
La cucina italiana è stata ufficialmente riconosciuta come «patrimonio dell’umanità Unesco» a partire dal 10 dicembre dello scorso anno. Il ministro Lollobrigida, titolare del Masaf (che sta per Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste), quel giorno era trionfante: «è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale». La narrazione della buona cucina italiana è entrata a far parte della cultura internazionale, la bellezza del mangiar sano sarà riconosciuta nel mondo e l’Italia potrà fregiarsene: che meraviglia!
Eppure, c’è qualcosa che non va.
Non parlo dell’impoverimento del lavoro agricolo, dei lavoratori immigrati (spesso volutamente mantenuti irregolari da caporali) che vengono sfruttati nei campi fino a rimetterci la vita (Satnam Singh ce lo siamo dimenticato troppo in fretta) o dell’importazione di materie prime scadenti fatte passare per “italiane” o, peggio, “biologiche”. Parlo piuttosto del detto popolare che indica la subordinazione della testa, del pensiero, alla pancia. Comunemente utilizzato come espressione tipica di politiche qualunquiste, che subordinano un qualsiasi ragionamento ad una risposta facile. Si dice spesso, a tal proposito, che si «pensa con la pancia».
Pare che a fine mese alla Camera dei Deputati si terrà una conferenza stampa ufficiale della campagna promossa da Casapound Italia (e altre sigle legate al neofascismo italiano) chiamata “Remigrazione”. L’organizzazione trainante è evidentemente in cerca di rilancio mediatico e politico e sfrutta in tal senso l’onda lunga del consenso che sia Fratelli d’Italia sia la Lega stanno cavalcando. Un’ondata di successo, quella della destra italiana nonché della sua estensione e propaggine neofascista, che ha il suo successo nel «parlare alla pancia degli italiani». Parlare ai loro istinti, risolvere il problema dell’immigrazione con la remigrazione.
Letteralmente il comitato vorrebbe proporre di introdurre «l’istituto della remigrazione», cioè: «lo strumento di governo del fenomeno migratorio finalizzato a incentivare il ritorno degli stranieri nei Paesi d’origine». Per questo Cpi (e altri), con l’appoggio indiretto (non dichiarato ufficialmente) della Lega, si prefiggono di indire una raccolta firme a sostegno della proposta di legge. Da «aiutiamoli a casa loro» a «riportiamoli a casa loro» è un attimo.
Al netto dei discorsi e degli argomenti che si possono toccare a riguardo in questo caso (la Costituzione, la Resistenza, la democrazia, l’antifascismo), o di altri che prevederebbero il far presente ai promotori della proposta in oggetto che nel solo 2025 hanno lasciato l’Italia «circa 630.000 persone tra 18 e 34 anni», mi piacerebbe poter restare sull’alimentare.
Come si alimenta chi, «ragionando con la pancia», vuole istituire l’istituto della «remigrazione»? Chiaramente di merda.
Con buona pace del riconoscimento internazionale per la cucina italiana.