«Quant me piac stu guaglion»

Foto di Massimo Zanardi Landi su Unsplash

«Ornella e Mario – oggi sposi». Una volta consegnato l’invito, più simile a un biglietto da visita, agli invitati era concesso entrare nel grande salone del ricevimento. Era tutto bianco e addobbato ora con dozzinali festoni da cartoleria comprati all’Hao Mai di Nembro, ora con ornamenti matrimoniali come si usava fare ad inizio secolo. È il 2078 e la Val Brembana è molto cambiata rispetto ai primi dieci anni del nuovo millennio: Ornella Scognamiglio (nata a Piazza Brembana da papà di Nocera Inferiore e mamma di Corna Imagna) lo sa bene ma ha continuato a ignorare il tempo passato e ha pensato di sviluppare la sua festa come si faceva ai tempi di sua nonna, quando si faceva la festa del babyshower con le canzoni delle star neomelodiche ad accompagnare l’evento. Come si faceva allora, avrebbe voluto farlo anche lei per il suo giorno, così almeno le raccontava sua nonna. Lei, sì, emigrata malvolentieri dalla sua Roccapiemonte in quella terra impervia bergamasca per inseguire il sogno d’insegnare, riuscendo tuttavia ad essere assunta per il solo sostegno alla secondaria di primo grado.

Il grande salone era tutto bianco, sfavillante nel suo essere kitsch e pieno di fiori, talvolta anche finti posti al centro dei tavoli rotondi («rendono meglio di quelli veri», le aveva assicurato la wedding planner, anch’essa fatta venire dal sud). Alle pareti del salone, il secondo fotografo ufficiale della cerimonia stava affiggendo le gigantografie di foto appena scattate degli sposi, ripresi ora insieme, ora a mani giunte durante le celebrazione, ora dietro una grande montagna la cui parete era colma di verde. Il tableau de mariage era suddiviso su tavoli dal nome di illustri cantanti neomelodici del secolo passato: c’era il tavolo «Rossetto e caffè», «L’ultimo bacio», «Tu o ssai p’ me», «’I p te tu p me» e altri nomi del genere.

Gli invitati cominciavano ad assieparsi attorno al tavolo del buffet mentre ad un angolo della sala, c’era un vocalist, come si faceva allora, che stava iniziando ad elencare i posti toccati dagli sposi per le foto, ad annunciare che gli sposi sarebbero giunti a breve, a chiamare applausi senza un reale motivo e ad annunciare i nomi delle prossime canzoni. Nella sala risuonava Geolier, di cui si commemorava il decennale della prematura scomparsa proprio in quell’anno, mentre una claudicante figura stava cercando una sedia per distendere le proprie membra e concedere loro un po’ di riposo. La nonna di Ornella era imponente e grossa: pesava decisamente di più di quel che avrebbe dovuto e più di quanto il suo metro e sessanta le avrebbe consentito di sopportare. Vedova da un decennio, fumava MS bionde da quando aveva 14 anni e per questo aveva delle rughe profondissime su tutto il volto: sembrava dimostrare molto più degli anni che aveva. Indossava un vestito di tessuto sintetico eccessivamente largo, stampato con delle rose a cui erano stati posti, qua e là sui petali, dei finti diamanti, un crocefisso d’oro le pendeva dal collo e al polso aveva un braccialetto con l’immagine di Padre Pio. Sudava, la nonna. Il clima non era rigido ma lei sudava. Mentre si stava accendendo l’ennesima sigaretta, venne destata dal suo torpore fatto di ricordi e tabacco: stavano arrivando gli sposi.
Un applauso aveva rotto il suo rito dell’accensione della MS e con la destra stava allontanando il filtro dalle labbra per provare ad abbozzare un sorriso nei confronti di Ornella e Mario che arrivavano a salutarla.

«Che c’è nonna, non stai bene?»
«We, bell’enònn, no, che dici, tutt’apposto»
«Ma sembri stanca, triste, cosa succede?»
A quel punto la nonna sospirò. Si portò la sigaretta alle labbra, diede un’ampia boccata tramite il filtro e mosse la testa facendo tintinnare i pesanti orecchini adorni di zirconi: «Ornè… mettim chella canzona che sai tu».

Il vocalist eseguì e tutta la sala istantaneamente iniziò a battere le mani all’unisono: «…Il più grande giorno / Ti regalerò / Saremo io e te / Per sempre / Legati per la vita….»

«Quant me piac stu guaglion, quant’è bell Sal Da Vinci…», sussurrò la nonna.

E fece un altro tiro.

Achille Lauro e noi

Tutti conoscono la celebre canzone Come potete giudicar dei Nomadi, resa ancor più famosa dal particolare timbro vocale di Augusto Daolio:
«ma se vi fermaste a guardar con noi a parlar v’accorgereste certo che non abbiamo fatto male mai».
Poche parole ma dense di significato in una canzone che si traduceva davvero in ribellione contro lo status quo:
«quando per strada noi passiam/voi vi voltate per guardar/vivete pure se vi va/ma non dovreste giudicar/ci vuole poco ad immaginar/quello che state per pensar». 
Per chi fosse amante delle cose vintage, a questo link c’è l’esibizione dei Nomadi al 5° Cantagiro di Fiuggi: https://www.youtube.com/watch?v=rHVv81jIxRA
Lo scollamento fra la generazione precedente a quella che stava suonando e cantando questa canzone era pressocché evidente. Potremmo anche mettere da parte la sociologia e le analisi sull’Italia degli anni ’60 – la canzone è stata pubblicata nel 1966 – dal momento che è già evidente il messaggio che traspare dai versi: i capelloni passano per la strada, pantaloni a zampa d’elefante, magliette magari sdrucite, visioni politiche e sociali del tutto opposte alla morale dei loro padri, la gente più anziana li vede per strada e giudicano i loro costumi facendo illazioni su moralità, sessualità e quant’altro.
Non essendo un testimone diretto di quegli anni (infausta classe ’92) mi limito ad interpretare l’insofferenza che traspare manifestamente dalla canzone. Insofferenza ma, insieme, presa di coscienza di una nuova morale che stava sviluppandosi in quegli anni, giusta o sbagliata che fosse, nelle cosiddette giovani generazioni

Guardare l’Italia degli anni ’60 con agli occhiali le lenti del 2019 è un rischio che è bene non correre, tuttavia molte persone – giornalisti, intellettuali ma anche persone comuni che parlottano di fronte ad un bancone del bar – all’indomani della conclusione della 69esima edizione di Sanremo, hanno avuto modo di commentare i personaggi decisamente fuori dal coro apparsi sul palco paragonandoli a movimenti musicali di rottura del passato (punk su tutti).
Uno fra tutti: Achille Lauro.
Tralascio volutamente disquisizioni su Mahmood perché la reazione nella dilaniata opinione pubblica italiana (qualora ne esistesse ancora una) è stata duplice ma entrambe mi hanno provocato una violenta orticaria musicale, intellettuale, sociale, politica: i primi, afferenti alla sfera della sinistra radical-chic, parteggiano aprioristicamente per l’italo-egiziano affermando, in modo molto semplicistico e bambinesco è bravo, bene che abbia vinto anche se è chiaramente una bugia. I secondi, facendo parte della destra liberal-ma-anche-un-po’-salviniana-ognitantotendoilbraccio, inveiscono aprioristicamente perché è egiziano e, anzi, parteggiano per Ultimo per ripicca nazional-nazionalista. Anche questa, beninteso, reazione puramente fanciullesca.
Ma torniamo a noi: Achille Lauro. Rolls Royce
Giornalisti, intellettuali, scrittori, dunque una parte consistente dell’intelighenzia italiana, ha iniziato a fare paragoni tra Achille Lauro, trappisti (non i frati per nostra sfortuna) e sciagure musicali affini con il movimento musicale mondiale a cavallo tra gli anni ’60-’70.
Questa somiglianza si sostanzierebbe non tanto nella musica quanto con la volontà di ribellione al costume tradizionale della canzone italiana, semmai ancora ne esistesse una dato che il cantautorato come lo ha conosciuto il Belpaese è scomparso da tempo. 

La realtà è che la cultura capitalistica (o, se volete, il feticismo delle merci) diffusa massmediaticamente, di cui la canzone di Lauro de Marinis ne è stracolma, è un sintomo di quello che è questa fintissima ribellione moderna allo status quo

«Vestito bene Via del Corso […] No non c’è niente da capire/Ferrari bianco si Miami Vice»

passando oltre, ovviamente, al discutibile gusto di un Ferrari bianco.
La moderna “ribellione” si gioca tutta sui tratti propri di un’esclusione aprioristica del soggetto che vorrebbe lo stravolgimento: De Marinis, è vestito bene, in contrasto con il corpo tatuato; canta probabilmente senza sapere quali note stia producendo, eppure è sul palco di Sanremo.
Tutto questo per dire che, spesso, ci si trova di fronte a delle ribellioni ben controllate, che nulla hanno a che vedere con uno stravolgimento dello status quo: quella di Lauro sembra essere inserita in questo solco. Così come tutto il “movimento” della trap in Italia: l’estremizzazione del rap ostentando tutto quello che si fa in chiave criminal friendly.
Una trappola. Bella e buona.
In conclusione: si definisce la trap una «subcultura giovanile» che si «oppone alla tendenza culturale dominante»: una subcultura che, di fatto, ammette quella dominante del capitale e della monetizzazione di qualsiasi tipo di valore, sia esso umano, ambientale, musicale, materiale. E questo vale per ogni altra autodefinita subcultura: i centri sociali, ad esempio, definitisi subcultura, abbiamo visto la fine molto ben integrata al sistema che hanno fatto. Ben lungi dal disordine nel sistema che avrebbero voluto provocare, oggi esponenti di spicco di alcuni centri sociali si ritrovano ben acclimatati nelle direzioni di partiti tutt’altro che di sinistra (rivoluzionari, qualsiasi cosa voglia dire per costoro, manco a parlarne).
La trap sta tutta dentro questa dialettica dei nostri tempi che non distrugge e non trasforma nulla (scusaci Lavoisier) ma che peggiora una tendenza culturale che risente di un clima sociale ben poco edificante, estremizzando concetti e comportamenti che rimangono ben dentro il solco del consumo.