli Usa, è componente della resistenza dall’88: un passato in Italia e ora è di base a Parigi.

«La resistenza iraniana – prosegue il dottore – si divide in tre tronconi: la prima, diplomatico-politica, ha sede a Parigi; la seconda è in Albania, nel campo-città Ahsraf 3, a 30km da Tirana, in cui vivono i membri della resistenza; la terza è in Iran ed è formata dalla rete delle Unità di rivolta che organizzano proteste e azioni di sensibilizzazione nel paese». Parte della resistenza, o meglio, simpatizzante del Cnri e di Rajavi, è anche l’associazione dei Giovani iraniani la cui portavoce è Azar Karimi. Romana, classe ‘86, figlia di esuli che hanno vissuto le proteste contro Reza Palavi, non ha mai visto l’Iran ma si riconosce «nel programma di transizione» della resistenza proposto da Rajavi.

«Il popolo iraniano sa da sé come rovesciare questo regime», sostiene fiduciosa Karimi, «anche grazie alle azioni che i nuclei di resistenza» conducono dentro e fuori l’Iran.

Certo è che se l’opposizione dovesse riuscire ad andare ora al potere, la situazione non sarebbe facile da affrontare: la guerra con Israele è ancora alle porte e la tregua – pur siglata – ha l’aria di durare ben poco. Ma su questo Nikzat non nutre particolari dubbi: «la guerra finirebbe dal momento che riconosceremmo entrambi gli stati come indipendenti: quello di stato di Israele e quello di Palestina», «il regime» avrebbe continuato «a cavalcare il conflitto tra le parti» per sperare di espandere la propria area d’influenza in Medio Oriente.

Verso la democrazia

«Nella difficile situazione in cui versa l’Iran – sostengono sia Karimi che Nikzat – sebbene il passato possa presentarsi come ‘nuovo’, l’alternativa non è il ritorno alla monarchia ma sarà la repubblica democratica». In cosa consiste, allora, la transizione proposta da Mariam Rajavi? Transizione democratica e instaurazione di una repubblica laica, separazione tra religione e stato, abbandono del programma nucleare, pari diritti di genere, disconoscimento della sharia e sospensione della pena di morte.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo il 3 agosto 2025

iPhone batte “Zio Ho”

Mercato batte ideologia. A cinquant’anni dalla riunificazione, il Vietnam si è progressivamente avvicinato al modello di sviluppo cinese, dunque accettando di buon grado il libero mercato, pur mantenendo la struttura di governo a partito unico.

«Viviamo alla giornata: abbiamo un certo numero fisso di ragazzi che frequenta la nostra scuola ma molti altri vanno e vengono». A parlare è il direttore del Sapa hope village (Il villaggio della speranza di Sapa), Phero Thuong. Nome complicato da pronunciare per un occidentale: è per questo che il maestro, direttore e proprietario del progetto si presenta come Peter (Pietro) perché da molto tempo ha abbracciato il cattolicesimo, traducendo così il suo nome vietnamita. 
Ogni volta che si entra nel territorio di una piccola comunità (sia essa rurale o cittadina) si viene accolti da una grande struttura posta come ideale porta d’ingresso che recita (in vietnamita e nel dialetto locale): «Avanziamo progredendo nell’inclusione di tutte le minoranze». Attorno alla città di Sapa (situata a quaranta chilometri dal confine cinese, parte del distretto di Lao Cai) quest’assunto non viene molto rispettato. Ragazze e ragazzi orfani delle minoranze Dzao e H’Mong sono totalmente esclusi dal sistema scolastico statale che, seppur capillare, non riesce ad assicurare loro la necessaria educazione. Esclusi due volte.
Peter si è prefissato un obiettivo titanico: contrastare la dispersione e l’abbandono scolastico degli orfani che popolano i villaggi intorno a Sapa. Lo spazio (di sua proprietà) potrebbe definirsi a metà tra un doposcuola e un laboratorio per i ragazzi più grandi (con posti letto al piano superiore per chi abita lontano, non può tornare a casa o non ce l’ha proprio) ed è sostenuta interamente dalla volontà, dalla forza d’animo e dai suoi finanziamenti. Pochi, per la verità. L’aula è unica, divisa a metà tra i ragazzi più piccoli (seduti su sedie malferme) e quelli più grandi (dediti ad altre attività). Di fronte a loro un grosso un braciere sempre acceso ha su una pentola piena d’acqua a riscaldare: il tè per gli ospiti, o per chi altro verrà, non si può rifiutare. Si entra calpestando la terra (pavimento assente) e gli spazi sono piuttosto angusti. Nel retro del locale, però, c’è un’area tutta nuova: lo spazio per i potenziali volontari. Al momento non ce ne sono: «gli unici che, di tanto in tanto, trascorrono una parte dell’estate con noi provengono da Malesia, Singapore o Filippine», afferma sconsolato Peter nel suo inglese-vietnamita.
Il progetto non ha collegamenti con associazioni od Ong internazionali e “il villaggio” rimane isolato.

Non è isolata, al contrario, la città di Sapa, situata a pochi chilometri dalla scuola-laboratorio di Peter: una delle più turistiche del nord del Vietnam. Piena di visitatori occidentali, meta di primo approdo per coloro che vogliono esplorare i sentieri delle montagne lì attorno, rappresenta il crogiolo delle contraddizioni del paese: stride l’insieme caotico di bandiere rosse con la stella gialla (alternate a quelle del partito) di fianco a locali sfavillanti, ristoranti stracolmi di cibo occidentale e trappole per turisti. Le imponenti strutture governative e del Partito comunista si ergono tronfie di fronte alla sfrontatezza dei marchi del capitalismo che avanzano col placet del politburo. Così come ad Hanoi, anche a Sapa (e nella maggior parte delle città del paese), le bandiere sono affisse ad ogni lampione di ciascuna strada, ogni giorno dell’anno.
 
Da tempo il Vietnam sta abbracciando il modello cinese: la Cina non è solo un punto di riferimento politico ma anche di organizzazione sociale. Il marxismo-leninismo vietnamita significa semplicemente “democrazia a partito unico”. Dunque: forte controllo statale e pianificazione economica ma anche libero mercato e libero accesso ad internet. Allo stesso modo i pagamenti possono essere effettuati elettronicamente con QrCode (o con carte Visa) anche nei mercati più lontani dalle città. La moneta locale soffre la svalutazione e il cambio Euro/Dong (1 euro vale circa 29.000 Dong) assomiglia alle immagini del Marco durante la Repubblica di Weimar sui libri di scuola. A Sapa estrema ricchezza ed estrema povertà si incontrano prendendo un taxi oppure girando per le strade in cui donne e bambini di varie etnie ballano per pochi Dong mentre vengono filmate da avidi turisti (che poi posteranno quei video su TikTok generando, sicuramente, il triplo del profitto). 
 
Allo stesso modo ad Ho Chi Minh City, già Saigon, ex fortezza statunitense del sud, la musica non cambia. Anzi, peggiora. Grattacieli, vetrine di Dior, Tiffany, H&M, fast food, gioiellerie costosissime e negozi d’alta moda abbracciano le grandi arterie che portano al centro della città, nella fu zona vecchia, ora una delle più ricche del sud. Gli statunitensi hanno perso la guerra cinquantanni fa e tutto il paese è in festa: la riunificazione è motivo di unione patriottica della nazione riconciliata da chi aveva messo i vietnamiti l’uno contro l’altro (prima la Francia, poi gli Usa) ma è anche l’occasione per guardare ancora più criticamente il doppio volto del sistema che regge il Vietnam. 
 Il mercato ha battuto ogni ideologia. Gli iPhone hanno sostituito il motto della rivoluzione che recitava: «mangia la metà, lavora il doppio per raggiungere gli obiettivi dello zio Ho». TikTok, Instagram e mille altre piattaforme hanno mutato alla radice la consapevolezza della nazione. Le immagini di Ho Chi Minh sono, ormai, sovrastate dai centri commerciali in stile occidentale.

Pubblicato su L’Eco di Bergamo del 16 giugno 2025 

Nembro e il bar solidale. [La cooperativa? Un’alternativa alla crisi].

«Sai, la clientela è quasi sempre la medesima: siamo diventati il bar della piazza» e questo ha aiutato Gherim a riprendersi dai momenti negativi. Quelli legati al lockdown, ad esempio. Quando ero a Roma, durante gli anni scolastici del Covid, non sapevo neanche dove collocare Nembro sulla cartina. Ora che vivo da queste parti è tutta un’altra storia. Da quel momento in poi la storia di Gherim prende una piega diversa: «abbiamo attraversato varie fasi e, se devo dirti, non so davvero se riesco a ricordarle tutte». 

È il 16 maggio [2025] e, terminata la registrazione dell’intervista che sarà poi pubblicata il 19 su L’Eco di Bergamo, mi concedo un altro po’ di tempo con Francesca, la responsabile della bottega.
La cooperativa ha affrontato un momento per niente facile da superare: qui la scure del Covid si è abbattuta con maggior forza ma da quel dì è passato un lustro. 

«All’inizio non capivamo minimamente cosa stesse succedendo: avevamo paura perché arrivavano notizie in continuazione di amici o parenti che si ammalavano e morivano nel giro di pochi giorni. In pochissimo tempo ci siamo trincerati in casa: non uscivamo più». Il paese era bloccato. Tredicimila anime alle porte di Bergamo, al principio della Valle Seriana, una delle principali valli bergamasche. «Con i miei genitori – continua Francesca – avevo stabilito un orario per le chiamate: se ci fossimo sentiti ad orari diversi da quelli prestabiliti, avrebbe voluto dire mettersi in ‘allarme’». 
«Le campane suonavano a morto sempre più spesso, poi il parroco ha smesso anche di farle suonare. Il silenzio nel paese era spettrale ed era rotto solamente dalle sirene delle ambulanze che pure, con il susseguirsi dei giorni e all’aumentare delle chiamate, hanno deciso di presentarsi in silenzio e senza annunciare la propria presenza». 
Ma, in un modo o nell’altro, Gherim ha retto. 
«Ci sono stati riconoscimenti, i famosi ristori per mancata produzione: non è stato tanto ma neanche poco. Gli affitti sono stati stornati, le utenze non hanno pesato così tanto (avevamo spento tutto), ai dipendenti è stata riconosciuta una percentuale senza andar a gravare sulla coop: ci si è messi in cassa integrazione, tranne quando, successivamente, abbiamo ricominciato l’attività»
Ma anche la riapertura subiva continue oscillazioni e seguiva il flusso dei numeri pubblicati dai bollettini nel corso delle varie conferenze stampa serali: una situazione che continuava ad essere difficile da fronteggiare. 

«Come dipendenti c’erano solo Marco e Simona. Lei è venuta a mancare proprio quando sembrava che fossimo riusciti a venire a capo delle montagne russe delle continue chiusure e riaperture. Quando Simona ci ha lasciato ho pensato che fosse davvero troppo». Nei locali sopra il seminterrato in cui proseguiva la nostra conversazione, gli avventori del bar continuavano ad affluire: le risate spezzavano la tragicità del ricordo e gli ordini creativi di bevande, più simili a preparazioni galeniche che ad ordinari caffè, venivano enunciate una dopo l’altra.

«Passo dopo passo ce l’abbiamo fatta
ma sono stati mesi pesanti», sospira Francesca.

Il 31 dicembre [2025] scadrà la convenzione col comune per la gestione dei locali e Nembro potrebbe non vivere più lo spazio del Modernissimo gestito da Gherim ma la cooperativa pare aver ricevuto in dote il dono della resistenza. La situazione vissuta cinque anni fa ha mostrato che l’organizzazione cooperativa può essere una risposta alla crisi: «saremmo, effettivamente, già naufragati», ha affermato Francesca. 
Il sistema cooperativistico può rappresentare la risposta alla crisi economica e sociale, al di là di chi ha speculato su tale sistema, sull’organizzazione in sé, compromettendone la funzione agli occhi dell’opinione pubblica.
Certo è che «i volontari sono stati fondamentali: si sono rimboccati le maniche, hanno tamponato la mancanza di Simona fin da subito e hanno continuato ad essere una presenza costante successivamente». 
Dopo Simona, però, viene a mancare anche Sandro il responsabile della regia per gli eventi dell’Auditorium. Un’altra batosta.

«Una volta andato in pensione, aveva deciso di spendersi per la causa ed era qui tutti i giorni per svariate ore. Ha perfezionato tutto quel che era possibile, a regola d’arte. Ad oggi, il suo lavoro è stato sostituito da altri quattro. A detta loro “in quattro non riusciamo a fare quel che faceva lui” ma continuano a farlo per far sì che tutto il suo lavoro non vada sprecato, non riescono a sopperire alla sua professionalità, pur mantenendo in vita tutto quello che Sandro aveva costruito». 

Se si entra da Gherim per un caffè stando in piedi al bancone (come da prassi italianissima per la consumazione della tazzina) e si fa attenzione alla propria sinistra, si noteranno due foto: una di Simona e l’altra di Sandro. Un ricordo del prima perché il dopo non sia manchevole, soprattutto per chi non ha vissuto quella stagione
Qualsiasi cosa succeda dopo il 31 dicembre.

Maria alle prese col suo primo caffè.
Ultimo scatto di una Kodak usa e getta che ci è stata regalata dalle chicas Letizia e Francesca prima del viaggio in Vietnam. 

Il commercio equo alla prova dei dazi

Foto di Luba Glazunova su Unsplash

Alessandro Franceschini, presidente Altromercato, è ottimista: «Di fronte all’estrema imprevedibilità del mercato internazionale, rispondiamo con la forte credibilità di una relazione fondata non sulla speculazione ma sulla fiducia».
Caffè, cioccolata e zucchero: la politica economica di Donald Trump potrebbe avere ripercussioni anche sulla filiera del commercio equo-solidale. Altromercato, la principale realtà in Italia, è presente sul territorio bergamasco con sei punti vendita di due cooperative: Amandla gestisce botteghe a Bergamo, Calusco, Gazzaniga e Seriate, Nuova solidarietà a Casazza e Clusone. All’elenco aggiungiamo anche la realtà di Nembro (Gherim) che, pur non essendo direttamente partner, rappresenta una peculiarità.
«La questione dazi è complessa e si inserisce in un quadro internazionale in cui ci mancava solo la guerra commerciale tra Usa e resto del mondo», a parlare è Alessandro Franceschini, presidente nazionale di Altromercato, raggiunto da L’Eco di Bergamo. Ma il protezionismo di Trump «non ha ancora effetti sui paesi che esportano beni legati alla filiera del commercio equo: ce ne saranno per le importazioni da parte degli Usa (ma sappiamo che non sono molto equo-solidali)». 
Non solo dazi
Il punto è che la dialettica muscolare tra grandi potenze va ad inserirsi in una cornice di crescente difficoltà di base: il cambiamento climatico interpreta un ruolo da protagonista nella crisi già esistente. «Venivamo tacciati di essere delle Cassandre catastrofiste», dichiara Franceschini ma ora «si nota perfettamente» quanto i paesi del cosiddetto terzo mondo «siano esposti al cambiamento climatico, sebbene siano proprio quelli che meno abbiano contribuito ad alimentarlo». È quello che si sta verificando, ad esempio, riguardo il caffè in Nicaragua: le coltivazioni si stanno spostando sempre più in altura a causa dell’inaridimento delle piante e degli infestanti. «Abbiamo sostenuto l’iniziativa di alcuni produttori nicaraguensi con un progetto denominato Eroi del clima (fondazione Altromercato) per fornire loro degli strumenti al fine di fronteggiare l’inedita circostanza». Spostandoci di continente, troviamo l’analoga situazione del Vietnam: colpito dai dazi (46%), ha già ridotto la produzione (dunque l’esportazione) dei chicchi di robusta a causa del cambiamento climatico. Ma Franceschini è ottimista per quel che riguarda la filiera etica. Certo: «il grosso del fatturato di Altromercato proviene da cacao e caffè [compreso lo zucchero di canna] ma, nonostante le speculazioni delle borse, abbiamo mantenuto dei prezzi giusti». Come? Non abbassando i prezzi al produttore. «Di fronte all’estrema imprevedibilità del mercato internazionale, rispondiamo con la forte credibilità di una relazione fondata non sulla speculazione ma sulla fiducia», sostiene Franceschini, che afferma: «sebbene legati a fattori di borsa, paghiamo di più e stabilmente i produttori» perché «nella loro percezione ciò che conta è la continuità della relazione».
E l’Italia?
Il nostro paese non si classifica mai ai primi posti per il livello di retribuzione dei lavoratori, eppure secondo Franceschini molti consumatori hanno deciso di cercare alternative sociali ed etiche in sostituzione alla grande distribuzione (Gdo). «La nostra identità è legata alle botteghe ma, ormai, il loro fatturato rappresenta il solo 20% di Altromercato: essere presenti da un trentennio nella Gdo fa sì che il marchio cresca. Tanto più è forte il brand, tanto più la gente si rivolge alle botteghe».
A Nembro il bar equo-solidale
Non direttamente affiliata ad Altromercato, Gherim a Nembro gestisce in concessione lo spazio del bar, che comprende anche l’Auditorium Modernissimo, in Piazza Libertà. Secondo la responsabile Francesca Signori: «sebbene il prezzo sia lievitato globalmente, il caffè del commercio equo (che utilizziamo per il bar) ha mantenuto i costi di cessione e vendita». «C’è anche da dire – prosegue – che al momento viviamo una fase di crescita grazie alle iniziative che abbiamo messo in atto: c’è tanta partecipazione attorno a Gherim». Non un semplice bar ma punto di ritrovo. Il 31 dicembre [2025] scadrà la convenzione col comune per la gestione dei locali e Nembro potrebbe non vivere più quello spazio. Condizionale d’obbligo. 
 
Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo il 19.5.2025

Caso Almasri, parla Lam Magok che ha denunciato il Governo per favoreggiamento

«La mia lotta è per i rifugiati, per i migranti e per gli italiani tutti. Lo stato non sta rispettando le regole e se succede è un danno per chiunque». A parlare è Lam Magok Biel Ruei: 32 anni, rifugiato politico proveniente dal Sud Sudan. È arrivato in Italia nel 2022 riuscendo a sopravvivere alla prigionia in un centro di detenzione a Tripoli (Libia): «l’ultima prigionia è durata complessivamente 9 mesi», di cui 6 trascorsi a Mitiga. «Ero in una delle cosiddette Almasri prisons [prigioni poste sotto il controllo di Almasri]». Per arrivare in Italia dal sud Sudan esiste un corridoio umanitario  che, però, s’interrompe: le persone finiscono così direttamente tra le braccia dei trafficanti e nei centri di detenzione in Libia. Un approdo non sicuro a tutti gli effetti ma con cui il Governo italiano deve fare i conti per far sì che possa dar seguito alla retorica della riduzione degli sbarchi. Mediaticamente funziona: le percentuali contano più delle vite umane in termini elettorali. È la spietatezza della realpolitik. Il caso dell’arresto e successivo rimpatrio del generale Osama Almasri («Capo della polizia giudiziaria di Tripoli») da parte del Governo italiano ha riacceso il dibattito politico sull’immigrazione e sui centri di detenzione in Libia, da cui proviene Lam e che abbiamo intervistato insieme ad Alice Basiglini dell’associazione Baobab (realtà che gli ha fornito supporto legale per la sua azione). Le parti sono venute a contatto nel 2021 a seguito dell’onda lunga delle proteste condotte dal movimento Refugees in Libya.
Quando Lam ha appreso della notizia dell’arresto di Almasri ha subito pensato che giustizia fosse fatta ma gli eventi non sono andati come avrebbe sperato e la fragile fiducia è immediatamente crollata: «è in quel momento che ho maturato la decisione di denunciare il governo», insieme a David Yambio, conosciuto durante una delle detenzioni.
La vicenda è ormai tristemente nota perlomeno da quando il 28 gennaio [2025] la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha diffuso il video messaggio in cui mostrava l’avviso di garanzia ricevuto e giunto anche «ai ministri Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano» a seguito (sebbene Meloni avesse cautamente detto «presumo») «di una denuncia presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti». 
A seguito di quell’episodio, giunge la denuncia di Lam: «L’Italia è un membro della Corte penale internazionale e questo significa che se c’è un mandato a cui non viene dato seguito c’è un problema evidente», afferma. «La ragione per cui denuncio – ha proseguito Lam Magok – è che io sono in Italia in quanto rifugiato e vittima delle torture subite in Libia da Osama Almasri» e la decisione del suo rimpatrio lo ha reso «doppiamente vittima». Lam sta combattendo questa battaglia perché «se il Governo non rispetta le regole non le rispetterà né per gli immigrati né per gli italiani» e lo dice da un punto di vista tutto peculiare, cioè essendo «rifugiato che sta vivendo in Italia», dunque sentendosi parte del Paese. 
La decisione assunta da Lam è stata totalmente d’iniziativa personale ma, con tutta evidenza, non poteva essere condotta da lui solo: «per avviare un procedimento del genere c’è bisogno di un ufficio legale, in questo caso messo a disposizione da Baobab» a cui si è rivolto chiedendo aiuto.
Quando chiediamo a Lam se la Libia sia un paese sicuro per chi arriva dal sud Sudan, lui non esita a rispondere laconicamente: «No, non lo è». «La Libia – prosegue – non è un paese sicuro» ma per arrivare a conoscere, capire e comprendere la situazione presente nel paese bisogna fare uno sforzo. Ci sono vari rappresentanti politici che si contendono il territorio divenuto estremamente granulare dopo la destituzione di Gheddafi: «quando si parla di Guardia costiera libica si potrebbe far riferimento a tre istituzioni diverse», rincara la dose Alice Basiglini. Milizie che si contendono il territorio, generali che sembrano sceriffi dei film spaghetti western: una situazione che sta mantenendosi nel caos generale molto più a lungo di quel che analisti ed esperti prospettavano. «Si tratta di un paese rarefatto – afferma la rappresentante di Baobab – in cui manca un potere centrale con cui confrontarsi ufficialmente e in cui c’è in atto uno scontro fra più parti le quali rappresentano organizzazioni (di fatto) criminali e non sappiamo a chi rispondono». «Le organizzazioni internazionali conoscono qual è la situazione sul terreno ma non danno notizie sulla situazione: c’è la guerra, ci sono le milizie e la situazione è insostenibile», afferma Lam Magok. Sanno ma cercano di ‘salvare il salvabile’ poiché avere una negoziazione con le autorità libiche è praticamente impossibile. Una strategia che potremmo chiamare di «riduzione del danno», sostiene Alice Basiglini. «È chiaro che si tratta di una situazione complicata che deriva dal loro status nonché dal meccanismo di finanziamento, nonostante sappiamo bene che i pochi corridoi umanitari in atto siano organizzati e operati da Unhcr (cioè l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati)». Ma il numero di persone che riesce a passare attraverso i corridoi di Unhcr è esiguo rispetto al totale che finisce tra le maglie dei trafficanti e la stessa presenza delle organizzazioni internazionali non implica – purtroppo – la garanzia della difesa dei diritti umani. Tutto il resto è tortura (e propaganda politica conseguente). 
Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo

I bergamaschi in Bolivia. Una chiesa con il popolo [«L’Eco di Bergamo» del 31/10/23]

La seguente intervista è stata pubblicata sull’edizione cartacea de «L’Eco di Bergamo» del 31/10/2023. Felice e onorato di essere stato inserito nella pagina prima del Concilio, ho realizzato quest’intervista a Riccardo (pardon, Don Riccardo) quando io e Maria eravamo da lui in Bolivia.

Da Telgate a La Paz. Un viaggio, quello di Riccardo Giavarini (da poco don), che dura da 47 anni: «Sono qui da così tanto tempo che ormai mi sono innervato nella cultura di qui: non riuscirei a pensare di tornare in Italia”. Questo è quello che si sente di dire quando qualcuno gli chiede se si senta ancora un missionario (nel senso stretto del termine).

Eppure il legame che c’è tra Bergamo (e la sua provincia), La Paz, El Alto e altre località boliviane (Cochabamba, Santa Cruz e via dicendo) è più che evidente: basta andare alla parrocchia di Munaypata. Lì si viene accolti da un altro sacerdote bergamasco (Don Giovanni) e gli occhi occidentali arrivati in terra sudamericana non possono fare a meno di notare il grande murale che campeggia all’ingresso dell’edificio: “60 anni. Chiesa di Bergamo – Iglesia de Munaypata”. Un legame talmente solido che nel 2022 ha compiuto, per l’appunto, il ragguardevole traguardo di sei decenni di cooperazione e collaborazione.

 

«Prima di essere sacerdote sono stato quaranta anni insieme a mia moglie, Berta, morta di Covid due anni e mezzo fa» – ha raccontato Giavarini – «mi sento molto accompagnato da lei, anzi, non posso fare, organizzare e pensare progetti senza pensarla: sento forte la sua presenza e la relazione strettissima con lei»

La vita di Don Riccardo, basti notare il predicato anteposto, è cambiata dal giorno in cui ha deciso di riprendere in mano la vecchia idea del sacerdozio: «Ora ho una parrocchia alla periferia di El Alto, mi sto integrando al clero locale e nel frattempo mantengo gli impegni che già prima caratterizzavano l’agire quotidiano: il carcere minorile “Qalauma”, dunque il tema della giustizia riparativa (insieme all’impegno analogo di Mario Mazzoleni a Santa Cruz); gli impegni legati alla Fundacion “Munacim Kullakita” [di cui ricopre la carica di direttore generale]; l’azione riguardante l’immigrazione di transito in Bolivia (di chi viene dal Venezuela, dalla Colombia, da Haiti per poter raggiungere il Cile o l’Argentina). Così come l’Italia.»

 

L’unione che c’è tra Bergamo e La Paz è piuttosto sui generis e ha inizio nel 1962. Tu che ci vivi da quarantasette anni, potresti spiegarci com’è avvenuto questo sodalizio?

«Succede che durante i lavori del Concilio Vaticano II dei vescovi boliviani si sono recati da Papa Giovanni XXIII e gli hanno rivolto una richiesta esplicita di aiuto a causa dello scarso numero di preti presenti nel paese. Il Papa accoglie questa istanza e coinvolge immediatamente il vescovo di Bergamo, gli gira la richiesta dei vescovi boliviani e da lì è cominciato tutto. Tra i due pionieri bergamaschi c’era Don Berto Nicoli e da allora sono giunti qui più di trecento persone dalla bergamasca tra preti, suore e laici». 

Quali sono stati gli interventi maggiori nella società boliviana in questi decenni?


«Si sono costruiti ospedali, scuole, parrocchie, centri d’accoglienza e centri per l’infanzia per bambini orfani con problemi familiari. Quest’ultima realtà, la “Ciudad del nino” prima era attiva a La Paz e ora s’è spostata nel sud-est del paese, a Cochabamba».

Spesso le missioni – o i progetti conseguenti – vanno sfaldandosi se non c’è ricambio generazionale, in questo caso l’intervento bergamasco è andato sviluppandosi sempre più, come in un costante crescendo, o sbaglio?


«È proprio così: c’è stata fin da subito una sorta di alleanza tra Bergamo e il clero di qui. Le città coinvolte non sono state solamente El Alto e La Paz ma anche Cochabamba e Santa Cruz. Molti preti si sono recati anche in zone rurali e montane fronteggiando molteplici difficoltà ma, da bravi bergamaschi, hanno affrontato le asperità con coraggio e cuore».



Un sodalizio così forte che ha fatto nascere il ‘Gruppo Bergamo’ fin dai primi giorni di presenza nella capitale boliviana, quest’anno sono “sessantuno candeline”.


«Ogni anno, a Pasqua e dopo il 2 novembre, ci incontriamo per un momento di ritiro, di studio della realtà nazionale e non solo. Stiamo parlando di un gruppo di residenti in Bolivia (attualmente circa 40) la cui porzione più folta tempo addietro era quella dei sacerdoti, ora la percentuale di laici è maggiore. Alcuni preti del gruppo sono stati anche eletti vescovi: Angelo Gelmi, Eugenio Scarpellini, Sergio Gualberti (arcivescovo di Santa Cruz), Eugenio Coter e sicuramente ne dimentico molti altri, ma il punto è che queste figure che ho citato hanno contribuito enormemente al rafforzamento dei rapporti tra la diocesi di Bergamo e la chiesa locale. L’altr’anno in occasione dei sessanta anni della presenza bergamasca a La Paz è venuto anche il vescovo Beschi proprio per celebrare questo anniversario».

E tu come ci sei finito qui?


«Sono arrivato qui da laico in alternativa al servizio militare ma comunque legato al “Gruppo Bergamo”, che già esisteva da qualche anno: era il 1976».



Come si è svolta la tua attività in quest’altra parte di mondo?


«Dapprima sono stato a La Paz, poi a Cochabamba, sempre con l’idea di continuare gli studi di teologia, dato che in Italia avevo conseguito la maturità classica in seminario. Dopodiché nella pastorale giovanile ho conosciuto quella che poi sarebbe diventata mia moglie: Berta. Da quel momento è cambiato l’orientamento vocazionale».

Certo è che negli anni ’70 e ’80 in Bolivia la situazione socio-politica non era molto stabile…

«Era il periodo delle dittature. C’era molta instabilità sociale, politica ed economica e durante l’ultimo colpo di stato sono riuscito a fuggire alla vigilia del golpe e non sono più potuto rientrare in Bolivia – insieme ad altri – per un periodo di tempo: ero schedato ed eravamo minacciati. Facevamo resistenza al regime dei militari: accoglievamo dirigenti dissidenti e li nascondevamo; facevamo formazione politica ai ragazzi; resistevamo partecipando anche ai movimenti sociali. Personalmente ho anche partecipato a uno sciopero della fame condotto dalle dirigenti minatrici che protestavano contro il generale Banzer Suarez (il cui golpe fu nel 1971) e in poco tempo questo movimento si è esteso in tutto il Paese».


Tu dove ti trovavi in quel periodo?


«Ero a Cochabamba ma subito mi sono attivato per prendere parte a questo movimento sociale molto vasto e diffuso in tutto il paese. E con lo sciopero della fame chiedevamo elezioni libere, il rientro di minatori esiliati, lo ‘stop’ alla repressione per i movimenti sociali, la libertà di associazione e via dicendo».

Il “Gruppo Bergamo” ha preso parte alla vita sociale e politica boliviana a tutti i livelli, non solamente nell’ambito religioso, dunque?


«Assolutamente. C’erano anche preti piuttosto impegnati politicamente in quanto formavano quadri dirigenti dell’Ipsp (‘Instrumento politico por la soberania de los pueblos’) cioè il movimento che ha dato vita al Mas (‘Movimiento al socialismo’), attuale partito di governo. Si impegnavano a proteggere le persone più esposte come alcuni dirigenti sindacali e li nascondevano nelle parrocchie o li facevano scappare in Perù. In quel periodo, poi, andavamo nelle carceri di massima sicurezza a incontrare e parlare con i prigionieri politici e le loro famiglie. Avevamo sviluppato un vero e proprio movimento di resistenza: il Monsignor Manrique (allora arcivescovo di La Paz) si era posto addirittura davanti ai carri armati dei militari per frenare con il suo corpo la violenza e la prepotenza dei militari».

Una chiesa che prende parte, una chiesa totalmente differente dal ruolo che spesso ha interpretato in America Latina nei confronti delle dittature cilene, ad esempio.


«Era una chiesa molto più coraggiosa, oserei dire. Una chiesa che ha pagato di persona, basti ricordare il martirio di Luiz Espinal, così come Alfonso Romero in altri contesti. Ma Espinal, gesuita e giornalista, aveva fondato un giornale che si chiamava ‘Aquì’ in cui denunciava forme di violenza, torture, casi di desaparecidos, chiusura dei mezzi di comunicazione e via dicendo. Durante l’ultimo colpo di stato, ad opera di Garcia Mesa, è stato torturato e brutalmente ucciso. Come lui, altre figure sono state capitali nella resistenza ai militari: i minatori, ad esempio, sono stati la colonna portante delle proteste e hanno rappresentato la punta più avanzata della coscienza civile e di classe sociale contro i vari golpe. Molti sono stati cacciati dalla Bolivia e non hanno più potuto far ritorno nel proprio paese. C’è poi da considerare che l’ex presidente Evo Morales si è formato anche grazie ad occasioni e momenti di formazione promossi dalla chiesa cattolica. Allo stesso modo molti dirigenti del Mas erano catechisti: alcuni hanno fatto bene, altri non troppo, ma “l’uomo è sempre l’uomo”».

Cos’ha lasciato (e cosa sta continuando a costruire) la presenza bergamasca in Bolivia?

«Penso che abbiamo lasciato (e continuiamo a farlo) un’impronta molto importante qui non tanto per le costruzioni o gli edifici eretti, quanto piuttosto riguardo la qualità dell’intervento effettuato. La gente di Bergamo è riuscita ad “inculturarsi” molto nella realtà locale: le parrocchie che venivano gestite da preti bergamaschi non erano solo luoghi di culto in cui si diceva messa e si professava una fede chiusa: erano luoghi aperti. Siamo intervenuti – e interveniamo – nell’ambito sanitario, scolastico e penitenziario, così come la formazione politica delle persone e riguardo l’emancipazione femminile».