Carta batte internet: «Il viaggio» si vive solo sfogliandolo

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C’è ancora spazio per la narrativa, la poesia, dunque anche la narrazione e la divulgazione? Secondo Davide Trezzi, sì. Trevigliese, curatore della nuova collana di Musicaos.it dell’editore leccese Musicaos, sabato 18 aprile ha presentato il numero zero della nuova avventura editoriale alla Libreria Feltrinelli di Via XX Settembre di Bergamo. Il viaggio è stata la scintilla per la produzione collettiva che ha coinvolto dieci autori. Che sia metaforico o reale, poco importa: in questo caso il viaggio si legge e non si guarda sui social per mezzo di foto o filmati.

A presentare il volume zero, l’inizio degli inizi dell’avventura cartacea su cui ha scommesso l’editore leccese Musicaos, c’erano alcuni tra gli scrittori presenti nella raccolta: il già citato Trezzi, Laury Leite (ispanofono, canadese ma anche mezzo brasiliano ora ad Empoli, al suo primo racconto scritto in italiano), Fabio Fumagalli e Giuseppe Goisis. A moderare e coordinare gli interventi era presente Andrea Valesini, caporedattore de «L’Eco di Bergamo».

Il tema del viaggio doveva, in un certo senso, essere il principio di questa raccolta autoriale che raccoglie materiale inedito: un volume composto da racconti, poesie e «favole adulte», come Goisis ha definito la sua, per cui si è ispirato a Gianni Rodari. Secondo Davide Trezzi: «oggi le persone viaggiano non per vedere davvero», per entrare in contatto con l’altro, «ma solo per mostrare che si è andati da un punto A ad un punto B». L’era dei voli low cost porta con sé ancor di più il fenomeno di massa della divulgazione fotografica buona per un paio di post e per le foto su Instagram. Tempo di scorrere verso il basso col pollice e la magia dell’altro, del diverso, finisce. Il tempo d’interazione si misura nell’unità di misura dei centesimi di secondo e sembra lo si faccia per stupire la propria cerchia ristretta di affetti e non, di followers e di haters. L’importante è che poi, chiunque essi siano, interagiscano col contenuto pubblicato.

Ma viaggiare è un’altra cosa. Al piano seminterrato della Feltrinelli riecheggiano le parole di Tiziano Terzani mentre era in Cina: voler vedere per capire quel mondo così lontano. «Si tratta di errare», ha affermato Giuseppe Goisis che, come vuole il detto latino: «humanum est». È cosa dell’uomo. «Ma errare», ha spiegato, «ha un doppio significato: andare senza sapere dove sto andando, un’“erranza” che intanto mi spinge a voler procedere; errare come errore, sbaglio». Le proprie radici non devono, né dovranno, condizionare il proprio percorso, Goisis ne sa qualcosa, avendo viaggiato in più continenti e avendo tratto da loro un ponderoso zaino di vita e di vite: «l’esperienza autentica è soltanto quella che trasforma colui che la compie. Se non c’è trasformazione non c’è esperienza». Non ci sarebbe neanche il viaggio, vien da sé, che è sempre «cambiamento».

«Quest’esperimento che stiamo conducendo – secondo Fumagalli – ci permette di contaminarci a vicenda, di sradicarci tornando arricchiti: ci fa aprire, dando la possibilità ai lettori di entrare nel nostro mondo». Aspetto ripreso da Leite nel suo intervento: «ognuno di noi quando scrive inventa una lingua propria», per far entrare in connessione i lettori con un lessico specifico, colmo di ricordi ed emozioni. Ma non è un elogio alla carta stampata sic et simpliciter, come ha detto Valesini. «Viviamo in un’epoca tragica: tutte le iniziative che vanno in controtendenza sono una risposta al ‘che fare?’», per rendere l’oggi meno disperante. «Si dice che la bellezza salverà il mondo», ha chiosato Valesini, chiamando in causa il principe Myškin de «L’idiota» di Dostoevskij, che ha poi aggiunto: «non so se basterà ma sicuramente è utile». E questo numero zero lo è senz’altro.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo il 20 aprile 2026

Una presenza che ha sfidato stereotipi e pregiudizi

Dalla nave Vlora ad oggi, un bilancio sulla presenza albanese in Italia trentaquattro anni dopo.

Fabrizio Spucches “Noway!” – Scatto alla foto esposta alla mostra “Coraggiosi si diventa” di Bergamo

«Venticinque anni fa avevo dato un taglio netto alla mia vita: avevo 36 anni e volevo ricominciare da capo». Durim Taci, scrittore bilingue e filologo, ha avuto modo di raccontarsi e raccontare un pezzo d’immigrazione albanese in Italia. L’occasione l’ha creata giovedì 20 l’Associazione di Mutuo Soccorso allestendo l’incontro «Oltre il mare» invitando a parlare Andrea Valesini (caporedattore de «L’Eco») e Giorgio Gori (europarlamentare PD, già sindaco), oltre al già citato Taci. «La prima cosa che ho fatto, una volta arrivato in Italia, è stata quella d’iscrivermi ad un corso di scrittura creativa a Milano», ha proseguito Taci, in continuità con la sua mansione in ambito artistico ed editoriale al di là dell’Adriatico: per i suoi lavori ed è stato insignito del Premio Montefiore nel 2016 e più di recente del Premio nazionale di letteratura albanese.

I primi sbarchi

L’immagine che viene spesso rievocata, quando si parla di immigrazione albanese, è quella della nave Vlora, partita da Durazzo e giunta carica di persone a Bari nell’agosto 1991. Gli sbarchi sono proseguiti negli anni successivi: «nel 1997 ero a Napoli a seguire la Conferenza nazionale sulle dipendenze – ha ricordato Andrea Valesini – venni richiamato dal giornale per far sì che mi recassi in Puglia (Brindisi), perché iniziavano ad esserci numerosi sbarchi. Vidi giungere una nave colma di volti impietriti dal dolore». L’Albania stava faticosamente lasciandosi alle spalle la tragica dittatura di stampo maoista: Enver Hoxha era morto nel 1985 ma i suoi epigoni continuarono nel solco tracciato dal leader fino al 1991. Una manciata di anni dopo il crollo della Repubblica Popolare, la popolazione albanese chiedeva di poter guardare ad un futuro che fosse anche al di là del mare. «Nei centri dove venivano ospitate le persone appena giunte in Italia – ha proseguito Valesini – raccolsi alcune storie: erano colme di vita dura, di povertà, di gente che stava cercando a fatica una nuova stabilità mentre si lasciava alle spalle una dittatura terribile».

L’arrivo di migranti via mare non si è certo fermato nell’ultimo trentennio ma quello della Vlora «rappresenta l’immagine più potente», ha commentato Giorgio Gori. «Quella nave, carica di ventimila persone, – ha poi proseguito – ha lasciato un solco enorme nella memoria, così come per quel che successe in seguito: si verificò uno scontro istituzionale sulla gestione di quelle persone, lasciate a se stesse e chiuse nello stadio di Bari, fin quando una parte consistente venne imbarcata nuovamente e riportata indietro».

Contro stereotipi e luoghi comuni

La presenza albanese in Italia ha vissuto diverse stagioni: «credo che abbia rappresentato un esempio per cui l’integrazione sia stata guadagnata sul campo, col lavoro, sfidando luoghi comuni e pregiudizi», ha affermato Gori che ha poi ricordato come l’Albania di oggi sia un paese che «aspira fortemente ad essere parte dell’UE, mostrando di voler scrivere un futuro d’altro segno rispetto all’hoxhaismo». I colloqui tra Tirana e Bruxelles/Strasburgo sono cominciati nel 2014 e da quel momento vi sono continue riunioni e incontri tra le parti per monitorare un iter che «forse potrebbe terminare in questo decennio», secondo Gori.

Certo è che se la popolazione albanese ha «conquistato sul campo» la propria presenza, l’Italia ha ancora molto da fare a tal proposito: l’ex sindaco ha ricordato come sia ancora in vigore la legge Bossi-Fini che, tra le altre cose, lega la presenza straniera in Italia (dunque il permesso di soggiorno) al contratto di lavoro. Allo stesso modo la legge sulla cittadinanza non è stata modificata, né è stata prestata attenzione alla proposta dello ius scholae, avviata dalle associazioni degli studenti medi nel 2023, che mirava a far ottenere la cittadinanza a ragazzi stranieri impegnati in percorsi scolastici in Italia da almeno 5 anni.

Non chiamiamola «emergenza»

La politica sembra non comprendere la portata della questione anche da un punto di vista lessicale, dato il ricorrere all’espressione «emergenza sbarchi» legata al fenomeno migratorio: «in trent’anni l’Italia non è ancora riuscita a dotarsi di un sistema d’accoglienza efficace», ha ricordato Valesini.

Un’emergenza che richiama i fatti dell’ottobre ‘24, ovvero la ratifica dell’accordo italo-albanese per la gestione dei flussi di migranti, appaltando il problema a Tirana.

Per provare a comprendere il fenomeno delle migrazioni, dunque dell’accoglienza, si dovrebbe chiamare in causa la politica estera, «cercare di capire quel che succede nel mondo» (l’aumento demografico africano) e in Italia (la cronica denatalità). «Dovremmo smettere – ha continuato Valesini – di utilizzare la parola ‘emergenza’ istituendo dei canali stabili. L’immigrazione rappresenta l’indicatore dello stato di salute del mondo».
Eppure la cartella clinica degli stati ha valori sempre più alterati, giorno dopo giorno.