
Le Nazioni Unite hanno definito la guerra civile in Sudan «la più grave crisi umanitaria del mondo». «Ci sono almeno dodici milioni di persone che hanno lasciato le loro case, di cui due milioni sono emigrati dal paese, il resto rappresenta la gran massa di sfollati interni», a parlare è padre Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei Comboniani in Sudan. Lo abbiamo intervistato mentre si trova a Port-Sudan, città strategica per il paese, ora ancor più importante data la presa di El-Fasher (capoluogo del Darfur del nord) da parte del gruppo militare “Forze di supporto rapido” (Fsr).
«Venticinque milioni di persone sono a rischio fame di cui cinque in una situazione di rischio acuto di carestia e sette di bambini che non hanno accesso all’istruzione. Il mondo in questi anni si è rivolto all’Ucraina e alla Palestina ma qui si sta consumando una crisi enorme», dichiara il missionario comboniano. Certo è che se si guardano solo i numeri dei caduti in battaglia, c’è il rischio di non comprendere la portata di due anni di conflitto in un paese atomizzato e in preda a scontri tra bande armate: «i morti diretti a causa delle pallottole – per intenderci – sono stimati attorno a duecentomila» ma non si contano tra questi: «i civili che non hanno accesso alle medicine, al cibo e all’acqua».
Cosa sta succedendo in Sudan?
Da due anni [2023] in Sudan vi è una guerra civile scoppiata a seguito di una lotta per il potere tra l’esercito regolare e le Fsr. Ma come ogni crisi che porta ad un conflitto armato, le cause della guerra vengono da lontano. Nel 2019 l’allora presidente Omar al-Bashir (in carica dal 1989) viene destituito da un colpo di stato militare. La mediazione a cui si giunge è quella di una giunta mista politico-militare di transizione verso un nuovo assetto democratico. Nel 2021 un nuovo colpo di stato stravolge di nuovo la storia. A condurre l’operazione furono due generali: Abdel Fattah al-Burhan (generale, capo delle forze armate regolari) e Mohamed Hamdan Dagalo”Hemdeti”(vice di al-Burhan ma anche capo delle Fsr). Tra i due sorgono dapprima dissapori e successivamente scontri accesi sulla direzione che il paese avrebbe dovuto intraprendere: al-Burhan diventa presidente de facto imponendo un regime durissimo considerato dittatoriale da molte organizzazioni internazionali come Humans rights watch. Dal 2023 la situazione è precipitata ed è stata guerra tra le parti in lotta.
Una situazione complessa
Ma si tratta di un conflitto scaturito da astio, poi degenerato in odio, tra due generali. La realtà dei fatti è che il Sudan si sta atomizzando sempre di più: «da una parte vi sono le Fsr, mercenari al soldo degli Emirati Arabi Uniti; dall’altra l’esercito di un regime dittatoriale il cui periodo di governo è stato caratterizzato dall’imposizione della legge islamica», ha dichiarato il missionario comboniano. Il coinvolgimento emiratino parrebbe essere presente da tempo nella regione: d’altra parte il Sudan è uno di quei posti ricchi di preziosi nel sottosuolo. A marzo di quest’anno il governo di Khartoum aveva intentato una causa contro gli Emirati davanti alla Corte internazionale di giustizia con l’accusa di aver sostenuto le Fsr. Da Abu Dhabi avevano negato tutto ma il rapporto è definito da più attori istituzionali come «alleanza strutturata». A tal riguardo va precisato anche come non sia «una guerra combattuta con vecchi kalashnikov riciclati», come ha tenuto a precisare Dalle Carbonare, ma «con droni e armi sofisticate di produzione occidentale».
La comunità internazionale tace
I paragoni con altre realtà statali del continente potrebbero non essere calzanti tuttavia parrebbe essere di fronte ad uno scenario di smembramento simile a quanto è avvenuto (e sta ancora verificandosi) in Libia. Se in un primo momento di quest’anno le forze armate del governo di Khartoum sembravano essere in grado di contenere (e in alcuni casi sconfiggere) le Fsr, con la presa di El-Fasher si è verificato un nuovo stravolgimento.
Che sia il diritto internazionale a prevalere e che si possano aprire corridoi umanitari è quel che si augura Dalle Carbonare ma sul ruolo della comunità internazionale è scettico: «sarà un percorso lungo perché, a parte un tentativo di mediazione nel 2023, non ce ne sono stati altri»; da un lato Donald Trump parrebbe aver posato sguardo ed intenzioni belliciste altrove, dall’altro l’UE «si muove con estrema lentezza». E in Sudan si continua a morire.