
«Venticinque anni fa avevo dato un taglio netto alla mia vita: avevo 36 anni e volevo ricominciare da capo». Durim Taci, scrittore bilingue e filologo, ha avuto modo di raccontarsi e raccontare un pezzo d’immigrazione albanese in Italia. L’occasione l’ha creata giovedì 20 l’Associazione di Mutuo Soccorso allestendo l’incontro «Oltre il mare» invitando a parlare Andrea Valesini (caporedattore de «L’Eco») e Giorgio Gori (europarlamentare PD, già sindaco), oltre al già citato Taci. «La prima cosa che ho fatto, una volta arrivato in Italia, è stata quella d’iscrivermi ad un corso di scrittura creativa a Milano», ha proseguito Taci, in continuità con la sua mansione in ambito artistico ed editoriale al di là dell’Adriatico: per i suoi lavori ed è stato insignito del Premio Montefiore nel 2016 e più di recente del Premio nazionale di letteratura albanese.
I primi sbarchi
L’immagine che viene spesso rievocata, quando si parla di immigrazione albanese, è quella della nave Vlora, partita da Durazzo e giunta carica di persone a Bari nell’agosto 1991. Gli sbarchi sono proseguiti negli anni successivi: «nel 1997 ero a Napoli a seguire la Conferenza nazionale sulle dipendenze – ha ricordato Andrea Valesini – venni richiamato dal giornale per far sì che mi recassi in Puglia (Brindisi), perché iniziavano ad esserci numerosi sbarchi. Vidi giungere una nave colma di volti impietriti dal dolore». L’Albania stava faticosamente lasciandosi alle spalle la tragica dittatura di stampo maoista: Enver Hoxha era morto nel 1985 ma i suoi epigoni continuarono nel solco tracciato dal leader fino al 1991. Una manciata di anni dopo il crollo della Repubblica Popolare, la popolazione albanese chiedeva di poter guardare ad un futuro che fosse anche al di là del mare. «Nei centri dove venivano ospitate le persone appena giunte in Italia – ha proseguito Valesini – raccolsi alcune storie: erano colme di vita dura, di povertà, di gente che stava cercando a fatica una nuova stabilità mentre si lasciava alle spalle una dittatura terribile».
L’arrivo di migranti via mare non si è certo fermato nell’ultimo trentennio ma quello della Vlora «rappresenta l’immagine più potente», ha commentato Giorgio Gori. «Quella nave, carica di ventimila persone, – ha poi proseguito – ha lasciato un solco enorme nella memoria, così come per quel che successe in seguito: si verificò uno scontro istituzionale sulla gestione di quelle persone, lasciate a se stesse e chiuse nello stadio di Bari, fin quando una parte consistente venne imbarcata nuovamente e riportata indietro».
Contro stereotipi e luoghi comuni
La presenza albanese in Italia ha vissuto diverse stagioni: «credo che abbia rappresentato un esempio per cui l’integrazione sia stata guadagnata sul campo, col lavoro, sfidando luoghi comuni e pregiudizi», ha affermato Gori che ha poi ricordato come l’Albania di oggi sia un paese che «aspira fortemente ad essere parte dell’UE, mostrando di voler scrivere un futuro d’altro segno rispetto all’hoxhaismo». I colloqui tra Tirana e Bruxelles/Strasburgo sono cominciati nel 2014 e da quel momento vi sono continue riunioni e incontri tra le parti per monitorare un iter che «forse potrebbe terminare in questo decennio», secondo Gori.
Certo è che se la popolazione albanese ha «conquistato sul campo» la propria presenza, l’Italia ha ancora molto da fare a tal proposito: l’ex sindaco ha ricordato come sia ancora in vigore la legge Bossi-Fini che, tra le altre cose, lega la presenza straniera in Italia (dunque il permesso di soggiorno) al contratto di lavoro. Allo stesso modo la legge sulla cittadinanza non è stata modificata, né è stata prestata attenzione alla proposta dello ius scholae, avviata dalle associazioni degli studenti medi nel 2023, che mirava a far ottenere la cittadinanza a ragazzi stranieri impegnati in percorsi scolastici in Italia da almeno 5 anni.
Non chiamiamola «emergenza»
La politica sembra non comprendere la portata della questione anche da un punto di vista lessicale, dato il ricorrere all’espressione «emergenza sbarchi» legata al fenomeno migratorio: «in trent’anni l’Italia non è ancora riuscita a dotarsi di un sistema d’accoglienza efficace», ha ricordato Valesini.
Un’emergenza che richiama i fatti dell’ottobre ‘24, ovvero la ratifica dell’accordo italo-albanese per la gestione dei flussi di migranti, appaltando il problema a Tirana.
Per provare a comprendere il fenomeno delle migrazioni, dunque dell’accoglienza, si dovrebbe chiamare in causa la politica estera, «cercare di capire quel che succede nel mondo» (l’aumento demografico africano) e in Italia (la cronica denatalità). «Dovremmo smettere – ha continuato Valesini – di utilizzare la parola ‘emergenza’ istituendo dei canali stabili. L’immigrazione rappresenta l’indicatore dello stato di salute del mondo».
Eppure la cartella clinica degli stati ha valori sempre più alterati, giorno dopo giorno.