Il tipo del sindacato (school drama: atto secondo)

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Arriva quel momento dell’anno scolastico in cui compare la circolare che indica e invita alla partecipazione all’assemblea sindacale, perlomeno di quelle sigle che sono presenti a scuola. Da parte docente si accoglie l’appuntamento con vari sentimenti che oscillano dal combattivo (lottadurasenzaaura) al lassismo più sfrenato (daje così me salto ‘ste due ore in 3F). Le sigle sono tante milioni-di-milioni ma al tavolo solitamente sono ammessi solo delegati esterni e rappresentanti dell’Rsu, altrimenti le assemblee dovrebbero tenersi all’aperto così da contenere tutti gli acronimi di tutte le sigle, spesso frutto di estrosi e casuali accostamenti delle lettere dell’alfabeto (ma pochissime vocali).

In quasi tutte le assemblee ci sono: la Gilda (che al nord Italia, in cui si antepone l’articolo determinativo ai nomi, equivale al chiamare una persona di sesso femminile di nome Gilda), lo Snals-Confsal, l’Anief, la Cisl, la Flc-Cgil e la Uil.
Iniziano ad arrivare al tavolo e a prendere posto e riesci a distinguerli per sigla dal tuo osservatorio privilegiato di uditore.

Il delegato esterno della Cisl è già al tavolo e ha apparecchiato la sua postazione: ha aperto davanti a sé un piccolo computer ultimo modello da 13 pollici, aggiornato a Windows 11 e con due tipi diversi di antivirus a sorvegliare la sua attività digitale e online, dato che la prudenza non è mai troppa. Veste elegantemente una camicia celeste e, sopra, un maglione blu oltremare con toppe ai gomiti di colore più tenue che rimanda alla colorazione della camicia; pantaloni scuri e scarponcini alla moda con stringhe sottili. La sua postazione non prevede di mostrare all’uditorio la sua presbiopia: gli occhiali sono tenuti nella sua mano sinistra (con la destra governa il mouse) oppure arpionati all’apertura della camicia, altezza Pomo d’Adamo. Nei momenti più intensi della discussione, quando deve inforcare e poi togliere gli occhiali, li appoggia sulla testa come fossero occhiali da sole: il delegato Cisl è spesso calvo ma non teme di esserlo. Caso a sé l’Rsu della Cisl. Ha un’agenda della Cisl di fianco al pc, una penna della Cisl, lo zaino regalato dal sindacato durante un seminario a cui ha partecipato solo perché c’erano caffè e tartine gratis, prende parola per intervenire ribadendo quanto detto dal delegato esterno. La platea generalmente non si cura di lui, ogni tanto il brusio crescente chiede quando andrà finalmente in pensione, allargando le braccia come si fa nella preghiera del Padre Nostro.

Il delegato Snals/Confsal è uno di quelli che arriva in ritardo e ciabattando con le scarpe, tremendamente fuori moda o sformate dal troppo uso, non curandosi del fatto che tutti lo stiano osservando. È sovrappeso e non fa nulla per nasconderlo: il maglione è generalmente di due taglie più piccole e tutte le forme del suo fisico vengono accentuate dal tessuto in poliestere di color verde acceso. La sciarpa (il delegato Snals ha sempre una sciarpa al collo) è di un colore di audace abbinamento a quello del maglione, tuttavia lui la indossa ugualmente e con fierezza, chissà per quale ragione. Generalmente meridionale, proviene dalle zone più remote della sua regione (quale che sia), solitamente da centri abitati da meno di 540 persone: per tornare dai suoi affetti familiari prenderà un treno che si fermerà ai confini della realtà (cioè Ferrandina o Metaponto Scalo). Non ha pc ultimo grido davanti a sé, non ha penne o fogli: ha il solo smartphone (che appoggia orrendamente sulla custodia contenente gli occhiali da presbite) di cui si serve per consultare ogni cosa: dalla ricetta per lessare le patate, alla nuova normativa in merito al contratto collettivo nazionale. A differenza del collega della Cisl non ha vergogna di mostrarsi presbite e, infine, ostenta dei braccialetti (di solito superiori a 5 per polso) affiancati ad un orologio smart enorme di marche costosissime. Non riesce mai a pronunciare correttamente la sua sigla sindacale nonostante vi appartenga.

Sul delegato della Cgil di solito ci sono varie aspettative. La prima lo vorrebbe combattivo, vestito di abiti non di marca, barba incolta e capelli a mezzocollo, rigoroso eskimo indosso e trascuratezze varie nell’abbigliamento. Tanto maggiori sono le trascuratezze, pensa la vox populi, tanto maggiore sarà il livello di comunismo e combattività. La seconda lo vorrebbe, invece, ordinario ma con piglio diverso rispetto agli altri: maglioncino a collo alto, polacchine ai piedi, sciarpa da intellettuale e occhiale marrone con striature d’ocra.
Entrambe vengono puntualmente disattese, dal momento che le aspettative sono nient’altro che proiezioni che si formano nelle teste dei lavoratori, ansiosi di sentire quel che ha da dire il proprio rappresentante. Solitamente è colui a cui è stato dato l’incarico di dirigere la riunione poiché è più smart degli altri i quali – sì – hanno un pc, ma non vanno oltre l’inserimento di una chiavetta Usb, sebbene a lui tale compito non vada proprio a genio. Di solito ha con sé un pc marca Lenovo e una spilla della propria organizzazione sul maglione.
Discorso a parte se il delegato appartiene a Lotta Comunista. In tal caso l’ordinanza prevede giacca e cravatta, giornale dell’organizzazione (non lo si chiami partito perlamordiddìo) piegato nella tasca della giacca. Condite il tutto con vaniloquio q.b. e prese di posizioni aprioristiche. A fine riunione, in cui non avrà esposto nulla se non il proprio ego, cercherà comunque di vendervi una copia del giornale.

School drama (atto unico)

Il primo settembre significa “presa di servizio”, perlomeno se sei ancora supplente. Se sei di ruolo puoi stare tranquillo fino al primo collegio docenti, collocato immancabilmente nella prima settimana di settembre. Ad accoglierti nella scuola x/y (in ogni scuola) si mostrano davanti ai tuoi occhi, come fossero su di un palcoscenico, tutte le maschere della commedia dell’arte della scuola.
E sebbene stia parlando di una scuola del nord Italia, in questo ambito le differenze con Roma sono minime.

C’è il bidel… personale ATA che viene dalla Sicilia e inizia a fare il simpatico mostrandoti il plico di fogli di svariate pagine da compilare minuziosamente, in cui dovrai dichiarare le medesime cose ad ogni pagina (servizi svolti, numero di ore, domicilio, residenza e via dicendo). Ti porge il foglio e ti fa: «Bene professore, adesso ci vediamo tra un’oretta», sorride e ti indica l’aula in cui ci sono altri colleghi che stanno svolgendo tale lavoro amanuense.

Entri nell’Aula zero, saluti con un timido “buongiorno” e una dopo l’altra compaiono le maschere sul proscenio dell’anno scolastico che sta riprendendo: c’è la collega di scienze che ha 50 anni che ti chiede sottovoce (come se stesse copiando ad un compito in classe) se bisogna davvero compilare tutto per così tante volte; c’è la collega quarantenne che sta prendendo servizio per il ruolo e sbuffa ad ogni foglio rumoreggiando che siamonel2025eiononsoperchécifannosperecarecarta, oppure l’Amazzoniaciringrazierà o ancora machebisognoc’ècheiodicatuttequestecosenonpossologgarmiconloSpid?; c’è il supplente di scienze motorie che viene già in tuta, ai piedi ha delle Hoka blu oltremare e verde menta e mastica rumorosamente la gomma. Davanti a te la collega siciliana sulla trentina compila diligentemente senza far motto: ha il telefono (un iPhone ultimo grido) messo a tracolla com’è di moda ultimamente, come se fosse una borsetta. Sa tutto quello che deve compilare alla perfezione. Lo sa perché lei ha conoscenze. Ha parenti che lavorano al ministero e le mandano delle soffiate su graduatorie, leggi e normative vigenti. Lo sa perché si è trasferita da Marina alta di Torregrotta Montana bassa a Bergamo su segnalazione di una cugina di secondo grado la cui zia, osteopata, ha la domestica che ha una sorella dirigente del Ministero a Roma che le avrà detto più o meno così: «Vai a Bergamo perché la provincia di Marina alta di Torregrotta Montana bassa per la tua classe di concorso è satura». Di conseguenza il legame con questa conoscenza si fa incessante: la collega siciliana sa tutto e conosce ogni procedura ma a metà compilazione (cascasse il mondo) si gira chiedendoti se bisogna compilare anche il modulo per il ritiro di persona dello stipendio presso le Poste Italiane. È uno di quei moduli che spesso non vengono neanche consegnati per la compilazione. Lei lo sa che non va compilato ma vuole la conferma anche da te. Ha le scarpe a punta di colore giallo fluo e tacchi altissimi, un’orrenda camicia a fiori di un filato plasticoso che manco mi nonna e le unghie lunghissime con dei finti (spero) strass di tanto in tanto sul medio, l’anulare, l’indice.

Termini la compilazione, vai alla segreteria del personale e ti metti in fila. Davanti a te c’è la collega neo mamma (maglietta girocollo sotto ad un maglione pure girocollo di colori diversissimi, borsa gigante al seguito, Stan Smith ai piedi) che si presenta subito chiedendoti delucidazioni sulla legge duemilatrentanove comma secondo protocollata nel marzo ’23 (il cui aggiornamento giace da mesi presso Palazzo Madama per un cavillo burocratico) secondo cui anche lei potrebbe aver accesso ad un giorno in più di permesso per motivi familiari. Fai spallucce perché non sei a conoscenza di quella specifica legge ma la conversazione va avanti sulle scuole in cui avete prestato servizio. Tocca a te: consegni il plico compilato alla segretaria che lo riceve al di là dal vetro, di quelli con il foro tipo ufficio postale o azienda del trasporto pubblico locale. Alle sue spalle noti una cartina fisica enorme della regione Basilicata, evidentemente posta a rimarcare il luogo di provenienza della maggior parte degli impiegati. Hai la tua chiavetta usb in mano, quella con tutti i documenti che occorrono per la validazione della supplenza e per le verifiche delle attestazioni e delle certificazioni: te la sei preparata dall’anno scolastico 2021-2022, da quando la succursale presso cui lavoravi ti aveva chiesto di fornirgli una cartella con tutti i documenti. Da quel momento in poi aggiorni quella chiavetta e ogni anno la presenti alla presa di servizio e anche oggi la porgi alla segretaria la quale, tuttavia, ti spiazza: «Riesce a mandarmi la documentazione via mail?».

A Bergamo dicono così, quando devono chiederti una cosa: «riesci a *infinito del verbo*»: certo che ci riesco ma ti stavo agevolando. «No, meglio via posta elettronica» e ogni volta che una segretaria dice per esteso “posta elettronica” ti ricordi del tuo vecchio “Windows95” costato ore di urli da parte di tuo padre che si era incagliato nel dialogo con l’MS-DOS e che ti litigavi con tuo fratello per giocare a GrandPrix2 (in cui cercavi di vincere le gare prendendo la Minardi o la Tyrrel ma finivi sempre col motore in fiamme).

Esci dalla segreteria e arriva la collega di storia dell’arte. Ne individui subito la materia d’insegnamento perché indossa un mucchio di monili: ha anelli su tutte le mani, orecchini presi al mercatino di Cornareggio Montano alto da un hippie con la barba che le ha letto la mano prima di concludere l’affare.

Davanti a te, nel grande spazio presente all’ingresso di ogni scuola, passa un signore partenopeo che sta parlando al telefono parlando del Napoli calcio e della formazione della prossima partita di campionato in un dialetto molto marcato. Chiude la chiamata e si rivolge a una collega molto più giovane che passava di lì: «Voi siete di materia sciendifica?», lei scuote la testa e dice di essere di francese. Ma lui prosegue: «No è che io sono assistende di lab(b)oratorio ma quessS’anno sòno su sosSègno». La collega, che vorrebbe scappare, si limita ad annuire.

E infine arrivano colleghe e colleghi che sono stati nominati nuovamente in quella scuola che iniziano a chiamare tutti per nome: si avvicinano a tutti schioccando le labbra sulle guance dei collaboratori e dei vice del preside, già che ci sono salutano anche te come faceva fantozzianamente Calboni a Cortina.

È proprio ricominciato l’anno scolastico.

[Questo post è frutto della fantasia dell’autore. Gli stereotipi sono stereotipi e non c’è riferimento alcuno ad alcuna circostanza in particolare. Si satireggia.]