Dieci anni fa, l’Anpi a Tor bella

Da quando mi sono trasferito a Bergamo, insieme a Maria abbiamo deciso di diventare volontari di Gherim, ovvero la cooperativa sociale di Nembro che gestisce la bottega e il bar al centro della città, entrambe realtà (bottega e bar) legate al mondo del commercio equo e di Altromercato. Una settimana dopo l’altra, turno dopo turno, si imparano a conoscere i clienti fissi ma soprattutto le persone imprescindibili per Gherim e per le varie realtà associative che vi orbitano attorno, sia di Nembro che del circondario.
Una di queste è Martino, già sindacalista Fiom e vicepresidente del Provinciale dell’Anpi di Bergamo,  che è solito passare da Gherim, anche perché è un volontario anche lui. Ci presentiamo, mi dice subito che è nell’Anpi: «Io non rinnovo la tessera da un po’», gli faccio, «precisamente dal 2021». Mentre pronuncio quelle parole, la mia testa passa in rassegna dei momenti trascorsi non propriamente idilliaci – legati alla sezione del VI Municipio – accaduti al termine di quell’anno. Lui si fa serio: «Allora la prossima settimana porto la tessera e la rinnovi». Dapprincipio non ero convintissimo ma è passato un giro d’orologio (forse meno) e non ho neanche provato a mostrare una qualche contrarietà, anzi, mi è sembrato un buon gesto da fare. Uno dei primi mattoni da porre per la vita bergamasca. Passano le settimane, i mesi: io e Maria andiamo e torniamo dal Vietnam, riprendiamo anche il fluire dell’attività dei volontari di Gherim. Una mattina Martino mi fa: «Il 26 luglio abbiamo organizzato la pastasciutta antifascista alla cascina Terra Buona».

Mentre sono lì, seduto al mio posto accanto a lui ma anche vicino [in bergamasco: in parte] a persone che non conoscevo (ad esclusione di alcuni che non giungevano al conto delle dita di metà mano), pensavo che ad aprile del 2015 avevamo fondato l’Anpi del VI Municipio di Roma. Sono passati già dieci anni. Chissà se i compagni del circolo si ricordano di questa ricorrenza, che forse impressiona solo me perché rappresenta l’anniversario a doppia cifra, quello del doppio lustro. Sono riuscito a ritrovare una foto dal Corriere Laziale di quel giorno (non molto nitida) e il post sul blog dell’Anpi di Roma. La foto a corredo del pezzo è un po’ sgranata ma non sono riuscito a reperirne un’altra. Si riesce,  comunque, a vedere ritratto tutto il direttivo al completo: me, Gianmarco Chilelli e Sofia Tiberi, al “tavolo della presidenza” del neonato circolo Nascimben, momentaneamente ospite della sala consiliare del VI Municipio di Roma, a Tor Bella Monaca, perché il presidente provinciale che allora era in carica ci aveva invitato (leggi: obbligato) a chiedere di poter stare in una sede istituzionale. Il più vecchio dei tre ero io (23 anni), Sofia la più piccola, fresca d’iscrizione a Giurisprudenza. Il circolo continua ad esistere e ha organizzato, come centinaia in Italia, la pastasciutta antifascista a Borghesiana.
Proprio l’altro ieri, dopo anni di silenzio, ci siamo scambiati dei messaggi con Gianmarco: era stato a Borghesiana e aveva ritrovato molti di coloro con cui avevamo condiviso l’inizio del percorso del circolo. Mentre percorro la strada che mi porta alla cascina, penso che forse i dieci anni del circolo Nascimben dovrebbero essere festeggiati in qualche modo, uno qualsiasi, purché venga ricordato uno degli ultimi municipi di Roma in cui al tempo non esisteva ancora l’Anpi, il cui circolo è stato organizzato per volontà di tre ragazzini.

È il 26 luglio [2025], sto entrando alla cascina Terra Buona a Nembro: c’è uno striscione dell’Anpi affisso sulle staccionate del primo piano che dà sul cortile interno: sento di stare nel posto giusto.
Una sensazione forse espressione di quando si dice “essere compagni”: quella sensazione che ti fa sentire a casa ovunque. Specie ora che dobbiamo sperimentare un nuovo modo d’esserlo, compagni, per sopravvivere alla Babele culturale di un’area che parla mille lingue ma che stenta a trovare una koinè di cui avrebbe disperatamente bisogno.

Studenti-atleti: tra “dual career” e frustrazione

Chi sono? Ragazzi di scuole superiori: quasi 50mila
in tutta Italia. Per le società sportive sono numeri ma spesso cadono
in forme depressive con ricadute sul rendimento scolastico.

«Il problema non è lo studio in sé ma il peso che ne deriva a
causa dello sport: oltre ai quattro impegni settimanali e la partita, la
società di cui faccio parte mi ha chiesto anche un piccolo extra per
poter allenare dei bambini, affiancando l’allenatore della squadra»
.
A parlare è Alfonso (nome di fantasia) studente di una scuola
secondaria di secondo grado della provincia di Varese, nonché calciatore
a livello dilettantistico regionale. Quattro impegni sportivi
pomeridiani più la partita nel fine settimana si traducono
nell’attivazione del Pfp, sigla che sta per
Percorso formativo personalizzato. Nel suo caso l’extra richiesto dalla società consiste nell’«affiancare
l’allenatore dei più piccoli» così da diventare figura di riferimento
per loro «anche se spesso le partite dei bambini le seguo io dall’inizio
alla fine»
.
Tripla sollecitazione e triplo impegno.

Didattica personalizzata

Il
Pfp va a definire lo status della peculiare condizione di
studente-atleta nell’ambito dell’agonismo e in quello della
sperimentazione di «studente-atleta di alto livello». Stando al
decreto ministeriale 43 del 3 marzo 2023 che disciplina ulteriormente la questione per questi ultimi, il Pfp è: «uno strumento» che favorirebbe «l’adozione di metodologie didattiche personalizzate finalizzate al successo formativo dello studente» per cui è concesso che egli possa fruire in modo alternativo delle lezioni «fino al 25% del monte ore» attraverso «videoconferenze», «piattaforme di e-learning predisposta a livello nazionale» o «altri strumenti individuati dagli Istituti scolastici». Non solo, nel decreto viene stabilita anche la possibilità di prevedere verifiche personalizzate.

Secondo i dati
del Ministero dell’Istruzione e del merito nel corso dell’anno
scolastico 23-24 sono state approvate 48.520 domande riguardanti
studenti-atleti di alto livello su una popolazione scolastica nazionale
di 2.727.637 studenti iscritti agli istituti secondari di secondo grado (
dati Istat relativi all’a.s. 22-23). La maggior parte di essi fa riferimento a federazioni sportive calcistiche (Figc o Lnd).

Chiara Sicoli, dirigente scolastica dell’I.I.S. Pacinotti – Archimede di Roma, racconta in proposito all’Atlante che queste organizzazioni «trattano meno bene i ragazzi» rispetto «ad altre organizzazioni afferenti ad altri sport». Stando al racconto della dott.ssa Chiara Sicoli, i calciatori portano con sé «problemi di disciplina» dal momento che «i
ragazzi che praticano calcio tendono a ‘fare spogliatoio’ anche in
classe: le stesse società sportive si interessano pochissimo del
rendimento scolastico dei loro iscritti tendendo piuttosto a trasmettere
loro valori non propri dello sport»
cioè «quelli tipici della finzione ai fini dell’ottenimento del rigore a proprio favore», roba da VAR o da moviolone di biscardiana memoria.

«Quando
ho preso parte al campionato in serie A2 di futsal ero in quinto
superiore e non avevo un Pfp: erano già scaduti i termini in cui si
poteva inoltrare la richiesta per la certificazione. La scuola non
considerava, evidentemente, il fattore escludente delle finestre di
mercato e il fatto che un atleta possa cambiare squadra da un momento
all’altro»
, a parlare ad Atlante è Arianna (nome di fantasia) ex studentessa di Liceo scientifico sportivo della provincia di Roma. Arianna si è ritrovata «ad essere catapultata in una realtà completamente diversa e con differente routine», rispetto a quella imposta da un campionato minore, «ma questo alla scuola non è interessato», anche se lei era parte integrante dell’indirizzo sportivo del liceo scientifico.

Studente-atleta o atleta-studente?

Essere parte dello sportivo non rappresenta, tuttavia, un automatismo che preveda l’istituzione de iure dello status di studente-atleta: «qualsiasi istituto può attivare i Pfp», ha dichiarato ad Atlante Paolo Notarnicola, presidente della Rete degli studenti medi (sindacato studentesco). «Lo sportivo non è necessariamente popolato da studenti che praticano sport ad alti livelli» ed entrare a farvi parte pare non sia cosa facile: «l’indirizzo
non nasce per offrire un’offerta formativa peculiare ma è sorto ‘al
contrario’: la scuola prende atto che ha degli studenti impegnati in
attività sportive, dunque trova il modo di armonizzare quelle attività
con la formazione scolastica. Di fatto è come se vigesse lo status di
atleta-studente e non di studente-atleta: l’offerta formativa si è adattata alle esigenze delle società sportive e non è accaduto il contrario». Sarebbe stata migliore, secondo Notarnicola, la condizione che avesse previsto: «una
scuola pubblica che apre la possibilità a tutti gli studenti (anche a
coloro che non hanno potuto avere accesso all’attività agonistica a
causa di impedimenti economici) di poter trovare il proprio
aggancio con società sportive». La graduatoria prodotta dalle scuole che attivano l’indirizzo sportivo assomiglia più «ad un numero chiuso»
che ad una vera e propria graduatoria di merito. Il parere del
sindacato studentesco è confermato da Camillo (nome di fantasia),
insegnante della scuola secondaria di secondo grado della provincia di
Ancona:
«l’impegno sportivo è del tutto predominante e la scuola viene percepita come ancillare
rispetto alle esigenze delle società sportive: si tratta di una scuola
disegnata attorno ai bisogni e alle necessità dell’atleta che,
incidentalmente, è anche studente»
. «Di fatto» spiega Camillo «si tratta di un indirizzo a numero chiuso» anche se non lo è formalmente. «Nonostante
non si preveda una prova d’ammissione (come avviene per il Liceo
musicale o coreutico), si opta per una scrematura che tenga conto dei
voti della scuola secondaria di primo grado e che riguardi anche
l’impegno sportivo pregresso dei ragazzi»
, racconta ancora il docente. Se non sei già tesserato di una società sportiva «il
punteggio, ai fini della graduatoria, risulta essere basso: diventa una
questione di classe sociale e di chi può permettersi che il figlio
pratichi sport agonisticamente
», sostiene Camillo.

Dual career e frustrazioni

Che
sia semplicemente la sana attività sportiva ad essere praticata a
livello agonistico o che, invece, rappresenti il salto d’essere
studente-atleta d’alto livello, la problematica è multiforme e
variamente sfaccettata: la
dual career [doppia
carriera] può essere interrotta bruscamente per un brutto infortunio o a
causa del fatto che si realizzi di non riuscire a sfondare davvero.
Ancora Camillo:
«il passaggio alla maggiore età dei ragazzi è
cruciale: tra la fine del quarto e l’inizio del quinto si determinano
una serie di delusioni amarissime – soprattutto per quel che riguarda i
calciatori – se dovessero rendersi conto che quella non è più una strada
percorribile, o comunque non sicura come avevano sperato che fosse fino
a quel momento. Capiscono, insomma, di essere soltanto numeri in un
mare di migliaia di ragazzi come loro: la prospettiva del professionismo
è lontana. In tredici anni di servizio ho visto solo due miei ex
studenti entrare a far parte dello sport-che-conta»
. Numeri che sembrano essere implacabili e che determinano anche «forme depressive generali con inevitabili ricadute sull’andamento scolastico». Arianna, d’altra parte, racconta: «nella mia classe solamente due su trenta sono riusciti ad arrivare al professionismo». Gli altri?
«Ci hanno puntato e sperato ma poi, come nel 99% dei casi, non ce
l’hanno fatta. Il problema è chi decide di puntare tutto sullo sport e
poi non riesce: spesso non ha un ‘piano B’. Ti ritrovi catapultato ai 20
anni realizzando che con lo sport non ci stai facendo più di tanto, non
ti ha dato un futuro e hai pure snobbato la scuola»
. La Preside Sicoli conferma: «è
un fenomeno che dovrebbe essere attenzionato maggiormente: se un
ragazzo non riesce a sfondare, entra in uno stato di frustrazione che si
ripercuote sulla scuola»
. Tuttavia, secondo Sicoli, questo non si verifica in tutti gli sport: «nel
calcio si contano più casi: se si infortuna un [giovane] calciatore,
nonostante sia promettente, viene generalmente abbandonato dalla società
sportiva»
. Il ragazzo non è lo sportivo o il promettente calciatore ma «il suo cartellino», afferma amaramente la Preside.

Notarnicola fa eco: «l’idea
che si possa acquisire il cartellino di prestazioni del ragazzo (di
fatto è come comprare un atleta, una persona) rappresenta
l’impossibilità di scelta da parte sua, quasi una negazione del diritto
allo studio. La società compie un ragionamento di mercato sul ragazzo,
come accade nel calcio moderno anche se
in nuce, facendo prevalere il contratto sulla sua formazione».

Si potrebbe pensare ad un alto tasso di abbandono scolastico da parte di costoro e invece Sicoli smentisce:
«si tratta di una bassissima percentuale: durante il mio lustro di
dirigenza ho contato un pugno di casi che hanno optato per l’istruzione
parentale, dunque una scelta specifica per intraprendere una carriera
che rappresentava un impegno
[sovra ordinario] in quella fase».

La
sperimentazione che riguarda lo status di studente-atleta di alto
livello dura, tuttavia, da dieci anni e Sicoli ritiene che sarebbe da
porre a regime con almeno tre fattori da cambiare radicalmente. Prima di
tutto,
«va fatta formazione ai docenti dal momento che non sono pienamente preparati ad affrontare la dual career». Secondo, elargire più fondi alle scuole e ai docenti: «per
la sperimentazione è richiesta la figura di un tutor che tenga contatti
tra docenti e la società sportiva; va redatto il Pfp e bisogna
controllare che i documenti provenienti dalle società siano idonei e poi
vanno caricati sulla piattaforma [preposta]»
. Generalmente nelle scuole si contano «7 od 8 studenti-atleti di alto livello: il Pacinotti-Archimede ne ha 125. L’ordine di grandezza è molto diverso». Terzo e ultimo: «le famiglie devono essere supportate e le società sportive responsabilizzate».


Articolo disponibile su Atlante Editoriale al link: https://www.atlanteditoriale.com/studenti-atleti-tra-dual-career-e-frustrazione/

Profe

La biblioteca del Prof(e). Richard Macksey a Guilford,
Baltimora, Stati uniti d’America

All’inizio c’erano le maestre dell’asilo che si facevano chiamare
rigorosamente per nome, posto immediatamente dopo la qualifica: maestra
Daniela, maestra Silvia, maestra Chiara e via dicendo. Gli si dava del tu
quasi per legge: quel posto doveva essere l’estensione di un luogo
familiare che avevi lasciato sul letto di casa poche ore prima.
«Scusa, maestra posso andare a bere?», e lei con un cenno della
testa ti diceva che si, potevi andare, l’importante era utilizzare il
tuo asciugamani con le iniziali cucite da tua madre ad hoc per evitare che il tuo andasse troppo in giro o che, peggio ancora, venisse scambiato con quello di altri.

Maestra era anche il modo con cui ci rivolgevamo alle elementari ma, già verso la quinta, si iniziava a dare del lei perché alle medie non c’erano più loro ma le professoresse. Il ruolo era lo stesso ma la figura si discostava leggermente: si faceva più imponente e più autoritaria. Quel lei
conferiva distanza e vicinanza: la prima era tutta a vantaggio di chi
stava «dall’altra parte della barricata», la seconda era –
paradossalmente – a vantaggio del discente che iniziava a prendere le
misure con il mondo oltre la maestra.

La professoressa era una sorta di übermaestra: sapeva tutto
di te anche se non ti aveva mai visto e si sforzava a dirti che dovevi
rivolgerti a lei con la terza singolare e con il verbo coniugato al
congiuntivo. Se coniugavi male o pronunciavi un fantozziano vadifacci ti toccava la flessione del verbo.
Inflessibile: appena sentiva un tu, diceva: «scusa, come?!».
Meravigliosa era la professoressa Fosca che, appena sentiva uno studente
della classe dire «dai» rivolgendosi a lei, scattava incalzandoti:
«dai?!? DAI?!?». Il più creativo era chi rispondeva: «DIA, DIA!» oppure
c’era chi si sentiva già in odor di medioevo rispondendo: «Scusi, scusi:
suvvia!»

Capitava, però, che nella foga del voler rispondere, in quel
frangente simile alla lotta fra oppressi chiamata “interrogazione dal
posto”, il termine professoressa si abbreviasse in «pessoré!»:
tutte le altre sillabe, evidentemente inutili, erano state sacrificate
per poter estendere verso l’alto il braccio destro o sinistro con
l’indice ben visibile. Più lo si alzava, più si era sicuri della
risposta che si dava.
Capitava, però, che l’abbreviazione da pié-veloce (pessoré!)
venisse attribuita anche agli unici due professori maschi del consiglio
di classe: don Angel e Pernaselci di musica. Un’anomalia bella e buona.
In quel caso l’accento sulla e finale non rappresentava l’invocazione al genere femminile dell’insegnante: jamais!
Era piuttosto un rafforzativo del professore in sé: come se
l’espressione fosse “OH, PROFESSOREE”. Con quella immaginaria doppia e che
evidentemente andava a caratterizzare l’interlocutore uomo con cui si
voleva intrattenere una conversazione, pur limitata in ambito
scolastico.

Con le superiori si dichiarava finita l’esperienza del pessoré: quel termine veniva abbandonato alla chiusura dei cancelli delle medie (scuolasecondariadiprimogrado).
Varcare le porte del liceo significava abbracciare l’idea che la
professoressa (donna) poteva anche essere un professore (uomo): non più
un’anomalia. Allora il termine si abbreviava naturalmente in «prof». L’abbreviazione
era una vera e propria ancora di salvezza: veniva accettata
dall’insegnante, uomo o donna che fosse, ed era tanto sbrigativo quanto
professionale: «hai sentito il prof. di greco?». Improvvisamente diventavamo tutti grandissimi perché utilizzavamo le abbreviazioni.

E così è stato anche nei primi anni di servizio dall’altra parte della barricata: «buongiorno prof», «salve prof», «ciao prof». Talvolta i più audaci ti chiamavano «professò», riprendendo l’abbreviazione che fu tipica del genere femminile riservata alla parte docente delle medie (scuolasecondariadiprimogrado).
Qualche ragazzo di qualche scuola di periferia osa, ma solo verso la
fine dell’anno e solo se c’è stato un buon rapporto, con un «ciao
professò» mentre si accinge ad entrare in aula con lo zaino su entrambe
le spalle, strascicando le suole delle scarpe grosse come carri armati (ma rigorosamente alla moda).

Qui a Bergamo è diverso. Non c’è il prof ma il profe. Con la o chiusa. Ed è una abbreviazione che calza a pennello sia in caso di insegnante uomo, sia in caso di insegnante donna. «Profe,
buongiorno!», ti dicono. Lo scrivono anche nei messaggi di posta
elettronica. Ma è una cosa che vale solo a Bergamo: in nessuna altra
zona della Lombardia c’è il profe: è tipicamente bergamasco.

È strana, neh, una sorta di unicum delle valli bergamasche nel rapportarsi con l’insegnante.
Strana… Ma, proprio perché è così, è anche molto tenera.

Un pomeriggio con Angelo Nazio, partigiano di Torre Maura, classe 1925

Il 30 novembre [2023] il gruppo culturale Terrazzi Letterari di Torre Maura ha incontrato il partigiano Angelo Nazio. La volontà del gruppo dei terrazzari era quella di incontrare di persona Angelo Nazio e consegnargli, per mano di Pierina Nuvoli, animatrice del collettivo, una medaglia realizzata appositamente per quell’occasione in cui c’era scritto: ad Angelo Nazio – Eroe della Resistenza – Torre Maura. L’incontro è stato un profluvio di ricordi e rievocazioni ma anche una chiacchierata sulla Torre Maura che fu, sulla Guerra di Liberazione dal nazifascismo, sulla dittatura e sulla vita che quotidianamente veniva vissuta all’ombra di un governo autoritario, antidemocratico, repressivo. Fascista.
Angelo Nazio, classe 1925, ha 99 anni e, nonostante l’età, ha parlato e rievocato tutto come se fosse successo un minuto prima del nostro arrivo in casa sua. Ci abbiamo messo un po’ per riannodare i fili di due ore e trentacinque minuti di registrazione del pomeriggio trascorso insieme, ma finalmente abbiamo pubblicato e reso noto a chi vorrà leggere quanto detto quel giorno.

Grazie ad Angelo Nazio.

Parlare, pensare, agire.
«Matteotti è stato ucciso dai suoi compagni», questo ci avevano detto a scuola. Ricordo che rimasi molto basito da questa affermazione. Ma non è che potessimo parlare, anzi…

C’è chi si confidava con amici e poi lo stesso che si era confidato veniva carcerato.
Era il 1942. Orazio Scuderi [confinante con la nostra casa a Via delle Rondini] costruì un recinto per un federale di zona [di Torre Maura]: Merlandi. Scuderi aveva sette figli e io sono andato a scuola con una delle sue figlie, Graziella, poi morta di tubercolosi.
Scuderi ricevette un acconto da Merlandi ma il Federale, anziché pagarlo, nicchiava e rimandava il saldo finale. Una sera, mentre Scuderi usciva dal negozio della Sora Checchina, mia madre la quale aveva una rivendita di vini e oli, si imbatte con Merlandi e gli riferisce che aveva da pagare vari conti che aveva in sospeso (all’epoca c’era il vizio di segnare le cose dai fornai, dai lattai e via dicendo) pregandolo di saldare i conti che avevano in sospeso. Merlandi lo scansa e lo tratta da ubriacone: si alzarono i toni, le parole si fecero grosse e poi tornarono a casa. La mattina dopo successe che due carabinieri si presentarono a casa di Scuderi e lo portarono via a Regina Coeli: s’era fatto sei mesi. L’accusa che gli veniva rivolta era d’aver accusato Benito Mussolini in persona.
Evidentemente non era così.
Capirai era n capoccione, quello. [riferito al Federale – intervento di Marisa Nazio Fabriani, sorella di Angelo Nazio]
Uno dei fratelli di Scuderi era una guardia e raccolsero testimonianze sul fatto, le chiesero anche a mia madre indagando se si fossero alzati i toni a tal punto da parlare male del Re e di Mussolini: mia madre disse di no andando perfino al processo a testimoniare. Ma comunque Orazio Scuderi s’è fatto sei mesi da innocente a Regina Coeli.
Ecco, oggi si può parlare. Allora non si poteva.

«Fettuccine e polli».
Uno neanche se lo immagina il pericolo che abbiamo corso e le cose che facevamo, col senno di poi. Io e Camillo Del Lungo (classe ‘23, abitava a via degli storni) camminavamo verso Centocelle [1]: eravamo all’altezza di San Felice da Cantalice (che ancora non era stata costruita, se non ricordo male). Il giorno dopo sarebbero scaduti i termini da rispettare per rispondere alla chiamata alle armi. Se non ci si presentava, si diventava renitente alla leva e le pene potevano variare: se ti andava bene, ma è un eufemismo, ti caricavano su un treno per farti andare a lavorare in Germania; se ti andava male ti fucilavano. Chiesi a Camillo: «Tu che farai domani, ti presenterai?», lui mi rispose che si sarebbe presentato. La mattina prestissimo presi il trenino verso Fiuggi [2] e me ne andai. Il trenino, che poi lo conosciamo tutti come Laziali-Grotte Celoni o Laziali-Pantano, ‘na volta arrivava a Fiuggi e faceva delle fermate intermedie, sebbene non a tutte le corse. Me ne volli andare a Capranica Prenestina [3] da mio zio che faceva il procaccia (portava la posta da Palestrina a Capranica) con cui mi sarei dovuto incontrare a Palestrina: persi la coincidenza e me la dovetti fare a piedi. Sono arrivato alla piazza del paese che sembravo un mugnaio, tanto ero impolverato.

Da mangiare, però, non c’era: deperii molto, tanto che mi venne la febbre e tornai a casa a Torre Maura. Vedendomi così, i miei si preoccuparono a tal punto da chiamare il dottore Anagni, che allora esercitava a Torrenova. Lui, laconicamente, disse: «Servono solo fettuccine e polli».

A proposito di Camillo: addirittura, ma ve la riferisco così come m’è arrivata [questa notizia], diventò anche repubblichino prima di passare ad essere dissidente e partigiano. Per un periodo, però, mi distaccai da queste vicende, non perché non mi interessasse, ma perché volevo concludere gli studi e volevo fortemente riuscire a diplomarmi

[Intervento di Pierina Nuvoli] Il padre, Carlo Del Lungo era militare ma, sebbene lo fosse, aveva costruito un rifugio sotterraneo e molti a Torre Maura vissero lì per un periodo.

[Riprende a parlare Angelo Nazio] Ma anche a Capranica Prenestina la situazione fu simile: due militari, ad esempio, furono giustiziati. Guer(r)ino Sbardella fu fucilato a Forte Bravetta, un altro Angelo Martella finì alle Fosse Ardeatine.

Azionista a Centocelle.
Dopo essermi rimesso, iniziai a prendere contatto con il Partito d’Azione nell’ottava zona partigiana. Era una zona piuttosto estesa che andava da Tor Pignattara fino alla Borgata Finocchio, praticamente.
Era il 1943-1944: avevo 18 anni, nonostante avessi comunque già iniziato l’attività a 17 anni. Distribuivo il giornale Giustizia e Libertà, principalmente, così come d’altra stampa, volantini. Era un giornale stupendo: ti apriva gli occhi con quello che veniva riportato. Beninteso: Giustizia e Libertà constava di uno, massimo due fogli, non era come i giornali di oggi. Mi attraevano e mi appassionavano tantissimo gli articoli di Lussu.

Un giorno, però, presero il responsabile del gruppo di Centocelle, lo chiamavamo Primo: eravamo molto preoccupati sul futuro del gruppo, se fosse stato opportuno o meno continuare a riunire il gruppo di azionisti. Spesso si effettuava un lavoro politico senza conoscere gli altri componenti del gruppo: se avessimo fatto una riunione pubblica, per assurdo, in mezzo alla strada, non ci saremmo neanche riconosciuti.
Una decina di giorni dopo, però, Primo, lo videro passeggiare a Piazza dei Mirti. Fummo presi da sgomento: «Ha parlato», pensavamo. La situazione era ancor peggiore di quando l’ebbero arrestato.

La delazione era un’incognita, un imprevisto che coglieva tutti di sorpresa e che spaventava moltissimo. Chi faceva la spia a volte si vendeva per cinquemila lire. Per l’epoca era una somma cospicua, senza dubbio: ma mettevano a repentaglio la vita di tanti per un proprio immediato tornaconto personale.

A tal proposito vale la pena ricordare un dato: tra i gruppi che pagarono maggiormente in termini di vite umane, ci fu il Partito d’Azione, anche in rapporto ai numeri dell’organizzazione. Anche il Partito comunista italiano venne falcidiato, ma soprattutto a Centocelle il Partito d’Azione fu l’organizzazione che venne maggiormente colpita e che pagò il tributo maggiore. E non sto utilizzando il termine vittime per identificare, ad esempio, anche chi venne sbattuto in galera, ma solo considerando i morti.

Non potevamo stare con le mani in mano: io e altri, essendo stati raggiunti dalla voce della probabile delazione, aderimmo ai Gap (Gruppi d’azione patriottica) del Partito comunista italiano, più rigidi nelle regole. Se la memoria non m’inganna: fu il febbraio del 1944. Rimasi con i Gap fino alla Liberazione di Roma.

Ribadisco: col senno di poi uno non si capacita di quel che ha fatto. Il punto è che tante cose, tante azioni le abbiamo fatte – benché pericolosissime – perché ci si sentiva davvero di farle. Nessuno mi ha mai obbligato a farlo, eppure l’ho fatto. Ed è stato possibile perché mio padre ha dato aiuto e supporto alle azioni.

I mitra sotto al letto.
Mio padre rischiò la vita con e come noi e lo ha fatto perché sentiva il peso di vent’anni di dittatura fascista. Quando vennero i tedeschi a casa nostra, quindi durante l’occupazione, lui ebbe davvero un colpo di genio.

Io avevo nascosto dei mitra sotto al materasso: la mia stanza era a piano terra e quando dei soldati tedeschi chiesero (non cortesemente, diciamo, con il piglio nazista delle truppe occupanti) la mia stanza, mio padre subito iniziò a dire che non si poteva perché io stavo studiando alacremente per il diploma e non era proprio il caso. Mi sarei diplomato solo nel 1945. E poi non abbiamo letti disponibili per voi, gli aveva detto mio padre. Loro, ovviamente, cercarono di imporsi verbalmente con le cattive, ma se quelli entravano nella mia stanza e disgraziatamente controllavano sotto al letto, mettevano al muro tutti quanti. Luigi [il fratello] se la sarebbe vista bruttissima: era in fasce ma avrebbero ucciso anche lui.

Alcuni nostri vicini (si chiamavano Luppini) avevano un bel casale, un bell’edificio, che oggi sarebbe la casa rossa a fine di Via delle rondini: i Luppini presero la via del settentrione e andarono via da Torre Maura, ma mio padre aveva un amico (Antonio) il quale aveva le chiavi del loro stabile. Mio padre prese tempo coi tedeschi e si recò dal suo amico, senza stare troppo a spiegare (c’erano pur sempre dei fucili sotto al mio materasso!), chiedendo la chiave dei Luppini. Tornati i tedeschi, ottenute le chiavi da parte di Antonio, l’ufficiale nazista rimase meravigliato, ed era tutto un profluvio di «Ja Ja!»: il posto gli piaceva, sicuramente era più agevole di una sola stanza, la mia, pur al piano terra. Si trattava di uno stabile che aveva cinque-sei stanze ma non c’erano materassi e c’era bisogno di paglia: gliele rimediò mio padre, purché stessero lontani dalla mia stanza-polveriera!

Facevamo sul serio
A Via delle rondini (il mese non lo ricordo) fui avvicinato da un ragazzo più grande di me, di cognome faceva Tafuro, ma non ricordo bene. Allora ero ancora nel Partito d’azione: mi avvicinò e mi disse che voleva prendere parte al Pd’az anche lui. Io trasecolai: chi gli aveva detto che stavo facendo attività clandestina? Il Partito d’azione, almeno per quel che ho vissuto io, non era così rigido come i Gap e, spesso, qualche informazione usciva dalle maglie dell’organizzazione. Gli risposi affermativamente, anche se non conoscevo le sue intenzioni, dandogli appuntamento di lì a due giorni: sarebbero venuti dei compagni da Centocelle a confezionare delle armi nella stalla dove i miei avevano una cavalla. Si presentò puntuale ma, una volta viste le armi, si spaventò a tal punto che scappò via e non lo vidi mai più. Chissà che si era messo in testa, urlò: «Ma siete matti?!».
I giorni successivi eravamo in allerta: se avesse parlato, addio gruppo rivoluzionario. Non parlò mai: si doveva essere spaventato a tal punto da rimanere sempre in silenzio.

«La Russa? Un criminale».
Come si fa a definire una banda musicale l’SS Polizeiregiment Bozen? Come si fa ad avere questo coraggio nel dire una cosa simile di un reggimento che sfilava armato per le vie di Roma? Il riferimento è, ovviamente, all’attacco partigiano dei Gap a Via Rasella. È pure, però, stupido chi ce crede a quello che ha detto.

Odio la guerra.
Molti pensavano – e pensano tutt’ora – che uno ha intrapreso la scelta della Resistenza (dunque della lotta armata di Liberazione) perché gli piaceva fare la guerra, perché gli piacevano le armi.
Io la guerra la odio. Non ho mai amato le armi e ho educato i miei figli a una cultura antimilitarista tanto che sono stati obiettori di coscienza al momento della leva obbligatorio. Il più piccolo, Massimiliano, che è sacerdote e missionario, ha svolto il suo periodo di obiezione di coscienza con l’esperienza creata da Don Luigi di Liegro.

Loro hanno succhiato il latte della famiglia: a casa non sono mai entrate armi. Pino, che ora è giornalista anche con la Rai, quando andò in Siberia mi riportò un coltello di pregevole fattura. Era davvero un bell’oggetto. Lo vidi una volta sola: mia moglie Rosy (Rosina) e Pino lo fecero sparire perché a casa non dovevano esserci armi.

Aneddoto familiare a parte, io davvero non avevo simpatia per le armi e per la guerra. L’ho fatto perché sentivo di doverlo fare, perché sentivo che non c’era alternativa, perché chi paga sono sempre i popoli: prima eravamo noi, ora sono quello palestinese e quello israeliano, quello ucraino e quello russo.

«Li abbiamo lasciati andare»
La mattina della Liberazione di Roma (era prestissimo) io e altri tre percorrevamo a piedi la Via Casilina: all’incrocio tra Via di Torre Spaccata e Via di Tor Tre Teste abbiamo notato i primi carri armati e blindati degli Alleati. Un graduato tedesco, visti i mezzi nemici, rimase intrappolato: voleva, probabilmente, andare a raggiungere una consolare che non fosse la Casilina (magari la Tiburtina) per cercare di scappare. Partirono dei colpi dalla torretta dei blindati americani per cercare di colpirlo. Noi quattro, vedendo il fatto, abbiamo visto l’ufficiale tedesco che cercava di scappare: l’abbiamo rincorso e consegnato agli Alleati.
Dovevamo raggiungere il comando a Via delle robinie ma non volevamo percorrere la Casilina, preferendo tagliare per Tor Tre Teste. Notammo quattro soldati tedeschi, appiedati, che stavano in ritirata. Eravamo pari di numero ma loro stavano battendo in ritirata: potevamo consegnare anche loro ma non l’abbiamo fatto. Tutti noi eravamo d’accordo su un fatto: non erano loro i responsabili, non la truppa (sebbene quella nazista realizzò delle nefandezze con una tale cattiveria e irrispettosità che tutti conosciamo). Li abbiamo salvati, anche se loro non l’avrebbero mai fatto. Anni dopo raccontai l’episodio a mio figlio: sussultò in un moto di riprovazione.

Grazie ad Angelo Nazio.
Grazie ai ‘ribelli’ di allora.

NOTE:

[1] Il libro Torre Maura di Laura Dondolini e Pierina Nuvoli riporta la medesima testimonianza in cui Angelo Nazio riferisce di essersi lasciato con Camillo a Torre Maura e non a Centocelle. La sostanza del discorso, al di là dell’ubicazione geografica nella periferia romana, rimane immutata.

[2] «Torre Maura era raggiungibile, oltre che con il carretto o a piedi, percorrendo la Via Casilina, anche con il Tram. La linea ferroviaria Roma-Alatri-Fiuggi-Frosinone, il cui progetto fu presentato nel 1907 dall’ingegner Antonio Clementi, che operava per conto di una società belga presente in Italia, prevedeva una linea a scartamento ridotto. La concessione venne data alla Società per le ferrovie vicinali (SFV) […] Il 28 aprile 1927 venne inaugurata la diramazione urbana Centocelle-Piazza dei Mirti».

Dondolini Laura; Nuvoli Pierina; Torre Maura, p.34, CivilMente edizioni, 2015, Roma.

[3] La famiglia di Nazio era originaria di Capranica Prenestina, come hanno scritto Laura Dondolini e Pierina Nuvoli nel loro prezioso volume Torre Maura, riportando le interviste svolte sul campo frutto di anni di ricerca. Marisa Nazio Fabriani «La mia famiglia è originaria di Capranica Prenestina. Abitavamo a Centocelle, dove mio padre lavorava in una grande fattoria di proprietà di Falchetti. Aveva gli orti e seminava tanto grano. Un anno ne ha dato ‘all’ammasso’ ben 60 quintali. […] Avevamo 25 vacche ma a Torre Maura ne abbiamo portate solo 4 o 5».
Dondolini Laura; Nuvoli Pierina; Torre Maura, p.42, CivilMente edizioni, 2015, Roma.

Corri, Borgata! Pompi e Mascioli stendono il Monteporzio (2-1)

Chi se la ricorda la partita d’andata in casa dell’Atletico Monteporzio?
Sfortunatamente sugli spalti eravamo in pochissimi ma non è stata una domenica positiva. Iniziata male e terminata peggio: 0-2 e senza una reazione vera da parte granata.
Ma oggi è andato in scena tutto un altro spettacolo e gli undici di mister Amico hanno conquistato una vittoria importantissima.

Ma riavvolgiamo il nastro.

Il primo gol arriva al settimo minuto del primo tempo ma nessuno l’ha visto. Cioè: sappiamo che Pompi ne è stato l’autore ma un attimo prima erano giunti dei Borghetti in dono per tutti i presenti sui gradoni. Il tempo di una torsione del busto verso i bicchierini di plastica, che contenevano la necessaria benzina per la giusta e animosa prosecuzione del tutto, e la Borgata va in vantaggio.

Clamoroso al Vittiglio!

L’inizio è scoppiettante: Marku e Di Stefano sono letteralmente due furie che non riescono, in nessun modo, ad essere fermate dalla difesa del Monteporzio. Più d’una volta l’11 granata tenta di incornare il pallone per trafiggere De Angelis ma non ci riuscirà mai, sfortunatamente. 
Otto minuti dopo l’arbitro indica il dischetto: è rigore.
Dice: Ma per chi?
Dice: Oh! È rigore per noi!

In un attimo sembra di assistere alla scena in cui Fantozzi è costretto a lasciare la visione di Inghilterra-Italia per andare a vedere il film cecoslovacco (ma coi sottotitoli in tedesco) in cui il commentatore radiofonico inizia ad urlare tutte le parti del corpo colpite dal pallone dicendo «erano centosettantanni che non si vedeva un inizio così scoppiettante dell’Italia».
 

Mascioli (Moreno) trasforma il rigore e va a -2 da Pompi nella classifica marcatori di quest’anno.
La Borgata continua a spingere senza sosta e il Monteporzio sembra rintronato: fino al 25′ della prima frazione di gioco la squadra di Tripodi non riesce ad organizzarsi per una pur minima reazione. Al 37′ ancora un guizzo del duo Marku-Caporalini: il 2 tenta un tiro-cross ma non riesce a cogliere prontamente Di Stefano.
Gli undici granata sembrano non volersi più fermare e cercano il terzo gol con tutte le forze. Ma proprio mentre la squadra spinge, arriva l’unica distrazione difensiva della Borgata: ne approfitta Confaloni che accorcia le distanze al 44′ del primo tempo.

Certo: andare in vantaggio sul 2-0 al termine della prima frazione di gioco sarebbe stato ottimo per il morale, ma – come dice il proverbio – «il diavolo ci ha messo la coda» e ora è la Borgata a dover dimostrare, di nuovo, quanto vale. Come se non lo avesse già dimostrato abbastanza contro una delle prime della classe del girone.

Il primo quarto d’ora della ripresa è tutto biancorosso: la squadra di Tripodi spinge ma la Borgata sa soffrire e chiudersi a dovere. Niente distrazioni: c’è solo la volontà di serrare ogni pertugio che possa portare al potenziale gol del pareggio.
La tensione che c’era sugli spalti era tale che di appunti – francamente – ne ho presi pochi: il fortino granata ha resistito fino all’ultima vera occasione del Monteporzio (al 32′), poi gli schemi sono saltati.

La Borgata riesce a sfruttare ogni benedetto contropiede: ogni varco lasciato dagli ospiti è un’autostrada per Piccardi e Soru. Proprio capitan Piccardi al 40′ riesce a macinare chilometri e ad arrivare all’altezza della linea mediana, la difesa del Monteporzio è sfilacciata, c’è solo il portiere davanti a lui, sopraggiunge Proietti dalla destra che tira a portiere battuto. Dovrebbe essere gol ma un centesimo di secondo dopo aver visto la rete gonfiarsi, l’arbitro alza il braccio: fuorigioco, gol annullato. Non sappiamo cosa abbia detto Proietti, ma l’arbitro gli mostra il rosso diretto.
Borgata in 10.
Sisifo ce fa un baffo.

È ancora assedio Monteporzio e, ancora una volta, è una grande Borgata a resistere e ripartire.
Al 43′ Cultrera si mangia un gol dopo aver controllato la palla con la faccia (Sparwasser, ora pro nobis) ma la partita è ancora lunga.
Attorno al 50′ l’arbitro indica altri tre minuti addizionali di recupero arrivando ad otto totali: nel frattempo il Monteporzio perde la testa e resta in 9

Mancano due giornate, l’ultima fuoricasa contro la prima in classifica. In tre punti sono racchiuse sei squadre che si giocano la permanenza in Prima Categoria. 

Hic manebimus optime!

 

Il tabellino della ventottesima giornata di campionato | Prima Categoria Laziale | Girone G

BORGATA GORDIANI – ATLETICO MONTEPORZIO 2-1
MARCATORI: 7’pt Pompi (BG), Rig. 15’pt Mascioli M. (BG), 44’pt Confaloni (AM).
BORGATA GORDIANI: Pagano, Caporalini (20’st Capostagno), Piccardi, Pompi, Chimeri, Colavecchia, Di Stefano (34’st Soru), Mascioli F., Cicolò (28’st Cultrera), Mascioli M. (31’st Seydi), Marku (28’st Proietti). PANCHINA: Minotti, Segatori, Ciamarra, Martucci. ALLENATORE: Fabrizio Amico.
ATLETICO MONTEPORZIO: De Angelis, Bonamici (1’st Gagliassi), Torregiani, Brunetti (28’pt Laurenzi), Cupellini, Bono, Stornaiuolo, Tiberi, Composto, Kammou (37’st Lucci), Confaloni. PANCHINA: Litterio, Calicchio, Vasari, Schiavoni, Casale, Terenzio.
ALLENATORE: Domenico Tripodi 
ARBITRO: Matteo Altobelli (Frosinone)
NOTE: ESPULSI: Proietti (BG) al 44’st; al 47′ espulso per doppia ammonizione Confaloni (AM). Contrariato, ha dato uno schiaffo al cartellino facendolo cadere dalla mano dell’arbitro che lo stava mostrando al giocatore; al 48′ eslpulso Tiberi per doppia ammonizione (AM).  
AMMONITI: 26’pt Pompi (BG), 15’st Di Stefano (BG), 17’st Composto (AM), 31’st Pagano (BG) per perdita di tempo, 38’st Cultrera (BG), 41’st Tiberi (AM), 42’st Seydi (BG).
ANGOLI: Borgata Gordiani 2 – 3 Atletico Monteporzio.
RECUPERO
: 2’pt – 5′ più 3′ addizionali indicati al 50′ (dunque 8 in totale secondo tempo).

Cuneo rosso a Santa Maria del Soccorso

Foto di katalin gyurasics su Unsplash

Un mese fa ricorrevano due date storicamente importanti: la nascita del Partito comunista d’Italia (Pcd’I) e la morte di Lenin. Entrambi i fatti sono avvenuti il 21 gennaio sebbene il secondo a distanza di tre anni dal primo: il Pcd’I è stato fondato al Teatro San Marco di Livorno il 21 gennaio 1921 e Lenin è morto a Gorki il 21 gennaio nel 1924.
Il 21 gennaio 2024 qualcuno ha affisso un manifesto dedicato a Lenin all’entrata della fermata di Santa Maria del Soccorso della Linea B di Roma: ha resistito per un paio di settimane.

Ho subito immortalato il manifesto a forma di freccia, immagino realizzato appositamente per ricordare il celebre quadro di Lissitzkij, e ogni giorno andavo al lavoro un po’ più felice: anche se ho abbandonato l’attività militante, c’è qualcuno che continua e ricorda. Mi sono sentito di nuovo parte di qualcosa: comunque meno isolato e più compreso.
È bastato poco, in fondo: è bastato un manifesto.

Succede, come capita spesso in questi casi, che qualcuno della parte avversa noti il manifesto e si preoccupi di andare prima ad imbrattarlo e successivamente proceda a strapparlo (ad oggi il manifesto resiste ancora nella sola parte del volto di Lenin, sebbene strappato in più parti).
Ma la cosa che mi ha più colpito e destabilizzato è stata la sequenza di azioni che si sono riversate sull’affissione.
La prima: una scritta a pennarello, dunque visibile solo se l’occhio del passante si fosse avvicinato molto, a caratteri cubitali: “MERDA”.
La seconda: il manifesto strappato nelle parti in cui risultava più facile l’operazione.

Non appena ho notato la scritta col pennarello nero mi sono fermato davanti al manifesto con le mani nelle tasche dei pantaloni. Istantaneamente ho ripensato ripensato ad un film: La marcia su Roma. Una tragicommedia in cui i protagonisti, Gassmann e Tognazzi, decidono di intraprendere  la marcia su Roma (per l’appunto) dopo aver aderito al movimento dei fascisti, allora ancora intriso di sansepolcrismo. Gassman, furbesco traffichino che viveva millantando di essere stato reduce della Prima guerra mondiale chiedendo elemosina e vivendo sulle spalle degli altri in virtù di una condizione pregressa inventata (reduce perché coscritto non “per spirito patriottico”), riesce a convincere ad aderire al fascismo un Tognazzi che interpretava un cristiano pienamente sfiduciato nei confronti della politica ed economicamente sul lastrico.
L’opera di persuasione è la seguente: leggere allo stremato Tognazzi tutto il programma di Piazza San Sepolcro. Istituzione della Repubblica, suffragio universale, giornata lavorativa di otto ore, redistribuzione delle terre, sequestro dei beni delle congregazioni religiose e via dicendo.
La Storia suggerisce che i binari della propaganda sono spesso binari morti: dopo il ’22 rimase il Re, ci fu il concordato, la giornata lavorativa rimase invariata (e le condizioni dei lavoratori peggiorarono) e via dicendo.
Tognazzi ci casca (la redistribuzione delle terre era un punto troppo importante perché potesse venir ignorato: sognava di diventare proprietario terriero) e anche lui decide di indossare la camicia nera: insieme salgono sul camion per la marcia su Roma e ad ogni tappa – qui sta il nesso comico ma anche tragico – si rende conto che i punti del programma che gli era stato annunciato trionfalmente vengono tutti disattesi, uno dopo l’altro. 

Arrivati in una città per una sosta lungo il tragitto, un giovane Mario Brega (proprio lui) scende dal camion in cui erano anche i nostri protagonisti per unirsi al gruppo di camice nere che stavano dando fuoco ad una tipografia socialista. I fascisti già presenti sul posto, prima dell’arrivo dell’ultimo gruppo, stavano buttando dalle finestre quel che trovavano, compresi dei quadri e delle immagini contenenti dei simboli ideologici che erano affssi all’interno della tipografia. La prima raffigurazione che riversano a terra con violenza è quella di Lenin, su cui una camicia nera sfoga tutta la sua frustrazione colpendone a manganellate il volto della riproduzione. La seconda parte della furia spetta a Marx: «buttalo giù quer capoccione», urla Gassmann il quale, proditoriamente, osserva la scena stando un passo indietro.

Tognazzi prende il programma che aveva nel taschino (ne portava sempre una copia con sé per monitorare  che tutto procedesse “secondo i piani”) e protesta con l’amico: «qui c’è scritto libertà di stampa ma stiamo bruciando una tipografia!». Gassmann lo prende in giro e lo liquida con un’espressione tipicamente romana: «e nun sta a rompe», accompagnata dall’eloquente gesto delle braccia che si allontanano dal corpo cercando ampiezza. Un altro punto del programma non rispettato, con tutta evidenza. 

Canti e controcanti di voci mainstream (e non) affermano oggi la fine delle ideologie, deridendo chi ancora vi rimane attaccato e – peggio – utilizzando il termine in senso dispregiativo come sinonimo di grettezza culturale e ristrettezza di visione. Costoro, di solito, sono poi indulgenti verso la peggiore ideologia (certi che non andrà a ledere l’apparato come non ha fatto in passato): ne hanno assimilato ogni stortura e ogni sfumatura, sia essa politica (in prassi e in teoria), sia essa morale.
L’importante è cancellare ogni riferimento a quell’idea (l’altra, eh) che, terminata in tragedia con lo stalinismo, aveva rovesciato l’ordine costituito e abbattuto il regime degli Zar, aveva dato la pace ad una nazione martoriata, aveva dato speranze e orizzonti al mondo intero.

E continua e continuerà a farlo per l’eternità.
Nonostante le scritte oscene sui manifesti (che manco si leggono, en passant).
Nonostante l’esigua minoranza e l’inadeguatezza dei suoi rappresentanti.

Scusaci, Lenin.
Non faremo morire l’idea, nonostante la fase, la situazione, nonostante noi.
Scusaci Lev.

Fotostorte production alla notte bianca del Liceo Francesco D’Assisi

Ormai chiunque è in grado di scattare una foto: basta uno smartphone sufficientemente potente. Le reti sociali sono piene di immagini perfettamente artefatte: soggetti in posa, luce perfetta, ambientazioni amene. Ma che gusto c’è?
Quelle che seguono sono delle foto scattate durante la notte bianca del Liceo “Francesco d’Assisi” e non sono instagrammabili. Anzi, sono rigorosamente: storte, fuori fuoco, sgranate e con impostazioni totalmente sbagliate perché «a noi la qualità»…

In pieno stile Fotostorte.

 

I “Terrazzi letterari” compiono due anni

Che ci si creda o meno, il fatto è che i Terrazzi letterari compiono due anni. Due anni fa ci siamo ritrovati con Pierina (e suo cugino sacerdote) ad un tavolino del bar di via delle rondini e abbiamo provato a capire come portare avanti un discorso culturale legato al libro, al dialogo, all’incontro e allo scambio stanti le difficoltà legate al distanziamento sociale e alle normative che ancora vigevano. Il Covid aveva travolto ogni spazio di socialità cittadina e Torre Maura risentiva ancor più pesantemente della mancanza di un luogo che non fosse all’interno delle parrocchie o lo spazio esterno di un bar.

Ci voleva un’idea che puntasse in alto e allora abbiamo rivolto lo sguardo verso il cielo: «Facciamo che ogni tot leggiamo un libro e ne discutiamo sui terrazzi del quartiere: alla fine toccheremo tutti i condomini di Torre Maura!». C’erano da considerare tante cose: le restrizioni, le paure delle persone, il distanziamento, le case (perché, in fondo, saremmo entrati nelle case delle persone). 

Al gruppo iniziale, formato da un pugno di persone, di tanto in tanto si aggiungevano amici che passavano da Roma e che volevano condividere questa o quella lettura. E allora tutto diventava molto ricco (e spesso maledettamente freddo, meteorologicamente parlando).

Tutto il vento di quella volta sul balcone della chiesa di via Tobagi, ce l’abbiamo ancora addosso: Domenico e Antonia ne hanno ancora un po’ nelle ossa, sebbene ora siano oltre la Manica.

Oggi abbiamo ripreso la stagione dei Terrazzi e ognuno dei partecipanti ha potuto parlare di una lettura (tra le tante) intrapresa nel corso dell’estate: Accabadora, Quella domenica di luglio, La donna gelata, La sibilla, Un ragionevole dubbio, Fiori italiani sono solo alcuni dei titoli attorno a cui si è ragionato.

Bentornati Terrazzi!

Le foto sono gentilmente offerte dalla FotoStorte Production ©.

C’è poi da dire un’ultima cosa [ma solo per chi è arrivato fin qui].
Nel corso del terzo terrazzo erano arrivate sul tavolo delle paste dal forno di piazza degli alcioni. Niente di strano per un quartiere la cui toponomastica è basata su uccelli e ornitologi, se non fosse che il cartellino – apposto dalla pasticceria stessa, dunque – con cui era chiuso l’involucro recitava la dicitura “piazza degli aRcioni”. Alcioni de borgata, evidentemente. Un po’ come la storia del cavajere nero di Proietti.
Tanto perché la storia si ripete e Torre Maura non si smentisce mai, la torta di oggi recava tale scritta: “2° anno TERAZZE”. Ao, daje.

Un rigore al 90′ condanna la Borgata alla sconfitta

Al campo di Via Demetriade arriva, infine, la prima sconfitta dopo due vittorie consecutive per i granata; allo stesso modo l’Almas doveva rifarsi di due pareggi contro Casal Bernocchi e G. Castello. 

La Borgata fin dal principio della partita sembra aver necessità di prendere le misure con il campo, certamente più ampio del ‘Vittiglio’, dal manto naturale anziché sintetico: l’assetto dei granata cambia due volte nei primi 45 minuti di gioco. L’Almas prova subito a spingere forte al 10′ con una manovra offensiva del duo Gavini-Iaccarini: Capostagno è vigile e manda in angolo. I biancoverdi vogliono realizzare subito il gol che sblocchi la partita: ci provano al 13′ e Chimeri è costretto a fermare di netto la cavalcata dell’ala locale rimediandosi un’ammonizione. Entrambe le squadre, fino alla mezz’ora, producono essenzialmente le medesime iniziative e manovre di gioco, annullandosi a vicenda. Attorno al 35′ la Borgata inizia a farsi vedere dalle parti di Mastrangeli con punizioni e azioni d’attacco, sebbene nessuna di esse vada in porto a causa del raddoppio su Cicolò: il capitano è, di fatto, limitato nell’azione e spesso l’arbitraggio condanna i movimenti del 9 granata ritenendoli fallosi. Al 43′ il rinvio di Capostagno coglie un Proietti lanciatissimo verso la porta: il nostro scarta il difensore, colpevole anche di un errore difensivo, ma a tu per tu col portiere in uscita tocca troppo morbidamente il pallone. Due minuti dopo è il colpo di testa di Chimeri su calcio d’angolo a far sospirare la panchina e gli spalti: l’incornata manda il pallone poco sopra l’incrocio dei pali.

La prima frazione di gioco si chiude, così, col risultato inchiodato sullo 0 a 0. 

Entrambe le squadre riprendono a giocare i secondi quarantacinque minuti di gioco con buona lena e caparbietà: nei primi undici minuti sia i granata che i biancoverdi tentano affondi reciproci, in ogni caso nessuno arriva mai a fondo. Al 16′ minuto la Borgata si scopre eccessivamente e Cimaglia lascia partire un tiro al fulmicotone che si stampa sulla traversa difesa da Capostagno. Al 21′ Mascioli illude tutti su punizione, una delle sue: il pallone finisce poco alto sopra la traversa. Da qui in poi si verificano costantemente i medesimi affondi da entrambe le parti: l’Almas tenta di sfondare le linee della Borgata e i granata tengono resistono sulla linea Gustav; allo stesso modo succede dalle parti della difesa locale. Il fattaccio arriva al 44′: rigore, netto, per l’Almas. Sambruni insacca e nonostante l’assalto all’arma bianca degli ultimi sei minuti di recupero, il risultato è 1-0 per i locali. 

Il tabellino della terza giornata di campionato | Prima categoria laziale | Girone G

ALMAS ROMA – BORGATA GORDIANI 1-0

MARCATORI: Rig 44’st Sambruni

ALMAS ROMA: Mastrangeli, Onofri (1’st Cesari), Puddu (33’pt Luongo), Bedotti (1’st Lorusso), Colonna, Sambruni (47’st Nardini), Iaccarini, Gavini, Corrado, Ciotti, Bizzoni. PANCHINA: Russo, Angiporti, Cimaglia, Passeri, Pedicino. ALLENATORE: [Nome non indicato sulla distinta].

BORGATA GORDIANI: 
Capostagno, Proietti (17’st Seydi), Colavecchia, Pompi (17’st Capuzzolo), Mascelloni, Chimeri (24’st Cassatella), Di Stefano, Mascioli F., Cicolò (31’st Chiarella), Mascioli M., Piccardi. PANCHINA: Pagano, Caporalini, Chieffo, Ciamarra, Cultrera. ALLENATORE:  Fabrizio Amico.

ARBITRO: Nicolò Mastrogiacomo (Frosinone).
NOTEAmmoniti: 13’pt Chimeri (BG), 11’st Sambruni (A), 13’st Mascioli M. (BG), 25’st Gavini (A), 29’st Mascioli F., 36’st Cesari (A). Angoli: Almas Roma 4 – 5 Borgata Gordiani. Recupero: 2’pt – 6’st.

Ch(i)effollia, Borgata! Ne basta uno per stendere l’Atletico Diritti

Nelle giornate classificabili come “ottobrate romane”, la Borgata riesce a vincere ancora nella seconda di campionato (ma prima in casa).
C’è da dire che sono arrivato con qualche minuto di ritardo e mi sono perso la punizione di Mascioli (Moreno) su cui voci incontrollate riferivano di un evidente errore arbitrale o di una svista. Ma se “occhio non vede, cuore non duole”, figuriamoci se l’occhio miope manco c’era: puro non-essere.

Cominciamo, dunque, col dire che i granata sembrano iniziare ad acclimatarsi al salto di categoria: il gioco c’è, non si perde mai la calma, se non per qualche momento in cui ci si distrae nelle retrovie. Oltre al gioco espresso, c’è anche e soprattutto da segnalare che al 38′ della prima frazione di gioco la Borgata avrebbe potuto tranquillamente essere in vantaggio: bordata di Cicolò dalla distanza, Ciliento (ex Ciampino City Futsal) non trattiene e manda in angolo. Sullo sviluppo di quel corner, battuto da Mascioli (Moreno), arriva l’altro Mascioli (Francesco) ad incornare il pallone e a trafiggere il portiere biancorosso. La palla è dentro, l’Atletico Diritti si dispera e nel momento di spannung l’arbitro alza il braccio: che fosse stato fallo o fuorigioco, non c’è dato saperlo. Gol annullato. Due minuti dopo è ancora Mascioli M. a provare la bordata dalla distanza ma il pallone s’impenna e finisce ben oltre la traversa.

Il secondo tempo è tutto della Borgata: la squadra di mister Amico ingrana la quarta e su ogni pallone si combatte e viene caparbiamente cercata l’azione che sblocchi la partita. Al 16′ è Cassatella che ha modo di controllare il pallone e coordinarsi per un tiro dalla distanza, Ciliento stavolta blocca sicuro. Un minuto più tardi Chieffo su rimessa laterale imbecca una rovesciata di Cicolò che avrebbe meritato miglior sorte, ma il tiro era troppo debole e  il portiere raccoglie agilmente. Al 25′ si teme il copione del primo gol subito contro il Casal Bernocchi: Konan Kwame percorre tre quarti del campo senza che la sua corsa venga interrotta, arriva alla fine del rettangolo di gioco, serve il centravanti Puddu. Il gol era già scritto se  non fosse stato per l’intervento di Pagano: se non ci arrivano le mani, ci pensa la coscia dell’estremo difensore granata. Il grido del gol è strozzato nelle gole dei biancorossi. Mister Amico, per un attimo diventa la rappresentazione vivente dell’Urlo del pittore Edward Munch:

Sventato il pericolo, finalmente arriva il gol del vantaggio, ma solo dopo sei minuti. Capostagno, entrato da neanche una manciata di minuti in sostituzione di Caporalini, riesce a tirare una bordata fortissima dalla distanza. Il pallone si stampa sulla traversa, rimbalza a terra: Ciliento è steso sul rettangolo di gioco e sul pallone ci arriva, corsaro, Chieffo che insacca dolcemente. Un fallo di mano in area di rigore per parte, in differenti momenti della ripresa, fa accalorare entrambe le panchine ma l’arbitro lascia sempre correre non ravvedendo gli estremi (spesso lampanti) per il tiro dagli undici metri.

Dieci minuti dopo Fraternali rischia l’autogol: retropassaggio di testa – troppo morbido – al portiere, Grimaldi non esce benissimo e Cicolò è ad un passo. L’estremo difensore riesce a salvare il salvabile e viene scongiurato il secondo centro.

Piccola nota finale: Ciliento, il portiere biancorosso, al 37′ si accascia e si contorce dal dolore dopo un’uscita in scivolata per difendere i pali a  seguito di un’azione d’attacco dei nostri. Sugli spalti si pensava che la staffilata di Cicolò, giunta nel basso ventre, provocasse giustamente dolore all’estremo difensore. C’era dell’altro:  Il pallone di Cicolò gli era arrivato – si pensava sugli spalti – nel basso ventre ma in realtà la situazione era ben più grave. Viene soccorso e si allontana dal campo zoppicando, non riuscendo ad appoggiare il pallone: il dolore era causato dal ginocchio. Gli facciamo auguri di pronta guarigione, anche se le facce dei sostenitori dell’Atletico Diritti, al termine della partita, dopo l’arrivo dell’ambulanza, non erano propriamente rosee.

 

Il tabellino della seconda giornata | Prima categoria laziale | Girone G


BORGATA GORDIANI – ATLETICO DIRITTI 1-0 

MARCATORI: 31’st Chieffo

BORGATA GORDIANI: Pagano, Proietti, Chieffo, Pompi, Mascioli F., Caporalini (28’st Capostagno), Di Stefano (24’st Seydou), Cassatella, Cicolò, Mascioli M. (39’st Cultrera), Piccardi (41’st Soru). PANCHINA: Casavecchia, Ienuso, Neri, Marku. ALLENATORE: Fabrizio Amico.

ATLETICO DIRITTI: Ciliento (37’st Grimaldi), Fraternali, Sawadogo, Savina (32’st Giarratana), Folcarelli (1’st Bentrovato), Gori, Konan Kwame (1’st Storgato), Nobili (22’st Falciatori), Puddu, Falciatori, Hossain. PANCHINA: Storgato, Deraco, Catalano, Puddu. ALLENATORE: Federico Stefanutti.

ARBITRO: Valerio Parenti (Aprilia)

NOTE: ESPULSO al 47’st Gianluca Falciatori (AD). A seguito dell’avvenimento, anche l’allenatore della squadra ospite viene allontanato dal rettangolo di gioco.
AMMONITI
: Nobili (AD), 6’st Proietti (BG), 12’st Bentrovato  (AD), 30’st Sawadogo (AD), 41’st Seydou (BG)
RECUPERO: 3’pt – 7’st 

Il video del gol del vantaggio