
Il ministro dell’interno Marco Antonio Oviedo ne è sicuro: se non si riuscirà a catturare Evo Morales, la sua gestione e la presidenza di Rodrigo Paz Pereira saranno state un fallimento.
«Quest’uomo deve affrontare la giustizia: faremo tutto il possibile perché si concretizzi il mandato di arresto nei suoi confronti», ha dichiarato il ministro durante un’intervista realizzata dal popolare programma televisivo «No mentirás» (‘Non mentirai’). C’è da dire che proprio a fine febbraio la Procura aveva annunciato il termine delle indagini sul caso di abuso sessuale di una minorenne che avrebbe coinvolto in prima persona l’ex Presidente Evo Morales Ayma la cui assenza alle udienze, convocate dal Tribunale di Tarija (sud del paese), potrebbe valergli lo status di latitante. Sollecitato più volte a presentarsi, il leader del sindacato dei coltivatori di foglie di coca ha preferito non andare e rimanere protetto tra i suoi nel Chapare (nella regione del Tropico di Cochabamba).
Tratta e traffico
Per tutta risposta, il fortino organizzato dai suoi nel Tropico sta intensificando controllo e presenza nelle strade attorno a Villa Tunari, la cittadina in cui risiede il leader cocalero. «Non sono né un latitante, né un fuggitivo, né tanto meno uno al di sopra della legge: sono semplicemente vittima di una brutale persecuzione politica», ha risposto Evo Morales al ministro tramite «Radio Kawsachun Coca». A distanza, ovviamente. Una persecuzione che si starebbe esercitando anche attraverso questo processo con accuse di abusi, dunque tratta e traffico: Morales, tuttavia, non ha mai risposto alle accuse mosse dagli inquirenti limitandosi a liquidarle come invenzioni. «Il punto è che Evo è dipendente dall’abuso di donne e di ragazze in termini di tratta e traffico», ha tuonato Riccardo Giavarini, prima laico e poi sacerdote, in Bolivia dal 1977. Da un decennio è fondatore e direttore della Fundación Munasim Kullakita che a El Alto si occupa di accoglienza e reinserimento di ragazze vittime di violenza. In Bolivia, d’altra parte, la violenza maschile è un triste dato di fatto: nei soli primi tre mesi del 2026 sono già state diciassette le donne uccise da uomini violenti. L’ultima è stata registrata una settimana fa: la vittima era una trentaduenne di La Paz, madre di due figlie, uccisa dal compagno.
«Proteggeremo il nostro leader»
All’indomani delle dichiarazioni del ministro Oviedo, Victor Mencia, dirigente sindacale vicino a Morales, ha ribadito il «sostegno del popolo» nei confronti dell’ex presidente. «Le minacce di arresto nonché d’intervento militare nel Chapare sono molto gravi», ha affermato Mencia a «Radio Kawsachun Coca». Le organizzazioni sociali che hanno ribadito sostegno politico a Evo Morales nel corso di quest’ultimo lustro, stanno pervicacemente mantenendo il punto sostenendo la tesi della «persecuzione politica». Lo stesso Mencia ha poi accusato: «l’inasprimento dei controlli e la maggiore presenza nelle strade da parte nostra si è resa necessaria per far sì che il governo non decida di intervenire militarmente». Ma il ministro sembrerebbe intenzionato a dare una svolta alla situazione, posti di blocco o meno.
Tutti contro tutti
Fin dall’insediamento del governo del Partito democratico-cristiano di Rodrigo Paz Pereira, ottobre dello scorso anno, si stanno verificando inchieste giudiziarie, detenzioni preventive e condanne definitive nei confronti di ex ministri, dirigenti del Mas o di aziende pubbliche vicini al partito che ha governato fino allo scorso anno. Il nuovo Presidente ha istituito ben dieci «commissioni per la verità» al fine di poter acclarare eventuali casi di corruzione, distrazioni di fondi e abusi di potere da parte di membri dello stato. Uno dei primi a finire in manette nel dicembre scorso fu proprio l’ex presidente Arce, l’ultima è stata Gabriela Delgadillo, dirigente di primo piano dell’azienda statale di idrocarburi (Ypfb). Proprio l’Ypfb è nel mirino del nuovo esecutivo a causa del recente caso della benzina annacquata: i trasportatori sono in sciopero e hanno proceduto a bloccare nuovamente le principali arterie stradali del paese. E stavolta Evo coi blocchi non c’entra: è ‘solo’ rabbia sociale.
Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo il 16.3.2026