Da 34 anni l’impegno contro le mine antiuomo

L’intervista a Giovanni Diffidenti, bergamasco classe ’61, che ha esposto i suoi lavori dall’1 al 5 dicembre [2025] a Ginevra.

Joseph Lagu, 26 yrs. Antipersonnel mine survivor (1998) Joseph was passing by the Mugwu hill, when he stepped on a landmine. He lost his right leg. Joseph is very active; he decided not to give-up with his life. He is determined to sustain his family and to do so he engaged himself in a number of activities such as making bricks, braking stones, production of honey, etc. Sudan 2007
Foto di Giovanni Diffidenti. Pubblicata grazie alla cortesia dell’autore.

Tentare di enumerare tutti i paesi toccati da Giovanni Diffidenti, bergamasco classe ‘61, potrebbe risultare un esercizio ridondante. Afghanistan, Cambogia, Mozambico, Kosovo, Libia, Egitto, Siria, Ucraina: l’elenco rischierebbe di allungarsi molto. Un impegno, quello del racconto foto-giornalistico, che lo ha portato a viaggiare, a vedere e lasciare che l’occhio dell’obiettivo potesse parlare da sé. L’ultima esposizione che lo ha visto protagonista, insieme a Cory Wright, suo collega canadese, si è svolta a Ginevra dall’1 al 5 dicembre [2025] durante la «22° Riunione degli Stati Parte della Convenzione di Ottawa». La Convenzione, che riguarda la messa al bando delle mine antiuomo, venne sottoscritta da 122 Stati che la firmarono congiuntamente il 3 dicembre 1997 in Canada nella città di Ottawa, da cui il trattato prende il nome. Il lavoro di reportage fotografico di Diffidenti è stato commissionato dalla Campagna internazionale contro le mine antiuomo e le bombe a grappolo (Icbl/Cmc – International Campaign to Ban Landmines and the Cluster Munition Coalition). Gli scatti esposti erano, spesso, in bianco e nero. «Inizialmente il progetto nacque così per ragioni legate al dispositivo utilizzato», ha spiegato Diffidenti, facendo riferimento all’utilizzo della pellicola agli albori della sua attività. «Mi piace pensare – ha proseguito – che ci sia una linea di continuità con le foto più recenti che ho scattato, sebbene le ultime siano in digitale, dunque senza il problema relativo alla pellicola in bianco e nero o a colori».

«La mia attenzione rivolta al tema delle mine antiuomo è cominciata trentaquattro anni fa in Cambogia: era il 1992, sono rimasto in quel paese per due anni e mezzo», ha raccontato Diffidenti. «Il primo lavoro da freelance che ho realizzato è stato per una Onlus inglese: il loro lavoro era quello di fabbricare protesi e cercare di insegnare ai cambogiani a costruirle», ha proseguito. «E poi – ha aggiunto – c’è da ricordare anche una cosa importante: durante la presa di Pailin da parte dei Khmer Rossi, era il 1994, stavo seguendo un gruppo di soldati e due persone sono morte al posto mio a causa di una mina anticarro». Un evento tragico che ha segnato la memoria del fotografo e ne ha sospinto per decenni la sua iniziativa che lo ha portato a toccare vari altri paesi del mondo contaminati dalle mine, documentandone gli effetti nefasti sui territori e sulle persone: una ricerca del Landmine Monitor del 2025, ripresa dai documenti prodotti dall’Icbl, mostra che il 90% delle vittime registrate siano civili e quasi il 50% siano bambini.

Il convegno di Ginevra convocato lo scorso dicembre ha dovuto, tuttavia, prendere atto della progressiva erosione del fronte dei paesi sottoscrittori. Recentemente, a causa del conflitto russo-ucraino, alcuni Stati del continente europeo hanno fatto venir meno il proprio impegno riguardo la Convenzione: Finlandia, Polonia e le repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) su tutti, a cui nel giugno dello scorso anno si è aggiunta anche l’Ucraina. Sfilarsi dal Trattato significa «il venir meno di una serie di compiti che si assumono i paesi sottoscrittori», ha proseguito Diffidenti, «vale a dire non mettere più in atto delle azioni tra cui lo sminamento e l’assistenza ai sopravvissuti». Per quel che riguarda la Polonia: «la situazione è ancor più particolare» dal momento che il paese parrebbe esser intenzionato anche a «produrre mine antiuomo».

A tal proposito la presidente dell’Icbl Tamar Gabelnick, in un articolo dello scorso dicembre, ha precisato: «Abbandonare il trattato e tornare [ad utilizzare] le mine antiuomo non scoraggerà un attacco, soprattutto da parte di un nemico crudele e determinato come la Russia». Anzi, ha aggiunto Gabelnick: «piazzare mine metterà a rischio le stesse vite che [quei paesi] avrebbero dovuto proteggere».

Non solo. La tripartizione imperiale Usa-Russia-Cina non ha mai sottoscritto la Convenzione. Una assenza imponente, tanto più alla luce di quanto operato recentemente dagli Stati Uniti d’America in Venezuela, nonché per le crescenti tensioni riguardo l’acquisizione della Groenlandia (formalmente appartenente al Regno di Danimarca, dunque all’Unione Europea). Un ordine mondiale che parrebbe basarsi sempre più sulla legge del più forte in spregio del diritto internazionale e delle vite umane.

Articolo pubblicato su «L’Eco di Bergamo» il 12.1.26

Vitzente Pillai

Non conoscevo personalmente Vincenzo Pillai, ma quattro anni fa a Capo Frasca c’era anche lui e il suo discorso mi aveva emozionato non poco. I compagni sardi che mi stavano a fianco, di cui porto un ricordo di ognuno di loro nel mio cuore, stavano ad ascoltare Pillai e applaudivano forte. Ascoltavo attentamente quello che diceva e percepivo, nelle sue parole, un vissuto a me vicino, diceva: «abbiamo fatto, in passato, manifestazioni in 10 per chiedere la chiusura delle basi militari, anche di quelle più piccole di cui non si conosceva neanche l’esistenza, per affermare che la Sardegna deve essere una terra di pace». La sua frustrazione al pensiero di quelle manifestazioni scarsamente partecipate rappresentava solo un ricordo, un monito da lanciare dal piccolo palco, dopo aver visto la folla dei partecipanti. «A voi giovani, dico, non lasciatevi portare via tutto questo: guidate noi anziani che, in questo tempo, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto e ora non possiamo dare un grande contributo», ha concluso così il primo e unico discorso che ho potuto ascoltare. Parola dopo parola sentivo che il suo impegno per il pacifismo e il disarmo era stato portato avanti contro tutto e tutti; sentivo che le parole “Sardegna terra di pace” in lui non erano utopie e che quel giorno, in quella stretta lingua di terra fra la base e Sant’Antonio di Santadi, erano più vive che mai. Anche in lui. 
Qualcuno ha caricato su YouTube il suo intervento a Capo Frasca, è bene riascoltarlo tutto: lo pubblico qui, affinché qualcuno clicchi su play e lo ascolti.