Ma quale “premierato”: «è elezione del capo». Intervista a Gaetano Azzariti (Università La Sapienza) – [Atlante Editoriale]


Meloni ha già definito il premierato come «la madre di tutte le riforme che si possono fare in Italia». Si parla da tempo di premier per indicare i presidenti del consiglio, anche se il termine è di derivazione inglese e indica una figura propria del sistema anglosassone. Professor Azzariti, a quale premierato sta puntando il governo? 

«Il nome premierato mostra già una certa incertezza e confusione che caratterizza tutto l’articolato: quando non si sa bene a quale modello specifico rifarsi, si inventa un neologismo. L’evocazione del premier è del tutto impropria. Il modello costituzionale inglese è anni luce lontano dal nostro vigente, così come distante dal disegno di legge in questione. È una evocazione molto generica e infondata. Si tratta di un sistema unico al mondo, come spesso viene detto nel dibattito politico per caratterizzare il premierato. Di tanto in tanto viene fatto riferimento ad Israele in cui, per un breve periodo, c’è stata l’elezione del Capo del Governo».

Non è un riferimento attuale, mi pare…
«No, è del tutto generico. Come è ben noto il sistema politico-istituzionale israeliano, per tante ragioni, è inconfrontabile con quello italiano, anche per la questione religiosa [si tratta di uno Stato confessionale]». 

Se lei dovesse definire la riforma del Governo Meloni, come la definirebbe?
«Secondo i modelli classici non potrebbe essere definita né come presidenziale né come parlamentare. Se io dovessi darne una definizione più appropriata rispetto al contenuto, la definirei: modello di elezione del capo». 

Perché?

«Si punta a quello. Sto alle dichiarazioni ufficiali, non è una mia dichiarazione maliziosa. Si era partiti con l’elezione del Capo dello Stato. Poi, per le ragioni più o meno note, si è passati all’elezione del Presidente del consiglio dei ministri. In seguito sono intervenuti sia Casellati, sia esponenti del Governo, per affermare che l’unica cosa indiscutibile è l’elezione del Capo del Governo. Poi, ancora, Meloni ha dichiarato che lei non avrebbe nulla in contrario ad eleggere anche il Capo dello Stato. Quello a cui si punta è, evidentemente, l’elezione di un capo. Che sia Capo del Governo o Capo dello Stato, purché ci sia qualcuno che comandi essendo legittimato dal corpo elettorale». 

Come si è arrivati a questo sistema ‘ibrido’? 

«Questo modello è il frutto di una lunga stagione [di governi che hanno puntato] alla governabilità, che è un obiettivo legittimo delle democrazie, come ha affermato anche la Corte Costituzionale. La torsione della governabilità è l’elezione del capo e adesso siamo giunti, per così dire, al capolinea.
Noto, poi, una scarsa sensibilità costituzionale, vale a dire l’idea che la Costituzione possa ridursi all’elezione del capo, di un unico soggetto al comando, per rispondere ad una domanda retoricamente esprimibile in: ‘vuoi tu scegliere il governo?’. Il diritto costituzionale dovrebbe portare all’equilibrio dei poteri, non all’accentramento di essi nelle mani di una sola figura».

Proprio sulla mancanza di contrappesi nel ddl, che idea s’è fatto?
«È il vizio peggiore del disegno di legge, che va a distinguere questo modello di – insisto – elezione del capo, da altri modelli esistenti. Nelle forme di governo presidenziali democratiche (così come ci si potrebbe riferire al semi presidenzialismo) c’è il rispetto dei pesi e dei contrappesi: vige una divisione dei poteri e un legislativo autonomamente legittimato rispetto al Capo dello Stato. Il difetto maggiore di questo ddl è la norma che stabilirebbe l’elezione del Presidente del Consiglio dei ministri coinvolgendo anche entrambi i rami del Parlamento: si vorrebbe scrivere in Costituzione in cui ci sia una assoluta omogeneità tra legislativo ed esecutivo. Provo a citare un esempio: gli Stati Uniti. In quel sistema può (e non deve) verificarsi una consonanza tra Congresso e Capo dello Stato, ma può anche non esserci e quella è una valvola di sfogo fondamentale. Aggiungo che negli Usa il Congresso è autonomo».

A proposito di autonomia e di Parlamento, il Governo Meloni sta facendo discutere per l’abuso del ricorso ai decreti legge e alla decretazione d’urgenza. C’è da dire, però, che questa pratica negativa procede da circa un trentennio. Si può dire che vige già un premierato di fatto, una sorta di frutto avvelenato del berlusconismo?

«È il frutto avvelenato del lungo regresso italiano. Non è solo colpa di Berlusconi: questo atteggiamento l’hanno avuto tutti i soggetti politici che si sono avvicendati al governo, quasi naturale a tal proposito è il riferimento al Governo Renzi. Si tratta di una tendenza alla verticalizzazione che è propria della tradizione dei governi di centrodestra ma, in qualche modo, è stata anche assorbita da tutto l’assetto politico. E i nodi, alla fine, vengono al pettine, proverbialmente parlando. Siamo in una fase di lungo regresso. A questo punto, par di capire, che anche chi ha peccato in passato (mi riferisco alle forze progressiste) si sia reso conto che il rischio che si sta correndo è molto elevato: spero che questo possa indurre a riflettere non già sugli errori del passato, quanto soprattutto in virtù del futuro. Come si ricordava a proposito del decreto legge, si tratta di anni di abusi: non si è fatto nulla per frenare questa tendenza e ora il Governo Meloni compie – semplicemente – passi ulteriori rispetto ai già troppi percorsi nel passato».

In effetti negli anni il centrosinistra si è ben acclimatato alla decretazione d’urgenza. 

«Potremmo usare lo slogan dei 5 Stelle che furono, quelli di tempo fa: la decretazione d’urgenza non è né di destra, né di sinistra. Mi verrebbe da dire che anche i governi della cosiddetta Prima Repubblica ne abusarono: è un’onda che non è mai stata interrotta nonostante gli sforzi della Corte Costituzionale, nonostante gli sforzi dei Capi di Stato che hanno sollevato perplessità, nonostante gli sforzi del Parlamento (penso alla legge 400/88 che ha cercato di limitare la decretazione d’urgenza). E ora la dimensione dell’onda è allarmante».

Provando a cambiare argomento e toccando l’autonomia differenziata, il Corriere della Sera di sabato pubblica un intervista al ministro Calderoli il quale sostiene che la sua legge sia una sorta di cerniera per un paese a pezzi. Lei che ne pensa e, soprattutto, a quali conseguenze potrà portare?
«Ridisegnerà lo stato sociale. La distribuzione delle funzioni relative a diritti fondamentali (scuola, sanità, lavoro etc) diventeranno di competenza regionale. Se la sanità – ad esempio – verrà gestita dalla regione, sarà ben diversa da una sanità nazionale. Si tenga presente che la sanità è già materia concorrente, sebbene venga garantito un qualche controllo da parte dello stato centrale. Se si affida tutta la materia alle regioni, è evidente che si giungerà ad una rottura dell’unità economica, politica e sociale del paese. Il lavoro lombardo sarà diverso dal lavoro calabrese. E così via per le altre ventitré competenze in oggetto».

A proposito di competenze diverse e dell’unità nazionale, le chiedo un parere sul discorso del Presidente Mattarella alla 50° edizione delle Settimane Sociali della Chiesa Cattolica in cui ha utilizzato l’espressione «analfabetismo costituzionale». Ci sono state varie reazioni, il ministro Salvini non l’ha presa benissimo, tuttavia resta l’espressione: è stata troppo forte o è caratterizzante – alla luce di quanto ci siamo detti a proposito delle modifiche Costituzionali – delle forze politiche di centrodestra al governo?
«Mi verrebbe da dire che è troppo debole! Alcune reazioni che ho letto al discorso del Capo dello Stato dimostrano come questo analfabetismo costituzionale investa alcuni esponenti politici: o il discorso non si è capito, o si è frainteso, o non lo si è letto. È stato, invece, un bel discorso quello del Capo dello Stato che andava ad inserirsi sulle spalle dei classici: gli assetti costituzionali e democratici non sono l’elezione di un capo che tutto può fare ma alla distribuzione, al controllo e alla diffusione del potere. Il Capo dello Stato afferma quello che tutte le teorie democratiche e costituzionali dicono: c’è un rischio di tirannia. La tirannia della maggioranza è il rischio maggiore. Spero, anzi, che sia analfabetismo costituzionale perché se non lo fosse, sarebbe ancora più inquietante».

Tirannie, dittature della maggioranza: il ministro Salvini ha dichiarato che vige l’opposto, cioè quella delle minoranze.
«Non so cosa sia esattamente la dittatura delle minoranze. So che in un assetto democratico è necessario coltivare un conflitto. Un conflitto hegeliano che opera all’interno dello stato costituzionale. La democrazia è dialettica tra maggioranza e opposizione: è l’essenza della democrazia. Non c’è democrazia se non c’è conflitto tra maggioranza e opposizione. Dopodiché capisco che possono esistere dei poteri di veto di minoranze, ma questo è tutto un altro piano del discorso. Normalmente, i poteri di veto (negativi) possono essere determinati da quelli che tradizionalmente si chiamerebbero poteri forti: una regione che impone l’autonomia differenziata (sebbene non si siano ancora definiti i livelli essenziali delle prestazioni), potrebbe essere un caso di condizionamento. Se pensiamo a tutte le vicende legate al cosiddetto lobbysmo è certamente un fattore preoccupante, ma col rapporto minoranza/maggioranza non ha nulla a che fare. Ripeto: in democrazia c’è un problema di contenimento della maggioranza per evitare la classica dittatura della maggioranza e il rispetto del pluralismo politico».

Pasqua è rivoluzione

Foto di PTRCWRNR su Unsplash.

Nel 2020, in pieno lockdown, Angel (che in realtà sarebbe più corretto scrivere Don Angel) realizzò un video sulla Pasqua e sulla Rivoluzione che c’è dietro la Resurrezione. In quel periodo avevo l’ambizione di contrastare quel che s’era detto e si stava dicendo a partire dai fatti accaduti nel quartiere e avevo pubblicato l’intervento qui in basso sul blog “La Rinascita di Torre Maura”. Quel blog è diventato altro, il video che aveva pubblicato Angel non è più raggiungibile su YouTube, dunque mi sembra significativo pubblicarlo di nuovo, anche se al termine della Pasqua.

Pasqua è Rivoluzione 

Don Angel a Torre Maura lo conosciamo molto bene. Prima di essere ordinato parroco [lo scorso anno] di Tor Vergata, della Parrocchia Universitaria “Santa Margherita Maria Alacoque”, ha abitato nel nostro quartiere animando la comunità Adsis e i giovani della Parrocchia “Nostra Signora del Suffragio e Sant’Agostino di Canterbury”. È stato anche insegnante di religione alla scuola media delle Suore Minime di Via dei colombi. È parte integrante di Torre Maura. Insieme alle Comunità Adsis, che nascono a Bilbao nel 1964, contribuisce quotidianamente alla presenza cristiana tra i giovani e i poveri alla quale aderiscono uomini e donne. Dal ’99, dicevamo, anche a Torre Maura le Comunità Adsis si sono fatte presenti in questi anni nei tanti ambienti di povertà ed emarginazione e hanno sviluppato molteplici servizi di solidarietà, cooperazione internazionale e lotta per la giustizia.

Questo il messaggio di Pasqua di Don Angel, per una Pasqua rivoluzionaria:
«La Resurrezione di Gesù rappresenta una rivoluzione anticonformista e radicale che ha respinto la morte e ogni sua causa; che ha messo i poveri in primo piano; che ha fatto comunità e si è impegnata per un mondo fraterno e solidale; che ci ha fatto notare la bellezza dei gigli dei campi. Una Rivoluzione che ha capovolto la storia e che ancora oggi la capovolge.
Cristo è risorto veramente!»

«Ci ssa ir popolo»

La mattina del 26 luglio di questo 2021 che a volte sembra aver fretta di arrivare a compimento, altre volte sembra sempre statico e immobile nella fissità dei giorni che ciclicamente scorrono, il cielo era pieno di nubi addensate con tonalità da scala di grigi.

Gli uffici del municipio VI fanno pendant con il clima esteriore, nonostante la mano di giallo e arancione che è stata data internamente e – a tratti – esteriormente per volontà della nuova consiliatura pentastellata.
Le nuove regole che dispongono il flusso dei visitatori devono tener conto del Covid e, dunque, ci sono delle transenne di metallo amovibili disposte a serpentina così da deviare l’ingente numero di convenuti, al fine di smistarli primariamente presso questo, quello o l’altro ufficio ancora. Nessuna delle norme preventivate dal legislatore è – come sembra ovvio – rispettata. Prodromi di risse tra coppie di giovani torbellamonacensi, tatuati dalla testa ai piedi e con prole al seguito, con l’unico incaricato del municipio che fa quel che può di fronte alla massa disordinata supplicante arrogantemente informazioni ogniqualvolta il tipo abbassa gli occhi. Una trentina di persone, di cui quindici cercavano insistentemente l’incrocio con lo sguardo dell’incaricato municipale: chi alza un dito, chi si sporge più del dovuto, chi «Doo solo chiede n’informazione, capo», chi – ancora – si mette in fila e vede che le persone gli passano davanti, dicendo all’umano che ha oltrepassato la convenzione della sequenza ordinata di persone denominata “indiana” chissà perché: «Scusi, c’è una fila». Mai commettere quest’errore. Se il locale è ostile c’è caso che la questione degeneri in un: «Ma nu lo vedi che ce sta r delirio, essi bono, no», un’affermazione posta come fosse una domanda retorica alla quale, di norma, seguirebbe un alterco. 
«Ho bisogno di un certificato d’iscrizione alle liste elettorali», una volta toccato a me sembra che abbia già  raggiunto l’obiettivo. 
«Primo piano, ma devi richiedere al gabbiotto A», perentorio, mi fa passare. Ogni volta che vado per qualche ufficio del Municipio ci sono una serie di questioni che mi attraversano le vene e le budella, generalmente le patologie che iniziano a manifestarsi sono le seguenti: orticaria, ulcera, asma, colpo apoplettico. 
Gabbiotto A. Interno giorno. 
«Salve, buongiorno, avrei bisogno di un certificato d’iscrizione alle liste elettorali».
Il dipendente comunale è un calvo signore di mezz’età, robusto e muscoloso: «Eh mo vedemo, io n ce l’ho i numeri», ridacchia mentre batte le dita sullo schermo a risposta digitale delle prenotazioni, altrimenti noto come touchscreen
«Eh, e come famo?», provo a fare in modo che l’impossibile diventi possibile, la potenza si trasformi in atto. 
«E mo vedemo. Pe’ chi te candidi?».  Se il discorso si mette in questi termini, la questione è evidentemente spigolosa: qualsiasi risposta tu dia, in un modo o nell’altro, è sbagliata. Si susseguono attimi di silenzio e risolini, incalza: «Pe’ chi te candidi, dai». Sudo freddo, non voglio rivelare niente perché so già che mi immetterei in discussioni assurde e senza senso ma come fare a mentire? A me me se legge in fronte se sto a dì na cazzata, penso, manco a copià le versioni ero capace. Posso far finta di fare il tipo distaccato che risponde con finto umorismo, quel tipo di persona che vuole crearsi un’aura attorno a sé, dunque rispondendo con una domanda: «Secondo te?», ma non sarei in grado di sostenere il dopo. 
Ci provo: «Secondo te?», rispondo veramente così. 
Lui: «Sei der Piddì, già t’ho capito». E con la mano sinistra rivolta verso il cielo, non già invocante la Preghiera del Padre per rimettere a lui i peccati e i debiti ai debitori, muove il palmo in senso gravitazionale squadrandomi con l’arto: «Giusto der piddì».
«No, guarda, ste cose non me le dici», dico io provando a scherzare. La situazione s’è già bella che compromessa: è su un piano inclinato di negatività e nefandezze verbali potenziali.
«E allora chi?»
Tento il tutto per tutto: «Partito comunista dei lavoratori».
Il dialogo che segue lo riporterò interamente nella sua scansione originale come fosse uno dei “Discorsi da bar” che scrivevo qualche anno fa. 
Dice: «Ancora co r comunismo, ma n c’è mai ssato n’Itaglia»
Dico: «Eh, allora è bene provacce, no?»
Dice: «Ma se, ma che stai a fa»
Dico: «Vabbè lo posso pijà sto certificato?»
Dice: «Ammazza ammazza, sete tutti uguali»
Dico: «Sete, chi?»
Dice: «Tutti»
Dico: «Lo pijo qua sto certificato?»
Dice: «E mo c’annamo» *qui inizia una situazione molto peculiare: l’addetto si muove tra gli sportelli come uno del cartello di Medellin in attesa di una risposta che deve essere data dai sottoposti: è il suo ambiente.
Dico: «Grazie»
Dice: «Ma che, ma inutile che tanto sete uguali ai fascisti»
Dico: «Ecco, magari anche basta co ste cazzate, dì quello che te pare ma ste cose no»
Dice: «Guarda che io ho sSudiato, ‘e basi sSoriche so quelle, so le stesse: de base sete identici»
Dico: «No guarda damme sto certificato e stamo a posto ma non semo la stessa cosa»
Dice: «O sete, o sete»
Dico: «Guarda non è la stessa cosa. Portame a sto sportello, fa r favore»
Dice: «Ti ci sSo portando. Comunque è a sSessa cosa a me me piacevano quanno ci sSavano i politici che ci sSava ir popolo che era ascortato e seguito»
Dico: «Tipo?»
Dice: «Armirante, Berlinguer che se odiavano ma se mettevano insieme perché ci ssa ir popolo»
Dico: «Che poi non hanno mai sancito un’alleanza come tu dici, però vabbè, dimo che va bene: è questo lo sportello?», faccio per dileguarmi
Dice: «Tu ti sei vaccinato?!», così a bruciapelo.
Tremo.
Dico: «Si, certo»
Dice: «Bene, è una tua libbera scerta ma non vedo perché mi si debba imporre anche a me che sono sano»
Dico: «Si fa proprio per essere sani»
Dice: «Io sono sano e nu vojo imposizioni, è na cosa fatta apposta per dividerci e dividere tra chi si è vaccinato e chi no: io nu la trovo corretta»
Dico: «Vabbè, comunque è questo qua lo sportello, no?!»
Dice: «Se, se, solo che devi aspettà n po’». 
Esco da Via Cambellotti con due certificati e un principio d’ulcera. Ma almeno riesco a tornare in macchina. Certo, fuori piove, ma anche negli uffici mi pare grandinasse. Metaforicamente, s’intende. 

Il mio sito di Facebook (remiscelata per Discorsi da bar)

Dice: «Guarda io c’ho sta paginetta, no? Sto sito de Facebook che
c’ha tipo duecento mi piace. Ogni giorno io ce metto quarcosa, na
stronzata, na barzelletta, n video, poi anche qualcosa de serio»
Dico: «Eh»
Dice: «Nsomma, je vorei dà n’aggiornata perché c’ho n blog esterno do ce mando ste cose che scrivo, no?»
Dico: «Eh»
Dice: «Praticamente io je vorei dà na veste grafica che sia n po mejo»
Dico: «Okay, ma er sito de facebook non esiste»
Dice: «Come no, io ce posto tutti i giorni»
Dico: «Eh, quella è na pagina che hai creato te col profilo tuo»
Dice: «Eh, non è n sito che ho messo su Facebook?»
Dico: «No, er sito, er blog, è quello che te voi aggiornà. La pagina è
quella che n’altro luogo che accoglie e ospita i post e le cose che ce
pubblichi, sia le stronzate che me dicevi sia le cose serie»
Dice: «Ma io come faccio a mette na cosa sul sito de Facebook?»
Dico: «Ecco. No, dico, non lo poi aggiornà, quella è na pagina de
Facebook, è uguale pe’ tutti. Poi cambio graficamente er blog o r sito
che c’hai».
Dice: «Ah, okay. Quindi se io non volessi più er blu de Facebook quando uno clicca sulla paginetta mia, non se po’ fa?»
Dico: «No, zì, quello è blu e too tieni così perché hai creato una pagina su Facebook»
Dice: «Eh ma ce sta scritto “blablablablabla.it”, j’ho dato sto nome alla pagina quindi significa che è mio»
Dico: «No zì, tu hai creato una pagina. Non hai creato un sito e l’hai messo su Facebook anche perché non se po’ fa»
Dice: «Ma come no?!»
Dico: «Ao pensa alle squadre de calcio, quelle c’hanno…»
Dice: «… Er sito de Facebook»
Dico: «No zì, non esiste er sito de Facebook. Er sito è na cosa, Facebook è n’altra».
Dice: «E se io volessi modificà er colore de uno che clicca sulla paginetta mia e je compare verde anziché blu?»
*facepalm*
Dico: «Eh guarda nu lo so, po’ esse che c’hai n bug sul computer fattelo
vedè. Po’ esse che lo devi portare n’assistenza. NA COSA GRAVE».

Francia morde Italia

Dice: «Ma io dico, l’Italia, ‘o Stato Italiano, ma che problemi c’ha? Ma
perché se sta a piegà pe sta questione de Fincantieri? Deve difende
l’industria nazionale!11!!1!»
Dico: «A situazione è n po’ diversa, eh, non è su Italia contro Francia o cose de sto tipo. Non stamo all’europei e al golden gol de Trezeguet’»
Dice: «Ah no?! E che è, spiegame te tanto pe te è sempre n po’ diversa  a
situazione. Qua a me me pare tanto chiara: l’italiani volevano entrare
n’azienda francese, i francesi rosicano e se la so tenuta perché je
stamo sulle palle. Questo è»
Dico: «Guarda, non è che c’è Italia contro Francia te lo sto a
dì, è n’altra cosa: è piuttosto er capitalismo francese e una parte del
capitalismo italiano che cozzano l’un l’altro, ma qua c’entra poco
l’interesse nazionale, anzi, è popo no scalpo da agità pe’ venti secondi
ar tg2, preferibilmente alle 8 de sera così qualcuno se lo guarda»
Dice: «A me me sembra che te stai a intortare pure questa che è
chiarissima. E poi, dopo avè sistemato a questione rimpatriamo questi
che arivano co l’aerei»
Dico: «De Stato immagino, vè?»
Dice: «Eh, così je trovamo n’utilità»