Quale futuro per la RD Congo?

Foto di Johnnathan Tshibangu su Unsplash

Banditismo, violenza, degrado. Sono queste le parole utilizzate da suor Claudia Nicoli per descrivere il contesto della periferia di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo. Suora delle Poverelle, bergamasca di Gaverina, Nicoli è direttrice generale dell’ospedale di Kingasani, situato nella municipalità di Kimbanseke, vasta zona alla periferia sud-est di Kinshasa. «La situazione del paese va via via peggiorando – sostiene Nicoli – l’insicurezza è generale, molte persone non hanno lavoro» per di più si vive «in ambienti malsani». Il quartiere in cui insiste l’ospedale versa in uno stato di degrado e povertà difficilmente descrivibili, tra fogne a cielo aperto e abitazioni di latta (pochissime quelle in muratura). Abitato da circa centomila persone (ma si va a spanne nel conteggio data l’irregolarità delle registrazioni alla nascita e l’incapacità di un censimento reale) nonostante Kingasani sia meta di transito obbligatorio per chi atterra all’aeroporto dell’ex Leopoldville, è ignorato allo sguardo di chi mette piede nell’Rd Congo per la prima volta. Meglio far finta di non vedere quelle case che sorgono una accanto all’altra.

Nascere alla periferia del mondo
Nonostante le difficoltà e la situazione sanitaria sull’orlo del collasso, a Kingasani si nasce in sicurezza e con decoro. Le suore bergamasche delle Poverelle gestiscono «un ospedale che dà dignità ai poveri e a coloro che non hanno sufficienti mezzi per farsi curare», ha dichiarato la direttrice. Una struttura che Nicoli tiene anche a specificare come sia «grande e bella» non per piaggeria nei confronti di se stessa, evidentemente, ma per far leva sulla stridente differenza tra l’edificio e il contesto generale per cui «l’accesso alle cure rappresenta un lusso per molti». Il lavoro sanitario è, dunque, il settore in cui le suore sono maggiormente sollecitate, nello specifico per quel che riguarda la maternità, il cui reparto ha visto migliorie e ammodernamenti recenti, nonché la «presenza di personale formato».

Una Grande Mela africana
Solo a Kinshasa vivono diciotto milioni di persone. Il flusso migratorio che interessa la capitale congolese è principalmente interno e dovuto alla credenza popolare che racconterebbe di maggiori possibilità di lavoro in città piuttosto che altrove. Vent’anni fa la popolazione urbana della Rd Congo, paese che supera l’Italia di 9 volte per estensione territoriale, rappresentava il solo 33% della totalità degli abitanti, sebbene già allora le città persistevano in una difficile condizione legata al sovraffollamento. Ad oggi i numeri sono ancor più alti. La vox populi riguardo il sovraffollamento della metropoli congolese racconta l’impossibilità di calcolare quanti metri quadri di spazio abbiano a disposizione per sé gli abitanti di Kinshasa. Un’espansione che ha avuto spesso il caos come unità di misura per lo sviluppo urbanistico. Ma se nel periodo della dominazione belga la capitale era soprannominata Belleville (Città bella), ora la disoccupazione, l’economia informale, il degrado e il rischio epidemie sono le caratteristiche principali che fotografano una situazione tutt’altro che positiva.

Guerra e terrore
La Rd Congo non sempre riesce a fare notizia in Italia, a meno che non si tratti di qualche avvenimento legato al terrorismo di matrice religiosa. Nell’est del paese è attivo il gruppo terroristico M-23 ma bisogna fare attenzione ai termini: la religione, il fondamentalismo islamico, c’entrano poco o nulla. Una fonte, che ha preferito rimanere anonima, ci ha raccontato la propria contrarietà nella narrazione occidentale che vorrebbe l’M-23 come un gruppo terrorista anticristiano: «Si tratta di controllo del territorio e sfruttamento minerario di una zona molto ricca del paese», ha raccontato, per cui «l’appartenenza religiosa non c’entra nulla». «La popolazione, rispetto alla situazione dell’M-23, vive nella rassegnazione: i grandi di questo mondo sono i predatori e qui vige la legge del più forte», ha chiosato Nicoli. Sfruttamento territoriale e umano sembrerebbero essere, ancora una volta, il quadro entro cui muoversi per un’analisi dei fenomeni di questa parte di Africa.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo del 2.3.26

¿Dónde está Evo?

May 16, 2025, La Paz, La Paz, Bolivia: Supporters of former Bolivian President Evo Morales wore masks bearing his likeness as they marched toward La Paz, demanding that he be allowed to run in the upcoming presidential election. (Credit Image: © Diego Rosales/ZUMA Press Wire/ZUMA Wire)/SIPA60013118_000019/ZEUS/2505170704

«La foto che ho scattato e pubblicato in rete è autentica: ho visto e incontrato Evo Morales». Lunedì 9 febbraio [2026] Carlos Subirana, avvocato, candidato alle prossime amministrative nella città di Santa Cruz, ha dichiarato all’emittente Unitel di essersi incontrato con l’ex presidente domenica 8. Lo scatto ritrae i due nell’ufficio di Morales presso gli studi di Radio Kawsachun Coca (Rkc),che trasmette da Lauca Ñ, piccolo villaggio nella regione del Tropico di Cochabamba. Subirana ha assicurato di averci parlato e «no, non si trova all’estero come qualcuno ha dichiarato». Evo dunque è vivo, a casa sua e non è fuggito dal paese per evitare un probabile arresto. Forse. A parte la condanna che pende sulla sua testa (Morales è indagato per tratta di esseri umani dal tribunale di Tarija che lo accusa di una relazione che avrebbe avuto con una minorenne da cui sarebbe nato un figlio nel 2016) incontrare Evo non parrebbe essere così complicato. Basterebbe recarsi a Villa Tunari, nel Tropico, dove i suoi sostenitori hanno costruito un posto di blocco presidiato giorno e notte per «salvaguardarne la vita» proteggendolo da un eventuale arresto. Il problema è che dalla seconda settimana di gennaio Morales non si fa più vedere neanche coi suoi, né interviene più alla ‘sua’ radio, quella del movimento dei produttori di foglie di coca della cui organizzazione sindacale è presidente.

Scomparso in Messico (o forse no)

La prima accusa pubblica attorno alla sparizione dell’ex presidente l’ha data alla stampa il 24 gennaio il parlamentare di destra Edgar Zegarra Bernal durante una conferenza stampa. «Morales non è in Bolivia: si trova in Messico», ha rivelato il deputato, arrivando perfino ad accusare il governo di averlo fatto scappare «anziché consegnarlo alla giustizia». Le prove «inconfutabili» che Zegarra Bernal sosteneva di avere non le ha mai rese pubbliche ma da quel momento le illazioni riguardo a dove possa trovarsi Morales sono aumentate a dismisura.

Che fine ha fatto Evo?

L’ex presidente indigeno non si mostra in pubblico dall’11 gennaio, mancando agli appuntamenti della trasmissione radiofonica domenicale, che è solito tenere assieme al direttore Ramiro Garcia (simile alla fu conversazione Bordin-Pannella ma con molte meno arrabbiature). E sebbene Carlos Subirana abbia sostenuto che l’8 febbraio Morales stesse registrando quel programma insieme a lui, in pochi ci hanno creduto davvero. I sostenitori di Evo hanno le bocche cucite e rispondono a colpi di propaganda sfilando alle manifestazioni di piazza indossando maschere che ritraggono il volto dell’ex presidente. Domenica 25 gennaio anche il direttore Garcia è andato in onda indossandone una: «Evo esta aqui», aveva tuonato. Il giorno successivo Vicente Figueroa, dirigente sindacale vicino a Evo, ha dichiarato alla radio che l’ex presidente stava semplicemente riprendendosi dalla dengue. Lonardo Loza, candidato a Cochabamba e braccio destro del leader, pur confermando la versione del dirigente, un pugno di giorni dopo ha sconfessato alla stampa l’autenticità dello scatto pubblicato da Subirana: «in questa campagna elettorale si fa a gara ad apparire con Morales per poter vincere». Sarà per questo che Loza nei giorni scorsi ha pubblicato uno scatto che ritrae lui e l’ex presidente con le magliette del partito Alianza – unidos por los pueblos per lanciare la propria campagna elettorale. Peccato che lo scatto fosse generato con l’intelligenza artificiale. E di Evo ancora nessuna traccia.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo del 16.2.26

Da 34 anni l’impegno contro le mine antiuomo

L’intervista a Giovanni Diffidenti, bergamasco classe ’61, che ha esposto i suoi lavori dall’1 al 5 dicembre [2025] a Ginevra.

Joseph Lagu, 26 yrs. Antipersonnel mine survivor (1998) Joseph was passing by the Mugwu hill, when he stepped on a landmine. He lost his right leg. Joseph is very active; he decided not to give-up with his life. He is determined to sustain his family and to do so he engaged himself in a number of activities such as making bricks, braking stones, production of honey, etc. Sudan 2007
Foto di Giovanni Diffidenti. Pubblicata grazie alla cortesia dell’autore.

Tentare di enumerare tutti i paesi toccati da Giovanni Diffidenti, bergamasco classe ‘61, potrebbe risultare un esercizio ridondante. Afghanistan, Cambogia, Mozambico, Kosovo, Libia, Egitto, Siria, Ucraina: l’elenco rischierebbe di allungarsi molto. Un impegno, quello del racconto foto-giornalistico, che lo ha portato a viaggiare, a vedere e lasciare che l’occhio dell’obiettivo potesse parlare da sé. L’ultima esposizione che lo ha visto protagonista, insieme a Cory Wright, suo collega canadese, si è svolta a Ginevra dall’1 al 5 dicembre [2025] durante la «22° Riunione degli Stati Parte della Convenzione di Ottawa». La Convenzione, che riguarda la messa al bando delle mine antiuomo, venne sottoscritta da 122 Stati che la firmarono congiuntamente il 3 dicembre 1997 in Canada nella città di Ottawa, da cui il trattato prende il nome. Il lavoro di reportage fotografico di Diffidenti è stato commissionato dalla Campagna internazionale contro le mine antiuomo e le bombe a grappolo (Icbl/Cmc – International Campaign to Ban Landmines and the Cluster Munition Coalition). Gli scatti esposti erano, spesso, in bianco e nero. «Inizialmente il progetto nacque così per ragioni legate al dispositivo utilizzato», ha spiegato Diffidenti, facendo riferimento all’utilizzo della pellicola agli albori della sua attività. «Mi piace pensare – ha proseguito – che ci sia una linea di continuità con le foto più recenti che ho scattato, sebbene le ultime siano in digitale, dunque senza il problema relativo alla pellicola in bianco e nero o a colori».

«La mia attenzione rivolta al tema delle mine antiuomo è cominciata trentaquattro anni fa in Cambogia: era il 1992, sono rimasto in quel paese per due anni e mezzo», ha raccontato Diffidenti. «Il primo lavoro da freelance che ho realizzato è stato per una Onlus inglese: il loro lavoro era quello di fabbricare protesi e cercare di insegnare ai cambogiani a costruirle», ha proseguito. «E poi – ha aggiunto – c’è da ricordare anche una cosa importante: durante la presa di Pailin da parte dei Khmer Rossi, era il 1994, stavo seguendo un gruppo di soldati e due persone sono morte al posto mio a causa di una mina anticarro». Un evento tragico che ha segnato la memoria del fotografo e ne ha sospinto per decenni la sua iniziativa che lo ha portato a toccare vari altri paesi del mondo contaminati dalle mine, documentandone gli effetti nefasti sui territori e sulle persone: una ricerca del Landmine Monitor del 2025, ripresa dai documenti prodotti dall’Icbl, mostra che il 90% delle vittime registrate siano civili e quasi il 50% siano bambini.

Il convegno di Ginevra convocato lo scorso dicembre ha dovuto, tuttavia, prendere atto della progressiva erosione del fronte dei paesi sottoscrittori. Recentemente, a causa del conflitto russo-ucraino, alcuni Stati del continente europeo hanno fatto venir meno il proprio impegno riguardo la Convenzione: Finlandia, Polonia e le repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) su tutti, a cui nel giugno dello scorso anno si è aggiunta anche l’Ucraina. Sfilarsi dal Trattato significa «il venir meno di una serie di compiti che si assumono i paesi sottoscrittori», ha proseguito Diffidenti, «vale a dire non mettere più in atto delle azioni tra cui lo sminamento e l’assistenza ai sopravvissuti». Per quel che riguarda la Polonia: «la situazione è ancor più particolare» dal momento che il paese parrebbe esser intenzionato anche a «produrre mine antiuomo».

A tal proposito la presidente dell’Icbl Tamar Gabelnick, in un articolo dello scorso dicembre, ha precisato: «Abbandonare il trattato e tornare [ad utilizzare] le mine antiuomo non scoraggerà un attacco, soprattutto da parte di un nemico crudele e determinato come la Russia». Anzi, ha aggiunto Gabelnick: «piazzare mine metterà a rischio le stesse vite che [quei paesi] avrebbero dovuto proteggere».

Non solo. La tripartizione imperiale Usa-Russia-Cina non ha mai sottoscritto la Convenzione. Una assenza imponente, tanto più alla luce di quanto operato recentemente dagli Stati Uniti d’America in Venezuela, nonché per le crescenti tensioni riguardo l’acquisizione della Groenlandia (formalmente appartenente al Regno di Danimarca, dunque all’Unione Europea). Un ordine mondiale che parrebbe basarsi sempre più sulla legge del più forte in spregio del diritto internazionale e delle vite umane.

Articolo pubblicato su «L’Eco di Bergamo» il 12.1.26

Bolivia, sale la tensione. L’ex presidente in carcere

Luis Arce sconterà sei mesi nel penitenziario di San Pedro. Per corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici nell’ambito di uno scandalo emerso 10 anni fa.
«La detenzione è illegale».

Foto di Karla Robinson su Unsplash

L’ex presidente Luis Arce Catacora dovrà scontare cinque mesi di custodia cautelare in carcere presso San Pedro, l’istituto penitenziario nel pieno centro della città di La Paz. La decisione è stata presa l’11 dicembre dal giudice Elmer Laura formalizzando i presunti capi d’accusa relativi a corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici nell’ambito dello scandalo relativo al Fondo statale per lo sviluppo dei popoli indigeni, originari e delle comunità rurali (ovvero il Fondioc – Fondo indigena, originario y campesino).
Il Ministro dell’interno Marco Antonio Oviedo, a seguito dell’arresto di Arce, durante una conferenza stampa convocata venerdì 12 [dicembre] ha chiarito i «capi d’accusa» nei confronti del «capo della banda»: «appropriazione indebita, distrazione di fondi nonché abuso della propria posizione». L’ammanco di denaro pubblico ammonterebbe, stando alle dichiarazioni del Ministro, a circa «360 milioni di bolivianos», poco più di 45 milioni di euro. Tuttavia ci sarebbero «connessioni ulteriori» col caso del Fondo che farebbero lievitare la distrazione ad «almeno il doppio della cifra» sopracitata. Numeri astronomici per un paese il cui debito estero ammonta attualmente a 117,3 milioni di dollari e per cui lo spettro del default comincia a materializzarsi sempre più concretamente (nonostante le smentite governative parlino di appianamento del 70%).

Cos’è accaduto

«Sono completamente estraneo ai fatti!». L’ex Presidente Luis Arce Catacora lo ha provato ad urlare per farsi sentire dalla stampa e dai presenti accorsi all’ingresso di San Pedro ma la polizia che lo tratteneva è stata repentina nel condurlo all’interno del penitenziario. La reclusione durerà presumibilmente fino a marzo 2026, mentre le indagini, fanno sapere i ministri interpellati, proseguiranno senza sosta.Secondo l’accusa, Luis Arce sarebbe stato a conoscenza di alcuni trasferimenti di fondi pubblici su conti privati per progetti pianificati dal Fondioc ma mai portati a termine. I fatti risalirebbero agli anni compresi tra il 2015 e il 2019, quando Arce era Ministro dell’Economia nei governi di Evo Morales, quando il Mas (Movimento al socialismo) era all’apice della popolarità e della propria capacità politica. La presunta appropriazione indebita avrebbe coinvolto un certo numero di progetti del Fondioc, soldi finiti in poche mani che avrebbero dovuto, invece, finanziare progetti di riqualificazione delle comunità rurali e indigene. Cruciale, per l’accusa, è stata la recente testimonianza di Lidia Patty, ex deputata del Mas, anche lei coinvolta nello scandalo. Marcelo Yamil Garcia, attuale viceministro per la trasparenza e i diritti umani, ha dichiarato alla stampa come «sia stata istituita una Commissione per la verità» che parrebbe essersi già messa all’opera, avendo iniziato ad esaminare «più di mille progetti dell’ex Fondioc». Tra quelli presi in esame, sarebbero più di settecento quelli che manifestano «irregolarità di varia natura»: progetti incompiuti, inesistenti e persino destinati a comunità rurali inesistenti.

«La detenzione? È illegale»

Maria Nela Prada, già componente dell’ufficio di presidenza della precedente legislatura, ha dichiarato pubblicamente la sua contrarietà alla detenzione del già Presidente boliviano: «La sua detenzione è un atto illegale», ha detto al quotidiano locale «El Deber». Prada ha poi proseguito: «Arce sta conducendo una lotta contro il cancro che sta attaccando varie parti del suo corpo», lasciando intendere che la detenzione possa peggiorare la sua condizione di salute: «sarà un miracolo se riuscirà a sopravvivere». Ma la maggioranza di governo ha risposto alle accuse sostenendo che le uniche detenzioni illegali erano state quelle che perduravano dal 2019, terminate con l’insediamento del nuovo esecutivo, vale a dire quella del governatore di Santa Cruz (ostile al Mas) e della ex presidentessa ad interim Jeanin Áñez.

Quello del Fondioc potrebbe configurarsi come uno tra i più gravi scandali di corruzione vissuti dal Paese nell’ultimo trentennio, una di quelle storie che coinvolgerebbe non solo esponenti politici ma anche figure di spicco delle associazioni di comunità indigene e realtà contadine, in una complessa rete di coinvolgimento degli strati popolari della popolazione in cerca di riscatto sociale e protagonismo. Inizialmente avvenuto, successivamente messo in secondo piano. Già nel 2015 ci furono condanne e sentenze riguardo presunte distrazioni e appropriazioni indebite da parte della giustizia boliviana, si verificò anche la condanna dell’allora presidente del Fondioc, Nemesia Achachollo. L’esperienza venne chiusa l’anno successivo a seguito alle condanne spiccate dalla giustizia ma il caso è stato riaperto con l’insediamento del nuovo governo di centro-destra di Rodrigo Paz Pereira.

Giustizia o resa dei conti?

La riapertura del caso a dieci anni di distanza suggerirebbe, maliziosamente, la seconda. Un redde rationem portato avanti dal governo di Paz Pereira nei confronti delle precedenti gestioni del Mas e dei suoi principali esponenti. Tutti tranne uno: Evo Morales. L’ex presidente, su cui da tempo pende un mandato di arresto per l’accusa di violenza su una minore, vive barricato nel Chapare, nella regione di Cochabamba (sud del Paese) ben protetto dal suo inner circle e dai suoi militanti che vigilano giorno e notte nei pressi della sua casa. Il prossimo accusato potrebbe essere lui.

Pubblicato su L’Eco di Bergamo del 22.12.25

Il dramma senza fine del Sudan

Lo smembramento del Sudan avviene nell’indifferenza internazionale: venticinque milioni di persone a rischio di morte per fame.

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Le Nazioni Unite hanno definito la guerra civile in Sudan «la più grave crisi umanitaria del mondo». «Ci sono almeno dodici milioni di persone che hanno lasciato le loro case, di cui due milioni sono emigrati dal paese, il resto rappresenta la gran massa di sfollati interni», a parlare è padre Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei Comboniani in Sudan. Lo abbiamo intervistato mentre si trova a Port-Sudan, città strategica per il paese, ora ancor più importante data la presa di El-Fasher (capoluogo del Darfur del nord) da parte del gruppo militare “Forze di supporto rapido” (Fsr).

«Venticinque milioni di persone sono a rischio fame di cui cinque in una situazione di rischio acuto di carestia e sette di bambini che non hanno accesso all’istruzione. Il mondo in questi anni si è rivolto all’Ucraina e alla Palestina ma qui si sta consumando una crisi enorme», dichiara il missionario comboniano. Certo è che se si guardano solo i numeri dei caduti in battaglia, c’è il rischio di non comprendere la portata di due anni di conflitto in un paese atomizzato e in preda a scontri tra bande armate: «i morti diretti a causa delle pallottole – per intenderci – sono stimati attorno a duecentomila» ma non si contano tra questi: «i civili che non hanno accesso alle medicine, al cibo e all’acqua».

Cosa sta succedendo in Sudan?

Da due anni [2023] in Sudan vi è una guerra civile scoppiata a seguito di una lotta per il potere tra l’esercito regolare e le Fsr. Ma come ogni crisi che porta ad un conflitto armato, le cause della guerra vengono da lontano. Nel 2019 l’allora presidente Omar al-Bashir (in carica dal 1989) viene destituito da un colpo di stato militare. La mediazione a cui si giunge è quella di una giunta mista politico-militare di transizione verso un nuovo assetto democratico. Nel 2021 un nuovo colpo di stato stravolge di nuovo la storia. A condurre l’operazione furono due generali: Abdel Fattah al-Burhan (generale, capo delle forze armate regolari) e Mohamed Hamdan Dagalo”Hemdeti”(vice di al-Burhan ma anche capo delle Fsr). Tra i due sorgono dapprima dissapori e successivamente scontri accesi sulla direzione che il paese avrebbe dovuto intraprendere: al-Burhan diventa presidente de facto imponendo un regime durissimo considerato dittatoriale da molte organizzazioni internazionali come Humans rights watch. Dal 2023 la situazione è precipitata ed è stata guerra tra le parti in lotta.

Una situazione complessa

Ma si tratta di un conflitto scaturito da astio, poi degenerato in odio, tra due generali. La realtà dei fatti è che il Sudan si sta atomizzando sempre di più: «da una parte vi sono le Fsr, mercenari al soldo degli Emirati Arabi Uniti; dall’altra l’esercito di un regime dittatoriale il cui periodo di governo è stato caratterizzato dall’imposizione della legge islamica», ha dichiarato il missionario comboniano. Il coinvolgimento emiratino parrebbe essere presente da tempo nella regione: d’altra parte il Sudan è uno di quei posti ricchi di preziosi nel sottosuolo. A marzo di quest’anno il governo di Khartoum aveva intentato una causa contro gli Emirati davanti alla Corte internazionale di giustizia con l’accusa di aver sostenuto le Fsr. Da Abu Dhabi avevano negato tutto ma il rapporto è definito da più attori istituzionali come «alleanza strutturata». A tal riguardo va precisato anche come non sia «una guerra combattuta con vecchi kalashnikov riciclati», come ha tenuto a precisare Dalle Carbonare, ma «con droni e armi sofisticate di produzione occidentale».

La comunità internazionale tace

I paragoni con altre realtà statali del continente potrebbero non essere calzanti tuttavia parrebbe essere di fronte ad uno scenario di smembramento simile a quanto è avvenuto (e sta ancora verificandosi) in Libia. Se in un primo momento di quest’anno le forze armate del governo di Khartoum sembravano essere in grado di contenere (e in alcuni casi sconfiggere) le Fsr, con la presa di El-Fasher si è verificato un nuovo stravolgimento.

Che sia il diritto internazionale a prevalere e che si possano aprire corridoi umanitari è quel che si augura Dalle Carbonare ma sul ruolo della comunità internazionale è scettico: «sarà un percorso lungo perché, a parte un tentativo di mediazione nel 2023, non ce ne sono stati altri»; da un lato Donald Trump parrebbe aver posato sguardo ed intenzioni belliciste altrove, dall’altro l’UE «si muove con estrema lentezza». E in Sudan si continua a morire.

Una presenza che ha sfidato stereotipi e pregiudizi

Dalla nave Vlora ad oggi, un bilancio sulla presenza albanese in Italia trentaquattro anni dopo.

Fabrizio Spucches “Noway!” – Scatto alla foto esposta alla mostra “Coraggiosi si diventa” di Bergamo

«Venticinque anni fa avevo dato un taglio netto alla mia vita: avevo 36 anni e volevo ricominciare da capo». Durim Taci, scrittore bilingue e filologo, ha avuto modo di raccontarsi e raccontare un pezzo d’immigrazione albanese in Italia. L’occasione l’ha creata giovedì 20 l’Associazione di Mutuo Soccorso allestendo l’incontro «Oltre il mare» invitando a parlare Andrea Valesini (caporedattore de «L’Eco») e Giorgio Gori (europarlamentare PD, già sindaco), oltre al già citato Taci. «La prima cosa che ho fatto, una volta arrivato in Italia, è stata quella d’iscrivermi ad un corso di scrittura creativa a Milano», ha proseguito Taci, in continuità con la sua mansione in ambito artistico ed editoriale al di là dell’Adriatico: per i suoi lavori ed è stato insignito del Premio Montefiore nel 2016 e più di recente del Premio nazionale di letteratura albanese.

I primi sbarchi

L’immagine che viene spesso rievocata, quando si parla di immigrazione albanese, è quella della nave Vlora, partita da Durazzo e giunta carica di persone a Bari nell’agosto 1991. Gli sbarchi sono proseguiti negli anni successivi: «nel 1997 ero a Napoli a seguire la Conferenza nazionale sulle dipendenze – ha ricordato Andrea Valesini – venni richiamato dal giornale per far sì che mi recassi in Puglia (Brindisi), perché iniziavano ad esserci numerosi sbarchi. Vidi giungere una nave colma di volti impietriti dal dolore». L’Albania stava faticosamente lasciandosi alle spalle la tragica dittatura di stampo maoista: Enver Hoxha era morto nel 1985 ma i suoi epigoni continuarono nel solco tracciato dal leader fino al 1991. Una manciata di anni dopo il crollo della Repubblica Popolare, la popolazione albanese chiedeva di poter guardare ad un futuro che fosse anche al di là del mare. «Nei centri dove venivano ospitate le persone appena giunte in Italia – ha proseguito Valesini – raccolsi alcune storie: erano colme di vita dura, di povertà, di gente che stava cercando a fatica una nuova stabilità mentre si lasciava alle spalle una dittatura terribile».

L’arrivo di migranti via mare non si è certo fermato nell’ultimo trentennio ma quello della Vlora «rappresenta l’immagine più potente», ha commentato Giorgio Gori. «Quella nave, carica di ventimila persone, – ha poi proseguito – ha lasciato un solco enorme nella memoria, così come per quel che successe in seguito: si verificò uno scontro istituzionale sulla gestione di quelle persone, lasciate a se stesse e chiuse nello stadio di Bari, fin quando una parte consistente venne imbarcata nuovamente e riportata indietro».

Contro stereotipi e luoghi comuni

La presenza albanese in Italia ha vissuto diverse stagioni: «credo che abbia rappresentato un esempio per cui l’integrazione sia stata guadagnata sul campo, col lavoro, sfidando luoghi comuni e pregiudizi», ha affermato Gori che ha poi ricordato come l’Albania di oggi sia un paese che «aspira fortemente ad essere parte dell’UE, mostrando di voler scrivere un futuro d’altro segno rispetto all’hoxhaismo». I colloqui tra Tirana e Bruxelles/Strasburgo sono cominciati nel 2014 e da quel momento vi sono continue riunioni e incontri tra le parti per monitorare un iter che «forse potrebbe terminare in questo decennio», secondo Gori.

Certo è che se la popolazione albanese ha «conquistato sul campo» la propria presenza, l’Italia ha ancora molto da fare a tal proposito: l’ex sindaco ha ricordato come sia ancora in vigore la legge Bossi-Fini che, tra le altre cose, lega la presenza straniera in Italia (dunque il permesso di soggiorno) al contratto di lavoro. Allo stesso modo la legge sulla cittadinanza non è stata modificata, né è stata prestata attenzione alla proposta dello ius scholae, avviata dalle associazioni degli studenti medi nel 2023, che mirava a far ottenere la cittadinanza a ragazzi stranieri impegnati in percorsi scolastici in Italia da almeno 5 anni.

Non chiamiamola «emergenza»

La politica sembra non comprendere la portata della questione anche da un punto di vista lessicale, dato il ricorrere all’espressione «emergenza sbarchi» legata al fenomeno migratorio: «in trent’anni l’Italia non è ancora riuscita a dotarsi di un sistema d’accoglienza efficace», ha ricordato Valesini.

Un’emergenza che richiama i fatti dell’ottobre ‘24, ovvero la ratifica dell’accordo italo-albanese per la gestione dei flussi di migranti, appaltando il problema a Tirana.

Per provare a comprendere il fenomeno delle migrazioni, dunque dell’accoglienza, si dovrebbe chiamare in causa la politica estera, «cercare di capire quel che succede nel mondo» (l’aumento demografico africano) e in Italia (la cronica denatalità). «Dovremmo smettere – ha continuato Valesini – di utilizzare la parola ‘emergenza’ istituendo dei canali stabili. L’immigrazione rappresenta l’indicatore dello stato di salute del mondo».
Eppure la cartella clinica degli stati ha valori sempre più alterati, giorno dopo giorno.

Né scià, né ayatollah: il futuro dell’Iran sarà democratico

«Non abbiamo bisogno di un ritorno al passato: non ci interessa la monarchia. Vogliamo un Iran democratico, libero e laico», a parlare è il dottor Khosro Nikzat, cardiochirurgo presso l’Ospedale di Cuneo. Presidente dell’Associazione dei dottori e farmacisti iraniani in Italia, Nikzat è scappato dall’Iran quando l’ayatollah Khomeini riuscì a prendere il potere a seguito della rivoluzione che fece cadere lo scià Mohammad Reza Palavi.

Senza lieto fine

Quella dell’Iran è una storia che in pochi ricordano: gli avvenimenti dell’ultimo ventennio tendono a sovrastare quanto vissuto dal paese nel recente passato. Nel 1979 la società iraniana stava attraversando un periodo di forte fermento culturale, politico e sociale. La popolazione non supportava più il potere di Reza Palavi, dunque della monarchia: voleva un cambio radicale dell’assetto statale. Si era messa in moto una nazione intera: dalle associazioni politiche liberali a quelle comuniste e socialiste, dai laici ai sostenitori di Khomeini. Subito dopo la caduta dello Scià, tuttavia, la parte religiosa oltranzista ha prevalso sulle altre e lo stato diventò sì una repubblica ma confessionale: la Repubblica islamica dell’Iran. Spesso, osservando i processi rivoluzionari nella storia, sfugge la molteplicità di attori che sono parte di un movimento per un medesimo obiettivo, pur con fini diversi. «Sono arrivato in Italia nel 1979, sei mesi dopo la cacciata del potere monarchico: da quel momento non ho più fatto ritorno nel mio paese d’origine», Nikzat voleva studiare medicina in Italia «con la speranza di tornare».
Ma questo suo desiderio non si è mai avverato.

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«Quando ho intuito cosa stava accadendo – prosegue Nikzat – ho capito che non sarebbe stato più possibile tornare in Iran: mi sono dichiarato ufficialmente contro il regime degli ayatollah, dunque mi è stato impossibile tornare in Iran». Tornare avrebbe significato esporsi a pericoli enormi: l’opposizione non era accettata da Khomeini, né ora da Khamenei, tanto meno sono tollerate manifestazioni di dissenso.

La Resistenza (in esilio) si organizza

La diaspora iraniana ha fatto sì che venissero a crearsi dei focolai di resistenza alla Repubblica islamica. L’esperienza più longeva, al momento più consistente nonché riconosciuta da molti paesi a livello internazionale, è il Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri) di cui l’organizzazione dei Mojahedin del popolo è tra i maggiori esponenti, l’attuale presidentessa è Maryam Rajavi, moglie dello storico leader Massoud Rajavi scomparso nel 2003. «Il 52% degli organismi direttivi del Cnri – spiega Nikzat – è composto da donne», tra cui figura anche Zolal Habibi che nel 1988, a seguito dell’uccisione del padre da parte del regime, inizia ad intraprendere la lunga marcia che l’ha successivamente condotta all’attuale impegno politico. Nata negli Usa, è componente della resistenza dall’88: un passato in Italia e ora è di base a Parigi.

«La resistenza iraniana – prosegue il dottore – si divide in tre tronconi: la prima, diplomatico-politica, ha sede a Parigi; la seconda è in Albania, nel campo-città Ahsraf 3, a 30km da Tirana, in cui vivono i membri della resistenza; la terza è in Iran ed è formata dalla rete delle Unità di rivolta che organizzano proteste e azioni di sensibilizzazione nel paese». Parte della resistenza, o meglio, simpatizzante del Cnri e di Rajavi, è anche l’associazione dei Giovani iraniani la cui portavoce è Azar Karimi. Romana, classe ‘86, figlia di esuli che hanno vissuto le proteste contro Reza Palavi, non ha mai visto l’Iran ma si riconosce «nel programma di transizione» della resistenza proposto da Rajavi.

«Il popolo iraniano sa da sé come rovesciare questo regime», sostiene fiduciosa Karimi, «anche grazie alle azioni che i nuclei di resistenza» conducono dentro e fuori l’Iran.

Certo è che se l’opposizione dovesse riuscire ad andare ora al potere, la situazione non sarebbe facile da affrontare: la guerra con Israele è ancora alle porte e la tregua – pur siglata – ha l’aria di durare ben poco. Ma su questo Nikzat non nutre particolari dubbi: «la guerra finirebbe dal momento che riconosceremmo entrambi gli stati come indipendenti: quello di stato di Israele e quello di Palestina», «il regime» avrebbe continuato «a cavalcare il conflitto tra le parti» per sperare di espandere la propria area d’influenza in Medio Oriente.

Verso la democrazia

«Nella difficile situazione in cui versa l’Iran – sostengono sia Karimi che Nikzat – sebbene il passato possa presentarsi come ‘nuovo’, l’alternativa non è il ritorno alla monarchia ma sarà la repubblica democratica». In cosa consiste, allora, la transizione proposta da Mariam Rajavi? Transizione democratica e instaurazione di una repubblica laica, separazione tra religione e stato, abbandono del programma nucleare, pari diritti di genere, disconoscimento della sharia e sospensione della pena di morte.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo il 3 agosto 2025

iPhone batte “Zio Ho”

Mercato batte ideologia. A cinquant’anni dalla riunificazione, il Vietnam si è progressivamente avvicinato al modello di sviluppo cinese, dunque accettando di buon grado il libero mercato, pur mantenendo la struttura di governo a partito unico.

«Viviamo alla giornata: abbiamo un certo numero fisso di ragazzi che frequenta la nostra scuola ma molti altri vanno e vengono». A parlare è il direttore del Sapa hope village (Il villaggio della speranza di Sapa), Phero Thuong. Nome complicato da pronunciare per un occidentale: è per questo che il maestro, direttore e proprietario del progetto si presenta come Peter (Pietro) perché da molto tempo ha abbracciato il cattolicesimo, traducendo così il suo nome vietnamita. 
Ogni volta che si entra nel territorio di una piccola comunità (sia essa rurale o cittadina) si viene accolti da una grande struttura posta come ideale porta d’ingresso che recita (in vietnamita e nel dialetto locale): «Avanziamo progredendo nell’inclusione di tutte le minoranze». Attorno alla città di Sapa (situata a quaranta chilometri dal confine cinese, parte del distretto di Lao Cai) quest’assunto non viene molto rispettato. Ragazze e ragazzi orfani delle minoranze Dzao e H’Mong sono totalmente esclusi dal sistema scolastico statale che, seppur capillare, non riesce ad assicurare loro la necessaria educazione. Esclusi due volte.
Peter si è prefissato un obiettivo titanico: contrastare la dispersione e l’abbandono scolastico degli orfani che popolano i villaggi intorno a Sapa. Lo spazio (di sua proprietà) potrebbe definirsi a metà tra un doposcuola e un laboratorio per i ragazzi più grandi (con posti letto al piano superiore per chi abita lontano, non può tornare a casa o non ce l’ha proprio) ed è sostenuta interamente dalla volontà, dalla forza d’animo e dai suoi finanziamenti. Pochi, per la verità. L’aula è unica, divisa a metà tra i ragazzi più piccoli (seduti su sedie malferme) e quelli più grandi (dediti ad altre attività). Di fronte a loro un grosso un braciere sempre acceso ha su una pentola piena d’acqua a riscaldare: il tè per gli ospiti, o per chi altro verrà, non si può rifiutare. Si entra calpestando la terra (pavimento assente) e gli spazi sono piuttosto angusti. Nel retro del locale, però, c’è un’area tutta nuova: lo spazio per i potenziali volontari. Al momento non ce ne sono: «gli unici che, di tanto in tanto, trascorrono una parte dell’estate con noi provengono da Malesia, Singapore o Filippine», afferma sconsolato Peter nel suo inglese-vietnamita.
Il progetto non ha collegamenti con associazioni od Ong internazionali e “il villaggio” rimane isolato.

Non è isolata, al contrario, la città di Sapa, situata a pochi chilometri dalla scuola-laboratorio di Peter: una delle più turistiche del nord del Vietnam. Piena di visitatori occidentali, meta di primo approdo per coloro che vogliono esplorare i sentieri delle montagne lì attorno, rappresenta il crogiolo delle contraddizioni del paese: stride l’insieme caotico di bandiere rosse con la stella gialla (alternate a quelle del partito) di fianco a locali sfavillanti, ristoranti stracolmi di cibo occidentale e trappole per turisti. Le imponenti strutture governative e del Partito comunista si ergono tronfie di fronte alla sfrontatezza dei marchi del capitalismo che avanzano col placet del politburo. Così come ad Hanoi, anche a Sapa (e nella maggior parte delle città del paese), le bandiere sono affisse ad ogni lampione di ciascuna strada, ogni giorno dell’anno.
 
Da tempo il Vietnam sta abbracciando il modello cinese: la Cina non è solo un punto di riferimento politico ma anche di organizzazione sociale. Il marxismo-leninismo vietnamita significa semplicemente “democrazia a partito unico”. Dunque: forte controllo statale e pianificazione economica ma anche libero mercato e libero accesso ad internet. Allo stesso modo i pagamenti possono essere effettuati elettronicamente con QrCode (o con carte Visa) anche nei mercati più lontani dalle città. La moneta locale soffre la svalutazione e il cambio Euro/Dong (1 euro vale circa 29.000 Dong) assomiglia alle immagini del Marco durante la Repubblica di Weimar sui libri di scuola. A Sapa estrema ricchezza ed estrema povertà si incontrano prendendo un taxi oppure girando per le strade in cui donne e bambini di varie etnie ballano per pochi Dong mentre vengono filmate da avidi turisti (che poi posteranno quei video su TikTok generando, sicuramente, il triplo del profitto). 
 
Allo stesso modo ad Ho Chi Minh City, già Saigon, ex fortezza statunitense del sud, la musica non cambia. Anzi, peggiora. Grattacieli, vetrine di Dior, Tiffany, H&M, fast food, gioiellerie costosissime e negozi d’alta moda abbracciano le grandi arterie che portano al centro della città, nella fu zona vecchia, ora una delle più ricche del sud. Gli statunitensi hanno perso la guerra cinquantanni fa e tutto il paese è in festa: la riunificazione è motivo di unione patriottica della nazione riconciliata da chi aveva messo i vietnamiti l’uno contro l’altro (prima la Francia, poi gli Usa) ma è anche l’occasione per guardare ancora più criticamente il doppio volto del sistema che regge il Vietnam. 
 Il mercato ha battuto ogni ideologia. Gli iPhone hanno sostituito il motto della rivoluzione che recitava: «mangia la metà, lavora il doppio per raggiungere gli obiettivi dello zio Ho». TikTok, Instagram e mille altre piattaforme hanno mutato alla radice la consapevolezza della nazione. Le immagini di Ho Chi Minh sono, ormai, sovrastate dai centri commerciali in stile occidentale.

Pubblicato su L’Eco di Bergamo del 16 giugno 2025 

Nembro e il bar solidale. [La cooperativa? Un’alternativa alla crisi].

«Sai, la clientela è quasi sempre la medesima: siamo diventati il bar della piazza» e questo ha aiutato Gherim a riprendersi dai momenti negativi. Quelli legati al lockdown, ad esempio. Quando ero a Roma, durante gli anni scolastici del Covid, non sapevo neanche dove collocare Nembro sulla cartina. Ora che vivo da queste parti è tutta un’altra storia. Da quel momento in poi la storia di Gherim prende una piega diversa: «abbiamo attraversato varie fasi e, se devo dirti, non so davvero se riesco a ricordarle tutte». 

È il 16 maggio [2025] e, terminata la registrazione dell’intervista che sarà poi pubblicata il 19 su L’Eco di Bergamo, mi concedo un altro po’ di tempo con Francesca, la responsabile della bottega.
La cooperativa ha affrontato un momento per niente facile da superare: qui la scure del Covid si è abbattuta con maggior forza ma da quel dì è passato un lustro. 

«All’inizio non capivamo minimamente cosa stesse succedendo: avevamo paura perché arrivavano notizie in continuazione di amici o parenti che si ammalavano e morivano nel giro di pochi giorni. In pochissimo tempo ci siamo trincerati in casa: non uscivamo più». Il paese era bloccato. Tredicimila anime alle porte di Bergamo, al principio della Valle Seriana, una delle principali valli bergamasche. «Con i miei genitori – continua Francesca – avevo stabilito un orario per le chiamate: se ci fossimo sentiti ad orari diversi da quelli prestabiliti, avrebbe voluto dire mettersi in ‘allarme’». 
«Le campane suonavano a morto sempre più spesso, poi il parroco ha smesso anche di farle suonare. Il silenzio nel paese era spettrale ed era rotto solamente dalle sirene delle ambulanze che pure, con il susseguirsi dei giorni e all’aumentare delle chiamate, hanno deciso di presentarsi in silenzio e senza annunciare la propria presenza». 
Ma, in un modo o nell’altro, Gherim ha retto. 
«Ci sono stati riconoscimenti, i famosi ristori per mancata produzione: non è stato tanto ma neanche poco. Gli affitti sono stati stornati, le utenze non hanno pesato così tanto (avevamo spento tutto), ai dipendenti è stata riconosciuta una percentuale senza andar a gravare sulla coop: ci si è messi in cassa integrazione, tranne quando, successivamente, abbiamo ricominciato l’attività»
Ma anche la riapertura subiva continue oscillazioni e seguiva il flusso dei numeri pubblicati dai bollettini nel corso delle varie conferenze stampa serali: una situazione che continuava ad essere difficile da fronteggiare. 

«Come dipendenti c’erano solo Marco e Simona. Lei è venuta a mancare proprio quando sembrava che fossimo riusciti a venire a capo delle montagne russe delle continue chiusure e riaperture. Quando Simona ci ha lasciato ho pensato che fosse davvero troppo». Nei locali sopra il seminterrato in cui proseguiva la nostra conversazione, gli avventori del bar continuavano ad affluire: le risate spezzavano la tragicità del ricordo e gli ordini creativi di bevande, più simili a preparazioni galeniche che ad ordinari caffè, venivano enunciate una dopo l’altra.

«Passo dopo passo ce l’abbiamo fatta
ma sono stati mesi pesanti», sospira Francesca.

Il 31 dicembre [2025] scadrà la convenzione col comune per la gestione dei locali e Nembro potrebbe non vivere più lo spazio del Modernissimo gestito da Gherim ma la cooperativa pare aver ricevuto in dote il dono della resistenza. La situazione vissuta cinque anni fa ha mostrato che l’organizzazione cooperativa può essere una risposta alla crisi: «saremmo, effettivamente, già naufragati», ha affermato Francesca. 
Il sistema cooperativistico può rappresentare la risposta alla crisi economica e sociale, al di là di chi ha speculato su tale sistema, sull’organizzazione in sé, compromettendone la funzione agli occhi dell’opinione pubblica.
Certo è che «i volontari sono stati fondamentali: si sono rimboccati le maniche, hanno tamponato la mancanza di Simona fin da subito e hanno continuato ad essere una presenza costante successivamente». 
Dopo Simona, però, viene a mancare anche Sandro il responsabile della regia per gli eventi dell’Auditorium. Un’altra batosta.

«Una volta andato in pensione, aveva deciso di spendersi per la causa ed era qui tutti i giorni per svariate ore. Ha perfezionato tutto quel che era possibile, a regola d’arte. Ad oggi, il suo lavoro è stato sostituito da altri quattro. A detta loro “in quattro non riusciamo a fare quel che faceva lui” ma continuano a farlo per far sì che tutto il suo lavoro non vada sprecato, non riescono a sopperire alla sua professionalità, pur mantenendo in vita tutto quello che Sandro aveva costruito». 

Se si entra da Gherim per un caffè stando in piedi al bancone (come da prassi italianissima per la consumazione della tazzina) e si fa attenzione alla propria sinistra, si noteranno due foto: una di Simona e l’altra di Sandro. Un ricordo del prima perché il dopo non sia manchevole, soprattutto per chi non ha vissuto quella stagione
Qualsiasi cosa succeda dopo il 31 dicembre.

Maria alle prese col suo primo caffè.
Ultimo scatto di una Kodak usa e getta che ci è stata regalata dalle chicas Letizia e Francesca prima del viaggio in Vietnam. 

Il commercio equo alla prova dei dazi

Foto di Luba Glazunova su Unsplash

Alessandro Franceschini, presidente Altromercato, è ottimista: «Di fronte all’estrema imprevedibilità del mercato internazionale, rispondiamo con la forte credibilità di una relazione fondata non sulla speculazione ma sulla fiducia».
Caffè, cioccolata e zucchero: la politica economica di Donald Trump potrebbe avere ripercussioni anche sulla filiera del commercio equo-solidale. Altromercato, la principale realtà in Italia, è presente sul territorio bergamasco con sei punti vendita di due cooperative: Amandla gestisce botteghe a Bergamo, Calusco, Gazzaniga e Seriate, Nuova solidarietà a Casazza e Clusone. All’elenco aggiungiamo anche la realtà di Nembro (Gherim) che, pur non essendo direttamente partner, rappresenta una peculiarità.
«La questione dazi è complessa e si inserisce in un quadro internazionale in cui ci mancava solo la guerra commerciale tra Usa e resto del mondo», a parlare è Alessandro Franceschini, presidente nazionale di Altromercato, raggiunto da L’Eco di Bergamo. Ma il protezionismo di Trump «non ha ancora effetti sui paesi che esportano beni legati alla filiera del commercio equo: ce ne saranno per le importazioni da parte degli Usa (ma sappiamo che non sono molto equo-solidali)». 
Non solo dazi
Il punto è che la dialettica muscolare tra grandi potenze va ad inserirsi in una cornice di crescente difficoltà di base: il cambiamento climatico interpreta un ruolo da protagonista nella crisi già esistente. «Venivamo tacciati di essere delle Cassandre catastrofiste», dichiara Franceschini ma ora «si nota perfettamente» quanto i paesi del cosiddetto terzo mondo «siano esposti al cambiamento climatico, sebbene siano proprio quelli che meno abbiano contribuito ad alimentarlo». È quello che si sta verificando, ad esempio, riguardo il caffè in Nicaragua: le coltivazioni si stanno spostando sempre più in altura a causa dell’inaridimento delle piante e degli infestanti. «Abbiamo sostenuto l’iniziativa di alcuni produttori nicaraguensi con un progetto denominato Eroi del clima (fondazione Altromercato) per fornire loro degli strumenti al fine di fronteggiare l’inedita circostanza». Spostandoci di continente, troviamo l’analoga situazione del Vietnam: colpito dai dazi (46%), ha già ridotto la produzione (dunque l’esportazione) dei chicchi di robusta a causa del cambiamento climatico. Ma Franceschini è ottimista per quel che riguarda la filiera etica. Certo: «il grosso del fatturato di Altromercato proviene da cacao e caffè [compreso lo zucchero di canna] ma, nonostante le speculazioni delle borse, abbiamo mantenuto dei prezzi giusti». Come? Non abbassando i prezzi al produttore. «Di fronte all’estrema imprevedibilità del mercato internazionale, rispondiamo con la forte credibilità di una relazione fondata non sulla speculazione ma sulla fiducia», sostiene Franceschini, che afferma: «sebbene legati a fattori di borsa, paghiamo di più e stabilmente i produttori» perché «nella loro percezione ciò che conta è la continuità della relazione».
E l’Italia?
Il nostro paese non si classifica mai ai primi posti per il livello di retribuzione dei lavoratori, eppure secondo Franceschini molti consumatori hanno deciso di cercare alternative sociali ed etiche in sostituzione alla grande distribuzione (Gdo). «La nostra identità è legata alle botteghe ma, ormai, il loro fatturato rappresenta il solo 20% di Altromercato: essere presenti da un trentennio nella Gdo fa sì che il marchio cresca. Tanto più è forte il brand, tanto più la gente si rivolge alle botteghe».
A Nembro il bar equo-solidale
Non direttamente affiliata ad Altromercato, Gherim a Nembro gestisce in concessione lo spazio del bar, che comprende anche l’Auditorium Modernissimo, in Piazza Libertà. Secondo la responsabile Francesca Signori: «sebbene il prezzo sia lievitato globalmente, il caffè del commercio equo (che utilizziamo per il bar) ha mantenuto i costi di cessione e vendita». «C’è anche da dire – prosegue – che al momento viviamo una fase di crescita grazie alle iniziative che abbiamo messo in atto: c’è tanta partecipazione attorno a Gherim». Non un semplice bar ma punto di ritrovo. Il 31 dicembre [2025] scadrà la convenzione col comune per la gestione dei locali e Nembro potrebbe non vivere più quello spazio. Condizionale d’obbligo. 
 
Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo il 19.5.2025