Una presenza che ha sfidato stereotipi e pregiudizi

Dalla nave Vlora ad oggi, un bilancio sulla presenza albanese in Italia trentaquattro anni dopo.

Fabrizio Spucches “Noway!” – Scatto alla foto esposta alla mostra “Coraggiosi si diventa” di Bergamo

«Venticinque anni fa avevo dato un taglio netto alla mia vita: avevo 36 anni e volevo ricominciare da capo». Durim Taci, scrittore bilingue e filologo, ha avuto modo di raccontarsi e raccontare un pezzo d’immigrazione albanese in Italia. L’occasione l’ha creata giovedì 20 l’Associazione di Mutuo Soccorso allestendo l’incontro «Oltre il mare» invitando a parlare Andrea Valesini (caporedattore de «L’Eco») e Giorgio Gori (europarlamentare PD, già sindaco), oltre al già citato Taci. «La prima cosa che ho fatto, una volta arrivato in Italia, è stata quella d’iscrivermi ad un corso di scrittura creativa a Milano», ha proseguito Taci, in continuità con la sua mansione in ambito artistico ed editoriale al di là dell’Adriatico: per i suoi lavori ed è stato insignito del Premio Montefiore nel 2016 e più di recente del Premio nazionale di letteratura albanese.

I primi sbarchi

L’immagine che viene spesso rievocata, quando si parla di immigrazione albanese, è quella della nave Vlora, partita da Durazzo e giunta carica di persone a Bari nell’agosto 1991. Gli sbarchi sono proseguiti negli anni successivi: «nel 1997 ero a Napoli a seguire la Conferenza nazionale sulle dipendenze – ha ricordato Andrea Valesini – venni richiamato dal giornale per far sì che mi recassi in Puglia (Brindisi), perché iniziavano ad esserci numerosi sbarchi. Vidi giungere una nave colma di volti impietriti dal dolore». L’Albania stava faticosamente lasciandosi alle spalle la tragica dittatura di stampo maoista: Enver Hoxha era morto nel 1985 ma i suoi epigoni continuarono nel solco tracciato dal leader fino al 1991. Una manciata di anni dopo il crollo della Repubblica Popolare, la popolazione albanese chiedeva di poter guardare ad un futuro che fosse anche al di là del mare. «Nei centri dove venivano ospitate le persone appena giunte in Italia – ha proseguito Valesini – raccolsi alcune storie: erano colme di vita dura, di povertà, di gente che stava cercando a fatica una nuova stabilità mentre si lasciava alle spalle una dittatura terribile».

L’arrivo di migranti via mare non si è certo fermato nell’ultimo trentennio ma quello della Vlora «rappresenta l’immagine più potente», ha commentato Giorgio Gori. «Quella nave, carica di ventimila persone, – ha poi proseguito – ha lasciato un solco enorme nella memoria, così come per quel che successe in seguito: si verificò uno scontro istituzionale sulla gestione di quelle persone, lasciate a se stesse e chiuse nello stadio di Bari, fin quando una parte consistente venne imbarcata nuovamente e riportata indietro».

Contro stereotipi e luoghi comuni

La presenza albanese in Italia ha vissuto diverse stagioni: «credo che abbia rappresentato un esempio per cui l’integrazione sia stata guadagnata sul campo, col lavoro, sfidando luoghi comuni e pregiudizi», ha affermato Gori che ha poi ricordato come l’Albania di oggi sia un paese che «aspira fortemente ad essere parte dell’UE, mostrando di voler scrivere un futuro d’altro segno rispetto all’hoxhaismo». I colloqui tra Tirana e Bruxelles/Strasburgo sono cominciati nel 2014 e da quel momento vi sono continue riunioni e incontri tra le parti per monitorare un iter che «forse potrebbe terminare in questo decennio», secondo Gori.

Certo è che se la popolazione albanese ha «conquistato sul campo» la propria presenza, l’Italia ha ancora molto da fare a tal proposito: l’ex sindaco ha ricordato come sia ancora in vigore la legge Bossi-Fini che, tra le altre cose, lega la presenza straniera in Italia (dunque il permesso di soggiorno) al contratto di lavoro. Allo stesso modo la legge sulla cittadinanza non è stata modificata, né è stata prestata attenzione alla proposta dello ius scholae, avviata dalle associazioni degli studenti medi nel 2023, che mirava a far ottenere la cittadinanza a ragazzi stranieri impegnati in percorsi scolastici in Italia da almeno 5 anni.

Non chiamiamola «emergenza»

La politica sembra non comprendere la portata della questione anche da un punto di vista lessicale, dato il ricorrere all’espressione «emergenza sbarchi» legata al fenomeno migratorio: «in trent’anni l’Italia non è ancora riuscita a dotarsi di un sistema d’accoglienza efficace», ha ricordato Valesini.

Un’emergenza che richiama i fatti dell’ottobre ‘24, ovvero la ratifica dell’accordo italo-albanese per la gestione dei flussi di migranti, appaltando il problema a Tirana.

Per provare a comprendere il fenomeno delle migrazioni, dunque dell’accoglienza, si dovrebbe chiamare in causa la politica estera, «cercare di capire quel che succede nel mondo» (l’aumento demografico africano) e in Italia (la cronica denatalità). «Dovremmo smettere – ha continuato Valesini – di utilizzare la parola ‘emergenza’ istituendo dei canali stabili. L’immigrazione rappresenta l’indicatore dello stato di salute del mondo».
Eppure la cartella clinica degli stati ha valori sempre più alterati, giorno dopo giorno.

Terre rare, è ‘battaglia legale’ per il giacimento di Kuannersuit (Kvanefjeld)

Continua la lotta incessante per la ricerca, dunque l’individuazione e l’estrazione, delle terre rare. Stavolta non accade in America Latina (celebre ormai lo scambio di tweet tra Elon Musk e l’allora presidente boliviano Evo Morales) ma in Groenlandia. La società australiana Energy transitions minerals Ltd (già Greenland minerals limited) vorrebbe procedere per vie legali per il progetto di ricerca di terre rare a Kuannersuit (Kvanefjeld in danese).

In una nota diffusa dall’agenzia Reuters il 20 luglio [2023]: «La società Etm ha dichiarato [giovedì 14 luglio ndt] di aver presentato un’istanza di reclamo presso il tribunale di Copenaghen» affinché si stabilisca riguardo il «diritto legale di poter ottenere una licenza per lo sfruttamento»1 del bacino di Kuannersuit (Kvanefjeld).

Stando al quotidiano groenlandese «Sermitsiaq»: 

«La richiesta di risarcimento presentata dalla Etm al tribunale arbitrale della Danimarca è di 76 miliardi di corone danesi» in conseguenza del rifiuto del governo groenlandese di procedere affermativamente con qualsiasi tipo di attività estrattiva. L’istanza è «lunga più di cinquecento pagine e comprende fino a mille appendici»2.

Nel comunicato stampa prodotto dalla società si legge che il soggetto della controversia sarebbe la società Greenland Minerals controllata al 100% da Etm e sarebbe titolare «di licenza di esplorazione»3, legata all’individuazione di terre rare a Kuannersuit.

Ma andiamo con ordine.

Kuannersuit è il sesto giacimento di uranio al mondo, ma è anche il sito più ricco di terre rare di tutto il globo. Secondo stime effettuate dalla stessa società Etm4 si sostiene che vi si possa trovare «oltre un miliardo di tonnellate di risorse minerarie nell’area»5 in particolare il neodimio, materiale importantissimo perché impiegato nella realizzazione di nuove tecnologie nonché di auto elettriche. Proprio per questo Donald Trump, già Presidente Usa, aveva pubblicamente dichiarato l’interesse all’acquisto dell’intera isola, suscitando indignazione da più parti, non solo in Groenlandia.

Inizialmente il partito socialdemocratico Siumut, ininterrottamente al governo del paese dal 1979, aveva acconsentito all’interlocuzione con la società nonché a generici progetti di individuazione ed estrazione. Due anni fa, 2021, le elezioni le vince il partito di sinistra radicale e indipendentista Inuit Ataqtigiit (Ia). In Italia Ia viene subito catalogato come “ambientalista”: in realtà Inuit Ataqtigiit (che tradotto significa “Comunità Inuit”) vince grazie ad una piattaforma nettamente di rottura con il precedente esecutivo socialdemocratico. Mute Egede, che ‘allora’ di anni ne aveva trentaquattro, era stato designato come candidato di Ia e durante la campagna elettorale ebbe modo di dichiarare la propria contrarietà – nonché quella del partito – ad ogni progetto di attività estrattiva nel Paese anteponendo la questione perfino all’indipendenza integrale dalla Danimarca. Il regime di autogoverno, per una volta, non venne troppo contestato: prima la salute, si era detto in quella campagna elettorale. Una volta al governo Ia ha chiuso completamente la questione arrivando a promulgare una legge apposita6 contro le attività estrattive. La norma (Act 20) è ora contestata dalla società australiana per cui viene affermata la non scientificità da parte dell’azienda che «dopo quattordici anni di lavoro in collaborazione» viene messa alla porta.

Si legge ancora nell’articolo pubblicato da «Sermitsiaq»: 

«Secondo la società [Etm], il Naalakkersuisut [Governo autonomo] ha confermato per iscritto nell’aprile 2020 che Energy Transition Minerals soddisfaceva i requisiti per ottenere la licenza. In questo caso si fa riferimento al fatto che il Ministero delle risorse minerarie» avesse acconsentito e approvato le relazioni sull’impatto ambientale e sull’uomo. «Tuttavia, questo non equivale all’ottenimento di una licenza», chiosa Lindstrøm nell’articolo, «ma solo a un altro passo nel processo verso [l’elaborazione di una] decisione».

C’è di più: secondo il governo groenlandese, stando alle fonti di «Sermitsiaq», il tribunale arbitrale di Copenaghen presso cui si è rivolta la società Etm non ha la competenza per giudicare il caso.

Duro il commento di Ia:  

«È vero che la collaborazione ha avuto luogo [coi governi passati ndt] e che è stata fornita una base normativa che consentirebbe l’utilizzo dell’uranio in Groenlandia. Ma in nessun momento si può affermare che la società abbia una giustificata aspettativa di ottenere un permesso per lo sfruttamento dell’area», ha dichiarato Naaja Nathanielsen, componente del governo.

NOTE:

1s.n., Australia’s Energy transition files claim for Greenland rare earth project licence, 20 luglio 2023, «Reuters», <https://www.reuters.com/business/energy/australias-energy-transition-files-claim-greenland-rare-earth-project-licence-2023-07-20/>.

2Merete Lindstrøm, Kuannersuit: ETM har opgjort erstatnigskrav til 76 miliarder, 20 luglio 2023, «Siumut.ag», <https://sermitsiaq.ag/kuannersuitetm-opgjort-erstatningskrav-76-milliarder>.

3Qui il testo della dichiarazione [in inglese]: https://wcsecure.weblink.com.au/pdf/ETM/02688604.pdf.

4Questa la stima di minerali che venne realizzata nel 2015 da Etm e rintracciabile sul sito dell’azienda stessa: https://etransmin.com/wp-content/uploads/Mineral-Resource-Table-February-2015-ETM.pdf.

5https://etransmin.com/kvanefjeld-project/.

6Qui il testo della legge [in inglese]: https://govmin.gl/wp-content/uploads/2022/01/Uranlov-ENG.pdf.

Per Lorenzo Parelli [contro l’alternanza scuola-lavoro]

Dallo scorso anno, da quando si verificò l’ennesima morte di un ragazzo nel percorso di alternanza scuola-lavoro, nelle tracce dei temi che propongo alle classi ho deciso che avrei inserito  a tempo indeterminato (al contrario del mio contratto) la questione del Pcto (ex Asl) e della vicenda di Lorenzo Parelli.

Fino a quando si continuerà con l’assurdità dello sfruttamento di manodopera scolastica a-salariata, fino a quando si parlerà della necessità di far emergere “lo spirito d’imprenditorialità di ogni studente”, fino a quando si parlerà di scuola attraverso frasi fatte e stereotipi, fino ad allora ogni anno ci sarà una traccia per ricordare Lorenzo Parelli e la sua assurda morte a 18 anni. 
Di seguito, la traccia che propongo agli studenti.
Il 22 gennaio 2022 Lorenzo Parelli, studente di 18 anni di Udine, è morto mentre svolgeva l’ultimo giorno di tirocinio-stage presso un’azienda siderurgica di zona. La notizia si è propagata attraverso tutti i media e sulla gran parte di canali informativi nazionali: condanna unanime nei confronti dell’azienda e della questione di evidente lavoro senza sicurezza.
Nei giorni successivi all’accaduto s’è sviluppato anche un dibattito riguardo la necessità dell’obbligo, per studentesse e studenti, di svolgere un certo numero di ore di Alternanza Scuola-Lavoro, così come imposto dalla legge del 107/2015 (cosiddetta “Buona Scuola”).
A tal proposito lo storico Alessandro Barbero, docente presso l’Università del Piemonte Orientale, due anni fa ha avuto modo di dire: 

«[…] Il grande movimento di democratizzazione della scuola che ha voluto l’istruzione e l’inclusione per tutte le classi sociali (cioè la possibilità di andare a studiare senza sapere a cosa servirà “dopo” quel particolare argomento di quella disciplina) ha dato una spinta enorme all’uguaglianza e alla parità tra tutti per evitare che si andasse a lavorare anziché studiare da minorenni. Imparando a conoscere anzitempo sofferenza, privazione della propria età di vita, sfruttamento, così come è successo ai nostri nonni o ai nostri padri.
Tutti, per farla breve, avrebbero dovuto studiare e diventare “studenti” nel verso senso della parola, senza l’obbligo o il ricatto di dover lavorare perché le misere condizioni di partenza della propria famiglia non avrebbero consentito l’accesso agli studi ai figli. A partire da un certo momento storico, nell’era del post-ideologico (con la caduta del Muro di Berlino, la dissoluzione sovietica del 1991 etc), s’è iniziato a mettere politicamente in discussione alcune questioni relative all’insegnamento e alla scuola in generale: “in fondo il latino non serve”: era utile quando a scuola c’erano solo padroni ed élite, ora non è più utile; “il libro di testo allo stesso modo è superato”: tanto c’è internet, e via dicendo. S’è arrivati a dire che, in fondo, i ragazzi nati negli anni ’80 e ’90 sono stati dei privilegiati: hanno passato tutta la loro adolescenza a studiare senza fare un giorno di lavoro e non posseggono risorse spendibili nel “mercato del lavoro”. Impostando il discorso in questo modo non se ne esce facilmente, così viene estratta dal cilindro l’idea che per essere studente non serve studiare perché bisogna anche saper fare: dimostrare di fare qualcosa realmente e non solo riuscire ad applicarsi su teorie e manuali. In altre parole: bisogna che i ragazzi tornino a lavorare, ecco “l’alternanza”: perché se tu fai qualcosa adesso è bene che ti metta da subito in testa di utilizzare quelle cose che stai imparando per il “dopo”». 

Ragiona sul fatto accaduto e sulle parole del prof. Barbero esprimendo un tuo parere in un articolo d’opinione.