Quale futuro per la RD Congo?

Foto di Johnnathan Tshibangu su Unsplash

Banditismo, violenza, degrado. Sono queste le parole utilizzate da suor Claudia Nicoli per descrivere il contesto della periferia di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo. Suora delle Poverelle, bergamasca di Gaverina, Nicoli è direttrice generale dell’ospedale di Kingasani, situato nella municipalità di Kimbanseke, vasta zona alla periferia sud-est di Kinshasa. «La situazione del paese va via via peggiorando – sostiene Nicoli – l’insicurezza è generale, molte persone non hanno lavoro» per di più si vive «in ambienti malsani». Il quartiere in cui insiste l’ospedale versa in uno stato di degrado e povertà difficilmente descrivibili, tra fogne a cielo aperto e abitazioni di latta (pochissime quelle in muratura). Abitato da circa centomila persone (ma si va a spanne nel conteggio data l’irregolarità delle registrazioni alla nascita e l’incapacità di un censimento reale) nonostante Kingasani sia meta di transito obbligatorio per chi atterra all’aeroporto dell’ex Leopoldville, è ignorato allo sguardo di chi mette piede nell’Rd Congo per la prima volta. Meglio far finta di non vedere quelle case che sorgono una accanto all’altra.

Nascere alla periferia del mondo
Nonostante le difficoltà e la situazione sanitaria sull’orlo del collasso, a Kingasani si nasce in sicurezza e con decoro. Le suore bergamasche delle Poverelle gestiscono «un ospedale che dà dignità ai poveri e a coloro che non hanno sufficienti mezzi per farsi curare», ha dichiarato la direttrice. Una struttura che Nicoli tiene anche a specificare come sia «grande e bella» non per piaggeria nei confronti di se stessa, evidentemente, ma per far leva sulla stridente differenza tra l’edificio e il contesto generale per cui «l’accesso alle cure rappresenta un lusso per molti». Il lavoro sanitario è, dunque, il settore in cui le suore sono maggiormente sollecitate, nello specifico per quel che riguarda la maternità, il cui reparto ha visto migliorie e ammodernamenti recenti, nonché la «presenza di personale formato».

Una Grande Mela africana
Solo a Kinshasa vivono diciotto milioni di persone. Il flusso migratorio che interessa la capitale congolese è principalmente interno e dovuto alla credenza popolare che racconterebbe di maggiori possibilità di lavoro in città piuttosto che altrove. Vent’anni fa la popolazione urbana della Rd Congo, paese che supera l’Italia di 9 volte per estensione territoriale, rappresentava il solo 33% della totalità degli abitanti, sebbene già allora le città persistevano in una difficile condizione legata al sovraffollamento. Ad oggi i numeri sono ancor più alti. La vox populi riguardo il sovraffollamento della metropoli congolese racconta l’impossibilità di calcolare quanti metri quadri di spazio abbiano a disposizione per sé gli abitanti di Kinshasa. Un’espansione che ha avuto spesso il caos come unità di misura per lo sviluppo urbanistico. Ma se nel periodo della dominazione belga la capitale era soprannominata Belleville (Città bella), ora la disoccupazione, l’economia informale, il degrado e il rischio epidemie sono le caratteristiche principali che fotografano una situazione tutt’altro che positiva.

Guerra e terrore
La Rd Congo non sempre riesce a fare notizia in Italia, a meno che non si tratti di qualche avvenimento legato al terrorismo di matrice religiosa. Nell’est del paese è attivo il gruppo terroristico M-23 ma bisogna fare attenzione ai termini: la religione, il fondamentalismo islamico, c’entrano poco o nulla. Una fonte, che ha preferito rimanere anonima, ci ha raccontato la propria contrarietà nella narrazione occidentale che vorrebbe l’M-23 come un gruppo terrorista anticristiano: «Si tratta di controllo del territorio e sfruttamento minerario di una zona molto ricca del paese», ha raccontato, per cui «l’appartenenza religiosa non c’entra nulla». «La popolazione, rispetto alla situazione dell’M-23, vive nella rassegnazione: i grandi di questo mondo sono i predatori e qui vige la legge del più forte», ha chiosato Nicoli. Sfruttamento territoriale e umano sembrerebbero essere, ancora una volta, il quadro entro cui muoversi per un’analisi dei fenomeni di questa parte di Africa.

Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo del 2.3.26

Il Capitale agisce: isteria e lucida razionalità

Lo spread visto da Diego Bianchi – Zoro (fonte: «Il Post»).
Lo spread è altissimo, lo spread si abbassa, lo spread aumenta e si stabilizza: 187 punti base. «Dobbiamo aver paura?», chiedeva qualche giorno fa Giovanna Reanda di Radio Radicale ad un giornalista di «Avvenire» in collegamento dal Quirinale, subito dopo la conferenza stampa di Luigi di Maio. Il giornalista di «Avvenire», Picariello, rispondeva così: «Il problema è tutto proiettato su conti ed economia ed è notevole: quello che arriva dai mercati attraverso lo spread è un segnale inequivocabile». Un segnale inequivocabile che ieri mattina veniva ricordato anche dal «Quotidiano Nazionale» (ovvero la testata che comprende «Nazione», «Resto del Carlino», «Il Giorno») che pubblicava un’infografica molto utile per la comprensione del fenomeno “spread”, di cui improvvisamente si è di nuovo tornati a parlare. Nel 2008, si legge nell’infografica, lo spread era di 37 punti (Governo Prodi), in tre anni arriva al massimo storico (574 punti) sotto il Governo Berlusconi, scese col Governo Monti (287 punti), scese ancora con Letta toccando il minimo con Gentiloni (a Giugno 60 punti), nonostante si vede che sotto Renzi fosse arrivato a quasi 80 punti. Siamo di nuovo di fronte alle agenzie di rating che elaborano il fattore  di “rischio paese” e iniziano la speculazione finanziaria conseguente: non sono un economista, ma la storia è sempre la stessa.

La stessa da quando JPMorgan (nel 2013, in questo documento) disse che le Costituzioni dei paesi “euromediterranei” mostravano «una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo» perché quei sistemi politici «sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature e sono rimasti segnati da quell’esperienza».

Il capitale agisce nervosamente armandosi di lucida razionalità consegnando agli strumenti di propaganda massmediatica nazionale e internazionale l’ideologia dominante della governabilità, facendo in modo che gli emissari della “nuova politica” si preoccupino di farsi portavoce del “superamento delle ideologie”, che si traduce nell’approvazione del pensiero unico 10 volte su 10.

Il capitale agisce e attraverso la propaganda inculca quel concetto prima esposto (la governabilità) nei confronti degli elettori, dei (s)cittadini, degli italiani tutti. Se il capitale re-agisce, la politica si adegua: Salvini e Di Maio partono incendiari e fieri ma arrivano pompieri proponendo un nome come quello di Conte che si tradurrebbe in un Monti bis, senza troppi giri di parole. Un po’ come la Le Pen che è partita con l’uscita dall’Euro ed è arrivata a dire come «l’uscita dall’Euro non è più una priorità».
La popolazione, tuttavia, è allo stremo (soprattutto da un punto di vista psicologico) e tremendamente confusa, dunque non comprende realmente quel che accade nell’oggi e nell’attuale: qualora il cosiddetto “governo gialloverde” dovesse insediarsi avrà modo di rabbonire una fetta consistente di popolazione attraverso proclami, spot, briciole da dare a chi sta peggio per compensare l’introduzione dell’ingiusta flat tax. Non mi stupirebbe sentire già qualcuno per strada affermando cose tipo: «Hai visto? Il governo di Salvini e Di Maio m’ha dato il sussidio x/y per la tale cosa», senza contare che non c’è nessun governo e che magari quella domanda l’aveva inoltrata un anno e mezzo fa. Cose di questo genere. [Il post è volutamente tronco e finisce così senza “lieto fine”, anche perché non credo ce ne sia uno].