La [s]cicoria

La battaglia culturale di rivendicazione culinaria tra nord, centro e sud Italia si fonda spesso su luoghi comuni: dal Rubicone in giù si tende con estrema facilità a dare dei polentoni a coloro che abitano al di sopra della fu Linea Gotica. Allo stesso modo, chi abita nell’ex Lombardo Veneto si lascia andare in terminologie bossiane (terùn!) nei confronti di coloro che abitano dalle Marche in giù, fino ad arrivare a paragonare la cucina asiatica (aglio, curry, spezie, peperoncino e via dicendo) a quella del Mezzogiorno d’Italia.
Tanto più è aspra la lotta, tanto più prosegue intrisa di luoghi comuni e prese di posizione che affondano le radici nel «s’è sempre detto così», tale espressione in Bergamo viene condensata nello stringersi di spalle rivolgendo i palmi delle mani verso l’alto, accompagnando tale mimica con uno stentoreo «pota…».

Fatta questa premessa, è bene arrivare alla ragione del post: la cicoria. Parola la cui pronuncia alle orecchie dei non romani viene percepita con la s anteposta alla c, come per qualsiasi altra parola che preveda l’affricata palatale come prima lettera: [s]Cento(s)celle, ba[s]cio e via dicendo. 

Quell’erbetta spontanea così famosa a Roma (che in Veneto viene poco delicatamente chiamata pissacàn), nella bergamasca, semplicemente, non esiste. O meglio, non viene consumata. Si lascia crescere ma poi non viene raccolta e finisce per essere accomunata alle altre erbacce infestanti. A Roma facevo una gran scorta di cicoria sia quando mi trovavo a comprarla ai banchi del mercato di Torre Maura, sia quando mi trovavo presso i punti vendita della grande distribuzione organizzata (meglio noti come: supermercati). L’imperativo era uno: tornare a casa, indossare il grembiule (quello basso) da cucina, pulirla, lessarla e spadellarla. Dopodiché – insegnamento materno – aspettare che l’acqua di cottura si sia raffreddata per innaffiarci le piante. 

In una delle ultime spese romane prima del trasferimento, mi sono detto: «se riesco a trovare la cicoria all’Esselunga del Prenestino, ci sarà pure a quella di Bergamo. Per una volta diamo un merito alla grande distribuzione».
La prima cosa che ho fatto, dunque, una volta in Valle Seriana, è stata controllare la veridicità della mia supposizione: ci sono rimasto malissimo quando ho notato che la cicoria non solo non c’era quel giorno ma non ci sarebbe stata quel mese e non sarebbe mai giunta tra gli scaffali.
Idem per i mercati: cicoria questa sconosciuta. Ammetto che grande fu lo sconforto. 

La medesima sensazione, mista a vivo stupore, l’ho provata quando, a proposito di cicoria, ho iniziato a vedere in vendita barattoli di vetro al cui interno vi era della cicoria essiccata e triturata vicino al caffè solubile. L’etichetta esterna non mentiva: “Caffè di cicoria”.

«Da qua a ‘r Ventennio è n’attimo», ho pensato. 
Eppure qui al nord il consumo della bevanda surrogata non è così inusuale. Nelle discese romane ho appurato che anche nella Capitale sta tornando a fare capolino tale surrogato, sebbene ancor timidamente rispetto alle zone ex Lombardo-Veneto. 

Due aneddoti a riguardo.

Due aneddoti a riguardo.

Orrore e raccapriccio.

Dopo mesi di astinenza da cicoria, una sera mi trovo fuori a cena in una piccola località montana della media Valle Seriana. Leggo il menù e mi emoziono vedendo che tra i contorni viene proposta la cicoria: tento l’azzardo e ne ordino una porzione. Il cameriere arriva trionfante a portarmi il piattino contenente l’oro verde ma la mia emozione si è spenta come un cerino appena acceso esposto alla proverbiale Bora triestina. Il piatto conteneva sì cicoria ma semplicemente lessata. Bollita. Scondita. Non ripassata. 
Un colpo al cuore. (Però me la sono magnata lo stesso). 

Caffè di cicoria
Con Maria prendiamo la decisione di rimetterci in contatto con le strutture di Altromercato e del commercio-equo. A Nembro c’è una cooperativa che gestisce non solo una piccola bottega ma anche un bar che si regge, come consuetudine nella realtà di Altromercato, da lavoratori e volontari. Martedì scorso inizio il primo giorno al bar da volontario: servizio ai tavoli. Il tempo passa e tutti notano l’accento diverso alle loro orecchie: chi sorride, chi guarda storto, chi prova a fare il TotoProvenienza producendosi in un susseguirsi di grossolani errori.
A un certo punto, a metà mattina, mi sento chiamare da un tavolo: «Tè shcusa: mi porterèshti per favore un caffè di cicoria?».
Mi giro lentamente e c’è ancora il tizio con l’indice della mano destra proteso verso l’alto, sorridente, che nota la mia torsione del busto. Non riesco, stavolta, a mascherare l’accento [non ci riesco mai, a dirla tutta]: «Er caffè de [s]cicoria? Guarda io t’o porto pure ma hai sbajato periodo storico». Il tizio non coglie subito, ci rimane un po’ male, però mi fa: «No ma shi beve, neh… ma… di dove shei tè?». Sorride, non è ostile. Io rispondo scherzando e imito l’accento valligiano: «Pota, shono di Vilminore, io!». Lui, ancora più incredulo: « […] di…di Vilminore? Pota davvero?», quasi ci cascava. Per un attimo mi sono immaginato nella testa di questo tizio: uno che parla così può essere mai di Vilminore? MadonaHignùr è finito il mondo!
Dunque termino il gioco: «Ma no, te pare, sono de Roma. Quindi, abbiamo detto: un caffè di [s]cicoria?». Riprende il normale corso dell’ordinazione e torna a dire: «Shi, ecco, grazie! Ben caldo, per favore!». 
Mi avvicino al bancone per riferire: c’è Jessica (la barista) la quale non aveva ascoltato, intenta com’era a preparare caffè per chi non sarebbe stato da servire al tavolo. Le riferisco la comanda, aggiungendo a bassa voce: «Ma davero questo m’ha chiesto er caffè de [s]cicoria?». Lei, serenamente, sorride della mia totale ignoranza sui costumi della provincia e mi fa: «Si, eh: qui si usa tantissimo». 

Insomma, in Valle la [s]cicoria se la bevono.
Non sanno quello che si perdono.

Il Brighela cade all’ultimo secondo, la Borgata Gordiani perde all’83’ «e neanch’io mi sento troppo bene».

Che domenica bestiale. Nel senso di «bestia: peggio di così!». Per sentire meno la mancanza della Borgata Gordiani sono andato, finalmente, a vedere l’Athletic Brighela. La partita si preannunciava come una leccornia per i cultori del nicchismo calcistico: campionato di Terza categoria bergamasca (girone B), Brighela al nono posto e Malpensata Campagnola al terzultimo. Entrambe le squadre detengono il primato delle difese peggiori del girone. Era una partita da non perdere.

Arrivo in macchina (ignaro del fatto che avrei potuto raggiungere il campo anche in bici ma non fa niente, anzi: fa negot [*]) e parcheggio esattamente dietro una delle due porte dell’impianto intitolato a Geza Kertesz. Spengo il motore, esco e chiudo l’abitacolo dando, per la frazione di secondo necessaria, le spalle alla macchina. In quel momento sento un tonfo sordo: un pallone aveva colpito l’auto vicina alla mia. Una nuovissima Mercedes, parcheggiata a spina di pesce vicino [**] alla mia Punto, aveva ora una piccolissima rientranza sul tetto. Rincorro il pallone e glielo ridò ai giocatori del Malpensata che si stavano riscaldando e, mentre compio il “gesto atletico”, noto che la rete è tutta bucherellata all’altezza della traversa, come spesso accade nei campi di categorie basse del dilettantismo. Riapro l’abitacolo, riaccendo il motore, sposto la macchina. 

[*] Lezione numero 1 (lessiù numer ü): niente si dice negot. Fa negot letteralmente: non fa niente. Talvolta l’espressione è usata come locuzione per indicare coloro che sono inoccupati (i fa negot) vicino alla parola lazarù.
[**] Lezione numero 2 (lessiù numer du): vicino si dice in parte.

Primo tempo
Quindici minuti dopo il fischio dell’arbitro, gli spettatori sui gradoni erano nove e un cane. Poi sono cominciate ad arrivare altre persone al ritmo di una ogni minuto: alla mezz’ora se ne contavano una trentina. Dettagli a parte: il primo tempo è stato giocato piuttosto bene da entrambe le compagini. Dopo venti secondi il Brighela riesce a rimediare un calcio di punizione dalla mediana: Monti (Gionata) vuol fare subito passare in vantaggio i suoi e cerca di togliere la ragnatela dall’incrocio dei pali ma Diabate, con un gran colpo di reni, dice no e devia in angolo. Nei primi venti minuti della prima frazione di gioco il Brighela soffre l’iniziativa del Malpensata Campagnola e prova a chiudersi, riuscendoci ordinatamente. 
Al 26′, su sviluppo di posizione dalla destra, Bonfatti sfrutta la disattenzione dell’estremo difensore locale Diabate che prova l’uscita chiamandola a gran voce: stacca col piede destro, salta, chiama la palla ma nel tentare di prenderla non l’afferra e il pallone scivola alle sue spalle. Bonfatti sorprende i difensori locali e insacca il vantaggio rossonero. Il Malpensata Campagnola subisce il colpo e non sembra reagire nei minuti successivi: al 31′ un’altra punizione del Brighela suggerisce un colpo di testa dell’11 Ndenneh che termina tra le braccia del portiere. Al 42′ è ancora Brighela nel rettangolo di gioco di Campagnola a farla da padrone: rimessa da fondo campo di Sorzi a pescare l’attacco rossonero, Ndenneh riceve il pallone e se ne va lasciando sul posto due difensori locali ma, una volta giunto a tu per tu col portiere, sbaglia angolazione e il tiro esce spegnendosi sul fondo. Basta una distrazione del Brighela e il Malpensata pareggia. Allo scadere del primo tempo, Landoulsi è lasciato colpevolmente solo all’altezza della linea mediana avversaria: ha tempo di ricevere il pallone, spostarlo sul piede buono e caricare il destro, riuscendo a trafiggere Sorzi.

Secondo tempo
Le squadre si sfilacciano fin dal primo minuto della ripresa: il Malpensata Campagnola prova a spingere già al 3′ ma il tentativo di Camacho trova Sorzi reattivo nel difendere il risultato. Ndenneh si intende bene Fiumana ma ai rossoneri manca la lucidità per mettere la palla in rete e raddoppiare il risultato. Al quarto d’ora il Malpensata prova ancora a impensierire i rossoneri i quali, ancora una volta, riescono a resistere agli attacchi delle ali locali (Anieh e Landoulsi). Dal 23′ al termine della partita si hanno continui capovolgimenti di fronte: Ndenneh potrebbe, cedendo un po’ d’egoismo in favore d’altruismo di squadra, servire qualche compagno in fase d’attacco (che lo seguiva smarcandosi pazientemente) ma non è questa la domenica per farlo, evidentemente. L’ultima azione del Brighela è ancora su punizione, al 45′. Batte Monti (Gionata) ma stavolta non c’è l’incornata di Bonfatti. C’è però, nell’ultimo respiro della partita, un angolo (il settimo) per i padroni di casa. Cross spiovente, gran mischia in area e Fabbris che insacca prima dei compagni, giusto una manciata di secondi prima del fischio dell’arbitro. 
Il Malpensata Campagnola conquista tre punti pesantissimi non già ai fini della classifica, dal momento che la Dinamo Popieluszko dista ancora quattro lunghezze, ma nei confronti del Brighela, alle prese con una serie di sconfitte che dura dal 15 dicembre. 

Epilogo
Torno alla macchina, parcheggiata ben lontano dalle potenziali svirgolate e controllo whatsapp: la Borgata ha perso 0-1 (in casa) contro il Casal Bernocchi. «Maledetti ostiensi!», penso, «chissà se ostiense viene percepito come un insulto dagli abitanti di Casal Bernocchi».
Oggi spero di sì.

Il tabellino della diciassettesima giornata di campionato | Terza categoria bergamasca | Girone B

MALPENSATA CAMPAGNOLA – ATHLETIC BRIGHELA 2-1

MARCATORI: 26’pt Bonfatti (AB), 45’pt Landoulsi (MC), 47’st Fabbris (MC) 

MALPENSATA CAMPAGNOLA: Diabate, Galanti (38’st Prisacariu), Husman, Fabris, Dramolli (19’st Mologni), Sadiakhou, Landoulsi, Forlani (17’st Mihitang),  Camacho, Malanchini (29’st Hamdi), Anieh. PANCHINA: Ndiaye, Gargantini, Gnoato. ALLENATORE: Remberto Gernot, Vargas Mendez.

ATHLETIC BRIGHELA: Sorzi, Maini, Ferri (29’st Giuliani), Monti G., Casotti, Bonfatti, Amato (32’st Ghirardo), Fiumana (1’st Monti A.), Innocenti, Riva, Jobe PANCHINA: Dergal, Cisani, Grigoletto, Addato, Morghen, Spada. ALLENATORE: Roberto Carissimi

ARBITRO: Stefano Medde (Bergamo)

NOTE: Ammmoniti: 34’pt Forlani (MC), 34’pt 2 (AB), 42’pt Ndenneh (AB), 25’st Galante (MC), 35’st Sorzi (AB), 37’st Diabate (MC), 42′ Husman (MC). Angoli: Malpensata 7 – 7 Athletic Brighela. Recupero: 2’pt – 5’st.

Calvino e i bergamaschi (in una classe bergamasca)

«Prófe, scusi, ma a lei non sembra che il libro che ci ha fatto leggere [Il barone rampante] sia un po’ razzista nei confronti dei bergamaschi?».
La domanda giunge tagliente e a sorpresa dopo una buona mezz’ora trascorsa ad analizzare parti del testo del Barone rampante. A inizio novembre ho assegnato la lettura del romanzo di Italo Calvino: al rientro dalle vacanze di Natale ne avremmo parlato in classe. 
«Razzista? In che senso?», rispondo candidamente io. 
«Eh, potaprófe, adesso le prendo il passo: ce l’ho davanti agli occhi ma non riesco a ritrovarlo». Subito lo studente apre il libro e inizia a mettersi alla ricerca del passo incriminato. È questo qui (quasi all’inizio del romanzo):

«[…] I carbonai, sullo spiazzo battuto di terra cenerina, erano i più numerosi. Urlavano «Hura! Hota!» [sopra! sotto!] perché erano gente bergamasca e non la si capiva nel parlare. Erano i più forti e chiusi e legati tra loro: una corporazione che si propagava in tutti i boschi, con parentele e legami e liti. Cosimo alle volte faceva da tramite tra un gruppo e l’altro, dava notizie, veniva incaricato di commissioni.
– M’hanno detto quelli di sotto la Rovere Rossa di dirvi che Hanfa la Hapa Hota l’ Hoc! [porta la zappa sotto il ciocco]
– Rispondigli che Hegn Hobet Ho de Hot! [vieni subito giù di sotto]
Lui teneva a mente i misteriosi suoni aspirati, e cercava di ripeterli, come cercava di ripetere gli zirli degli uccelli che lo svegliavano il
mattino. […]».

Finisce di leggerlo ad alta voce: la classe ascolta, qualcuno ridacchia per la sua pronuncia stentata dello pseudobergamasco di Calvino, poi mi rivolge nuovamente la parola: «a lei non le sembra un po’ razzista?». Qualche compagno è d’accordo, qualcun altro no, alcune ragazze provenienti dall’alta valle dicono (mentre sorridono) che «assolutamente non è razzista: parliamo proprio così!».
Provo a fargli capire che si tratta di un romanzo il cui protagonista è un ragazzo della loro età o di poco più grande e che la scrittura di Calvino gioca, spesso, anche sul carattere iperbolico dei ricordi di infanzia o, comunque, della vita vissuta. 

Rilancia: «ho capito, prófe, ma a me sembra ancora razzista».
Contrattacco anch’io: Calvino non era (né può essere considerato) razzista, anzi. Voleva farci riflettere riguardo il nostro approccio nei confronti dell’altro: non c’era insulto nelle parole dell’autore quanto piuttosto stupore adolescenziale, ed entusiasmo conseguente, verso qualcosa di cui ancora non aveva fatto esperienza: «se dovessi dirti – provo a dirgli – che anch’io capisca il bergamasco stretto, probabilmente mentirei: le uniche volte che tento di pronunciare qualcosa in dialetto finisco per essere tanto ridicolo quanto di correre il rischio d’essere percepito come beffardo o quasi sprezzante nei confronti di quel linguaggio che ho imitato goffamente». In quel caso allora sì ci starebbe un bel romanissimo: ma che me stai a prende in giro? E poi, dico: «Calvino nel testo che hai letto pare avere un gran rispetto dei bergamaschi, piuttosto non ne comprende il dialetto… come non lo comprendo io»
«Ma neanche io lo capisco, prófe, mica parlo in bergamasco coi miei: lo parlano solo i miei nonni». 

«E allora come può essere razzista una cosa scritta da un uomo che: pare avere rispetto dei bergamaschi, non capisce il dialetto e che tuttavia prova ad utilizzarlo in un dialogo in cui il protagonista si sforza di parlarlo?», provo a controbattere.
«Forse il protagonista non è razzista ma voleva solo entrare in contatto con quel mondo, a suo modo», mi dice l’alunno. Le alunne dell’alta valle, quelle di prima, sorridono e annuiscono con la considerazione del compagno. 

Parliamo ancora del Barone rampante e poi torniamo all’analisi del periodo. Tutto questo senza intelligenza artificiale, didattica “innovativa” o dispositivi digitali ma con due strumenti indispensabili in ogni classe del mondo: un libro e la parola.

Lanuvio all’inglese: 2-0 sulla Borgata. [Domenica di fango]

Chi se la ricorda la trasferta di Moricone di due anni fa? Sono già passati due anni: era il 19 marzo del 2023, campionato di Seconda Categoria. La Borgata riuscì a vincere con l’incornata finale di Chimeri dopo essere andata sotto di due gol. Qualcuno si ricorderà di quella trasferta per vari motivi: il campo era nella conca di Moricone in cui nel parcheggio c’erano i gradoni ma di fronte al campo no, zero spalti di fronte al terreno di giuoco, partita vista dietro le spalle di Capuani (allora estremo difensore granata) dal parcheggio, campo di terra battuta e righe segnate alla volemosebene

Vedere (e ricordare) per credere (e sorridere): 

Il campo del Lanuvio Campoleone era, invece, di erba naturale. Una chiccheria per queste categorie… se tenuto bene. Non era, ovviamente, questo il caso. Il terreno era per lo più fangoso e nel primo quarto d’ora i nostri (praticamente tutti) sono scivolati a terra. È caduto anche l’arbitro, tanto il campo non era al meglio delle condizioni. Ma si sa: in questi casi ad essere favoriti sono i locali. Il Lanuvio conosce il campo e i suoi avvallamenti, le sue buche e i suoi possibili tranelli, dunque gli undici locali iniziano subito a dettare i ritmi del gioco: la Borgata soffre fin dal principio anche perché i nostri scendono in campo rimaneggiati, come dicono quelli bravi, dato che in difesa mancano Chimeri, Mascelloni e Colavecchia. La struttura dell’Egilberto Martufi, poi, evoca brutti ricordi alla Borgata: i campi lunghi, con la pista d’atletica attorno, non sono mai stati amati dai granata (citofonare Polisportiva Ciampino). 

Primo tempo
Nel primo quarto d’ora l’iniziativa è tutta rossoblu: all’8′ il reparto offensivo locale arriva fin dalle parti di Repetti, un minuto dopo (al 9′) una punizione (seconda nel giro di tre minuti) calciata da Sadotti impegna l’estremo difensore granata. All’11’ le divise bianche dei nostri sono già tutte marroni. Siamo al quarto d’ora: più che assedio è, semplicemente, un senso unico d’attacco. La Borgata non ha ancora tirato in porta e si gioca costantemente nella metà campo difesa da Repetti.

Bisogna uscire urgentemente da lì’…

Al 17′ un tiro dalla distanza, morbido ma insidiosissimo, di Cicchetti ha tentato di cogliere impreparato Repetti, puntando a togliere la ragnatela dall’incrocio dei pali: il nostro si produce in un colpo di reni stupendo deviando in angolo. Cinque minuti dopo (22′), il Lanuvio costruisce un’ottima azione che fa arrivare il centravanti a battere Repetti. Azione corale bellissima: peccato fosse in fuorigioco.

Dice: «vabbè ma che ne sai, quando subisci gol è sempre forigioco. Stai a rosicà, è evidente».
Dico: «eh, ma stavolta me ne so accorto pure io che so miope e non ce vedo».

Il direttore di gara Cappelli assegna il gol e il Lanuvio passa in vantaggio. Una batosta che non ci voleva proprio. Sei minuti dopo Mascioli (Francesco) recupera ottimamente il pallone a centrocampo ma poi lo regala all’azione di ripartenza del reparto offensivo locale: l’azione costruita è la fotocopia di quella messa in atto per il gol che ha sbloccato la partita. Per fortuna il tiro di Cicchetti a tu per tu col portiere è morbidissimo e Repetti blocca sicuro. L’unica buona occasione per la Borgata è al 39′: il reparto offensivo riesce a procurarsi una punizione dal limite dell’area. Mascioli (Moreno) avrebbe potuto sfoderare un tiro dei suoi ma, invece, il pallone termina alto sopra la traversa. È il 44′ ma c’è ancora tempo per un’azione del Lanuvio, ancora su percussione laterale: cross di Fondi rasoterra al centro dell’area a cercare Cicchetti: è ancora Repetti a negare il raddoppio. 

Della sana e giuocosa pirotecnia calcistica
 al fine di allietare gli astanti gordiani convenuti
in quel di Lanuvio.

Secondo tempo
La Borgata scende in campo decisamente più propositiva: vuole il pareggio. I granata tornano a fare i granata e impostano il gioco costringendo il Lanuvio nella propria metà campo: cercano di vincere le difficoltà del campo, impostano e costruiscono azioni che, tuttavia, non riescono mai a concretizzarsi realmente. All’11 Moretti riesce ad eludere la difesa locale e a lasciar partire un tiro angolato dalla sinistra ma sfila sul fondo. Al quarto d’ora la Borgata riesce a battere tre angoli consecutivi ma stavolta non vanno neanche i corner. Il Lanuvio sa soffrire e chiudersi: si teme il contropiede velenoso che però ancora non giunge a minacciare la difesa ospite. Nel frattempo ha iniziato a piovigginare incessantemente, di quella pioggia che a Bilbao chiamano txirimiri, vale a dire quella sottilissima pioggerella che ti arriva fin dentro le mutande e manco te ne accorgi. La partita si conclude davvero al 38′: Bastianelli insacca il secondo gol del Lanuvio, su manovra offensiva locale. Dai gradoni si continua a cantare: non importa che anche questa sia andata, importa crederci (come dimostrato nella ripresa) fino alla fine del campionato. Fino alla salvezza. Partita dopo partita.
Noi ci siamo. [Pure da Berghem, pota!].

Chiudo gli occhi e penso che / passa, il tempo passa, insieme a te 

Il tabellino della dodicesima giornata di campionato | Prima categoria laziale | Girone F

LANUVIO CAMPOLEONE – BORGATA GORDIANI 2-0

MARCATORI: 22’pt Filitti, 38’st Bastianelli

LANUVIO CAMPOLEONE (4-3-3): Cortini, Cavaterra, Amici, Tetti (29’st Barberi), Cipriani, Costantini, Cicchetti (38’st Rossi), Sadotti, Filitti (40’st D’Alessio), Fondi (27’st Limotta), D’Avinio (19’st Bastianelli). PANCHINA: Maferri, Schettino. ALLENATORE [nome non indicato sulla distinta]

BORGATA GORDIANI (3-4-1-2): Repetti, Piccardi (46’st Di Giambattista), Valente, Pompi, Caporalini, Mascioli F., Soru (1’st Fonzo), Samba (40’st Ranallo), Cultrera Marco (22’st Di Stefano), Mascioli M. (38’st Ciamarra), Moretti. PANCHINA: Cherubini, Agrippino, Tarisciotti, Cultrera Matteo. ALLENATORE: Fabrizio Amico.

ARBITRO: Leonardo Cappelli (Roma1)

NOTE: AMMONITI: 29′ Caporalini (BG), 39’pt Cipriani (LC), 5’st Mascioli F. (BG), 18’st Mister Amico per proteste, 29’st Cipriani (LC), 33’st Valente (BG). ANGOLI: Lanuvio Campoleone: 4 – 4 Borgata Gordiani. RECUPERO: 1’pt, 4’st.

Studenti-atleti: tra “dual career” e frustrazione

Chi sono? Ragazzi di scuole superiori: quasi 50mila
in tutta Italia. Per le società sportive sono numeri ma spesso cadono
in forme depressive con ricadute sul rendimento scolastico.

«Il problema non è lo studio in sé ma il peso che ne deriva a
causa dello sport: oltre ai quattro impegni settimanali e la partita, la
società di cui faccio parte mi ha chiesto anche un piccolo extra per
poter allenare dei bambini, affiancando l’allenatore della squadra»
.
A parlare è Alfonso (nome di fantasia) studente di una scuola
secondaria di secondo grado della provincia di Varese, nonché calciatore
a livello dilettantistico regionale. Quattro impegni sportivi
pomeridiani più la partita nel fine settimana si traducono
nell’attivazione del Pfp, sigla che sta per
Percorso formativo personalizzato. Nel suo caso l’extra richiesto dalla società consiste nell’«affiancare
l’allenatore dei più piccoli» così da diventare figura di riferimento
per loro «anche se spesso le partite dei bambini le seguo io dall’inizio
alla fine»
.
Tripla sollecitazione e triplo impegno.

Didattica personalizzata

Il
Pfp va a definire lo status della peculiare condizione di
studente-atleta nell’ambito dell’agonismo e in quello della
sperimentazione di «studente-atleta di alto livello». Stando al
decreto ministeriale 43 del 3 marzo 2023 che disciplina ulteriormente la questione per questi ultimi, il Pfp è: «uno strumento» che favorirebbe «l’adozione di metodologie didattiche personalizzate finalizzate al successo formativo dello studente» per cui è concesso che egli possa fruire in modo alternativo delle lezioni «fino al 25% del monte ore» attraverso «videoconferenze», «piattaforme di e-learning predisposta a livello nazionale» o «altri strumenti individuati dagli Istituti scolastici». Non solo, nel decreto viene stabilita anche la possibilità di prevedere verifiche personalizzate.

Secondo i dati
del Ministero dell’Istruzione e del merito nel corso dell’anno
scolastico 23-24 sono state approvate 48.520 domande riguardanti
studenti-atleti di alto livello su una popolazione scolastica nazionale
di 2.727.637 studenti iscritti agli istituti secondari di secondo grado (
dati Istat relativi all’a.s. 22-23). La maggior parte di essi fa riferimento a federazioni sportive calcistiche (Figc o Lnd).

Chiara Sicoli, dirigente scolastica dell’I.I.S. Pacinotti – Archimede di Roma, racconta in proposito all’Atlante che queste organizzazioni «trattano meno bene i ragazzi» rispetto «ad altre organizzazioni afferenti ad altri sport». Stando al racconto della dott.ssa Chiara Sicoli, i calciatori portano con sé «problemi di disciplina» dal momento che «i
ragazzi che praticano calcio tendono a ‘fare spogliatoio’ anche in
classe: le stesse società sportive si interessano pochissimo del
rendimento scolastico dei loro iscritti tendendo piuttosto a trasmettere
loro valori non propri dello sport»
cioè «quelli tipici della finzione ai fini dell’ottenimento del rigore a proprio favore», roba da VAR o da moviolone di biscardiana memoria.

«Quando
ho preso parte al campionato in serie A2 di futsal ero in quinto
superiore e non avevo un Pfp: erano già scaduti i termini in cui si
poteva inoltrare la richiesta per la certificazione. La scuola non
considerava, evidentemente, il fattore escludente delle finestre di
mercato e il fatto che un atleta possa cambiare squadra da un momento
all’altro»
, a parlare ad Atlante è Arianna (nome di fantasia) ex studentessa di Liceo scientifico sportivo della provincia di Roma. Arianna si è ritrovata «ad essere catapultata in una realtà completamente diversa e con differente routine», rispetto a quella imposta da un campionato minore, «ma questo alla scuola non è interessato», anche se lei era parte integrante dell’indirizzo sportivo del liceo scientifico.

Studente-atleta o atleta-studente?

Essere parte dello sportivo non rappresenta, tuttavia, un automatismo che preveda l’istituzione de iure dello status di studente-atleta: «qualsiasi istituto può attivare i Pfp», ha dichiarato ad Atlante Paolo Notarnicola, presidente della Rete degli studenti medi (sindacato studentesco). «Lo sportivo non è necessariamente popolato da studenti che praticano sport ad alti livelli» ed entrare a farvi parte pare non sia cosa facile: «l’indirizzo
non nasce per offrire un’offerta formativa peculiare ma è sorto ‘al
contrario’: la scuola prende atto che ha degli studenti impegnati in
attività sportive, dunque trova il modo di armonizzare quelle attività
con la formazione scolastica. Di fatto è come se vigesse lo status di
atleta-studente e non di studente-atleta: l’offerta formativa si è adattata alle esigenze delle società sportive e non è accaduto il contrario». Sarebbe stata migliore, secondo Notarnicola, la condizione che avesse previsto: «una
scuola pubblica che apre la possibilità a tutti gli studenti (anche a
coloro che non hanno potuto avere accesso all’attività agonistica a
causa di impedimenti economici) di poter trovare il proprio
aggancio con società sportive». La graduatoria prodotta dalle scuole che attivano l’indirizzo sportivo assomiglia più «ad un numero chiuso»
che ad una vera e propria graduatoria di merito. Il parere del
sindacato studentesco è confermato da Camillo (nome di fantasia),
insegnante della scuola secondaria di secondo grado della provincia di
Ancona:
«l’impegno sportivo è del tutto predominante e la scuola viene percepita come ancillare
rispetto alle esigenze delle società sportive: si tratta di una scuola
disegnata attorno ai bisogni e alle necessità dell’atleta che,
incidentalmente, è anche studente»
. «Di fatto» spiega Camillo «si tratta di un indirizzo a numero chiuso» anche se non lo è formalmente. «Nonostante
non si preveda una prova d’ammissione (come avviene per il Liceo
musicale o coreutico), si opta per una scrematura che tenga conto dei
voti della scuola secondaria di primo grado e che riguardi anche
l’impegno sportivo pregresso dei ragazzi»
, racconta ancora il docente. Se non sei già tesserato di una società sportiva «il
punteggio, ai fini della graduatoria, risulta essere basso: diventa una
questione di classe sociale e di chi può permettersi che il figlio
pratichi sport agonisticamente
», sostiene Camillo.

Dual career e frustrazioni

Che
sia semplicemente la sana attività sportiva ad essere praticata a
livello agonistico o che, invece, rappresenti il salto d’essere
studente-atleta d’alto livello, la problematica è multiforme e
variamente sfaccettata: la
dual career [doppia
carriera] può essere interrotta bruscamente per un brutto infortunio o a
causa del fatto che si realizzi di non riuscire a sfondare davvero.
Ancora Camillo:
«il passaggio alla maggiore età dei ragazzi è
cruciale: tra la fine del quarto e l’inizio del quinto si determinano
una serie di delusioni amarissime – soprattutto per quel che riguarda i
calciatori – se dovessero rendersi conto che quella non è più una strada
percorribile, o comunque non sicura come avevano sperato che fosse fino
a quel momento. Capiscono, insomma, di essere soltanto numeri in un
mare di migliaia di ragazzi come loro: la prospettiva del professionismo
è lontana. In tredici anni di servizio ho visto solo due miei ex
studenti entrare a far parte dello sport-che-conta»
. Numeri che sembrano essere implacabili e che determinano anche «forme depressive generali con inevitabili ricadute sull’andamento scolastico». Arianna, d’altra parte, racconta: «nella mia classe solamente due su trenta sono riusciti ad arrivare al professionismo». Gli altri?
«Ci hanno puntato e sperato ma poi, come nel 99% dei casi, non ce
l’hanno fatta. Il problema è chi decide di puntare tutto sullo sport e
poi non riesce: spesso non ha un ‘piano B’. Ti ritrovi catapultato ai 20
anni realizzando che con lo sport non ci stai facendo più di tanto, non
ti ha dato un futuro e hai pure snobbato la scuola»
. La Preside Sicoli conferma: «è
un fenomeno che dovrebbe essere attenzionato maggiormente: se un
ragazzo non riesce a sfondare, entra in uno stato di frustrazione che si
ripercuote sulla scuola»
. Tuttavia, secondo Sicoli, questo non si verifica in tutti gli sport: «nel
calcio si contano più casi: se si infortuna un [giovane] calciatore,
nonostante sia promettente, viene generalmente abbandonato dalla società
sportiva»
. Il ragazzo non è lo sportivo o il promettente calciatore ma «il suo cartellino», afferma amaramente la Preside.

Notarnicola fa eco: «l’idea
che si possa acquisire il cartellino di prestazioni del ragazzo (di
fatto è come comprare un atleta, una persona) rappresenta
l’impossibilità di scelta da parte sua, quasi una negazione del diritto
allo studio. La società compie un ragionamento di mercato sul ragazzo,
come accade nel calcio moderno anche se
in nuce, facendo prevalere il contratto sulla sua formazione».

Si potrebbe pensare ad un alto tasso di abbandono scolastico da parte di costoro e invece Sicoli smentisce:
«si tratta di una bassissima percentuale: durante il mio lustro di
dirigenza ho contato un pugno di casi che hanno optato per l’istruzione
parentale, dunque una scelta specifica per intraprendere una carriera
che rappresentava un impegno
[sovra ordinario] in quella fase».

La
sperimentazione che riguarda lo status di studente-atleta di alto
livello dura, tuttavia, da dieci anni e Sicoli ritiene che sarebbe da
porre a regime con almeno tre fattori da cambiare radicalmente. Prima di
tutto,
«va fatta formazione ai docenti dal momento che non sono pienamente preparati ad affrontare la dual career». Secondo, elargire più fondi alle scuole e ai docenti: «per
la sperimentazione è richiesta la figura di un tutor che tenga contatti
tra docenti e la società sportiva; va redatto il Pfp e bisogna
controllare che i documenti provenienti dalle società siano idonei e poi
vanno caricati sulla piattaforma [preposta]»
. Generalmente nelle scuole si contano «7 od 8 studenti-atleti di alto livello: il Pacinotti-Archimede ne ha 125. L’ordine di grandezza è molto diverso». Terzo e ultimo: «le famiglie devono essere supportate e le società sportive responsabilizzate».


Articolo disponibile su Atlante Editoriale al link: https://www.atlanteditoriale.com/studenti-atleti-tra-dual-career-e-frustrazione/

Profe

La biblioteca del Prof(e). Richard Macksey a Guilford,
Baltimora, Stati uniti d’America

All’inizio c’erano le maestre dell’asilo che si facevano chiamare
rigorosamente per nome, posto immediatamente dopo la qualifica: maestra
Daniela, maestra Silvia, maestra Chiara e via dicendo. Gli si dava del tu
quasi per legge: quel posto doveva essere l’estensione di un luogo
familiare che avevi lasciato sul letto di casa poche ore prima.
«Scusa, maestra posso andare a bere?», e lei con un cenno della
testa ti diceva che si, potevi andare, l’importante era utilizzare il
tuo asciugamani con le iniziali cucite da tua madre ad hoc per evitare che il tuo andasse troppo in giro o che, peggio ancora, venisse scambiato con quello di altri.

Maestra era anche il modo con cui ci rivolgevamo alle elementari ma, già verso la quinta, si iniziava a dare del lei perché alle medie non c’erano più loro ma le professoresse. Il ruolo era lo stesso ma la figura si discostava leggermente: si faceva più imponente e più autoritaria. Quel lei
conferiva distanza e vicinanza: la prima era tutta a vantaggio di chi
stava «dall’altra parte della barricata», la seconda era –
paradossalmente – a vantaggio del discente che iniziava a prendere le
misure con il mondo oltre la maestra.

La professoressa era una sorta di übermaestra: sapeva tutto
di te anche se non ti aveva mai visto e si sforzava a dirti che dovevi
rivolgerti a lei con la terza singolare e con il verbo coniugato al
congiuntivo. Se coniugavi male o pronunciavi un fantozziano vadifacci ti toccava la flessione del verbo.
Inflessibile: appena sentiva un tu, diceva: «scusa, come?!».
Meravigliosa era la professoressa Fosca che, appena sentiva uno studente
della classe dire «dai» rivolgendosi a lei, scattava incalzandoti:
«dai?!? DAI?!?». Il più creativo era chi rispondeva: «DIA, DIA!» oppure
c’era chi si sentiva già in odor di medioevo rispondendo: «Scusi, scusi:
suvvia!»

Capitava, però, che nella foga del voler rispondere, in quel
frangente simile alla lotta fra oppressi chiamata “interrogazione dal
posto”, il termine professoressa si abbreviasse in «pessoré!»:
tutte le altre sillabe, evidentemente inutili, erano state sacrificate
per poter estendere verso l’alto il braccio destro o sinistro con
l’indice ben visibile. Più lo si alzava, più si era sicuri della
risposta che si dava.
Capitava, però, che l’abbreviazione da pié-veloce (pessoré!)
venisse attribuita anche agli unici due professori maschi del consiglio
di classe: don Angel e Pernaselci di musica. Un’anomalia bella e buona.
In quel caso l’accento sulla e finale non rappresentava l’invocazione al genere femminile dell’insegnante: jamais!
Era piuttosto un rafforzativo del professore in sé: come se
l’espressione fosse “OH, PROFESSOREE”. Con quella immaginaria doppia e che
evidentemente andava a caratterizzare l’interlocutore uomo con cui si
voleva intrattenere una conversazione, pur limitata in ambito
scolastico.

Con le superiori si dichiarava finita l’esperienza del pessoré: quel termine veniva abbandonato alla chiusura dei cancelli delle medie (scuolasecondariadiprimogrado).
Varcare le porte del liceo significava abbracciare l’idea che la
professoressa (donna) poteva anche essere un professore (uomo): non più
un’anomalia. Allora il termine si abbreviava naturalmente in «prof». L’abbreviazione
era una vera e propria ancora di salvezza: veniva accettata
dall’insegnante, uomo o donna che fosse, ed era tanto sbrigativo quanto
professionale: «hai sentito il prof. di greco?». Improvvisamente diventavamo tutti grandissimi perché utilizzavamo le abbreviazioni.

E così è stato anche nei primi anni di servizio dall’altra parte della barricata: «buongiorno prof», «salve prof», «ciao prof». Talvolta i più audaci ti chiamavano «professò», riprendendo l’abbreviazione che fu tipica del genere femminile riservata alla parte docente delle medie (scuolasecondariadiprimogrado).
Qualche ragazzo di qualche scuola di periferia osa, ma solo verso la
fine dell’anno e solo se c’è stato un buon rapporto, con un «ciao
professò» mentre si accinge ad entrare in aula con lo zaino su entrambe
le spalle, strascicando le suole delle scarpe grosse come carri armati (ma rigorosamente alla moda).

Qui a Bergamo è diverso. Non c’è il prof ma il profe. Con la o chiusa. Ed è una abbreviazione che calza a pennello sia in caso di insegnante uomo, sia in caso di insegnante donna. «Profe,
buongiorno!», ti dicono. Lo scrivono anche nei messaggi di posta
elettronica. Ma è una cosa che vale solo a Bergamo: in nessuna altra
zona della Lombardia c’è il profe: è tipicamente bergamasco.

È strana, neh, una sorta di unicum delle valli bergamasche nel rapportarsi con l’insegnante.
Strana… Ma, proprio perché è così, è anche molto tenera.

Corri, Borgata! Pompi e Mascioli stendono il Monteporzio (2-1)

Chi se la ricorda la partita d’andata in casa dell’Atletico Monteporzio?
Sfortunatamente sugli spalti eravamo in pochissimi ma non è stata una domenica positiva. Iniziata male e terminata peggio: 0-2 e senza una reazione vera da parte granata.
Ma oggi è andato in scena tutto un altro spettacolo e gli undici di mister Amico hanno conquistato una vittoria importantissima.

Ma riavvolgiamo il nastro.

Il primo gol arriva al settimo minuto del primo tempo ma nessuno l’ha visto. Cioè: sappiamo che Pompi ne è stato l’autore ma un attimo prima erano giunti dei Borghetti in dono per tutti i presenti sui gradoni. Il tempo di una torsione del busto verso i bicchierini di plastica, che contenevano la necessaria benzina per la giusta e animosa prosecuzione del tutto, e la Borgata va in vantaggio.

Clamoroso al Vittiglio!

L’inizio è scoppiettante: Marku e Di Stefano sono letteralmente due furie che non riescono, in nessun modo, ad essere fermate dalla difesa del Monteporzio. Più d’una volta l’11 granata tenta di incornare il pallone per trafiggere De Angelis ma non ci riuscirà mai, sfortunatamente. 
Otto minuti dopo l’arbitro indica il dischetto: è rigore.
Dice: Ma per chi?
Dice: Oh! È rigore per noi!

In un attimo sembra di assistere alla scena in cui Fantozzi è costretto a lasciare la visione di Inghilterra-Italia per andare a vedere il film cecoslovacco (ma coi sottotitoli in tedesco) in cui il commentatore radiofonico inizia ad urlare tutte le parti del corpo colpite dal pallone dicendo «erano centosettantanni che non si vedeva un inizio così scoppiettante dell’Italia».
 

Mascioli (Moreno) trasforma il rigore e va a -2 da Pompi nella classifica marcatori di quest’anno.
La Borgata continua a spingere senza sosta e il Monteporzio sembra rintronato: fino al 25′ della prima frazione di gioco la squadra di Tripodi non riesce ad organizzarsi per una pur minima reazione. Al 37′ ancora un guizzo del duo Marku-Caporalini: il 2 tenta un tiro-cross ma non riesce a cogliere prontamente Di Stefano.
Gli undici granata sembrano non volersi più fermare e cercano il terzo gol con tutte le forze. Ma proprio mentre la squadra spinge, arriva l’unica distrazione difensiva della Borgata: ne approfitta Confaloni che accorcia le distanze al 44′ del primo tempo.

Certo: andare in vantaggio sul 2-0 al termine della prima frazione di gioco sarebbe stato ottimo per il morale, ma – come dice il proverbio – «il diavolo ci ha messo la coda» e ora è la Borgata a dover dimostrare, di nuovo, quanto vale. Come se non lo avesse già dimostrato abbastanza contro una delle prime della classe del girone.

Il primo quarto d’ora della ripresa è tutto biancorosso: la squadra di Tripodi spinge ma la Borgata sa soffrire e chiudersi a dovere. Niente distrazioni: c’è solo la volontà di serrare ogni pertugio che possa portare al potenziale gol del pareggio.
La tensione che c’era sugli spalti era tale che di appunti – francamente – ne ho presi pochi: il fortino granata ha resistito fino all’ultima vera occasione del Monteporzio (al 32′), poi gli schemi sono saltati.

La Borgata riesce a sfruttare ogni benedetto contropiede: ogni varco lasciato dagli ospiti è un’autostrada per Piccardi e Soru. Proprio capitan Piccardi al 40′ riesce a macinare chilometri e ad arrivare all’altezza della linea mediana, la difesa del Monteporzio è sfilacciata, c’è solo il portiere davanti a lui, sopraggiunge Proietti dalla destra che tira a portiere battuto. Dovrebbe essere gol ma un centesimo di secondo dopo aver visto la rete gonfiarsi, l’arbitro alza il braccio: fuorigioco, gol annullato. Non sappiamo cosa abbia detto Proietti, ma l’arbitro gli mostra il rosso diretto.
Borgata in 10.
Sisifo ce fa un baffo.

È ancora assedio Monteporzio e, ancora una volta, è una grande Borgata a resistere e ripartire.
Al 43′ Cultrera si mangia un gol dopo aver controllato la palla con la faccia (Sparwasser, ora pro nobis) ma la partita è ancora lunga.
Attorno al 50′ l’arbitro indica altri tre minuti addizionali di recupero arrivando ad otto totali: nel frattempo il Monteporzio perde la testa e resta in 9

Mancano due giornate, l’ultima fuoricasa contro la prima in classifica. In tre punti sono racchiuse sei squadre che si giocano la permanenza in Prima Categoria. 

Hic manebimus optime!

 

Il tabellino della ventottesima giornata di campionato | Prima Categoria Laziale | Girone G

BORGATA GORDIANI – ATLETICO MONTEPORZIO 2-1
MARCATORI: 7’pt Pompi (BG), Rig. 15’pt Mascioli M. (BG), 44’pt Confaloni (AM).
BORGATA GORDIANI: Pagano, Caporalini (20’st Capostagno), Piccardi, Pompi, Chimeri, Colavecchia, Di Stefano (34’st Soru), Mascioli F., Cicolò (28’st Cultrera), Mascioli M. (31’st Seydi), Marku (28’st Proietti). PANCHINA: Minotti, Segatori, Ciamarra, Martucci. ALLENATORE: Fabrizio Amico.
ATLETICO MONTEPORZIO: De Angelis, Bonamici (1’st Gagliassi), Torregiani, Brunetti (28’pt Laurenzi), Cupellini, Bono, Stornaiuolo, Tiberi, Composto, Kammou (37’st Lucci), Confaloni. PANCHINA: Litterio, Calicchio, Vasari, Schiavoni, Casale, Terenzio.
ALLENATORE: Domenico Tripodi 
ARBITRO: Matteo Altobelli (Frosinone)
NOTE: ESPULSI: Proietti (BG) al 44’st; al 47′ espulso per doppia ammonizione Confaloni (AM). Contrariato, ha dato uno schiaffo al cartellino facendolo cadere dalla mano dell’arbitro che lo stava mostrando al giocatore; al 48′ eslpulso Tiberi per doppia ammonizione (AM).  
AMMONITI: 26’pt Pompi (BG), 15’st Di Stefano (BG), 17’st Composto (AM), 31’st Pagano (BG) per perdita di tempo, 38’st Cultrera (BG), 41’st Tiberi (AM), 42’st Seydi (BG).
ANGOLI: Borgata Gordiani 2 – 3 Atletico Monteporzio.
RECUPERO
: 2’pt – 5′ più 3′ addizionali indicati al 50′ (dunque 8 in totale secondo tempo).

Cuneo rosso a Santa Maria del Soccorso

Foto di katalin gyurasics su Unsplash

Un mese fa ricorrevano due date storicamente importanti: la nascita del Partito comunista d’Italia (Pcd’I) e la morte di Lenin. Entrambi i fatti sono avvenuti il 21 gennaio sebbene il secondo a distanza di tre anni dal primo: il Pcd’I è stato fondato al Teatro San Marco di Livorno il 21 gennaio 1921 e Lenin è morto a Gorki il 21 gennaio nel 1924.
Il 21 gennaio 2024 qualcuno ha affisso un manifesto dedicato a Lenin all’entrata della fermata di Santa Maria del Soccorso della Linea B di Roma: ha resistito per un paio di settimane.

Ho subito immortalato il manifesto a forma di freccia, immagino realizzato appositamente per ricordare il celebre quadro di Lissitzkij, e ogni giorno andavo al lavoro un po’ più felice: anche se ho abbandonato l’attività militante, c’è qualcuno che continua e ricorda. Mi sono sentito di nuovo parte di qualcosa: comunque meno isolato e più compreso.
È bastato poco, in fondo: è bastato un manifesto.

Succede, come capita spesso in questi casi, che qualcuno della parte avversa noti il manifesto e si preoccupi di andare prima ad imbrattarlo e successivamente proceda a strapparlo (ad oggi il manifesto resiste ancora nella sola parte del volto di Lenin, sebbene strappato in più parti).
Ma la cosa che mi ha più colpito e destabilizzato è stata la sequenza di azioni che si sono riversate sull’affissione.
La prima: una scritta a pennarello, dunque visibile solo se l’occhio del passante si fosse avvicinato molto, a caratteri cubitali: “MERDA”.
La seconda: il manifesto strappato nelle parti in cui risultava più facile l’operazione.

Non appena ho notato la scritta col pennarello nero mi sono fermato davanti al manifesto con le mani nelle tasche dei pantaloni. Istantaneamente ho ripensato ripensato ad un film: La marcia su Roma. Una tragicommedia in cui i protagonisti, Gassmann e Tognazzi, decidono di intraprendere  la marcia su Roma (per l’appunto) dopo aver aderito al movimento dei fascisti, allora ancora intriso di sansepolcrismo. Gassman, furbesco traffichino che viveva millantando di essere stato reduce della Prima guerra mondiale chiedendo elemosina e vivendo sulle spalle degli altri in virtù di una condizione pregressa inventata (reduce perché coscritto non “per spirito patriottico”), riesce a convincere ad aderire al fascismo un Tognazzi che interpretava un cristiano pienamente sfiduciato nei confronti della politica ed economicamente sul lastrico.
L’opera di persuasione è la seguente: leggere allo stremato Tognazzi tutto il programma di Piazza San Sepolcro. Istituzione della Repubblica, suffragio universale, giornata lavorativa di otto ore, redistribuzione delle terre, sequestro dei beni delle congregazioni religiose e via dicendo.
La Storia suggerisce che i binari della propaganda sono spesso binari morti: dopo il ’22 rimase il Re, ci fu il concordato, la giornata lavorativa rimase invariata (e le condizioni dei lavoratori peggiorarono) e via dicendo.
Tognazzi ci casca (la redistribuzione delle terre era un punto troppo importante perché potesse venir ignorato: sognava di diventare proprietario terriero) e anche lui decide di indossare la camicia nera: insieme salgono sul camion per la marcia su Roma e ad ogni tappa – qui sta il nesso comico ma anche tragico – si rende conto che i punti del programma che gli era stato annunciato trionfalmente vengono tutti disattesi, uno dopo l’altro. 

Arrivati in una città per una sosta lungo il tragitto, un giovane Mario Brega (proprio lui) scende dal camion in cui erano anche i nostri protagonisti per unirsi al gruppo di camice nere che stavano dando fuoco ad una tipografia socialista. I fascisti già presenti sul posto, prima dell’arrivo dell’ultimo gruppo, stavano buttando dalle finestre quel che trovavano, compresi dei quadri e delle immagini contenenti dei simboli ideologici che erano affssi all’interno della tipografia. La prima raffigurazione che riversano a terra con violenza è quella di Lenin, su cui una camicia nera sfoga tutta la sua frustrazione colpendone a manganellate il volto della riproduzione. La seconda parte della furia spetta a Marx: «buttalo giù quer capoccione», urla Gassmann il quale, proditoriamente, osserva la scena stando un passo indietro.

Tognazzi prende il programma che aveva nel taschino (ne portava sempre una copia con sé per monitorare  che tutto procedesse “secondo i piani”) e protesta con l’amico: «qui c’è scritto libertà di stampa ma stiamo bruciando una tipografia!». Gassmann lo prende in giro e lo liquida con un’espressione tipicamente romana: «e nun sta a rompe», accompagnata dall’eloquente gesto delle braccia che si allontanano dal corpo cercando ampiezza. Un altro punto del programma non rispettato, con tutta evidenza. 

Canti e controcanti di voci mainstream (e non) affermano oggi la fine delle ideologie, deridendo chi ancora vi rimane attaccato e – peggio – utilizzando il termine in senso dispregiativo come sinonimo di grettezza culturale e ristrettezza di visione. Costoro, di solito, sono poi indulgenti verso la peggiore ideologia (certi che non andrà a ledere l’apparato come non ha fatto in passato): ne hanno assimilato ogni stortura e ogni sfumatura, sia essa politica (in prassi e in teoria), sia essa morale.
L’importante è cancellare ogni riferimento a quell’idea (l’altra, eh) che, terminata in tragedia con lo stalinismo, aveva rovesciato l’ordine costituito e abbattuto il regime degli Zar, aveva dato la pace ad una nazione martoriata, aveva dato speranze e orizzonti al mondo intero.

E continua e continuerà a farlo per l’eternità.
Nonostante le scritte oscene sui manifesti (che manco si leggono, en passant).
Nonostante l’esigua minoranza e l’inadeguatezza dei suoi rappresentanti.

Scusaci, Lenin.
Non faremo morire l’idea, nonostante la fase, la situazione, nonostante noi.
Scusaci Lev.

Fotostorte production alla notte bianca del Liceo Francesco D’Assisi

Ormai chiunque è in grado di scattare una foto: basta uno smartphone sufficientemente potente. Le reti sociali sono piene di immagini perfettamente artefatte: soggetti in posa, luce perfetta, ambientazioni amene. Ma che gusto c’è?
Quelle che seguono sono delle foto scattate durante la notte bianca del Liceo “Francesco d’Assisi” e non sono instagrammabili. Anzi, sono rigorosamente: storte, fuori fuoco, sgranate e con impostazioni totalmente sbagliate perché «a noi la qualità»…

In pieno stile Fotostorte.

 

Fenice Borgata: vittoria in rimonta (1-2) sul Casal Bernocchi

C’è un tempo per sognare e un tempo per realizzare che quanto sognato sia diventato – effettivamente – realtà. Prima partita in Prima categoria. 

Il vento caldo dell’estate ha portato non la finecome cantava Alice nella celebre canzonema l’avvio della nuova stagione nella terra ignota del salto di categoria. E la prima-della-prima non si dimentica facilmente, anche perché fino a due giorni prima di domenica 1 ottobre la Borgata avrebbe dovuto calcare il campo di La Rustica contro il Mundial Football Club. Ci ha pensato la federazione quarantotto ore prima della partita, a informare che, in realtà, il Mundial ha assunto il nome di Spes Mundial e ha già preso parte al campionato di Promozione. Rientra in campionato, contro tutti i pronostici, il Casal Bernocchi: ultimi della classe nella scorsa stagione, zero vittorie, 16 gol realizzati e 88 subiti. Ripescati e inseriti nel girone G di Prima Categoria.

La Borgata arriva al ‘Guido Cernuto’ con l’undici titolare ritoccato rispetto alla formazione standard: mancano gli squalificati Capuani (dalla partita contro la Polisportiva Ciampino della scorsa stagione) e Mascioli (Moreno) e Piccardi la cui assenza a un certo punto della partita s’è fatta impetuosamente sentire. Per fortuna ci sono ritorni e nuovi arrivati: Capostagno, ad esempio, tornato a vestire la maglia granata ma stavolta difendendo i pali; Seydi (ex Fidelis), Pagano, Sonu e Caporalini giunti alla corte di mister Amico. 

 

Si parte subito a ritmi sostenuti: al 6′ minuto Chimeri atterra l’ala locale, diretta alla porta difesa da Capostagno. Un minuto dopo è Cicolò a pescare deliziosamente il guizzo di Capuzzolo: scatto del 2  granata fino all’area difesa da Lombardi, cerca il rigore ma l’arbitro non ravvede gli estremi per il tiro dagli undici metri.
Al quarto d’ora si presenta la prima occasione da gol su sviluppo di calcio d’angolo, su cui la Borgata applica il solito schema: la palla schizza fuori dalla mischia di piedi, terra, polvere e caos conseguente all’interno dell’area, Proietti prova a trafiggere Lombardi ma prima respinge e poi blocca. Tre minuti dopo Di Stefano tenta il tiro dalla distanza ma ancora una volta l’estremo difensore locale blocca in due tempi. 
Altro tiro dalla distanza, altro impegno per Lombardi: stavolta è Cassatella al 18′, il suo guizzo culmina con una bordata che termina di poco sopra la traversa.

La Borgata cerca di sistemarsi in campo e di attaccare con ordine ma negli ultimi metri qualcosa sembra non andare per il verso giusto: il campo di terra, pur romanticamente d’antan, non facilita le manovre dei granata e il gioco ne risente. Tanto i nostri hanno difficoltà, quanto il campo abbraccia il gioco del Casal Bernocchi: il gol di Candi arriva al 22′ sull’unica azione (e altrettanto unico errore della difesa ospite) sviluppata  dal Casal Bernocchi. Palla spiovente dalla difesa, controllo sghembo del difensore granata che diventa un assist, tocco morbido del centravanti e  Capostagno che non la vede neanche partire. Esultando, Candi, mostra la lingua in segno di scherno: “ve l’ho fatta a voi lestofanti canterini!”, sembra dire.

[Sono ben consapevole che non stesse pensando questo e che – potenzialmente – il registro linguistico si sarebbe orientato fortemente al turpiloquio. Ma è pur sempre una narrazione di quanto accaduto, suvvia!]

I nostri provano a rispondere quattro minuti dopo, grazie ad un calcio di punizione dal limite dell’area battuto da Cicolò: il pallone viene respinto dalla difesa e giunge ai piedi di Mascioli (Francesco). Stoppa, prende le misure in una frazione di secondo, si coordina e calcia precisamente all’angoletto basso. Troppo preciso: “fa la barba al palo” (come nelle immaginarie telecronache di Auro Bulbarelli e Massimo Caputi di Fifa ’98) e termina sul fondo. Dopodiché passano dieci minuti in cui il Casal Bernocchi cerca di amministrare il risultato allungando i tempo di gioco (a volte esasperandoli), passandosi la palla senza costruire realmente qualcosa di concreto ai fini della partita. La Borgata subisce l’atteggiamento locale ma per fortuna è solo la fine del primo tempo.

Fenice Borgata

Passano pochi minuti, ma davvero pochi minuti (due per l’esattezza) e la Borgata pareggia i conti. Lancio lungo di Capostagno a pescare Cicolò. Il capitano controlla e si libera del difensore: è a tu per tu col portiere ma Lombardi riesce a respingere. Ci pensa Proietti a mettere dentro: è lì, a un passo, 1-1.
La Borgata cambia gioco e si adatta a quel che il campo richiede: palla lunga e pedalare, verrebbe da dire. Lavoro sulle fasce e cross spioventi a cercare la punta. Nove minuti più tardi arriva il gol del vantaggio: calcio d’angolo, Mascioli è sul secondo palo e mette dentro. Un difensore locale calcia via ma più forte e in alto che può ma era già entrata: l’arbitro fischia, è 1-2.

Poi ci sarebbe tanto da dire ma da quel momento in poi l’euforia è stata  tanta, troppa. Mi limito a dire che al 20′ il bel gesto tecnico di Cicolò, non inteso da Di Stefano, avrebbe meritato miglior sorte, non foss’altro perché sarebbe stata un’occasione d’oro. Occasione per cui al 33′ protesta tutta la squadra del Casal Bernocchi: percussione di Albanese, buttato giù da un difensore granata [non ricordo proprio chi fosse, per un attimo ho pensato al possibile rigore e s’è annebbiata la vista] in area. L’arbitro fa segno di rialzarsi: non è rigore. Vola qualche cartellino, l’allenatore e tre quarti della panchina vengono richiamati. Servirebbe un guizzo che faccia chiudere la partita alla Borgata che inizia a soffrire il caldo (atroce) e la stanchezza: al 40′ De Pace si trova praticamente solo davanti a Capostagno ma il tiro non è così preciso. Un minuto dopo Di Stefano a un passo da Lombardi si divora il papabile terzo gol.

Poi cinque minuti di recupero, il triplice fischio e solo allora si gioisce davvero. La prima-della-prima è vinta e sono arrivati anche i primi 3 punti

Avanti Borgata!

Il tabellino della prima giornata | Prima categoria laziale | Girone G

CVN CASAL BERNOCCHI – BORGATA GORDIANI 1-2

MARCATORI: 23’pt Candi (CB), 2’st Proietti (BG), 13’st Mascioli F. (BG)

CVN CASAL BERNOCCHI: Lombardi, Lamarte, Cappai (43’st Romano), Pastori, Carrino (1’st Adiutori), Rizza, Cecchetti, Bernardi, Candi (1’st Ranieri), Mosso (25’st Albanese), De Pace. PANCHINA: Scacchi, Spizzica, Riccio, Coccia. ALLENATORE: Giovanni Riccio.

BORGATA GORDIANI: Capostagno, Capuzzolo (32’st Chieffo), Colavecchia, Pompi, Mascelloni, Chimeri, Di Stefano, Mascioli F. (22’st  Seydi), Cicolò, Cassatella (46’st Ienuso), Proietti (41’st Caporali). PANCHINA: Pagano, Caporalini, Sonu, Neri, Ciamarra, Chiarella. ALLENATORE: Fabrizio Amico 

ARBITRO: Lorenzo Zega (Albano Laziale)

NOTE: Ammoniti:
30’pt Carrino (CB), 40’pt dirigente accompagnatore (CB), 7’st
Mascelloni (BG), 15’st Proietti (BG), 25’st Albanese (CB), 30’st Cappai
(CB), 43’st Chimeri (BG)
Angoli: Casal Bernocchi 3 – 6 Borgata Gordiani. Recupero: 2’pt – 6’st.

 

Zona sudata (cit.)