PD-M5S? Questione di sangue, ma occhio alle trasfusioni

Le parole di Gaetano Pedullà, europarlamentare
del Movimento 5 Stelle, sono diventate un caso politico per la stabilità dell’alleanza delle opposizioni. Pina Picierno, vicepresidente dell’Europarlamento, nella giornata di mercoledì 19 febbraio [2025] ha rilasciato un intervista a Repubblica, le cui dichiarazione in essa contenute sono poi state contestate in diretta tv (su La7) dall’ex fondatore e direttore del quotidiano La notizia. Picierno sosteneva la palingenesi  «dell’asse giallo-verde», riferendosi alla nota alleanza che ha governato il Paese, salvo poi sconfessarla. A causa della sovrabbondanza
di informazioni che ingolfano i nostri smartphones, il video di Pedullà è noto ai più, meno le reazioni successive. O meglio, meno la situazione che sta alla base dello scontro.

Fratelli coltelli
Partito democratico e Movimento 5 stelle non sono mai andati d’accordo ma si sono riscoperti fratelli all’opposizione del governo Meloni. Ma se da una parte il Pd non ha fatto nulla affinché l’egemonia della destra scemasse, così da erodere consenso sociale (ed elettorale) al blocco alternativo
del quadripartito Fd’I-Fi-Lega-Noi moderati, il Movimento 5 stelle ha fatto di tutto per confondere le acque sulla propria natura portando (direttamente e indirettamente) l’acqua al mulino delle attuali forze di governo. Entrambi gli atteggiamenti hanno portato ad una mutazione così repentina dell’elettorato grillino il cui partito ora (lontanissimi i tempi dei Vday) si aggira cercando di raggiungere la doppia cifra in qualsiasi tornata elettorale, nonché delle proiezioni che vengono commissionate da tv e quotidiani. E se Pd e M5S sono fratelli, va ribadito che non c’è rapporto più conflittuale al mondo se non quello tra persone del medesimo sangue, pronti a rinfacciarsi di tutto e per tutto.

Sinistra?
Sangue, certo, ma con una sfumatura diversa: sebbene di un tipo simile, l’uno è positivo e l’altro negativo, con tutte le restrizioni del caso su trasfusioni e donazioni.
Alle prime elezioni europee a cui prese parte il Movimento, un sondaggio sul blog di Beppe Grillo chiedeva agli iscritti (era il giugno del 2014) di esprimersi sulla collocazione a Bruxelles/Strasburgo: erano riportati tutti i gruppi politici (Liberali dell’Alde, Conservatori dell’ECR, destra radicale di Efd) meno che quello del Gue, ovvero quello che raccoglie varie sigle di sinistra antiliberista (in alcuni casi anche radicalmente anticapitalista) d’Europa. La situazione si è totalmente capovolta nel giro

di due lustri. Non solo il M5S non è più collocabile nella destra all’interno dell’Europarlamento ma dalla precedente tornata elettorale siede nel gruppo della sinistra radicale, non senza perplessità da parte
degli altri partiti e movimenti europei che popolano quell’area.

Eppure Gaetano Pedullà, già direttore de La notizia, che in gioventù orbitava tra Cisl e Democrazia cristiana, coautore di un volume scritto insieme a Renato Altissimo (già segretario del Partito liberale italiano) con prefazione di Giuliano Ferrara, ora è rappresentante dell’unica forza politica italiana collocabile a sinistra a Bruxelles/Strasburgo. Chissà se i dirigenti del Movimento 5 Stelle si sono accorti della loro collocazione politica: l’abuso del cinismo nella tattica politica porta, inevitabilmente, ad una rovinosa mancanza d’identità. Nonostante quel che dica Giuseppe Conte, la crisi è già ben dentro il corpo elettorale e militante (c’è mai stato, strictu sensu?) del partito.

Temperatura impazzita
La tragedia, che in seguito si presenta sempre come farsa secondo l’adagio marxiano, è che quel gruppo parlamentare ha tra i fondatori anche il Partito della sinistra europea, la cui figura di riferimento in Italia è il Partito della rifondazione comunista. L’organizzazione ha da poco terminato i lavori del congresso nazionale e ha consegnato la fotografia di una realtà spaccata letteralmente a metà tra Paolo Ferrero e Maurizio Acerbo (attuale segretario). C’è chi, tra le due parti in lotta, vorrebbe arrivare a dialogare con il Movimento 5 Stelle (i vicini a Ferrero) perché ora siede nel gruppo della left: constringerli a fargli fare la sinistra, insomma, parafrasando l’incoraggiamento morettiano a D’Alema («dì qualcosa
di sinistra!»).
Ma la sinistra che procede per costrizione finisce, seppur lentamente, col trasformarsi in destra: citofonare Marco Rizzo.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale il 21.02.2025

Meloni a scuola da Berlusconi: «magistratura politicizzata»

«Contro il governo agiscono magistrati politicizzati che cercano di
colpire chi non è schierato con loro». No, non si tratta di Silvio
Berlusconi dall’oltretomba: a parlare è la Presidente del consiglio dei
ministri Giorgia Meloni, intervenuta da remoto nell’ambito dei dibattiti
organizzati nella rassegna di Nicola Porro denominata La ripartenza.
Quindici minuti di collegamento meloniano a-tutto-campo, quindici
minuti di Meloni che arringa platea e ospiti non certamente ostili alla
sua linea di governo, nonché alla sua organizzazione politica. La
propaganda non deve mai interrompersi: quando succede, le maggioranze
traballano. È quello che stava per succedere anche al governo di
centrodestra.

Avvisi di garanzia a parte
La vicenda del rimpatrio di Najeem Osama Almasri, il generale libico, ha
provato ad essere un cortocircuito per Meloni e ministri (Nordio e
Mantovano nello specifico). La storia è ormai arci nota e raccontata da
più parti, tante quante le voci del centrodestra (nonché di articoli
della stampa amica) che si sono levate in difesa dell’esecutivo. Proprio
questa vicenda ha fatto sì che Meloni potesse sfruttare a suo vantaggio
la situazione potenzialmente negativa dopo la ricezione dell’«atto
voluto», come lei stessa lo ha definito, dell’avviso di garanzia
«inviato dal Procuratore della Repubblica Francesco Lo Voi» a seguito di
un «esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti». Li Gotti, definito da Meloni
«ex politico di sinistra e molto vicino a Romano Prodi» in realtà è
stato deputato sia del Movimento Sociale che di Alleanza Nazionale e
solo successivamente, nel corso dell’exploit elettorale dell’Italia dei
Valori, annoverato nelle fila del dipietrismo. Secondo Mario Sechi: «il
premier e i ministri indagati in questa vicenda non sono un fatto
giudiziario ma una mostruosità politica» a cui gli fa eco Fabrizio
Cicchitto (oggi presidente dell’associazione Riformismo e libertà): «è
peggio che ai tempi di Berlusconi: non appena si approva la separazione
delle carriere, ecco che le toghe partono all’attacco».

Referendum bocciato
Non importa davvero al “legislatore meloniano” che tutti i referendum a riguardo siano stati bocciati dagli elettori nel corso dell’ultimo decennio,
non da ultimo il tentativo congiunto dei cinque quesiti proposti dal
comitato promotore organizzato da Partito radicale transnazionale
transpartito (ma non Radicali italiani) di Maurizio Turco e Lega di
Matteo Salvini. Il clima tra Governo e Associazione nazionale
magistrati, ad ogni modo, è sempre più glaciale.

Apri tutte le porte
Giudizi personali e mostruosità a parte, nel comizio (nei fatti lo era) a La ripartenza,
la Presidente ha aperto tutte le porte possibili, metaforicamente
parlando, al fine di evitare che lei, Nordio e Mantovano potessero
passare dalla parte del torto agli occhi del corpo elettorale. Soggetto
che deve essere sempre sottoposto a sollecitazioni, pena il segno meno
nei sondaggi e la perdita di credibilità: ossessioni della politica al
tempo di Instagram e Tiktok, così come quella della trasformazione
dell’opinione pubblica in curva da stadio. «Finché la maggioranza è con
me, non intendo mollare», ha dichiarato Meloni. La scuola berlusconiana
(e di recente trumpiana) ha portato i suoi frutti: la presidente
interpreta il medesimo ruolo dell’ex Cavaliere negli affondi contro la
magistratura politicizzata per far sì che la maggioranza non
scricchioli. O almeno non più di tanto.

La vittoria di Pirro dell’opposizione
E se l’opposizione continua a chiedere al governo di riferire in
Parlamento sul caso Almasri, nelle Camere sempre più svuotate di senso
politico e istituzionale a causa del continuo ricorso ai decreti legge e
ai cosiddetti decreti minotauro, il Partito democratico sembra
gioire per un fatto. Una vittoria di Pirro, con tutta evidenza. Meloni,
nel corso delle celebrazioni in commemorazione del Giorno della Memoria,
ha dichiarato che lo sterminio di ebrei durante la seconda guerra
mondiale fosse condotto con inaudita ferocia «dal regime hitleriano» che
«in Italia trovò anche la complicità di quello fascista, attraverso
l’infamia delle leggi razziali e il coinvolgimento nei rastrellamenti e
nelle deportazioni». I democratici, che tanto speravano nella
dichiarazione di antifascismo da parte di Giorgia Meloni, potranno
felicitarsi del risultato raggiunto. La via da per immaginare (e
costruire) un’alternativa di sistema è troppo difficile da
intraprendere: tanto vale accontentarsi delle ghiande e lasciar perdere
le ali.

Articolo pubblicato su Atlante editoriale il 1 febbraio 2025 https://www.atlanteditoriale.com/meloni-a-scuola-da-berlusconi-magistratura-politicizzata/

Europee ed egoismo: anticamera del presidenzialismo [Atlante editoriale]

Foto di Elimende Inagella su Unaplash

C’è speranza? Forse sì. Ma la speranza passa per l’autocritica che, al momento, non parrebbe essere all’ordine del giorno dalle parti di Bruxelles/Strasburgo. 

«Gli elettori europei hanno parlato. […] Si ipotizzeranno vecchie e nuove maggioranze, si inizieranno anche le trattative per nominare i nuovi vertici. Si cercherà lo schema classico: un presidente della commissione al Partito popolare europeo, un presidente del consiglio ai socialisti del Pse, un altro rappresentate ai liberali e qualche altro strapuntino per i sovranisti considerati frequentabili. Si approverà un’agenda europea piena di slogan già vecchi ma ripetere la solita stanca liturgia della politica europea non ha senso». A scriverlo è stato David Carretta, giornalista tra gli altri del Foglio e di Radio Radicale, all’indomani dei risultati delle europee in Italia.

Che la struttura (politica) europea non potrà più essere la stessa risulta evidente, perfino ai più sostenitori dell’UE così come si è mostrata nel corso di questi decenni e il risultato elettorale non è, in effetti, tra i più scontati (come invece parrebbe essere stato dalle parti di Libero, Giornale e La verità). Da mesi politica e giornali parlano dell’onda nera che avrebbe travolto l’Europa e in effetti, al netto dell’astensione dal voto, così è stato.

L’Europa – o meglio: il suo establishement – dovrà mettere in discussione se stessa per far sì che riesca ad essere percepita nei confronti degli elettori e dell’opinione pubblica, ma l’autocritica non parrebbe all’ordine del giorno dalle parti di Bruxelles/Strasburgo. Antonio Tajani, eco del Ppe in Italia, non parrebbe porsi sul chi-va-là dell’astensionismo o del clima generale di un Presidente (Macron) che scioglie le camere e indice le elezioni nel suo paese nel corso dei primi exit polls: «Noi siamo il Ppe, primo partito: saremo centrali ed essenziali», come ha dichiarato nel corso della notte elettorale al Corriere della Sera

Respinti all’uscio 

Evitando la ripetizione di percentuali raggiunte dai partiti e dalle liste, dati che il lettore potrà trovare visitando qualsiasi sito di quotidiani allnews, scorrendo sul proprio smarphone tra le Google news o anche accendendo una televisione, in questa sede proviamo a tracciare un profilo diverso di questa tornata partendo da chi non sarà rappresentato al Parlamento Europeo, nonostante tutti i pronostici. Il riferimento è all’area liberal-democratica: le due liste che facevano riferimento a Renew Europe (e all’Alde), ovvero Stati Uniti d’Europa e Azione, si fermano al di sotto del quorum. I due rassemblement liberal-democratici non hanno convinto pienamente coloro che si sono recati alle urne e molti commentatori hanno notato che le due liste hanno finito con l’annullarsi.

Perché «i due rassemblement»?

Perché sia Stati Uniti d’Europa che Azione miravano a rappresentare un variegato mondo liberal-democratico, ora con sfumature socialiste liberali ora con nostalgie da Prima Repubblica (Psi e Pri erano alleati rispettivamente con Stati uniti d’Europa e con Azione). L’operazione ha finito col rappresentare una propagandistica testimonianza, come spesso accadeva per le liste della sinistra radicale (o comunista) da essi spesso dileggiate per la ripetuta mancanza di consensi necessari ad accedere all’Europarlamento. Le matrioske liberali non hanno funzionato e sono state sonoramente bocciate, nonostante i nomi scesi in campo a supportare i cartelli elettorali (Renzi e Caiazza su tutti). Allo stesso modo, cambiando fronte, l’operazione della lista Santoro (Pace terra dignità) è sembrata l’ennesimo tentativo di una sinistra che non sa elaborare un progetto di lungo periodo: gli elettori hanno preferito premiare l’alleanza tra Europa Verde e Sinistra italiana (Avs), intrisa di moderatismo e realpolitik data la riproposizione di candidati provenienti dal Partito democratico (Orlando e Marino su tutti) ma anche di Ilaria Salis su cui si dovrà vedere ora il confronto diplomatico con Budapest come procederà. 

«Prima io» 

La destra gongola e Meloni si lascia andare sui social con la pubblicazione di un selfie con la V di vittoria, gesto che fu caro a Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale. Secondo il parlamentare Fd’I Donzelli, raggiunto la notte del 9 giugno [2024] dal Corriere della Sera, l’operazione di Meloni di candidarsi in tutti i collegi, compresa quella di indicare il voto per Giorgia non è stato altro che «un atto d’amore nei confronti di tutti gli italiani». Il deputato ha proseguito: «[Meloni] non lo ha fatto per sé, non ne aveva bisogno […] tranne la manifestazione del 1 giugno a Pescara non ha tolto un solo minuto al suo lavoro di Governo».

Per sé sicuramente no, tuttavia per il partito certamente. E il discorso vale tanto per lei quanto per la segretaria del Partito democratico. Il bottino delle preferenze di Giorgia Meloni detta Giorgia fa urlare di gioia un già sgolante Nicola Porro che, sul suo blog, mette nero su bianco: «da sola “Meloni detta Giorgia” vale più del Movimento Cinque Stelle nel suo complesso (2,2 milioni di voti) ma anche più di Lega (2 milioni) e Forza Italia (2,2 milioni). Più di un terzo dei voti di FdI porta il nome del leader».

Il messaggio è chiaro. Le elezioni europee erano una sorta di elezione di mid term in salsa italo-europea: tanto più è forte la Presidente del consiglio (che è leader di Fratelli d’Italia), tanto più sarà imponente la sua campagna sul referendum riguardo il presidenzialismo. I rimpasti c’entrano poco e non sono all’ordine del giorno. Quantomeno per ora.

Egoismo. Questo è stato il fattore maggiormente presente e imponente nel corso di questa bassa (si veda la polemica sulle parolacce) campagna elettorale. Ideologia assente (jamais!) e dibattito completamente annichilito dall’onnipresenza leaderistica della figura forte di partito che puntava tutto su di sé.

È l’anticamera del presidenzialismo: un referendum permanente su una figura. Che sia Giorgia detta Giorgia o Elena Ethel Schlein detta Elly la medaglia ha due lati identici. 

Chi ne fa le spese sono gli elettori. Quelli che a votare ancora ci vanno, s’intende.

Articolo pubblicato su Atlante editoriale https://www.atlanteditoriale.com/europee-ed-egoismo-anticamera-del-presidenzialismo/

Europee, cambiano le regole: partiti nel caos

Foto di Christian Lue su Unsplash

Nasce la lista centrista “Stati Uniti d’Europa” ma si rischia già lo strappo con Volt e una parte di +Europa. Disputa sul simbolo tra la lista “Pace terra dignità” (lista Santoro) e i Verdi/Grüne del SudTirolo.

Mancano poco più di tre mesi alle elezioni europee: si terranno l’8 e il 9 giugno [2024] contemporaneamente in tutti i paesi dell’Unione. In Italia il Governo Meloni ha appena cambiato le regole per la presentazione delle liste: le organizzazioni politiche si stanno adeguando alla normativa, non sensa difficoltà.

Cambiano le regole ma in cosa consistono le modifiche?
Il Governo ha modificato la normativa che regola la partecipazione elettorale dei partiti e delle liste attraverso la conversione in legge del decreto 7/2024. Il Governo era partito in gennaio con la volontà di proporre alle Camere un testo già blindato nei fatti, a cui poi si sono aggiunti degli emendamenti in Aula. Tra le varie modifiche ce ne sono due tra le più rilevanti tra cui: la questione della raccolta firme per la presentazione di una lista e il voto – in via sperimentale – ai fuori sede. Riguardo la questione firme, in questo caso attorno all’esenzione della raccolta, potrà avvenire solo per la lista o il partito «che che abbia ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo – ed in una delle circoscrizioni italiane». Alle scorse europee [2019], mancando la specificazione delle circoscrizioni italiane, riuscirono a presentarsi senza raccogliere le firme anche le liste del Partito Pirata, della lista “La sinistra” (Rifondazione-SinistraEuropea e Sinistra Italiana) e del Popolo della famiglia di Massimo Adinolfi.

Proprio Rifondazione, sebbene fondatrice del Partito della Sinistra Europea, quest’ultimo rappresentato a Bruxelles/Strasburgo, ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica riguardo, sostengono dal Prc, la palese incostituzionalità del decreto convertito in legge.

Sul voto ai fuori sede la normativa ora stabilisce che gli studenti fuori sede possono votare «nel luogo di domicilio, con esclusivo riferimento alle elezioni europee del 2024» ma è valida solo per «gli elettori che sono temporaneamente domiciliati» da «almeno tre mesi in un comune italiano situato in una regione diversa da quella di residenza». L’aporia della norma sta nel fatto che si voterà sia per il rinnovo del Parlamento europeo, sia per il rinnovo dei consigli in alcune regioni.
Dunque il fuori sede dovrà comunque recarsi là dov’è residente per poter votare anche alle regionali.

E i partiti? L’incontro-scontro al centro
Ventiquattro ore prima delle festività pasquali, è giunto in porto il progetto della lista denominata Stati Uniti d’Europa (SuE). L’area centrista liberal-democratica e radicale ha trovato un accordo attorno al nome della lista, nonché attorno ai maggiori sostenitori e rappresentanti di SuE cioè +Europa (dunque Radicali italiani e Italia in Comune), Italia Viva di Matteo Renzi, Libdem di Andrea Marcucci e il Psi di Enzo Maraio (che non è il nPsi, pur avendo oltre al garofano il medesimo font in comune).
Non ci sarebbero ancora le ufficialità di Volt (il partito politico paneuropeo) e della Nuova Dc siciliana ma il simbolo che è circolato nei giorni di Pasqua vede anche “la pulce” della prima organizzazione citata, che scioglierà la riserva solo il 6 aprile.

L’accordo, quindi, c’è. Cioè: ci sarebbe, pur nell’alveo di una «lista di scopo». Come da migliore tradizione radicale. Ci sarebbe, dicevamo. Il condizionale è d’obbligo e nonostante Emma Bonino in un suo articolo pubblicato su «La Stampa» del 15 dicembre [2023] avesse lanciato – calcisticamente parlando – la palla in tribuna per poter dare il via al percorso di costituzione del progetto, la lista soffrirebbe già di dissidi interni.
Si potrebbe ridurre il tutto ad un equivoco di fondo: +Europa, sebbene abbia trainato la creazione della lista, non è un partito unitario quanto più una sorta di coordinamento liberal-democratico di varie componenti, tra cui quella capitanata da Benedetto della Vedova, quella di Radicali italiani e quella afferente ad Italia in Comune. Federico Pizzarotti fa parte di quest’ultima: da presidente di +Europa ha affidato a X (ex Twitter) la polemica interna, prima riguardo la candidatura di «Marco Zambuto (genero di Totò Cuffaro)» ma anche attorno al simbolo che «non era mai stato condiviso in nessun organo: io non lo avevo mai visto». Chissà che il vento di Calenda, unico escluso dal mal assortito rassemblement centrista, non riesca a soffiare dalle parti di Federico Pizzarotti e spaccare il “fronte” appena nato.

Sinistra: la “lista Santoro” copia i Verdi/Grüne altoatesini?
La lista promossa dal giornalista Michele Santoro, dal professore Raniero La Valle e dall’influencer (ex Fronte della gioventù comunista) Benedetta Sabene, “Pace, terra, dignità”, non dovrà confrontarsi soltanto con la raccolta delle firme, ma anche con la legge. I Verdi del SudTirolo si sono rivolti ad un legale che ha inviato una lettera di diffida a Michele Santoro e a Rifondazione comunista (promotrice della lista), come rivela il docente Gabriele Maestri sul suo blog. Santoro ha, ad ogni modo, ribadito le ragioni della lista affidandosi anch’egli ad un avvocato ed ora è, letteralmente, battaglia sui simboli.

La risacca dei partiti personali
Il dato che emerge fino ad ora è quello dello spazio politico occupato dal “centro” che, a quanto pare, si sta facendo sempre più asfittico. Non più di due lustri fa se la pubblica opinione avesse assistito ad una veemente querelle come quella in essere da mesi (per non dire anni) tra i leader dei vari partiti lib-dem, moderati e radicali ma nell’area politica della sinistra radicale, avrebbe derubricato i dibattiti alla voce “litigiosità” del vocabolario. Proverbiale quella della sinistra, se di mezzo ci sono anche i comunisti o socialisti, poi, non se ne parli neanche. Non prima di aver trattato il tutto con distacco e una punta di disprezzo. Ma ormai l’opinione pubblica è assuefatta ai partiti personali e alle loro dispute, nonché al loro orizzonte elettorale e di brevissimo periodo: la politica, pur lontanissima, è preda di dibattiti su X e a colpi di post. Di sostanza ce n’è poca e c’è da cercarla con la lanterna accesa nel buio.
Come Diogene di Sinope: lui cercava l’uomo, qui cerchiamo la politica.

 

Pubblicato su Atlante Editoriale 

Un anno di Meloni, la presidente-camaleonte [Atlante Editoriale]

Il 24 novembre si concludeva l’iter del Mes alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica. Durante il question time al Senato, va in scena il battibecco tra Matteo Renzi (ex Presidente del consiglio, ex segretario del Partito democratico e ora rappresentante del gruppo Italia viva – il centro) e l’attuale presidente del Consiglio dei Ministri: «lei racconta se stessa come fosse Cenerentola ma lei non è Cenerentola né la Bella addormentata, né Biancaneve: è la presidente del consiglio e si trova guidare il paese e non sta governando la situazione economica delle famiglie»1.

Ma Giorgia Meloni nei fatti non è niente di tutto questo, è piuttosto un camaleonte.

Il primo a dare questa definizione è stato il sito «politico.eu» nel novembre di quest’anno: «mentre in precedenza [Meloni] chiedeva all’Italia di abbandonare l’euro e prendeva di mira ripetutamente “i burocrati di Bruxelles”, Meloni oggi sembra essere in buoni rapporti con la presidente della commissione europea Ursula Von der Leyen […] e lavora a stretto contatto con lei anche il primo ministro olandese Mark Rutte». Rutte che, assieme a Wilders ora molto più pervicacemente, è stato tra chi diceva «non daremo soldi all’Italia» nel corso della crisi da coronavirus.

Trasformismo tanto e tale (il fantasma di Agostino de Pretis volteggia ancora sui Palazzi!) che ha portato la Presidente del Consiglio a dichiarare: «[Von der Leyen] lavora molto e sa ascoltare, non è difficile collaborare con lei. Poi, certo, tenere tutto insieme non deve essere facile. Il governo europeo è una costante mediazione tra le indicazioni dei singoli governi e gli equilibri politici che si impongono al Parlamento europeo».2

Bisogna sempre tener conto di quel che si può e quel che non si può fare, sembra voler dire: il referendum per uscire dall’Europa e tornare a battere moneta non è più tra le possibilità politiche che rientrano nell’ordine della concretezza. «L’Euro ha prodotto un fallimento: non abbiamo adottato la moneta unica ma il marco tedesco. Stiamo tirando la carretta per qualcun altro» e ancora «Uscire [dall’Euro] presenta alcune incognite, restare offre la certezza che andrà sempre peggio»3, era quello che dichiarava nel 2014 Giorgia Meloni a Monica Guerzoni del «Corriere della Sera». Allora il partito puntava all’8% e il Movimento 5 Stelle era ancora a trazione di Beppe Grillo.

In nove anni è cambiato tutto, al di là delle semplici frasi fatte. E, d’altra parte, Fratelli d’Italia non si chiama più “Fratelli d’Italia – Alleanza nazionale” bensì solo “Fratelli d’Italia”. La fiamma nel simbolo c’è sempre e serve per ricordare a tutti il punto di partenza della storia del partito, pur con tortuosi salti e cambiamenti di posizioni politiche degli ultimi due anni: vale e conta nell’ambito della propaganda elettorale (permanente).

C’è da dire, ad ogni modo, che la natura camaleontica di Meloni non ha per nulla scalfito il consenso in termini elettorali (o di proiezioni e sondaggi): l’opposizione sembra essere bloccata e paralizzata tra lo scontro personale, quello ideale attorno ad una ipotetica narrazione dell’Unione Europea, nonché delle procedure d’Aula.
A proposito dei decreti legge, il dato sembra essere implacabile: in quattro mesi sono stati pubblicati diciotto decreti legge dal governo, ad ottobre erano già quarantotto. L’esecutivo si è sostituito al Parlamento e al dibattito in Aula si è preferito l’approvazione in Consiglio dei ministri. Una divisione di poteri che si è andata a superare nei fatti diventando, piuttosto, una somma di poteri. Chiara Braga (capogruppo Pd alla Camera) aveva affermato in un’intervista a «La Repubblica» come ci fosse
«un’emergenza democrazia». «Il governo ha posto la questione di fiducia su 20 decreti […] La metà delle leggi approvate dal Parlamento sono decreti», si leggeva nell’intervista del 25 ottobre [2023].

Certo è che tra fiducia e decretazioni d’urgenza le ultime otto legislature non hanno brillato per democrazia e dibattito parlamentare: i governi appoggiati dal Partito Democratico hanno anch’essi abusato della decretazione d’urgenza (Prodi, Gentiloni, Letta, Renzi, Draghi), per non parlare del governo Conte nel mezzo della pandemia da coronavirus (i Dpcm enunciati alle 18:00 in diretta tv).
Si tratta del riflesso di governi che avrebbero voluto accentrare su di loro decisioni e responsabilità per lasciare al Parlamento i resti di un dibattito già condizionato. Allo stesso modo il discorso può essere esteso per il malcostume del cosiddetto “decreto milleproroghe” per cui a fine anno si giunge alla confermazione di proroghe attorno ai più disparati campi d’intervento del legislatore, comportamenti normativi, pratiche relative alla burocrazia e amministrazione che da straordinaria diventerà ordinaria nei fatti. È avvenuto anche a fine 2023.

L’interpretazione che da’ Piero Fassino attorno all’accentramento di poteri di Giorgia Meloni (a proposito di rigidità e procedure d’Aula), in un articolo che ha pubblicato su «Huffington Post», non solo non convince ma lascia perplessi sulla strategia – semmai dovesse essere ravvedibile – dell’opposizione:

«È forse per dare forza a una linea di isolamento che la Presidente del Consiglio ha indossato negli ultimi tempi toni particolarmente aggressivi. C’è da chiedersi perché? […] la spiegazione c’è: ed è che l’on. Meloni non si sente “riconosciuta” perché sa che la storia politica da cui proviene – e da cui non ha mai preso le distanze – non appartiene alle radici della Repubblica democratica, né alle radici dell’Unione europea. E anziché fare i conti con questo limite, l’on. Meloni ha imboccato una linea di destabilizzazione. Lo ha fatto proponendo l’elezione diretta del premier [che sia un lapsus, on. Fassino?], ispirata da un rapporto plebiscitario leader-popolo che sovverte l’architettura costituzionale, emargina Parlamento e partiti, esalta la intermediazione sociale».

Da qualche tempo il partito democratico sta seguendo il consiglio di Dario Franceschini, secondo cui, proprio riguardo «la madre di tutte le riforme che si possono fare in Italia», non c’è necessità di esprimere sempre la propria contrarietà quanto, piuttosto, proporre un’alternativa entrando nel dibattito egemonizzato dalla Presidente del Consiglio. È così che si va strutturando la contro-proposta del Pd al premierato: il cancellierato à la tedesca. Impercettibili sfumature di una tonalità di colore piuttosto uniforme e sovrapponibile a quella dei fratelli d’Italia. Il premierato lo vorrebbero tutti anche e soprattutto per quel premio di maggioranza che andrebbe delineandosi ma nessuno – dalle parti opposte dell’emiciclo – ha  il coraggio di ammetterlo.

E, infine ma tornando al principio, bisogna iniziare a registrare anche la mutata predisposizione nei confronti di una parte del centro: c’è da considerare, insomma, anche la liason a distanza con Italia viva, che tanto ha fatto tremare i vertici di Forza Italia. La prima organizzazione ospitata ad Atreju, la seconda invitata solo per tramite di Antonio Tajani (ma più in virtù della carica che ricopre nel Governo). Le baruffe per qualche editoriale di Matteo Renzi sul «Riformista» assomigliano più all’atteggiamento di chi si sta cercando sottobanco senza ammetterlo, così come anche la battuta in Aula sugli aiuti che potrebbero giungere dall’Arabia Saudita per conto dell’ex sindaco di Firenze.

Il fine di Meloni è «un sano bipolarismo» – magari a trazione Fdi – così da egemonizzare una parte del centro e far sì che l’ex compagine moderata, ex berlusconiana, orfana di quel che fu l’Udc venga attratta naturalmente per istinto darwiniano di sopravvivenza.

Le posizioni politiche cambiano ma Meloni non ha intenzione di mostrarsi per quello che compie davvero agli elettori: mantenere il velo di Maya è l’imperativo categorico per far sì che il consenso non si sgretoli. Non è così che ha finito per essere irrilevante il campo della sinistra radicale?

1 Monica Guerzoni, Il duello con Renzi in Aula. «Non faccia la Cenerentola». E lei: ci aiuti per la benzina con il suo amico bin Salman, «Corriere della sera», 24 novembre 2023.

2 Alessandro Sallusti, La versione di Giorgia, 2023, Rizzoli.

3 Monica Guerzoni, Meloni punta molto in alto: valiamo l’8 per cento, 20 maggio 2014, «Corriere della Sera».

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/un-anno-di-meloni-la-presidente-camaleonte/

Salario minimo, cosa sta succedendo? – Atlante Editoriale

Arriva il niet della Camera dei Deputati sulla proposta riguardo al salario minimo presentata dalle opposizioni. Ora spetterà al Senato della Repubblica esaminare il testo della legge delega del Governo, approvata ieri alla Camera con 153 voti a favore.
Le opposizioni parlamentari in Aula hanno contestato l’iniziativa dell’esecutivo e della proposta di legge delega di Rizzetto (Fdi) ed altri (tra cui l’ex eurodeputato Battilocchio) approvata in commissione il 28 novembre [2023]. Il Presidente della Camera, sospesa la seduta per una manciata di minuti a causa delle proteste rivolte al Governo dai deputati dei gruppi del Movimento 5 Stelle, Verdi-Sinistra italiana e Partito democratico, ha poi proseguito con i lavori decretando il risultato della votazione.

D’altra parte il compito di Conte, Schlein e Fratoianni sarebbe stato particolarmente arduo da portare avanti: la commissione lavoro aveva fatto sì che la proposta delle opposizioni fosse snaturata nei fatti; la strategia degli emendamenti prodotti da Pd, M5S e Verdi-Si non ha sortito l’effetto sperato – né avrebbe potuto riuscire in alcun modo, stante l’equilibrio parlamentare.

Lo strappo
Già nella giornata di martedì il Governo aveva annunciato che non avrebbe discusso la proposta delle opposizioni circa il salario minimo orario fissato a 9€ lordi. Cifra attorno alla quale le opposizioni discutevano da mesi: solo a seguito di un intenso labor limæ, i tre gruppi maggiori (M5S, Pd, Verdi-Si) sono riusciti ad accordarsi a riguardo. «Come soglia minima, la proposta di legge sanciva i 9€ lordi l’ora», ha spiegato a «Radio Radicale» la deputata Valentina Barzotti (M5S) che ha aggiunto: «in sinergia con la contrattazione collettiva avrebbe potuto prevedere trattamenti di miglior favore».

Di parere opposto la Presidente del Consiglio dei Ministri Meloni che ha dichiarato la propria contrarietà alla proposta di legge delle opposizioni in un’intervista rilasciata all’emittente radiofonica «Rtl». Meloni ha ribadito la consonanza con il parere espresso dal Cnel e dal suo presidente (Renato Brunetta) attorno alla proposta dei 9€ contestando anche parte del mondo sindacale, riferendosi – con tutta evidenza – alle organizzazioni confederali: «vanno in piazza a rivendicare la bontà del salario minimo, ma quando vanno a firmare i contratti collettivi accettano contratti da poco da più di 5€ l’ora, come accaduto di recente con il contratto della sicurezza privata».

Cosa stabilisce la legge delega?

Il testo
consta di due deleghe al Governo e non prevede un riferimento chiaro ad una retribuzione (punto su cui si fondava la contrarietà delle opposizioni) limitandosi all’espressione: «assicurare ai lavoratori trattamenti retributivi giusti ed equi». In che modo? Contrastando «il lavoro sottopagato anche in relazione a specifici modelli organizzativi del lavoro e a specifiche categorie di lavoratori» e «il cosiddetto dumping salariale», ovvero la concorrenza sleale del “gioco al ribasso” nonché estendendo «i trattamenti economici complessivi minimi dei contratti collettivi nazionali di lavoro […] ai gruppi di lavoratori non coperti da contrattazione collettiva, applicando agli stessi il contratto collettivo nazionale di lavoro della categoria di lavoratori più affine».

La proposta di legge di iniziativa popolare «non meno di 10€»

Se nell’Aula si discuteva dei 9€ e, conseguentemente, si votava la delega, fuori dalle istituzioni il dibattito correva su un altro binario. Il 29 novembre, ovvero il giorno seguente l’approvazione della delega in commissione lavoro, Unione popolare e Rifondazione comunista depositavano in Senato una proposta di legge di iniziativa popolare supportata da 70mila firme che chiedeva l’istituzione di un salario minimo di 10€ lordi l’ora. Una misura che, stando alle parole di Maurizio Acerbo (Rifondazione comunista), rilasciate al «manifesto» in quei giorni, sarebbe stata una «misura coerente di lotta contro il lavoro povero e sottopagato che ci sembra più seria di quella avanzata dalle opposizioni parlamentari nel dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione».

«Contratti collettivi? Una foglia di fico».

Nel corso delle audizioni in commissione lavoro, i rappresentanti delle associazioni di categoria hanno spesso fatto riferimento alla mancata applicazione dei contratti collettivi nazionali in determinati settori (tessile, ristorazione, ricettivo). Secondo Stefano d’Errico, segretario nazionale del sindacato Unicobas, raggiunto da «Atlante» la questione: «è la foglia di fico dietro la quale si nasconde l’attuale maggioranza». «L’applicazione del contratto collettivo non risolve la situazione sia perché ci sono dei “contratti pirata” firmati da organizzazioni sindacali di comodo (sindacati gialli), sia perché – purtroppo – anche le organizzazioni sindacali confederali (Cgil, Cisl, uil) hanno sottoscritto almeno 25 contratti nazionali in cui la paga oraria è inferiore a 9€», ha dichiarato D’Errico.
«Siamo a favore del salario minimo – ha proseguito – perché ci sono 3 milioni di lavoratori che fanno la fame (spesso lavorando a volte più di otto ore al giorno), ma anche per l’introduzione della “scala mobile” che recuperi almeno l’inflazione dichiarata. E ci sembra ridicolo anche solo il dichiarare – come pure hanno fatto esponenti della maggioranza – che attraverso un provvedimento del genere si possano abbassare i salari alti».

«C’è una grande ipocrisia attorno al salario minimo, soprattutto da parte governativa: in tutti i paesi dell’UE è presente una legge a riguardo e la cifra oraria oscilla tra gli 11€ e i 12€ lordi. Un’ipocrisia che notiamo anche tra le fila delle organizzazioni sindacali le quali, spesso, sono state talmente compiacenti con la Confindustria e col padronato da aver sottoscritto “contratti di rapina”».

 

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/cosa-sta-succedendo-riguardo-al-salario-minimo

«Governo senza progetto, Paese precario» – Atlante Editoriale

«Vogliamo rispettare gli impegni presi con gli italiani. Nessuno meglio di chi fa impresa sa quanto sia importante il rispetto della parola data. Anche per questo voi rappresentate l’interlocutore ideale per una politica seria», così Giorgia Meloni nel video messaggio inviato all’assemblea di Confindustria Bergamo-Brescia lo scorso venerdì [10 novembre]. La Presidente si è concentrata anche su Pnrr e Zona economica speciale (Zes) nell’intervento telematico inviato all’assemblea degli industriali delle due province lombarde. Se si parla anche di «parola data» e di «impegni con gli italiani» c’è anche in ballo il discorso attorno alla forma di Governo che la Presidente ha unito assieme alla crescita economica. Abbiamo fatto il punto della situazione con Sebastiano Salvi, imprenditore di terza generazione di un’azienda manifatturiera rappresentativa del territorio di Bergamo. 

Meloni ha definito il territorio bergamasco-bresciano «il traino dell’economia» riprendendo il tema dell’assemblea di Confindustria. Qual è la situazione?


«Siamo in una fase di forte rallentamento a livello produttivo: molte aziende hanno fatto ricorso alla cassa integrazione. Il calo di fine anno è maggiore del solito (complici due guerre in corso e crisi conseguenti): c’è incertezza, le persone consumano di meno e le aziende non producono. Dunque: si accede maggiormente alla cassa integrazione. Lo scenario è abbastanza nebuloso e contorto a vari livelli: dalla crisi post pandemia, al rialzo dei tassi dei mutui. Si aggiunga a ciò il rincaro del costo della vita e delle utenze che ha ripercussioni su famiglie e aziende».


La legge di bilancio prova a invertire la tendenza descritta oppure no?


«Se la dovessimo leggere a prescindere dal colore politico, potremmo anche ritenerla ragionevole dal punto di vista delle imprese: avendo [il Governo] poche risorse a disposizione, si nota una timida riduzione del cuneo contributivo. Sotto altri punti di vista non è affatto completa: non c’è una strategia finalizzata alla crescita, non si ravvedono interventi strutturali; mi sembra sia a corto raggio e non si ponga il problema del lungo periodo»

A proposito di rincaro delle bollette di cui parlavamo prima c’è da dire che molti annunci da parte governativa non si sono tradotti in aiuti rimanendo semplicemente proponimenti. È corretto?


«Ci sono stati degli sgravi fiscali che vanno a colmare una parte del delta che si aveva negli anni pre-Covid sul costo al Kw/h, ma sono terminati lo scorso trimestre. Ad ogni modo stiamo parlando di interventi palliativi: non c’è nulla di strutturale». 

Un po’ come si fa quando vengono stabiliti e normati i bonus “una tantum”.


«Esatto. La situazione temporanea si tampona in un modo, sperando che sia transitoria e che l’imprevisto non diventi stabile. A proposito del caro energia di cui parlavamo prima, il tema sarebbe un altro».

Quale?

«Finanziamo le aziende che innovano, finanziamo chi acquista (parlo anche di famiglie) energia verde. Al momento io acquirente devo fare un atto di fede: devo rivolgermi a fornitori che mi dicono che quella che erogano è energia pulita. A livello di immagine ci può stare, a livello di sistema-Paese no: dobbiamo approvvigionarci di energia rinnovabile e dobbiamo farle pagare sempre meno e non – come succede – facendole pagare di più. Tanto per le famiglie quanto per le aziende, per cui vale la pena ricordare che in Italia vi è una prevalenza di società medio-piccole che non hanno un prodotto proprio»

Cioè?

«Significa che il prezzo che io faccio al mio cliente per i prodotti non lo faccio io: è il cliente che lo fa per stare sul mercato, perché venda il suo prodotto. Obtorto collo “subisco” la situazione e devo stare in quel prezzo: la conseguenza potrebbe essere che quel cliente dirotti il suo interesse su aziende straniere che gli fanno pagare di meno. E io non voglio che accada. Non è solo un discorso di indotto e di competenze: è etica».

Secondo lei col Pnrr non si andrebbe a risolvere la questione dando una struttura, superando le contingenze?

«Il Pnrr investirà molto sulla transizione ecologica ma finora ho visto gran poco. C’è il rischio che i fondi del piano si perdano in tanti rivoli, oppure a beneficio di opere statali: non è una contestazione che muovo a riguardo ma un’osservazione necessaria, per cui l’azienda privata deve fare i conti con risorse limitate».

Riguardo la Zes, invece, tema trattato anche da Meloni?


«Parlo da una regione [la Lombardia] in cui non c’è mai stata Zes, né alcun tipo di incentivo fiscale particolarmente “aggressivo”. Mi sembra, anche in questo caso, che la zona economica speciale sia una cosa positiva ma finalizzata ad una circostanzialità: è vero che creare fiscalità differite per portare alla pari – diciamo così – un sistema economico di una regione rispetto ad un altro, può servire».



Provo a tradurre: “sposto la produzione in Basilicata perché così ho incentivi e sgravi, ma poi?”. Sembra mancare il dopo, se ho capito bene
.

«Precisamente. È anche una buona cosa ma si tratta di un palliativo: posso essere invogliato ad investire al sud, ma poi qual è la progettualità che mi consente di ‘durare’ nel lungo periodo?»

A proposito di visione generale e progettualità, dato che abbiamo parlato anche di crescita economica, le vorrei chiedere un parere sulla riforma costituzionale. Meloni in conferenza stampa ha dichiarato che negli ultimi venti anni Francia e Germania sono cresciute del 20% mentre l’Italia meno del 4%. Dunque parrebbe di capire che, secondo Meloni, il premierato aiuterebbe la crescita economica. Secondo lei è possibile una sovrapposizione del genere?


«Mi verrebbe da dire che è come giocare a basket su un campo di calcio: per far giocare meglio e far vincere il campionato alla squadra di calcio, la facciamo giocare sul parquet del basket! Scherzi a parte: crescita e forma di governo sono due cose che non c’entrano assolutamente niente. Non mi sembra che dal 1948 ad oggi non si siano verificate le condizioni per una crescita economica sostanziale: il periodo degli anni ‘60 venne considerato “boom economico” e c’erano governi molto meno longevi di quelli di ora. Si parlava di “governi balneari” e non mi sembra neanche che “a causa” della Costituzione o della forma di Governo ci sia stato un rallentamento sulla crescita. Il punto è un altro: c’è un progetto a lungo termine? Il Paese senza un progetto è un paese precario».

 

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/governo-senza-progetto-paese-precario/

Il premierato di Meloni: a gamba tesa sulla Costituzione

Venerdì scorso [3 novembre] il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il disegno di legge di riforma costituzionale su proposta del Primo ministro Giorgia Meloni e della Ministro per le riforme costituzionali e semplificazione normativa Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Il disegno di legge in questione riguarda l’elezione diretta del presidente del consiglio dei ministri, cioè quello che in altri paesi si chiama premier. Una proposta di riforma della Costituzione, in poche parole.

Una doverosa precisazione semantico-ideologica

La stampa italiana da almeno un decennio si riferisce (ormai diventata consuetudine) al Presidente del consiglio dei ministri con il nome di premier: non se ne conosce la ragione, in ogni caso sono due espressioni che fanno riferimento a forme di governo differenti. Non è un problema (solo) di nomi ma di poteri. Il fatto che il termine premier sia utilizzato con disinvoltura dalla stampa italiana in favore della locuzione “Presidente del consiglio dei ministri” rappresenta di per sé un fatto assai grave, considerando anche il fatto che da parte politica si fa riferimento da sempre più tempo alla dicotomia “governi eletti dal popolo” e “governi non eletti dal popolo”. I governi tecnicamente non sono votati da nessuno in Italia. Nella Costituzione, per fare un esempio, il termine premier non viene riportato da nessuna parte, né è mai stato normato che il candidato del primo partito debba obbligatoriamente essere designato dal Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio dei Ministri (non premier). Benedetto (detto Bettino) Craxi è stato per anni Presidente del Consiglio con il PSI ben lontano dal 15%. Altroché “stabilità il giorno dopo delle elezioni”. 

Il “premierato” di Meloni
Cinque articoli in tutto per il disegno di legge (ddl) del Governo, stando al comunicato pubblicato al termine del consiglio dei ministri. La riforma costituzionale:

«ha l’obiettivo di rafforzare la stabilità dei Governi, consentendo l’attuazione di indirizzi politici di medio-lungo periodo; consolidare il principio democratico, valorizzando il ruolo del corpo elettorale nella determinazione dell’indirizzo politico della Nazione; favorire la coesione degli schieramenti elettorali; evitare il transfughismo e il trasformismo parlamentare».

Cioè?

Vale a dire che il ddl prevederebbe: l’elezione diretta del Presidente del consiglio dei ministri; l’elezione contestuale del presidente e del Parlamento; una nuova legge elettorale – per forza di cose, verrebbe da dire – che assicurerebbe un premio di maggioranza assegnato su base nazionale del 55% dei seggi al partito o alla coalizione di partiti collegati al presidente del consiglio; abolizione, infine, dei senatori a vita. Riappare un premio di maggioranza consistente. Non è specificato, né è stato ribadito in altre sedi, se l’elezione diretta del Presidente del consiglio dei ministri debba avvenire in un turno o se è previsto un ballottaggio. Nel caso in cui l’eventuale ballottaggio venga preso in considerazione dal Governo, si assisterebbe al ritorno della proposta di riforma Renzi che l’allora Presidente del consiglio aveva denominato “sindaco d’Italia”.

Numeri o referendum

Per riformare la Costituzione o approvare una legge costituzionale serve la maggioranza assoluta delle due Camere, comunque è necessaria la procedura prevista dall’articolo 138. L’articolo stabilisce che la riforma può essere sottoposta al referendum popolare, quello in cui incappò Renzi tempo fa. Quando disse che avrebbe lasciato la politica qualora avesse perso la tornata referendaria. Eppure la Presidente del consiglio ha definito il disegno di legge licenziato dal consiglio dei ministri la «madre di tutte le riforme che si possono far e in Italia». Anzi, ha detto di più: «Negli ultimi 20 anni in Italia abbiamo avuto 9 presidenti del consiglio con 12 governi diversi; in Francia 4 presidenti della Repubblica, in Germania 3 cancellieri. Nello stesso periodo di tempo Francia e Germania sono cresciute più del 20%, l’Italia meno del 4%». Il “protocollo è chiaro”. La colpa dell’arretratezza italiana non sta nella mancanza di una classe dirigente (trasversalmente parlando), di partiti ormai diventati comitati elettorali permanenti, di politiche strutturali e di dibattito pubblico su modelli di sviluppo e visione del mondo. La colpa è da rintracciare nella forma di Governo: con il premierato ci aspetterà un futuro roseo. Parola di Meloni.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale

L’annus horribilis della democrazia israeliana

Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele dal 2009 quasi
ininterrottamente, a seguito dell’attacco palestinese ha dichiarato lo
stato di guerra e che l’esercito del paese (Tsahal) agirà con tutto il
potere necessario per far fronte alla situazione che si è venuta a
creare.
La realpolitik in questo caso è spietata: il
Primo Ministro tenterà – è facile supporlo – di recuperare terreno
nell’opinione pubblica e nella società israeliana dato che dalla
rielezione dello scorso anno, dopo la nascita di quello che la stampa
internazionale ha definito essere il governo più a destra della storia
di Israele, ha subito varie e imponenti contestazioni. Il
consenso è sceso a livelli piuttosto bassi e la società tutta si è
mobilitata contro di lui a partire dall’inizio dell’anno, quando il
contestato progetto di riforma del sistema giudiziario ha iniziato ad
essere discusso in Parlamento
(Knesset).

È bene riavvolgere il nastro e tornare al mese di febbraio, quando la
protesta approda anche nelle istituzioni: il Parlamento era chiamato a
dibattere attorno al pacchetto di leggi sulla giustizia. La revisione
del sistema giudiziario, che ha mobilitato le proteste per 29 sabati
consecutivi e portato 70mila persone in piazza pacificamente a Tel Aviv,
che ha fatto incrociare le braccia a gran parte dei settori produttivi
della società israeliana, era un punto centrale dell’iniziativa politica
del Primo Ministro. Se in Italia Giuliano Ferrara su «Il Foglio»
scriveva come non fosse tutto illogico nella riforma di Netanyahu,
dall’altra parte della Manica il «Guardian» avvertiva che le proposte di
legge approvate nella commissione parlamentare per la Costituzione la
legge e la giustizia avrebbero avuto due risvolti: la prima
quella del maggiore controllo da parte politica sulla nomina dei giudici
della Corte suprema. L’altra avrebbe consentito a una maggioranza
semplice della Knesset di annullare quasi tutte le sentenze della Corte
stessa.

È bene ricordare che lo Stato di Israele non possiede una Costituzione
scritta ma solo un insieme di Leggi fondamentali. Le problematiche
conseguenti sono facilmente intuibili dal lettore.

Se la piazza ribolliva, il parlamento non era da meno: l’opposizione
arabo-israeliana della sinistra comunista riunita nel gruppo
Hadash-Ta’al denunciava quello che sarebbe stato lo stato di Israele con
l’approvazione della Legge
. In una seduta del 5 febbraio 2023
al deputato Ofer Cassif è stato impedito non solo di continuare a
parlare dalla vicepresidente della Camera Nissim Vattori (Likud) ma è
stato anche allontanato con la forza. Le opinioni contrarie non erano
ben accette, con tutta evidenza. Così come non lo erano nemmeno
all’interno della maggioranza. Fiamma Nirenstein sul «Giornale» in
quella fase ha dato conto della cacciata del ministro della Difesa
Gallant che si era espresso pubblicamente contro quell’insieme di leggi.
Gallant lo sosteneva da destra, eppure a Netanyahu non è bastato il
rapporto personale che aveva con l’ex ministro per poter interrompere
quello politico.

La legge fondamentale voluta da Netanyahu è stata in parte
rimodulata e in parte ritirata ma la prima sezione è stata approvata in
luglio e l’estate appena trascorsa è diventata decisamente rovente.

La ‘clausola di ragionevolezza’ della Legge riguardo i provvedimenti
dei governi che favorirebbero comportamenti distorti (corruzione),
nepotismo e scelta di persone con gravi precedenti penali per l’incarico
di ministro è all’esame della Corte Suprema, così come gli svariati
ricorsi giunti sul tavolo dei giudici. Lo scontro tra poteri non è fatto secondario: in discussione è il fondamento della democrazia liberale in sé.
Potere esecutivo contro potere giudiziario, nonché la primazia di uno
sull’altro. Non un affare da poco, per quella che in occidente è
“l’unica democrazia della regione mediorientale”.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/lannus-horribilis-della-democrazia-israeliana/

Sanità pubblica e privata in Bolivia. Cercando l’assistenza capillare, trovando disordine generale

La
raffinatezza architettonica non è quel che si direbbe un tratto
distintivo delle città boliviane: le abitazioni sono
spesso
incomplete e la gran parte (se non la totalità) d
ei
palazzi
,
delle
case,

dei
condomini e
degli
isolati sono lasciati a mattoni vivi. Ne deriva un colpo d’occhio
completamente uniforme,
che
ci si trovi nella città di La Paz, El Alto, Viacha e via dicendo.
Poche
tipologie di edifici sfuggono all’uniformità del
la

dittatura
del
foratino’:
ospedali (dunque
ambulatori/centri
di salute, unità di pronto soccorso locale), scuole e palazzi
governativi.

Scuole
e ospedali sono tra gli edifici più curati non solo nelle grandi
città ma soprattutto nelle
piccole
cittadine e nelle lontane
comunità
montane,
anche
tra le
più
distanti dalla capitale: sono gli unici stabili ad essere stati
progettati diversamente dal resto delle urbanizzazioni circostanti,
nonché ad essere stati curati anche nei dettagli. Facezie a cui
spesso il costruttore boliviano non bada.

A
El Alto, nella zona di urbanizzazione chiamata “Villa Adela”,
persistono (o sarebbe meglio utilizzare il termine “resistono”)
due strutture sanitarie statali: il laboratorio di analisi (con anche
un piccolo centro di salute) e il policlinico. Entrambi prendono il
nome dalla zon
a
in cui sono collocati. Villa Adela è quel che si potrebbe definire
“quartiere”, se si dovesse comparare El Alto alle città italiane
od europee, tuttavia il paragone risulterebbe maledettamente forzato,
oltreché improprio. Nella diseguaglianza generale, a metà tra
edifici mezzo costruiti e mezzo abitati, tra strade asfaltate che
cedono immediatamente il passo a vie completamente sterrate, alle
spalle della centrale “Plaza de la Cruz”, sorge un piccolo
“centro di salute” privato chiamato “Jesus obrero” (Gesù
operaio).

[“Feliz
sani
dad”]
Centro di salute e livelli di assistenza
.

La
traduzione dell’espressione castigliana “centro de salud”
letteralmente e teoricamente sarebbe “centro di salute” e vale
tanto per le strutture private quanto per quelle statali.
Stiamo
parlando di
quel
che in Italia potrebbe essere

un centro di prima assistenza
(un
centro ambulatoriale, sia perdonata l’espressione impropria)

per
i

pazienti che vi si recano ma il “Jesus obrero” in particolare
possiede anche piccoli ambulatori interni per il ricovero di un
numero pur limitato di
persone,
un pronto soccorso e un centro di cure palliative.

Cercare
di comprendere una realtà così distante come quella boliviana
impone un distacco piuttosto imponente da parte del lettore riguardo
la situazione della sanità italiana.

La
presidenz
a
di Evo Morales (la prima
nello
specifico
)
ha tentato di portare la sanità boliviana ad un livello che fosse il
più vicino al bisogno della popolazione cittadina, specie in
situazione di rapido ed esteso sviluppo delle realtà urbane attorno
a La Paz.
Ad
esempio
El
Alto ha superato la popolazione della prima capitale boliviana
in
neanche trenta anni di vita

andando oltre il
mezzo
milione

e
provocando conseguentemente un graduale spopolamento di La Paz.

Ma
potenza e atto divergono terribilmente,
tanto
in ambito filosofico quanto legislativo-politico,
e
nonostante lo sforzo governativo negli anni la questione dell’accesso
alle cure rimane una tra le grandi diseguaglianze della Bolivia.

Livelli
di assistenza e di intervento
«Il
sistema della sanità boliviana è articolato su livelli, dunque
esiste un primo, un secondo e un terzo livello»

per quel che riguarda la struttura sanitaria nonché l’intervento
nell’ambito del contesto sociale in cui è inserita. A parlare è
il Dottor Javier Muñoz,
nato
a Bilbao
,
responsabile del centro di cure palliative del centro “Jesus
obrero”, componente della Fundación Adsis e da tredici anni in
missione in Bolivia
1.
Tutto il sistema sanitario boliviano si aggrega attorno all’acronimo
Sus (sanità universale e sicura).

«Il
primo livello

– descrive Muñoz –

è quello che potremmo considerare di base: in questi centri,
solitamente non molto grandi di dimensione, è possibile trovare un
medico pediatra e uno di medicina generale»
,
nonché a personale preposto all’assistenza dei bambini.

Man
mano che si sale nella gradazione dell’intervento sanitario
boliviano si possono trovare: ambulatori specifici d’intervento per
i pazienti, sale d’attesa, piccole sale preposte per i degenti che
necessitano di un’operazione chirurgica non troppo invasiva.
Dopodiché si hanno veri e propri policlinici e cliniche
specializzate, nonché centri
ad
hoc

– come ad esempio
quelli
oncologici – che possono essere considerati di quarto livello. 

«Sembra
tutto molto ordinato e razionale

– dice Muñoz –
ma
in realtà non lo è»

e il medico non sembra dirlo dal suo punto di vista peculiare di
specialista nel centro di cure palliative in un centro di secondo
livello privato (che ormai si autogestisce, che è propaggine della
chiesa cattolica, dipendente solo dalla parrocchia omonima e dalla
Fundaciòn Sembrando
Esperanza
), il punto è che i vari
gradini
della scala

rispondono ad autorità diverse. Un esempio?
«Il
primo e il terzo livello dipendono dal Ministero della salute dello
Stato plurinazionale di Bolivia mentre il secondo dipende
dall’autorità locale
2.
Questo significa

– afferma Muñoz –
che
se al governo c’è un partito politico e al governo locale un
altro, la situazione
che
ne deriva è

decisamente caotica»
.
Rapportare quanto detto alla situazione politica che sta vivendo la
Bolivia, dal
fraude
electoral

in poi, fa ben capire cosa intende il dottor Muñoz per “situazione
di caos”.

Privato,
certo, ma con de
lle
condizioni
:
«Il
centro “Jesus obrero”, così come molte realtà analoghe, fa
parte di una rete chiamata “Rete pubblica di assistenza”:
forniamo assistenza gratuita per quel che riguarda i vaccini contro
il Covid-19, la tubercolosi e quelli relativi all’antirabbica dei
cani
3»,
dichiara Muñoz.

Già,
il Covid-19. Al lettore occidentale torneranno in mente i centri di
vaccinazione, la voce nasale del Primo Ministro Conte che annunciava
la chiusura totale di scuole e attività produttive e l’esecutivo
che lavorava alla luce del sole e non

«col favore delle tenebre»
.
In Bolivia solo dal 1 agosto 2023 le autorità di governo hanno
interrotto l’utilizzo obbligatorio della mascherina decretando la
fine dello stato di emergenza.

«L’intervento
nei confronti della cittadinanza
nella
città di

El Alto, dal punto di vista del centro di cure palliative, è quello
di fornire un accompagnamento dignitoso del passaggio dalla vita alla
morte di malati terminali: moltissimi contraggono il cancro qui»
.
Contrariamente a quanto ipotizzato, forse troppo sbrigativamente da
parte di chi scrive, dopo aver visto l’enorme inquinamento sia
alteño
che
paceño,
la maggiore incidenza di tumori nella popolazione non è all’apparato
respiratorio o cardiaco. Muñoz:
«nella
popolazione femminile riscontriamo un’altissima incidenza di tumori
al collo dell’utero e alla cervice uterina, in quella maschile allo
stomaco e a tutto l’apparato digerente in generale»
.

Gli
ambulatori pubblici delle comunità montane
Cairoma,
2.494 anime, poco distante da Viloco,
è un centro abitato situato a poco più di 4600 metri d’altitudine.
Seppur distante svariate ore (sei, tre di autostrada e tre su uno
sterrato con continui strapiombi) di automobile dalla Capitale, è
parte di quello che in Italia tempo fa avremmo chiamato “provincia”
di La Paz, ma la legge locale preferisce il termine “municipio”.
Così, Cairoma fa parte di uno degli 87 municipi del territorio di La
Paz. La regione di Loyaza (di cui è parte anche Cairoma) è montana
e piuttosto estesa (3.360 chilometri quadri): la popolazione locale è
aymara così come lo è la prima lingua, solo in secondo luogo viene
parlato il castigliano; le strade sono tutte sterrate e non sono
agevoli per scambi e spostamenti frequenti da un centro abitato
all’altro.


Si
fa presto a dire “La Paz!”. Chi abita i luoghi di questi
territori ha poche scelte: andare a lavorare in miniera a Viloco,
lavorare i campi oppure andare via e dirigersi verso La Paz. Cairoma,
ai piedi dell’Illimani e della cordigliera, rappresenta una
piccola-grande attrazione per i centri limitrofi di Acha Pampa,
Huerta Grande, Machacamarca, Tucurpaya, Colpani, Torre Pampa, Yunga
Yunga.
Tuttavia in ogni comunità, in ogni centro abitato
piccolo o grande che sia, ci sono tre cose fondamentali per far sì
che la popolazione non scappi troppo in fretta: una “unidad
educativa”, ovvero l’equivalente di un Istituto Comprensivo; un
“centro de salud”, cioè un piccolo ambulatorio che può anche –
ma non sempre – avere piccole stanze per ricoveri; un campo di
calcio che spesso è utilizzato anche da campo di futsal e
pallacanestro, essendo state costruite anche le porte più piccole
con sopra il cesto da basket. Il tutto è decisamente versatile e
adattabile alla circostanza.

Al
“Centro de salud” di Cairoma veniamo accolti dalla directora
Patricia Guarachi Flores
e dall’operatrice
ausiliaria
con più anzianità
di servizio Rosa Patricia Quispe Chambi.

La
direttrice è nata a Cairoma ma la vita l’ha portata a trasferirsi
in un’altra comunità:
«Vengo
da Yunga Yunga4
e risiedo qui al centro per ventidue giorni al mese, con otto giorni
di riposo dal lavoro»
.
Per la verità le due comunità distano solamente cinque chilometri
ma, a causa delle strade, c’è da mettere in conto un viaggio da
compiersi rigorosamente con mezzo privato (macchina) e che può
durare anche un’ora (sola andata).

«In
teoria potremmo tornare a casa dopo le otto ore lavorative ma
praticamente dormiamo tutte e tutti qui», dice Guarachi Flores
«la
famiglia è praticamente abbandonata» dice sconsolata mentre culla
suo figlio in carrozzina. Poi fa spallucce: «asì es el trabajo5»
,
così è il lavoro,

«il salario è solo per le ore lavorate perché il contratto
prevederebbe il ritorno a casa, ma – come detto – la strada è
piuttosto lunga e allora rimaniamo qui. Certo: se ci dovessero essere
emergenze notturne, in quel caso prendiamo di più».

Ad
ogni modo, va considerata molta frammentazione contrattuale del
personale presente nei vari centri, come già accennava Muñoz del
centro “Jesus Obrero”: gli autisti dei mezzi (ambulanze e mezzi
di trasporto per campagne di prevenzione e vaccinali) vengono
contrattualizzati dal governo municipale autonomo locale, il
personale medico è diviso a metà tra chi è nominato
dall’alcaldìa
e da altre istituzioni, allo stesso modo vale per gli infermieri.

Lo stipendio base per un’infermiera si aggira attorno ai 2.800
bolivianos
mensili,
ovvero poco più di 380€. Potrebbe sembrare una buona retribuzione
per gli standard a cui è abituata la Bolivia, ma la direttrice ci
informa che
le
infermiere e gli infermieri non hanno diritto a rimborsi per la
distanza o a sgravi fiscali come accade per il personale medico.
«Medici,
dottori e chirurghi partono da una base di 6.000 bolivianos»
,
poco più di 800€
.

Ambulatori,
interventi, parti in casa
L’organizzazione
del lavoro è piuttosto complessa per delle unità di intervento come
quella in oggetto: all’interno del municipio di La Paz si distingue
la rete di intervento urbano6
e la rete di intervento rurale. Il centro di salute di Cairoma fa
parte della rete rurale di ambulatori e ha:
«quattro
aree territoriali limitrofe d’intervento per emergenze,
vaccinazioni, parti e interventi di primo soccorso. Così come c’è
qui a Cairoma è presente a Viloco»
,
afferma la direttrice.
«Se
c’è un’emergenza, a seconda della vicinanza con il centro più
vicino, interveniamo e forniamo assistenza gratuita a quel paziente,
qualora – ovviamente – sia iscritto al registro pubblico di
cittadinanza»
.
Avere una residenza equivale a poter usufruire alla sanità pubblica.
«Ci
sono persone, però, che non risultano nel registro»

e preferiscono l’assistenza privata, «anche se dobbiamo comunque
fornire un’assistenza minima anche per loro»: le persone che
«
pagano
un’assicurazione sanitaria o che sono iscritte ad una cassa
professionale hanno diritto ad altro tipo di intervento»
.
La realtà di La Paz, in cui è possibile venire curati da una
struttura privata, non è replicabile ai piedi della cordigliera: la
sola struttura che recepisce l’iniziativa privata in ambito
sanitario di tutta la provincia di Loyaza è a Viloco. C’è poi
anche chi non ha un documento:

«i bambini fino a un anno non hanno carta d’identità o non sono
registrati con un certificato di nascita, spesso a causa della
famiglia».

Nascere
a 4500 metri d’altezza

Sebbene
i centri abitati del territorio di Loyaza abbiano numeri piuttosto
contenuti, i bambini rappresentano una fetta molto grande della
popolazione locale.
«Fino
ad oggi, al mese di agosto, ci sono stati nove parti dall’inizio
dell’anno nella cittadina di Cairoma: quattro nel centro di salute
e cinque a domicilio»
,
ha dichiarato la direttrice. All’anno, in media, ci sono venti o
trenta parti l’anno.

L’intervento
sanitario, ad ogni modo, deve tener conto del retroterra culturale
della popolazione aymara: le vaccinazioni non sempre sono accettate
dalle popolazione (specie se si tratta di quelle legate al Covid-19),
i rimedi sono naturali e in generale c’è diffidenza verso
ospedalizzazioni e medicazioni. Se si tratta di parti e di nascite
che coinvolgono ragazze minori o da poco maggiorenni, la questione è
ancora più accentuata.
«Molte
famiglie preferiscono non rivelare che la loro figlia è in stato
interessante: a volte siamo chiamati a intervenire per far partorire
la puerpera che non ha effettuato neanche un controllo preliminare»
.
Lo stigma sociale è piuttosto forte. «Si partorisce in casa in
molti casi» ha dichiarato l’ausiliare infermiera Rosa Patricia
Quispe Chambi:
«non
è un male la nascita in casa, ma a Cairoma non ci sono ostetriche e
personale specializzato. D’altra parte, la donna che rimane incinta
non sempre ha interesse nel seguire un percorso di monitoraggio
della
gravidanza:
il nostro intervento, spesso, è solo nella fase finale della
gravidanza nonché della nascita»
.
«Dobbiamo essere sempre pronte all’emergenza: se dovessero
presentarsi complicazioni, dobbiamo andare in città, a La Paz»
,
dicono sorridenti Flores e Chambi ma la domanda sorge spontanea:
“sono cinque ore di macchina, come riuscite a gestire un’emergenza
con distanze così ampie e una strada così impervia?”.
Sorridono:
«corremos
como locos!»
,
corriamo come pazzi. 

Note

1
https://www.fundacionadsis.org/es/quienes-somos

2
Il termine che ha utilizzato Muñoz è stato “alcaldia”.
Letteralmente l’alcalde è una figura a metà tra il sindaco e il
presidente di regione. Esiste anche una “sub alcaldia”: anche in
questo caso, se rapportato all’Italia, potrebbe essere considerato
tra un vicario e un sottoposto dell’alcalde
.

3
Sebbene possa sembrare un tema secondario, in realtà non lo è
affatto. A La Paz e soprattutto a El Alto è facilissimo trovare
gruppi di cani randagi inseguire macchine, moto, terrorizzare ignari
passanti, cercare cibo nei cumuli di immondizia ai lati della
strada, bere acqua dai canali di scolo delle fognature (specialmente
a El Alto). Molti hanno un padrone ma è proprio quest’ultimo a
disinteressarsi dell’animale. Sovente accade che un cane si trovi
nel bel mezzo delle trafficatissime strade della città rischiando
la vita. Non è affatto raro trovare carcasse di cani ai lati delle
autostrade (non illuminate) che portano a Copacabana o a Patacamaya.
Vien da sé che il tema dell’antirabbica non è secondario sia a
La Paz, sia a El Alto.

4
Letteralmente yunga significa
“foresta”. In aymara quando una parola si ripete sta a
significare un rafforzativo o una demarcazione in senso più forte
di quella parola. In questo caso possiamo presupporre che il
riferimento sia al fatto che la foresta sia più fitta del normale.

5
“Così è il lavoro”.

6
In tutto sono quindici reti rurali, Cairoma fa parte della
quattordicesima e comprende le aree di Cairoma, per l’appunto,
Malla, Luribai e Yaco. La rete urbana, d’altra parte, non
comprende altre città al di fuori di El Alto e La Paz.