PD-M5S? Questione di sangue, ma occhio alle trasfusioni

Le parole di Gaetano Pedullà, europarlamentare
del Movimento 5 Stelle, sono diventate un caso politico per la stabilità dell’alleanza delle opposizioni. Pina Picierno, vicepresidente dell’Europarlamento, nella giornata di mercoledì 19 febbraio [2025] ha rilasciato un intervista a Repubblica, le cui dichiarazione in essa contenute sono poi state contestate in diretta tv (su La7) dall’ex fondatore e direttore del quotidiano La notizia. Picierno sosteneva la palingenesi  «dell’asse giallo-verde», riferendosi alla nota alleanza che ha governato il Paese, salvo poi sconfessarla. A causa della sovrabbondanza
di informazioni che ingolfano i nostri smartphones, il video di Pedullà è noto ai più, meno le reazioni successive. O meglio, meno la situazione che sta alla base dello scontro.

Fratelli coltelli
Partito democratico e Movimento 5 stelle non sono mai andati d’accordo ma si sono riscoperti fratelli all’opposizione del governo Meloni. Ma se da una parte il Pd non ha fatto nulla affinché l’egemonia della destra scemasse, così da erodere consenso sociale (ed elettorale) al blocco alternativo
del quadripartito Fd’I-Fi-Lega-Noi moderati, il Movimento 5 stelle ha fatto di tutto per confondere le acque sulla propria natura portando (direttamente e indirettamente) l’acqua al mulino delle attuali forze di governo. Entrambi gli atteggiamenti hanno portato ad una mutazione così repentina dell’elettorato grillino il cui partito ora (lontanissimi i tempi dei Vday) si aggira cercando di raggiungere la doppia cifra in qualsiasi tornata elettorale, nonché delle proiezioni che vengono commissionate da tv e quotidiani. E se Pd e M5S sono fratelli, va ribadito che non c’è rapporto più conflittuale al mondo se non quello tra persone del medesimo sangue, pronti a rinfacciarsi di tutto e per tutto.

Sinistra?
Sangue, certo, ma con una sfumatura diversa: sebbene di un tipo simile, l’uno è positivo e l’altro negativo, con tutte le restrizioni del caso su trasfusioni e donazioni.
Alle prime elezioni europee a cui prese parte il Movimento, un sondaggio sul blog di Beppe Grillo chiedeva agli iscritti (era il giugno del 2014) di esprimersi sulla collocazione a Bruxelles/Strasburgo: erano riportati tutti i gruppi politici (Liberali dell’Alde, Conservatori dell’ECR, destra radicale di Efd) meno che quello del Gue, ovvero quello che raccoglie varie sigle di sinistra antiliberista (in alcuni casi anche radicalmente anticapitalista) d’Europa. La situazione si è totalmente capovolta nel giro

di due lustri. Non solo il M5S non è più collocabile nella destra all’interno dell’Europarlamento ma dalla precedente tornata elettorale siede nel gruppo della sinistra radicale, non senza perplessità da parte
degli altri partiti e movimenti europei che popolano quell’area.

Eppure Gaetano Pedullà, già direttore de La notizia, che in gioventù orbitava tra Cisl e Democrazia cristiana, coautore di un volume scritto insieme a Renato Altissimo (già segretario del Partito liberale italiano) con prefazione di Giuliano Ferrara, ora è rappresentante dell’unica forza politica italiana collocabile a sinistra a Bruxelles/Strasburgo. Chissà se i dirigenti del Movimento 5 Stelle si sono accorti della loro collocazione politica: l’abuso del cinismo nella tattica politica porta, inevitabilmente, ad una rovinosa mancanza d’identità. Nonostante quel che dica Giuseppe Conte, la crisi è già ben dentro il corpo elettorale e militante (c’è mai stato, strictu sensu?) del partito.

Temperatura impazzita
La tragedia, che in seguito si presenta sempre come farsa secondo l’adagio marxiano, è che quel gruppo parlamentare ha tra i fondatori anche il Partito della sinistra europea, la cui figura di riferimento in Italia è il Partito della rifondazione comunista. L’organizzazione ha da poco terminato i lavori del congresso nazionale e ha consegnato la fotografia di una realtà spaccata letteralmente a metà tra Paolo Ferrero e Maurizio Acerbo (attuale segretario). C’è chi, tra le due parti in lotta, vorrebbe arrivare a dialogare con il Movimento 5 Stelle (i vicini a Ferrero) perché ora siede nel gruppo della left: constringerli a fargli fare la sinistra, insomma, parafrasando l’incoraggiamento morettiano a D’Alema («dì qualcosa
di sinistra!»).
Ma la sinistra che procede per costrizione finisce, seppur lentamente, col trasformarsi in destra: citofonare Marco Rizzo.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale il 21.02.2025

Meloni a scuola da Berlusconi: «magistratura politicizzata»

«Contro il governo agiscono magistrati politicizzati che cercano di
colpire chi non è schierato con loro». No, non si tratta di Silvio
Berlusconi dall’oltretomba: a parlare è la Presidente del consiglio dei
ministri Giorgia Meloni, intervenuta da remoto nell’ambito dei dibattiti
organizzati nella rassegna di Nicola Porro denominata La ripartenza.
Quindici minuti di collegamento meloniano a-tutto-campo, quindici
minuti di Meloni che arringa platea e ospiti non certamente ostili alla
sua linea di governo, nonché alla sua organizzazione politica. La
propaganda non deve mai interrompersi: quando succede, le maggioranze
traballano. È quello che stava per succedere anche al governo di
centrodestra.

Avvisi di garanzia a parte
La vicenda del rimpatrio di Najeem Osama Almasri, il generale libico, ha
provato ad essere un cortocircuito per Meloni e ministri (Nordio e
Mantovano nello specifico). La storia è ormai arci nota e raccontata da
più parti, tante quante le voci del centrodestra (nonché di articoli
della stampa amica) che si sono levate in difesa dell’esecutivo. Proprio
questa vicenda ha fatto sì che Meloni potesse sfruttare a suo vantaggio
la situazione potenzialmente negativa dopo la ricezione dell’«atto
voluto», come lei stessa lo ha definito, dell’avviso di garanzia
«inviato dal Procuratore della Repubblica Francesco Lo Voi» a seguito di
un «esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti». Li Gotti, definito da Meloni
«ex politico di sinistra e molto vicino a Romano Prodi» in realtà è
stato deputato sia del Movimento Sociale che di Alleanza Nazionale e
solo successivamente, nel corso dell’exploit elettorale dell’Italia dei
Valori, annoverato nelle fila del dipietrismo. Secondo Mario Sechi: «il
premier e i ministri indagati in questa vicenda non sono un fatto
giudiziario ma una mostruosità politica» a cui gli fa eco Fabrizio
Cicchitto (oggi presidente dell’associazione Riformismo e libertà): «è
peggio che ai tempi di Berlusconi: non appena si approva la separazione
delle carriere, ecco che le toghe partono all’attacco».

Referendum bocciato
Non importa davvero al “legislatore meloniano” che tutti i referendum a riguardo siano stati bocciati dagli elettori nel corso dell’ultimo decennio,
non da ultimo il tentativo congiunto dei cinque quesiti proposti dal
comitato promotore organizzato da Partito radicale transnazionale
transpartito (ma non Radicali italiani) di Maurizio Turco e Lega di
Matteo Salvini. Il clima tra Governo e Associazione nazionale
magistrati, ad ogni modo, è sempre più glaciale.

Apri tutte le porte
Giudizi personali e mostruosità a parte, nel comizio (nei fatti lo era) a La ripartenza,
la Presidente ha aperto tutte le porte possibili, metaforicamente
parlando, al fine di evitare che lei, Nordio e Mantovano potessero
passare dalla parte del torto agli occhi del corpo elettorale. Soggetto
che deve essere sempre sottoposto a sollecitazioni, pena il segno meno
nei sondaggi e la perdita di credibilità: ossessioni della politica al
tempo di Instagram e Tiktok, così come quella della trasformazione
dell’opinione pubblica in curva da stadio. «Finché la maggioranza è con
me, non intendo mollare», ha dichiarato Meloni. La scuola berlusconiana
(e di recente trumpiana) ha portato i suoi frutti: la presidente
interpreta il medesimo ruolo dell’ex Cavaliere negli affondi contro la
magistratura politicizzata per far sì che la maggioranza non
scricchioli. O almeno non più di tanto.

La vittoria di Pirro dell’opposizione
E se l’opposizione continua a chiedere al governo di riferire in
Parlamento sul caso Almasri, nelle Camere sempre più svuotate di senso
politico e istituzionale a causa del continuo ricorso ai decreti legge e
ai cosiddetti decreti minotauro, il Partito democratico sembra
gioire per un fatto. Una vittoria di Pirro, con tutta evidenza. Meloni,
nel corso delle celebrazioni in commemorazione del Giorno della Memoria,
ha dichiarato che lo sterminio di ebrei durante la seconda guerra
mondiale fosse condotto con inaudita ferocia «dal regime hitleriano» che
«in Italia trovò anche la complicità di quello fascista, attraverso
l’infamia delle leggi razziali e il coinvolgimento nei rastrellamenti e
nelle deportazioni». I democratici, che tanto speravano nella
dichiarazione di antifascismo da parte di Giorgia Meloni, potranno
felicitarsi del risultato raggiunto. La via da per immaginare (e
costruire) un’alternativa di sistema è troppo difficile da
intraprendere: tanto vale accontentarsi delle ghiande e lasciar perdere
le ali.

Articolo pubblicato su Atlante editoriale il 1 febbraio 2025 https://www.atlanteditoriale.com/meloni-a-scuola-da-berlusconi-magistratura-politicizzata/

Una scuola su misura del mercato del lavoro e dei privati – [Atlante Editoriale]

Foto di Nathan Dumlao su Unsplash

Termine degli studi dopo quattro anni per tutti gli indirizzi e cambio di nomenclatura anche per gli istituti tecnici. Queste parrebbero essere alcune tra le modifiche del Gruppo di lavoro diretto dal prof. Giuseppe Bertagna: il documento, diffuso dalla Flc Cgil, è «risalente ai primi mesi del 2023» ed è stato «redatto da quattordici esperti» coordinati dal docente sopra citato.

La relazione finale del Gruppo di lavoro è stata diffusa dal sindacato ma si tratta di un file pdf composto da fogli scansionati senza indicazione di data, firme e attestazioni che possano facilitare la determinazione di documento autentico: «appare strano – dicono dal sindacato – che di questo gruppo di lavoro non si sia avuta alcuna notizia, né pubblicazione di decreto istitutivo, come diversamente era accaduto nel 2001». Ma il governo Meloni non è nuovo a sorprese o a rotture di schemi istituzionali: d’altronde giungere ad un presidenzialismo de facto parrebbe essere la mossa della coalizione di centrodestra per poterlo introdurre anche de iure, andando oltre i progetti dei governi del trentennio trascorso.

Tutti licei, un anno in meno a scuola.
Il percorso scolastico quadriennale per tutti gli indirizzi di secondaria di secondo grado (cioè le superiori) parrebbe essere la bussola del documento della cosiddetta commissione Bertagna, così come sembrerebbe essere tornato in voga il cambio di denominazione degli istituti tecnici e dei professionali. Il percorso liceale si dividerebbe così in: Liceo con opzione classica o scientifica; Liceo tecnologico con tre opzioni (ICT, meccatronico e chimico-industriale) in accordo con il Ministero del Lavoro, le Regioni e le Province; Liceo Professionale o di Istruzione e Formazione Professionale con tre opzioni (sociosanitario, meccanico e alberghiero-ristorazione) finalizzato a ristrutturare il rapporto tra Istruzione professionale statale e Istruzione e Formazione Professionale regionale.


La proposta di legge c’è già.
Il lavoro della commissione va a posizionarsi in sintonia con la proposta di legge 1739 depositata ad aprile 2024 ma ancora non incardinata nell’iter parlamentare. Partita dalla deputata leghista Giovanna Miele, sottoscritta da altri quattro colleghi di gruppo, la proposta del partito di Matteo Salvini si sostanzierebbe nella revisione quadriennale di ogni percorso scolastico «eventualmente provvedendo all’adeguamento e alla rimodulazione del calendario scolastico annuale e dell’orario settimanale delle lezioni».
Una formula davvero molto generica che lascia spazio a molteplici interpretazioni sulla strutturazione dei percorsi scolastici della secondaria di secondo grado. Tanto nel documento del gruppo di lavoro coordinato dal prof. Bertagna quanto nella proposta di legge da parte di componenti del gruppo della Lega, il nord della bussola di questi interventi parrebbe essere un adeguamento del sistema scolastico al mercato del lavoro. La scuola andrebbe ad assumere un ruolo sempre più ancillare, come abbiamo già avuto modo di testimoniare. “Ce lo chiede l’Europa”: è il solito mantra che torna. C’è troppo divario tra l’Italia e gli altri paesi europei, stando al testo della proposta di legge Miele: «[la pdl] punta a ridurre il netto divario fra il nostro Paese e il resto d’Europa che permette di far uscire i ragazzi dalle aule a diciotto anni, come avviene da tempo, praticamente in metà dei Paesi dell’Unione europea (tredici su ventisette), tra cui la Spagna, la Francia, il Portogallo, l’Ungheria e la Romania, nonché nel Regno Unito».

E docenti?

Il mondo della scuola però ha già espresso il proprio diniego alla sperimentazione quadriennale nel corso del precedente anno scolastico: solo 171 istituti «al termine dell’istruttoria condotta dalla commissione tecnica del Ministero dell’Istruzione e del Merito sulle candidature pervenute, sono stati ammessi alla sperimentazione della nuova istruzione tecnica e professionale». Dirigenti scolastici e docenti hanno però già rigettato la sperimentazione negli organi collegiali preposti. Senza contare che i percorsi scolastici quadriennali porterebbero ad un evidente (e logico, verrebbe da dire) taglio del personale, nonché al dimensionamento di numerosi istituti scolastici.
Su questo la proposta di legge tace.
Eppure sarà inevitabile un taglio lineare a tutto il personale scolastico: i due concorsi fatti partire con i finanziamenti del Pnrr sembrano andare nella direzione opposta (dunque assunzioni) ma i numeri parlano di immissioni in ruolo consistenti come gocce in un oceano di aridità e di precarietà. Precarietà in cui, invece, continuano a navigare migliaia di precari in tutta Italia tra cui ci sono anche gli idonei del concorso Pnrr1 che hanno superato le prove scritte e orali ma sono stati respinti all’uscio.
Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/liceo-quadriennale-le-proposte-silenziose-del-governo/

Studenti-atleti: tra “dual career” e frustrazione

Chi sono? Ragazzi di scuole superiori: quasi 50mila
in tutta Italia. Per le società sportive sono numeri ma spesso cadono
in forme depressive con ricadute sul rendimento scolastico.

«Il problema non è lo studio in sé ma il peso che ne deriva a
causa dello sport: oltre ai quattro impegni settimanali e la partita, la
società di cui faccio parte mi ha chiesto anche un piccolo extra per
poter allenare dei bambini, affiancando l’allenatore della squadra»
.
A parlare è Alfonso (nome di fantasia) studente di una scuola
secondaria di secondo grado della provincia di Varese, nonché calciatore
a livello dilettantistico regionale. Quattro impegni sportivi
pomeridiani più la partita nel fine settimana si traducono
nell’attivazione del Pfp, sigla che sta per
Percorso formativo personalizzato. Nel suo caso l’extra richiesto dalla società consiste nell’«affiancare
l’allenatore dei più piccoli» così da diventare figura di riferimento
per loro «anche se spesso le partite dei bambini le seguo io dall’inizio
alla fine»
.
Tripla sollecitazione e triplo impegno.

Didattica personalizzata

Il
Pfp va a definire lo status della peculiare condizione di
studente-atleta nell’ambito dell’agonismo e in quello della
sperimentazione di «studente-atleta di alto livello». Stando al
decreto ministeriale 43 del 3 marzo 2023 che disciplina ulteriormente la questione per questi ultimi, il Pfp è: «uno strumento» che favorirebbe «l’adozione di metodologie didattiche personalizzate finalizzate al successo formativo dello studente» per cui è concesso che egli possa fruire in modo alternativo delle lezioni «fino al 25% del monte ore» attraverso «videoconferenze», «piattaforme di e-learning predisposta a livello nazionale» o «altri strumenti individuati dagli Istituti scolastici». Non solo, nel decreto viene stabilita anche la possibilità di prevedere verifiche personalizzate.

Secondo i dati
del Ministero dell’Istruzione e del merito nel corso dell’anno
scolastico 23-24 sono state approvate 48.520 domande riguardanti
studenti-atleti di alto livello su una popolazione scolastica nazionale
di 2.727.637 studenti iscritti agli istituti secondari di secondo grado (
dati Istat relativi all’a.s. 22-23). La maggior parte di essi fa riferimento a federazioni sportive calcistiche (Figc o Lnd).

Chiara Sicoli, dirigente scolastica dell’I.I.S. Pacinotti – Archimede di Roma, racconta in proposito all’Atlante che queste organizzazioni «trattano meno bene i ragazzi» rispetto «ad altre organizzazioni afferenti ad altri sport». Stando al racconto della dott.ssa Chiara Sicoli, i calciatori portano con sé «problemi di disciplina» dal momento che «i
ragazzi che praticano calcio tendono a ‘fare spogliatoio’ anche in
classe: le stesse società sportive si interessano pochissimo del
rendimento scolastico dei loro iscritti tendendo piuttosto a trasmettere
loro valori non propri dello sport»
cioè «quelli tipici della finzione ai fini dell’ottenimento del rigore a proprio favore», roba da VAR o da moviolone di biscardiana memoria.

«Quando
ho preso parte al campionato in serie A2 di futsal ero in quinto
superiore e non avevo un Pfp: erano già scaduti i termini in cui si
poteva inoltrare la richiesta per la certificazione. La scuola non
considerava, evidentemente, il fattore escludente delle finestre di
mercato e il fatto che un atleta possa cambiare squadra da un momento
all’altro»
, a parlare ad Atlante è Arianna (nome di fantasia) ex studentessa di Liceo scientifico sportivo della provincia di Roma. Arianna si è ritrovata «ad essere catapultata in una realtà completamente diversa e con differente routine», rispetto a quella imposta da un campionato minore, «ma questo alla scuola non è interessato», anche se lei era parte integrante dell’indirizzo sportivo del liceo scientifico.

Studente-atleta o atleta-studente?

Essere parte dello sportivo non rappresenta, tuttavia, un automatismo che preveda l’istituzione de iure dello status di studente-atleta: «qualsiasi istituto può attivare i Pfp», ha dichiarato ad Atlante Paolo Notarnicola, presidente della Rete degli studenti medi (sindacato studentesco). «Lo sportivo non è necessariamente popolato da studenti che praticano sport ad alti livelli» ed entrare a farvi parte pare non sia cosa facile: «l’indirizzo
non nasce per offrire un’offerta formativa peculiare ma è sorto ‘al
contrario’: la scuola prende atto che ha degli studenti impegnati in
attività sportive, dunque trova il modo di armonizzare quelle attività
con la formazione scolastica. Di fatto è come se vigesse lo status di
atleta-studente e non di studente-atleta: l’offerta formativa si è adattata alle esigenze delle società sportive e non è accaduto il contrario». Sarebbe stata migliore, secondo Notarnicola, la condizione che avesse previsto: «una
scuola pubblica che apre la possibilità a tutti gli studenti (anche a
coloro che non hanno potuto avere accesso all’attività agonistica a
causa di impedimenti economici) di poter trovare il proprio
aggancio con società sportive». La graduatoria prodotta dalle scuole che attivano l’indirizzo sportivo assomiglia più «ad un numero chiuso»
che ad una vera e propria graduatoria di merito. Il parere del
sindacato studentesco è confermato da Camillo (nome di fantasia),
insegnante della scuola secondaria di secondo grado della provincia di
Ancona:
«l’impegno sportivo è del tutto predominante e la scuola viene percepita come ancillare
rispetto alle esigenze delle società sportive: si tratta di una scuola
disegnata attorno ai bisogni e alle necessità dell’atleta che,
incidentalmente, è anche studente»
. «Di fatto» spiega Camillo «si tratta di un indirizzo a numero chiuso» anche se non lo è formalmente. «Nonostante
non si preveda una prova d’ammissione (come avviene per il Liceo
musicale o coreutico), si opta per una scrematura che tenga conto dei
voti della scuola secondaria di primo grado e che riguardi anche
l’impegno sportivo pregresso dei ragazzi»
, racconta ancora il docente. Se non sei già tesserato di una società sportiva «il
punteggio, ai fini della graduatoria, risulta essere basso: diventa una
questione di classe sociale e di chi può permettersi che il figlio
pratichi sport agonisticamente
», sostiene Camillo.

Dual career e frustrazioni

Che
sia semplicemente la sana attività sportiva ad essere praticata a
livello agonistico o che, invece, rappresenti il salto d’essere
studente-atleta d’alto livello, la problematica è multiforme e
variamente sfaccettata: la
dual career [doppia
carriera] può essere interrotta bruscamente per un brutto infortunio o a
causa del fatto che si realizzi di non riuscire a sfondare davvero.
Ancora Camillo:
«il passaggio alla maggiore età dei ragazzi è
cruciale: tra la fine del quarto e l’inizio del quinto si determinano
una serie di delusioni amarissime – soprattutto per quel che riguarda i
calciatori – se dovessero rendersi conto che quella non è più una strada
percorribile, o comunque non sicura come avevano sperato che fosse fino
a quel momento. Capiscono, insomma, di essere soltanto numeri in un
mare di migliaia di ragazzi come loro: la prospettiva del professionismo
è lontana. In tredici anni di servizio ho visto solo due miei ex
studenti entrare a far parte dello sport-che-conta»
. Numeri che sembrano essere implacabili e che determinano anche «forme depressive generali con inevitabili ricadute sull’andamento scolastico». Arianna, d’altra parte, racconta: «nella mia classe solamente due su trenta sono riusciti ad arrivare al professionismo». Gli altri?
«Ci hanno puntato e sperato ma poi, come nel 99% dei casi, non ce
l’hanno fatta. Il problema è chi decide di puntare tutto sullo sport e
poi non riesce: spesso non ha un ‘piano B’. Ti ritrovi catapultato ai 20
anni realizzando che con lo sport non ci stai facendo più di tanto, non
ti ha dato un futuro e hai pure snobbato la scuola»
. La Preside Sicoli conferma: «è
un fenomeno che dovrebbe essere attenzionato maggiormente: se un
ragazzo non riesce a sfondare, entra in uno stato di frustrazione che si
ripercuote sulla scuola»
. Tuttavia, secondo Sicoli, questo non si verifica in tutti gli sport: «nel
calcio si contano più casi: se si infortuna un [giovane] calciatore,
nonostante sia promettente, viene generalmente abbandonato dalla società
sportiva»
. Il ragazzo non è lo sportivo o il promettente calciatore ma «il suo cartellino», afferma amaramente la Preside.

Notarnicola fa eco: «l’idea
che si possa acquisire il cartellino di prestazioni del ragazzo (di
fatto è come comprare un atleta, una persona) rappresenta
l’impossibilità di scelta da parte sua, quasi una negazione del diritto
allo studio. La società compie un ragionamento di mercato sul ragazzo,
come accade nel calcio moderno anche se
in nuce, facendo prevalere il contratto sulla sua formazione».

Si potrebbe pensare ad un alto tasso di abbandono scolastico da parte di costoro e invece Sicoli smentisce:
«si tratta di una bassissima percentuale: durante il mio lustro di
dirigenza ho contato un pugno di casi che hanno optato per l’istruzione
parentale, dunque una scelta specifica per intraprendere una carriera
che rappresentava un impegno
[sovra ordinario] in quella fase».

La
sperimentazione che riguarda lo status di studente-atleta di alto
livello dura, tuttavia, da dieci anni e Sicoli ritiene che sarebbe da
porre a regime con almeno tre fattori da cambiare radicalmente. Prima di
tutto,
«va fatta formazione ai docenti dal momento che non sono pienamente preparati ad affrontare la dual career». Secondo, elargire più fondi alle scuole e ai docenti: «per
la sperimentazione è richiesta la figura di un tutor che tenga contatti
tra docenti e la società sportiva; va redatto il Pfp e bisogna
controllare che i documenti provenienti dalle società siano idonei e poi
vanno caricati sulla piattaforma [preposta]»
. Generalmente nelle scuole si contano «7 od 8 studenti-atleti di alto livello: il Pacinotti-Archimede ne ha 125. L’ordine di grandezza è molto diverso». Terzo e ultimo: «le famiglie devono essere supportate e le società sportive responsabilizzate».


Articolo disponibile su Atlante Editoriale al link: https://www.atlanteditoriale.com/studenti-atleti-tra-dual-career-e-frustrazione/

Davvero non c’è alternativa a Trump e Harris?

Poco più di due milioni di voti. Due milioni, centocinquantanove mila e quarantanove è la cifra mostrata dall’Associated Press. Si tratta del bottino, se così si può dire, di tutti i third parties
americani (terzi partiti) a spoglio ancora non chiuso in vari stati ma a
vittoria repubblicana già certificata: avendo ottenuto la maggioranza
dei grandi elettori al Congresso e avendo superato la soglia dei 270
necessari, Trump può gioire di fronte ai suoi elettori.

Le cifre racimolate dai terzi partiti statunitensi sembrano essere
risibili in confronto allo strapotere espresso dalla diarchia
repubblicana-democratica, roba da quinto quarto della politica: basti pensare che Jill Stein, candidata del Partito verde (Green party)
e terza assoluta alle spalle di Kamala Harris, si è attestata su un
misero 0,4%, pari a poco più di seicentoquaranta mila voti, in netto
calo rispetto ai dati delle precedenti elezioni: nel 2016, ad esempio,
gli ecologisti riuscivano a raggiungere il milione di voti a livello
nazionale. Certo, i verdi riescono a sorpassare il terzo partito più
popolare degli Stati uniti d’America, il Partito Libertario (Libertarian party), ma si tratta di una magrissima consolazione, data la percentuale di entrambi che prevede uno 0 prima della virgola.
Sembra essere ancora più lontano il 1996: l’anno in cui venne fondato il Reform Party of the Usa (tradotto, forse un po’ liberamente, Partito dei Riformatori degli Stati Uniti d’America)
che raggiunse l’8,40% alle Presidenziali di quell’anno, che ebbe tra le
proprie linee anche Donald Trump per un breve periodo di tempo, che nel
1998 riuscì a strappare il governo del Minnesota al blocco
repubblicano-democratico e che nel giro di pochissimo tempo implose
sotto il peso di scandali e mala gestione all’interno della stessa
organizzazione politica.

Stavolta è andata nettamente male a tutti i terzi partiti, perfino ai
libertari che pure nel 2016 erano riusciti a strappare più di quattro
milioni di voti (3,28%) a livello nazionale e ad ottenere cifre
ragguardevoli perlomeno in New Mexico e South Dakota (sfiorando la
doppia cifra, il 10%, nel primo stato e attestandosi sul 6% nel
secondo). La lunga crisi del Partito libertario si è mostrata
drasticamente a seguito dei risultati elettorali: affidatisi alla
candidatura di Chase Oliver, pur se a seguito di sette votazioni nella convention
preposta, i libertari non hanno avuto la capacità di attestarsi come
nuova forza che sosteneva di avere con sé una «nuova classe dirigente
per gli Stati Uniti d’America». «Oltre 40 milioni di elettori della Gen Z sono pronti ad ascoltare un messaggio che non provenga dal sistema bipartitico», aveva dichiarato Oliver alla National public radio.

Ma, anche se pochi, i voti dei terzi partiti fanno
gola ai grandi, per quella legge non scritta che tanto più si ha,
quanto più si vorrebbe avere. I
l 25 maggio [2024] Trump, facendo
seguito alla legge di cui sopra, ha tenuto un discorso all’assemblea
nazionale libertaria mantenendo lo ‘stile’ che lo contraddistingue,
dichiarando: «Vincerete solo se sosterrete la mia campagna, altrimenti
potete continuare a ottenere il vostro 3% ogni quattro anni». Pur se tra
i fischi del pubblico, come ha testimoniato un articolo pubblicato nel
maggio di quest’anno dalla National public radio, Trump ha fatto il suo show
in casa libertaria continuando a spaccare le fazioni interne del
partito, promettendo un libertario tra i ruoli di comando della nuova
presidenza repubblicana. Così facendo, il partito non ha neanche
lontanamente raggiunto il vituperato, da parte trumpiana, 3%.

Non solo i repubblicani hanno volutamente tarpato le ali ad ogni
iniziativa che vedesse un’autonomia di organizzazione al di fuori della
campagna pro-Trump, è stato così anche in casa democratica. A fine
agosto l’iniziativa giudiziaria dei democratici di ricorso alla presenza
di chi avrebbe potuto offuscare anche solo lontanamente l’immagine di
Harris, ha avuto i suoi frutti: Cornel West (indipendente di sinistra) e
Claudia de La Cruz (Socialismo e liberazione – PslParty for socialism and liberation) non hanno potuto partecipare con il proprio simbolo e hanno dovuto ricorrere al write-in nella campagna elettorale – ad esempio – nello stato della Georgia.
La stessa candidata socialista, de La Cruz, rappresentava la forza
politica che in agosto, a Detroit (Michigan), aveva interrotto con
slogan pro Palestina l’evento di Kamala Harris che reagì stizzita:
«Ogni opinione conta: amiamo la democrazia, ma ora sto parlando io! Se
volete che Donald Trump vinca, ditelo [chiaramente]». Da quel momento in
poi la strada del Psl per l’accesso al voto in determinati stati è
stata completamente in salita. La candidatura dell’ambientalista Jill
Stein, che – a tal proposito – ha indossato la kefiah per tutta la
campagna elettorale, è stata il refugium peccatorum anche della variegata galassia della sinistra trotskysta statunitense, assente perfino in termini di write-in candidate. Ma tutto l’appoggio ricevuto non è servito a far raggiungere cifre migliori alla candidata Stein.

Cos’è il write-in?
Se un partito o movimento non è riuscito ad esser presente sulla scheda
col proprio simbolo, sia per ragioni amministrativo-giudiziarie che per
altre più prettamente politiche, il sistema elettorale statunitense
prevede che l’elettore possa scrivere il nome del candidato che intende
votare nello spazio preposto della scheda. Una possibilità non da poco,
se ci fosse stata pari risonanza mediatica per ognuno dei candidati
presidenti. Di fatto, a tutti gli altri candidati progressisti o
indipendenti presenti in dieci o meno stati, il write-in non è servito a molto: non è stata solo la sinistra radicale ad essere stata esclusa (Socialist equality party, Socialist workers party, American solidarity party) ma anche gli ultra conservatori del Constitution party e del Prohibition party.
Se i libertari hanno avuto accesso elettorale in 47 stati su 50 e i
verdi in 38, pur essendo entrambi matematicamente già tagliati fuori
dalla corsa presidenziale per ovvie ragioni matematiche, tutti gli altri
candidati, nonostante il write-in, sono stati ben lungi
dall’avere un minimo riconoscimento da parte dell’elettorato, avendo
raccolto nel loro complesso, sommando tutte le candidature, lo 0,3% a
livello nazionale.

Forse è una battaglia donchisciottesca, quella dei terzi partiti, ma
tanto più vitale affinché il pluralismo americano non soccomba sotto i
colpi della propaganda politica e del capitale a disposizione dei grandi
gruppi finanziari, nonché dei miliardari che sostengono i due blocchi
principali. Elon Musk, ad esempio, nell’ultima fase della campagna
elettorale ha promesso (e realizzato) che avrebbe regalato 1 milione di dollari al giorno, fino al giorno delle elezioni,
per coloro che «avrebbero firmato la petizione del suo Comitato di
azione politica» riguardo modifiche costituzionali. Modifiche che si
rivolgevano al secondo emendamento, ovvero alla libertà di detenzione di
armi da fuoco. Eppure, nonostante alcuni autorevoli pareri raccolti
dall’
Associated Press
in queste settimane abbiano parlato di iniziativa fuorilegge o ai
limiti della legalità, Elon Musk ha potuto agire indisturbato grazie
anche alla sua enorme influenza nel dibattito politico.

La polarizzazione dello scontro, in una campagna elettorale che ha
lasciato ben poco spazio a qualsiasi candidato che non fosse Harris o
Trump e i loro rispettivi insulti, promesse altisonanti, dichiarazioni
sulla necessità estrema di votare per l’uno o per l’altro candidato
senza disperdere il voto, ha rappresentato così la sublimazione del
‘fine utile’ del proprio diritto-dovere.

Nonostante le piazze dei sostenitori pro Palestina, in sostegno alle
lotte dei lavoratori aeroportuali (vicenda Boeing) e in sostegno alle
istanze ecologiste siano state sempre più partecipate dalla società
civile americana nell’ultimo lustro, nonché talvolta guidate in grandi
città proprio da uno di questi terzi partiti menzionati (Green party e Psl
su tutti), la grande domanda di alternativa non ha trovato (né trova da
decenni nella granulosità politica e sociale statunitense) una via di
rappresentanza che possa trasformarsi anche in consenso elettorale.

E anche stavolta il copione elettorale è parso essere il medesimo di sempre.

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Fitto c’è, Meloni esulta. Ma il paese reale langue

Una vittoria. O, almeno, per i canoni dell’esecutivo Meloni una netta vittoria. E no, non stiamo parlando della contrarietà della Presidente del consiglio dei ministri all’utilizzo di missili a lungo raggio contro la Russia, cui pure la dichiarazione condita da avverbi e da intercalari (“chiaramente”, “ovviamente”, “semplicemente”), farebbe presagire ad un prendere tempo rispetto alla reale posizione che dovrà assumere il governo italiano.
Stiamo parlando della nomina di Raffaele Fitto a vicepresidente esecutivo della Commissione Europea: all’italiano andrà il compito di «gestire i fondi del Pnrr insieme a Valdis Dombrovskis». Mancava l’ultimo nome e nella calcistica zona cesarini c’è stato l’accordo che ha sancito l’ingresso dell’unico componente Ecr (Conservatori e riformisti europei, gruppo a cui appartiene Fratelli d’Italia) nella Commissione. Il ministro italiano avrà anche la delega ai fondi di coesione e alle riforme. La lunga fase dialettica tra le due presidenti, Ursula Von der Leyen e Giorgia Meloni, si è conclusa con l’accoglimento da parte della prima al nome di Raffaele Fitto.

In questi giorni politica e stampa sembrano aver archiviato il caso Boccia-Sangiuliano proiettandosi sulla questione della composizione della nuova Commissione Europea, nuovamente a guida Von der Leyen (Partito popolare europeo). 

La maggioranza esulta e il governo plaude alla vittoria nettissima che sarebbe stata percepita come tale da tutta l’Italia, tuttavia il sistema-Paese (come si sarebbe detto un decennio fa) non beneficerà effettivamente della nomina di Fitto a Bruxelles/Strasburgo.
«Andiamo al dunque: al di là delle funzioni di coordinamento dei vicepresidenti che, per l’esperienza che ho io, sono chiacchiere e distintivo. Senza chiacchiere e distintivo avevamo Gentiloni all’economia. Adesso con chiacchiere e distintivo abbiamo “coesione e riforme”», a dichiararlo è stato Pier Luigi Bersani, componente della direzione nazionale del Partito democratico, nel corso della serata di ieri [17 settembre 2024], durante la trasmissione DiMartedì, condotta da Giovanni Floris.
Chiacchiere e distintivo
. E ora il dibattito – o quel che potrebbe definirsi tale – si è avviluppato sulla questione delle votazioni conseguenti: «Su Gentiloni cinque anni fa esprimemmo parere favorevole anche su indicazione dell’allora presidente di Ecr [Raffaele] Fitto. Confidiamo in un atteggiamento responsabile da parte della sinistra. Poi sta a loro. Certo, risponderanno del loro voto davanti al popolo italiano», tuona Nicola Procaccini al Corriere della Sera di ieri, 18 settembre [2024]. Come se il popolo italiano fosse davvero realmente consapevolmente informato su quanto accade a Bruxelles/Strasburgo, una delle istituzioni più blindate al mondo (con tanti saluti alla trasparenza e all’accessibilità pubbica). 

Ma le dichiarazioni roboanti sulla stampa lasciano il tempo che trovano, Italia od Europa che sia. Nel Belpaese i quotidiani ne sono la testimonianza concreta: non c’è una dichiarazione che sia di lungo respiro o che porti con sé un poco di dibattito che vada oltre l’immaninza di questo o quel fatto. Solo due giorni fa [16 settembre 2024], a proposito di gruppi e composizioni parlamentari, La Verità, attraverso la penna di Federico Novella, pubblicava un’intervista a tutta pagina ad Enrico Costa (deputato, già ministro negli esecutivi Renzi e Gentiloni). L’ex ministro ribadiva di aver lasciato Azione ma di non aver intenzione di ritornare in Forza Italia: «Non c’è nulla di ufficiale, farò le mie riflessioni. Ma con Forza Italia ho sempre avuto un confronto costruttivo». Neanche 48 ore dopo ed Enrico Costa effettua ufficialmente il ritorno nella formazione fondata da Silvio Berlusconi. 

Nonostante la conquista ottenuta a Bruxelles/Strasburgo, il paese (quello vero, non quello dei comunicati stampa) langue. Non bastano gli annunci roboanti della Presidente Meloni all’assemblea di Confindustria riguardo l’occupazione («mai così tanti italiani avevano lavorato dall’unità d’Italia oggi») talmente alti da non avere un termine di paragone: un esercito di decine di migliaia di insegnanti precari vincitori di concorso, abilitati e in attesa di abilitarsi (ovvero idonei dei nuovi concorsi Pnrr) sono in attesa di una cattedra e un’altra morte sul lavoro si aggiunge al già imponente numero di decessi. Stavolta si è trattato di un operaio di 34 anni che ha perso la vita schiacciato da una pressa in una fabbrica del varesotto, assunto non direttamente dall’azienda ma da «una cooperativa». Ma forse per il governo non conta: l’operaio era “solo” un uomo nato in Marocco. Non era mica italiano.

 

Pubblicato su Atlante editoriale.

Certo, un centro! Forza Italia in permanente gravità

Una proposta concreta sullo ius scholae non è ancora stata messa nero su bianco da Forza Italia. Se ne parla da settimane ma di scritto non c’è ancora nulla. Non ci sono nemmeno state iniziative isolate di deputati o senatori. Ma è proprio sullo ius scholae che il presidente del partito fondato da Silvio Berlusconi sembra aver puntato, provando ad introdurre l’elemento della cittadinanza nella dialettica e nel confronto tra le organizzazioni politiche della maggioranza di centrodestra, nonché nel dibattito pubblico. Antonio Tajani vuole dare una svolta a Forza Italia per dare una nuova identità al partito, pur rimanendo nell’alveo della coalizione di centrodestra.

L’idea “geniale” di Antonio Tajani e della direzione del partito è quella di voler rappresentare il centro politico politico. Non che non ci siano altre organizzazioni politiche che non ci abbiano già pensato o che non ci abbiano provato. Matteo Renzi ha tentato l’operazione Italia Viva (parafrasando la più celebre espressione berlusconiana che ha dato il nome al partito) ma è sembrata arenarsi fin da subito: le elezioni europee non hanno fatto altro che certificare le enormi difficoltà del partito renziano.

In realtà l’amo lanciato da Tajani è verso l’elettorato cattolico di destra così come verso coloro che votano Partito Democratico per mancanza d’alternativa: l’area cattolica interna al Pd potrebbe veder bene un dialogo con una Forza Italia rinnovata nei temi e ripulita dal passato berlusconiano. Areadem sta a guardare. Anche l’ex Beppe Fioroni, uscito tempo fa dal Pd dopo l’arrivo alla segreteria di Elly Schlein, potrebbe essere interessato.

L’asso calato da Tajani è stato lo ius scholae. Al momento – ribadiamo – non c’è nulla di depositato in Parlamento, ma “solo” l’iniziativa (mediatica e personale) del presidente di FI: «Ho dato mandato ai gruppi di fare uno studio sulla questione della cittadinanza e sulle normative e orientare una proposta di legge. E prima di presentarla in Parlamento, presenterò la proposta alla maggioranza, perché un centrodestra moderno deve porsi questo problema». Il Ministro per gli Affari Esteri ha stabilito così nei giorni scorsi la linea del partito durante la manifestazione La Piazza organizzata da Affaritaliani.it.
Apriti cielo, squarciati mare
: la Lega frigge.
Massimiliano Romeo, capogruppo leghista al Senato, ha dichiarato il 30 agosto ad Avvenire: «Salvini è stato molto chiaro: no allo ius scholae».

L’orlo della crisi è sempre vicino, ma la maggioranza è una maionese che non impazzisce mai. C’è un interesse che tiene tutti insieme  il premierato à la Meloni. Quella prospettiva lega e mette tutti d’accordo. Ma la progettualità nel lungo periodo manca. E prima dello ius scholae c’è stato altro.


Un’estate al fresco


Tanto per cominciare, Antonio Tajani ha riallacciato i rapporti con l’area radicale, quella orfana di Marco Pannella che è andata a coagularsi attorno al fu Prntt (Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito), ora semplicemente Partito Radicale. Anche in questo caso la tattica è chiara: i radicali buoni stanno con noi, sembra voler dire l’unione tra Pr e FI, andando così a spezzare ancora una volta l’elettorato diviso fra +Europa/Radicali italiani, Pr e altri soggetti della fu galassia (Nessuno tocchi Caino, Non c’è pace senza giustizia, Certi diritti e via dicendo). La ripresa dei rapporti con Maurizio Turco e Irene Testa (rispettivamente segretario e tesoriere del Pr) ha prodotto prima l’appoggio elettorale dei radicali alle elezioni europee in favore di Antonio Tajani in particolare e di Forza Italia in generale; successivamente una comunione d’intenti riguardante la giustizia e il sistema carcerario. Si tratta dell’iniziativa denominata: «Estate in carcere – Iniziativa di “comune sentire operativo” con il Partito Radicale». Certo, poi la destra compatta (Forza Italia inclusa) alla Camera e al Senato ha votato favorevolmente al Decreto Legge Carcere sicuro. E Atlante ha già mostrato come il nome dato al decreto non sia stato altro che un ossimoro. Ma poco importa. Quel che conta è l’iniziativa del doppio binario: il treno di Forza Italia può permettersi cambi di rotta improvvisi ma non un deragliamento.


«Il governo arriverà fino alle prossime elezioni»


Lo ha ribadito Antonio Tajani ai microfoni di Le 20h de Darius Rochebin. Forza Italia non è uno sparring partner della maggioranza ma un componente essenziale del triumvirato di governo. Se Fratelli d’Italia e la Lega si rincorrono su chi stia collocando più a destra, reagendo nervosamente qualora nasca qualcosa alla loro destra (telefonare generale Vannacci), Forza Italia ha imparato una lezione preziosissima: in fasi di tempesta, meglio rimanere fermi. Ribadendo le posizioni care alla politica della prima repubblica: anticomunismo e antifascismo. Più si sta fermi, più si attrae personale politico (i passaggi dal Movimento 5 Stelle a Forza Italia nell’ultimo anno ne sono una riprova) e allora tanto vale continuare a presentarsi agli elettori come una forza rassicurante e moderata. Liberale, (perché no) democristiana ma sempre rimanendo immobile.

Pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/certo-un-centro-forza-italia-in-permanente-gravita

Ma quale “premierato”: «è elezione del capo». Intervista a Gaetano Azzariti (Università La Sapienza) – [Atlante Editoriale]


Meloni ha già definito il premierato come «la madre di tutte le riforme che si possono fare in Italia». Si parla da tempo di premier per indicare i presidenti del consiglio, anche se il termine è di derivazione inglese e indica una figura propria del sistema anglosassone. Professor Azzariti, a quale premierato sta puntando il governo? 

«Il nome premierato mostra già una certa incertezza e confusione che caratterizza tutto l’articolato: quando non si sa bene a quale modello specifico rifarsi, si inventa un neologismo. L’evocazione del premier è del tutto impropria. Il modello costituzionale inglese è anni luce lontano dal nostro vigente, così come distante dal disegno di legge in questione. È una evocazione molto generica e infondata. Si tratta di un sistema unico al mondo, come spesso viene detto nel dibattito politico per caratterizzare il premierato. Di tanto in tanto viene fatto riferimento ad Israele in cui, per un breve periodo, c’è stata l’elezione del Capo del Governo».

Non è un riferimento attuale, mi pare…
«No, è del tutto generico. Come è ben noto il sistema politico-istituzionale israeliano, per tante ragioni, è inconfrontabile con quello italiano, anche per la questione religiosa [si tratta di uno Stato confessionale]». 

Se lei dovesse definire la riforma del Governo Meloni, come la definirebbe?
«Secondo i modelli classici non potrebbe essere definita né come presidenziale né come parlamentare. Se io dovessi darne una definizione più appropriata rispetto al contenuto, la definirei: modello di elezione del capo». 

Perché?

«Si punta a quello. Sto alle dichiarazioni ufficiali, non è una mia dichiarazione maliziosa. Si era partiti con l’elezione del Capo dello Stato. Poi, per le ragioni più o meno note, si è passati all’elezione del Presidente del consiglio dei ministri. In seguito sono intervenuti sia Casellati, sia esponenti del Governo, per affermare che l’unica cosa indiscutibile è l’elezione del Capo del Governo. Poi, ancora, Meloni ha dichiarato che lei non avrebbe nulla in contrario ad eleggere anche il Capo dello Stato. Quello a cui si punta è, evidentemente, l’elezione di un capo. Che sia Capo del Governo o Capo dello Stato, purché ci sia qualcuno che comandi essendo legittimato dal corpo elettorale». 

Come si è arrivati a questo sistema ‘ibrido’? 

«Questo modello è il frutto di una lunga stagione [di governi che hanno puntato] alla governabilità, che è un obiettivo legittimo delle democrazie, come ha affermato anche la Corte Costituzionale. La torsione della governabilità è l’elezione del capo e adesso siamo giunti, per così dire, al capolinea.
Noto, poi, una scarsa sensibilità costituzionale, vale a dire l’idea che la Costituzione possa ridursi all’elezione del capo, di un unico soggetto al comando, per rispondere ad una domanda retoricamente esprimibile in: ‘vuoi tu scegliere il governo?’. Il diritto costituzionale dovrebbe portare all’equilibrio dei poteri, non all’accentramento di essi nelle mani di una sola figura».

Proprio sulla mancanza di contrappesi nel ddl, che idea s’è fatto?
«È il vizio peggiore del disegno di legge, che va a distinguere questo modello di – insisto – elezione del capo, da altri modelli esistenti. Nelle forme di governo presidenziali democratiche (così come ci si potrebbe riferire al semi presidenzialismo) c’è il rispetto dei pesi e dei contrappesi: vige una divisione dei poteri e un legislativo autonomamente legittimato rispetto al Capo dello Stato. Il difetto maggiore di questo ddl è la norma che stabilirebbe l’elezione del Presidente del Consiglio dei ministri coinvolgendo anche entrambi i rami del Parlamento: si vorrebbe scrivere in Costituzione in cui ci sia una assoluta omogeneità tra legislativo ed esecutivo. Provo a citare un esempio: gli Stati Uniti. In quel sistema può (e non deve) verificarsi una consonanza tra Congresso e Capo dello Stato, ma può anche non esserci e quella è una valvola di sfogo fondamentale. Aggiungo che negli Usa il Congresso è autonomo».

A proposito di autonomia e di Parlamento, il Governo Meloni sta facendo discutere per l’abuso del ricorso ai decreti legge e alla decretazione d’urgenza. C’è da dire, però, che questa pratica negativa procede da circa un trentennio. Si può dire che vige già un premierato di fatto, una sorta di frutto avvelenato del berlusconismo?

«È il frutto avvelenato del lungo regresso italiano. Non è solo colpa di Berlusconi: questo atteggiamento l’hanno avuto tutti i soggetti politici che si sono avvicendati al governo, quasi naturale a tal proposito è il riferimento al Governo Renzi. Si tratta di una tendenza alla verticalizzazione che è propria della tradizione dei governi di centrodestra ma, in qualche modo, è stata anche assorbita da tutto l’assetto politico. E i nodi, alla fine, vengono al pettine, proverbialmente parlando. Siamo in una fase di lungo regresso. A questo punto, par di capire, che anche chi ha peccato in passato (mi riferisco alle forze progressiste) si sia reso conto che il rischio che si sta correndo è molto elevato: spero che questo possa indurre a riflettere non già sugli errori del passato, quanto soprattutto in virtù del futuro. Come si ricordava a proposito del decreto legge, si tratta di anni di abusi: non si è fatto nulla per frenare questa tendenza e ora il Governo Meloni compie – semplicemente – passi ulteriori rispetto ai già troppi percorsi nel passato».

In effetti negli anni il centrosinistra si è ben acclimatato alla decretazione d’urgenza. 

«Potremmo usare lo slogan dei 5 Stelle che furono, quelli di tempo fa: la decretazione d’urgenza non è né di destra, né di sinistra. Mi verrebbe da dire che anche i governi della cosiddetta Prima Repubblica ne abusarono: è un’onda che non è mai stata interrotta nonostante gli sforzi della Corte Costituzionale, nonostante gli sforzi dei Capi di Stato che hanno sollevato perplessità, nonostante gli sforzi del Parlamento (penso alla legge 400/88 che ha cercato di limitare la decretazione d’urgenza). E ora la dimensione dell’onda è allarmante».

Provando a cambiare argomento e toccando l’autonomia differenziata, il Corriere della Sera di sabato pubblica un intervista al ministro Calderoli il quale sostiene che la sua legge sia una sorta di cerniera per un paese a pezzi. Lei che ne pensa e, soprattutto, a quali conseguenze potrà portare?
«Ridisegnerà lo stato sociale. La distribuzione delle funzioni relative a diritti fondamentali (scuola, sanità, lavoro etc) diventeranno di competenza regionale. Se la sanità – ad esempio – verrà gestita dalla regione, sarà ben diversa da una sanità nazionale. Si tenga presente che la sanità è già materia concorrente, sebbene venga garantito un qualche controllo da parte dello stato centrale. Se si affida tutta la materia alle regioni, è evidente che si giungerà ad una rottura dell’unità economica, politica e sociale del paese. Il lavoro lombardo sarà diverso dal lavoro calabrese. E così via per le altre ventitré competenze in oggetto».

A proposito di competenze diverse e dell’unità nazionale, le chiedo un parere sul discorso del Presidente Mattarella alla 50° edizione delle Settimane Sociali della Chiesa Cattolica in cui ha utilizzato l’espressione «analfabetismo costituzionale». Ci sono state varie reazioni, il ministro Salvini non l’ha presa benissimo, tuttavia resta l’espressione: è stata troppo forte o è caratterizzante – alla luce di quanto ci siamo detti a proposito delle modifiche Costituzionali – delle forze politiche di centrodestra al governo?
«Mi verrebbe da dire che è troppo debole! Alcune reazioni che ho letto al discorso del Capo dello Stato dimostrano come questo analfabetismo costituzionale investa alcuni esponenti politici: o il discorso non si è capito, o si è frainteso, o non lo si è letto. È stato, invece, un bel discorso quello del Capo dello Stato che andava ad inserirsi sulle spalle dei classici: gli assetti costituzionali e democratici non sono l’elezione di un capo che tutto può fare ma alla distribuzione, al controllo e alla diffusione del potere. Il Capo dello Stato afferma quello che tutte le teorie democratiche e costituzionali dicono: c’è un rischio di tirannia. La tirannia della maggioranza è il rischio maggiore. Spero, anzi, che sia analfabetismo costituzionale perché se non lo fosse, sarebbe ancora più inquietante».

Tirannie, dittature della maggioranza: il ministro Salvini ha dichiarato che vige l’opposto, cioè quella delle minoranze.
«Non so cosa sia esattamente la dittatura delle minoranze. So che in un assetto democratico è necessario coltivare un conflitto. Un conflitto hegeliano che opera all’interno dello stato costituzionale. La democrazia è dialettica tra maggioranza e opposizione: è l’essenza della democrazia. Non c’è democrazia se non c’è conflitto tra maggioranza e opposizione. Dopodiché capisco che possono esistere dei poteri di veto di minoranze, ma questo è tutto un altro piano del discorso. Normalmente, i poteri di veto (negativi) possono essere determinati da quelli che tradizionalmente si chiamerebbero poteri forti: una regione che impone l’autonomia differenziata (sebbene non si siano ancora definiti i livelli essenziali delle prestazioni), potrebbe essere un caso di condizionamento. Se pensiamo a tutte le vicende legate al cosiddetto lobbysmo è certamente un fattore preoccupante, ma col rapporto minoranza/maggioranza non ha nulla a che fare. Ripeto: in democrazia c’è un problema di contenimento della maggioranza per evitare la classica dittatura della maggioranza e il rispetto del pluralismo politico».

Cosa sta succedendo (e cosa succederà) in Bolivia

«L’unico soggetto che può rovesciare il governo è il popolo: la democrazia boliviana può difenderla solo il popolo boliviano», è stato Luis Arce (presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia) a dirlo, a scandirlo nel microfono e nel megafono che gli veniva posto davanti alle labbra, insieme al suo vice David Choquehuanca, dal balcone del Palazzo del Governo (Palacio Quemado) in Piazza Murillo, nel pieno centro di La Paz.

Sono le 17:30 di mercoledì 26 giugno [2024] e il tentato golpe promosso dall’ormai ex capo delle forze armate boliviane Juan José Zúñiga è durato solo tre ore e parrebbe essere già terminato. Zúñiga è stato destituito e il presidente Arce ha nominato un nuovo comandante dell’esercito (il quale ha provveduto immediatamente a liberare la Piazza e a ritirare le truppe), azzerando anche le cariche dei graduati che hanno prestato il fianco all’operazione.

Attorno alle 14:30, la città di La Paz, la Bolivia intera, ha dovuto fronteggiare una situazione che per la storia del paese non è affatto nuova, ma certamente è stata inaspettata in questa circostanza, nonché per Arce e il suo vice Choquehuanca.
Blindati e componenti dell’esercito hanno bloccato i quattro lati di Piazza Murillo e un automezzo armato di mitragliatrice è riuscito ad arrivare a un passo dalla porta d’entrata di Palacio Quemado: dentro probabilmente, come hanno riferito fonti della stampa locale e dell’America Latina, c’erano i due ex, gli unici arrestati al termine della giornata. Ovvero: Juan José Zúñiga e il vice ammiraglio Juan Arnez Salvador.

Aparece un video del tenso encuentro de Luis Arce con los militares golpistas en el Palacio Quemado, Bolivia. pic.twitter.com/U9kGIW1apg

— Sepa Más (@Sepa_mass) June 27, 2024

Zúñiga, per la verità, non parrebbe aver agito senza sapere quel che stava facendo: nei giorni scorsi antecedenti al tentativo di golpe era stato raggiunto dai microfoni della trasmissione No mentiras e, intervistato dalla popolare giornalista Jimena Antelo, rispondeva così: «Gli altri comandanti non erano come me: io non ho paura. Sono un militare e un militare giura sulla Costituzione per difendere la sua patria e il suo popolo». Secondo l’ex capo dell’esercito, lo Stato non era più in grado di mantenere la legalità attraverso la Costituzione, anche a causa del fatto che si stia tacitamente permettendo che l’ex presidente Evo Morales potesse ancora proporsi per un nuovo mandato alle prossime presidenziali: «Quell’uomo – ha dichiarato l’ex graduato a No mentirasnon può più essere Presidente di questo Paese […]. Legalmente non può farlo. La Costituzione dice che non può essere (Presidente) per più di due mandati ed è già stato rieletto tre, quattro volte. Le Forze Armate hanno la missione di far rispettare la Costituzione Politica dello Stato». Una tensione vibrante che a La Paz e Sucre (le due capitali) si respirava già da giorni, evidentemente.

Mentre il tentativo di golpe era in atto, Zúñiga ha continuato a rilasciare interviste alla stampa, in particolare una dichiarazione, ripresa anche da Correo del Sur farebbe riflettere sul senso dell’operazione e darebbe una chiave di lettura dell’azione: «La prenderemo [la Casa Grande del Pueblo]: ripristineremo la democrazia, libereremo i nostri prigionieri politici».
Così come al termine del tentato golpe, e prima di essere portato via dalla forza pubblica, stando al Correo del Sur, Zúñiga avrebbe affermato che la movimentazione di soldati e mezzi blindati sarebbe stata concordata col presidente Arce al fine di aumentarne la popolarità. Affermazioni di cui risponderà l’ex capo militare all’interrogatorio a cui verrà sottoposto.

Il partito di governo, il Mas (Movimento al socialismo), sembrerebbe essere il grande nemico dell’ex capo dell’esercito Zúñiga, sebbene la sua azione si fosse rivolta verso Evo Morales (ne aveva annunciato l’arresto in diretta tv), l’intenzione si rivolgerebbe effettivamente allo Stato a guida del partito di cui fanno parte anche Arce e Choquehuanca.

«Abbiamo vissuto, quel che si direbbe, “un giorno anomalo”», ha raccontato all’AtlanteDon Riccardo Giavarini, direttore generale della Fundaciòn Munacim Kullakita di El Alto. «Ora si sta vivendo una relativa calma a La Paz: Arce ha pronunciato un discorso volto a rassicurare la popolazione, ha detto che la situazione è rientrata ed è tornata sotto controllo. Certo, di argomenti per contestare il governo ce ne sono, a partire dallagiustizia, se vogliamo fare un solo esempio dato che è uno dei miei campi».
La gente, però, ha risposto: «È scesa in strada sostenendo la democrazia e rigettando il tentato golpe dei militari – ha detto Giavarini – quindi effettivamente la situazione è tornata alla normalità».

Al momento pare di capire che in Bolivia ci sia più una sensazione di stasi, dunque bisognerà capire quale sarà la normalità a cui giungerà il paese.

«No hay plata!»

La situazione in Bolivia non è propriamente rosea. David Choquehuanca, vicepresidente dello stato Plurinazionale, in più di un’occasione nel corso del suo mandato ha ripetuto – pur senza fare nomi esplicitamente – che alcuni esponenti politici avrebbero rifiutato di approvare i crediti di cui vanta lo Stato. Sulle reti sociali dell’America Latina è diventato virale il primo video in cui Choquehuanca, durante un’iniziativa del suo partito, si è lasciato andare ad un commento quasi liberatorio, tanto era il peso specifico di quelle parole: «Stiamo in una situazione difficile: non ci sono soldi! (no hay plata!)». Un’eco di quella stessa espressione pronunciata durante il primo discorso da presidente dell’Argentina di Javier Milei: «No hay plata», scandendo ogni singola parola.

Difficile, ad ogni modo, dare torto a Choquehuanca, al netto dei soldi che devono tornare allo Stato e che non starebbero prendendo la via di Palacio Quemado: 1 boliviano attualmente vale 0,13 centesimi di Euro, viceversa per un Euro ci vogliono 7 bolivianos e 70 centavos. Lo stipendio medio di un meccanico si aggira attorno ai 500 bolivianos, poco più di 60€. Da mesi perdura, poi, una situazione di instabilità legata alle riserve di carburante e l’evento di ieri ha scatenato una ancor maggiore irrazionalità da parte dei consumatori e dei trasportatori, tanto che l’Agenzia nazionale idrocarburi (Anh) ha dovuto emettere un comunicato in cui si invita alla calma e assicura come la «fornitura di combustibili» sia «garantita in tutto il paese». Si può ancora comprare carburante, dice l’autorità, ed è anche garantita la vendita ma le lunghe code di camion al confine con l’Argentina che durano da settimane suggerirebbero l’esatto contrario. Eppure, nonostante la situazione di crisi politica e di difficoltà economica, la Bolivia continua ad essere vista come meta d’emigrazione per persone provenienti da Haiti e dal Venezuela.

 

 
L’eredità di Evo: i «due Mas»

Ma perché Zúñiga ce l’aveva con Morales, al punto di dichiarare di volerlo arrestare, per la faccenda della candidatura alle presidenziali?
Tutto è cominciato più di un anno fa, quando l’ex presidente boliviano Evo Morales ha annunciato di volersi candidare nuovamente alle presidenziali del 2025.
Una data cruciale per la Bolivia: è l’anno in cui si celebra il Bicentenario.
Ad ottobre dello scorso anno [2023], Evo Morales ha tentato il colpo di mano sul Mas, di cui è tutt’ora Presidente (la carica giuridicamente più importante) convocandone la parte del partito a lui fedele in un congresso-farsa nel dipartimento di Cochabamba, nella cittadina di Lauca Ñ e da lì è cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. Il partito si è spaccato ed ora esistono due parti del Mas (una evista e l’altra arcista) che sono letteralmente l’una contro l’altra.
Si aggiunga la questione della cosiddetta auto-proroga dei giudici: il Presidente Arce sostiene la proroga dei giudici di quella che in Italia chiameremmo Corte Costituzionale e che invaliderebbe la candidatura di Morales alle presidenziali. Non essendosi ancora tenuta la votazione popolare che sostituisca i membri decaduti a dicembre 2023, il Governo li ha prorogati de facto.
Evo ha mostrato i muscoli e ha proceduto con i suoi mezzi: blocchi stradali in tutto il paese. Dal 22 gennaio a metà febbraio i sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino di Cochabamba) hanno paralizzato le principali strade e autostrade del paese, in particolare l’arteria Oruro-La Paz, attuando blocchi stradali, interrompendo commerci, trasporti pubblici e privati. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno». Ma la faccenda non si è conclusa neanche in quel caso.
Se Morales ha convocato il congresso ad ottobre [2023], riconvocandone poi un secondo nel marzo di quest’anno (chiamato ampliado), Arce ha risposto chiamando l’assemblea congressuale a El Alto nel mese di maggio. Per l’amministrazione e la burocrazia boliviana, però, nessuna delle convocazioni è giuridicamente valida: nessuna delle assemblee è stata riconosciuta come propria del Mas così come nessuna ha avuto il placet per la registrazione del nuovo statuto che entrambe le parti hanno riscritto in separata sede.
Nel corso di questo braccio di ferro politico si è inserita la divisione all’interno di ogni singola organizzazione sindacale, sociale e interculturale che orbita attorno al Mas tanto che il 2 marzo il grande incontro (in aymara: Jach’a Tantachawi) tenutosi a Oruro e promosso dal Conamaq (il consiglio nazionale delle popolazioni indigene del Qullasuyo) è terminato a pugni e sediate, con tanto di intervento della forza pubblica. E sì che l’organizzazione doveva scegliere un nuovo rappresentante tra due entrambi del Mas (uno arcista l’altro evista).
I rapporti tra le due ali del Mas sono andati deteriorandosi sempre di più quando ad inizio giugno [2024] il presidente del Senato Andronico (Mas, vicino a Morales), in sostituzione al presidente assente e al vice Choquehuanca in missione all’estero, ha fatto in modo di far approvare la destituzione dei componenti del tribunale che invaliderebbero la candidatura di Evo nel corso di una seduta parlamentare. Le elezioni popolari non sono state, tuttavia, ancora indette e la proroga dei giudici continua ad esserci de facto. L’azione di Andronico non ha fatto altro che inasprire ancora di più le parti in lotta nel Mas e nella società boliviana.

 

 
«Autogolpe!» 
Eppure, dopo tutto quello che è successo, le organizzazioni di Cochabamba vicine alla Seis federaciones e fedeli a Morales, hanno serenamente parlato di autogolpe. L’esecutivo della Seis ha parlato esplicitamente di «pagliacciata». Elena Almendras, dirigente della Federazione delle Comunità Interculturali di Chimoré (Cochabamba), ha dichiarato che il tentativo di golpe è stato uno «spettacolo mediatico preparato mesi fa dal Governo» con l’obiettivo di aumentarne la popolarità.
La stessa Almendras, insieme alle organizzazioni sociali del Tropico, ha aggiunto: «poiché l’“autogolpe” non è andato come previsto, cercheranno di arrestare l’ex presidente Evo Morales».
Ancora una volta le realtà sociali, civili e associative vicine all’ex leader del Mas ingaggiano lo scontro frontale con l’altra fazione del partito, citando anche (e soprattutto, verrebbe da dire) la questione del golpe che sarebbe stato programmato. Tesi confermata anche nel corso della conferenza stampa del dipartimento di La Paz del Mas (evista): «Il Presidente e il suo Vice stanno generando paura nel popolo boliviano. Quello che è accaduto ieri [26 giugno] è stato chiaramente pianificato dalgoverno: un autogolpe».
Non si arriverà all’arresto di Morales, come ha dichiarato Almendras, ma certamente l’eredità di Evo è pesante, tanto quanto quel blindato che è andato a “bussare la porta” di Palacio Quemado. Un peso specifico, quello di Morales, con cui non solo il Mas, ma anche la società boliviana tutta dovrà fare i conti. E se una gran folla di gente è scesa in piazza sostenendo la democrazia e il presidente Arce nel momento di maggior tensione nel pomeriggio di ieri, è altrettanto vero che attorno ad esse si stava iniziando a radunare una piccola (ma rumorosa) folla di evisti in cui veniva scandito: «Esto no fue golpe, esto fue teatro [non è stato un golpe, è stato un teatro]».
La società boliviana si è atomizzata ed è stata polverizzata a tal punto che è impensabile che le due parti in lotta all’interno del Mas possano siglare un accordo di tregua.
Certo è che oggi si è giunti ad un punto da cui difficilmente si riuscirà a tornare indietro serenamente.

L’antidoto al razzismo è una corsa verso Lupionòpolis

Il disco americano di Peppe Voltarelli, a due anni dalla pubblicazione di Planetario, a dieci da «Lamentarsi come ipotesi» (ultimo disco di inediti), si chiama «La grande corsa verso Lupionòpolis» (Visage, 2023). È americano per un’ovvia ragione: è stato registrato negli Usa e alle canzoni hanno collaborato dei musicisti statunitensi che hanno non di poco impreziosito le canzoni di Voltarelli.  

«Era un desiderio covato per molti anni – ha dichiarato Voltarelli a BlogFoolk Magazineho passato dei lunghi periodi a New York City con residenze artistiche in club della città che mi hanno fatto scoprire ed amare la sua congestione urbana il suo linguaggio i suoi abitanti le sue difficoltà».
La complicità artistica con Simone Giuliani e Marc Urselli ha fatto il resto ed è nato «La grande corsa verso Lupionòpolis».
Le atmosfere newyorkesi hanno fatto bene al cuore artistico di Voltarelli e alla sua voglia di tornare a registrare: «[…] poi, il saluto alla signora che stava all’uscita della metro che ogni mattina mi diceva “Come on Pepe, today it’s the day” […] Quando entravo in studio e traducevo dal calabrese in italiano i testi dei pezzi e poi con Simone dall’italiano in inglese, sentivo una grande responsabilità ma sono abituato a giocare in trasferta»

Un antidoto al razzismo
«La grande corsa verso Lupionòpolis» rappresenta un ritorno a quello che Voltarelli sa fare meglio: raccontare storie di migrazione italiana, cantare la saudade italiana in terra straniera, sognare di essere felici anche nel posto meno ospitale del mondo. Basta saper guardare il mare: «si guardo u mare ‘un signu sulu mai» (Nun signu sulu mai – La grande corsa verso Lupionòpolis). 

Voltarelli riannoda con sapienza e maestria i fili che lo hanno reso ancor più celebre dopo la separazione da quel funambolico esperimento di contaminazione che era Il parto delle nuvole pesanti. Ogni canzone del nuovo disco sembra voler raccontare di quanto sia sofferta e unica l’esperienza di sentirsi italiani in terra straniera per i più disparati motivi.
Un’alterità che Voltarelli ha saputo raccontare con svariate canzoni, facendone la cifra del suo essere, del suo cantare e anche del suo vestire (nel senso letterale del termine).

Sembra che non sia passato un giorno da Onda calabra (pubblicata con Il parto delle nuvole pesanti) la cui visione del video era indispensabile per capire e comprendere a fondo le parole del ritornello («Onda calabra / In doichlanda / Und die kleine / Und die spiele / Und die arbeite») da Sta città. Italiani, calabresi in Germania. 

L’autore si spinge ancor più lontano: ben oltre il Brennero e le Alpi e decide di varcare l’Oceano, un «mare niro funno chi fa paura» (Mareniro). E anche se Mozza può apparire una canzone di poco conto al primo ascolto, al secondo si coglie subito il velo di tristezza, reso meno consistente dalla melodia e dal divertente ritornello: «Nu stamo caminammo ppe ri strade e Montrial / Simo troppo bell e ni volimo semp scialà / Tu dici all’improvviso iamuninn au cinema / Va bono sì ma prima ma prima fammi mangià» e ancora: «Trasimo ntra nu posto piccolino a San Michel / All’intra poca gente e tante foto e l’Italie / C’è pure nu cantante quanto è bravo poverino / Arriva ru mangiare forza sona Peppino […] Si po essere felici pure dintra u Canadà».
Certo, si può essere felici, vanno bene la mozzarella e i panzerotti, ma il cantante è «bravo» e «poverino». 

Il Mino Reitano del XXI secolo è certamente Peppe Voltarelli non solo perché canta d’emigrazione riuscendoci in un modo non banale, ma perché lo fa in totale controtendenza a quello che è il clima presente nel Bel Paese. Le destre al governo cercano di esaltare la cultura italiana (o meglio, una piccolissima parte di essa) per far sì che l’identità nazionale si saldi in contrapposizione con la paura del diverso rappresentato da migranti, dai richiedenti asilo e dagli stranieri in cerca di patria, di cittadinanza. Ma il risultato è solo quello di fornire un’idea di Italia fatta di luoghi comuni, come ha fatto Giorgia Meloni al G7 parlando ed esaltando la cultura enogastronomica italiana in un luogo che non c’è: «un resort di lusso dove non ci sono abitanti ma solo lavoratori». 

Lavoratori, laureati, professionisti che ogni anno lasciano l’Italia per diventare cittadini di altri paesi. Italiani in terra straniera che diventano inglesi, statunitensi e tedeschi. L’emigrazione è cosa seria e gli italiani lo sanno benissimo. E Voltarelli la canta ancor meglio.