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Categoria: Deposito bagagli
Memoria digitale. O meglio: quelli bravi lo potrebbero chiamare “portfolio”. In questa sezione sono contenuti gli articoli che ho scritto quando ho iniziato a collaborare con «Terra» (2009-2010), «Il manifesto» (2011-2013) e via dicendo.
Caso Almasri, parla Lam Magok che ha denunciato il Governo per favoreggiamento
PD-M5S? Questione di sangue, ma occhio alle trasfusioni
Le parole di Gaetano Pedullà, europarlamentare
del Movimento 5 Stelle, sono diventate un caso politico per la stabilità dell’alleanza delle opposizioni. Pina Picierno, vicepresidente dell’Europarlamento, nella giornata di mercoledì 19 febbraio [2025] ha rilasciato un intervista a Repubblica, le cui dichiarazione in essa contenute sono poi state contestate in diretta tv (su La7) dall’ex fondatore e direttore del quotidiano La notizia. Picierno sosteneva la palingenesi «dell’asse giallo-verde», riferendosi alla nota alleanza che ha governato il Paese, salvo poi sconfessarla. A causa della sovrabbondanza
di informazioni che ingolfano i nostri smartphones, il video di Pedullà è noto ai più, meno le reazioni successive. O meglio, meno la situazione che sta alla base dello scontro.
Fratelli coltelli
Partito democratico e Movimento 5 stelle non sono mai andati d’accordo ma si sono riscoperti fratelli all’opposizione del governo Meloni. Ma se da una parte il Pd non ha fatto nulla affinché l’egemonia della destra scemasse, così da erodere consenso sociale (ed elettorale) al blocco alternativo
del quadripartito Fd’I-Fi-Lega-Noi moderati, il Movimento 5 stelle ha fatto di tutto per confondere le acque sulla propria natura portando (direttamente e indirettamente) l’acqua al mulino delle attuali forze di governo. Entrambi gli atteggiamenti hanno portato ad una mutazione così repentina dell’elettorato grillino il cui partito ora (lontanissimi i tempi dei Vday) si aggira cercando di raggiungere la doppia cifra in qualsiasi tornata elettorale, nonché delle proiezioni che vengono commissionate da tv e quotidiani. E se Pd e M5S sono fratelli, va ribadito che non c’è rapporto più conflittuale al mondo se non quello tra persone del medesimo sangue, pronti a rinfacciarsi di tutto e per tutto.
Sinistra?
Sangue, certo, ma con una sfumatura diversa: sebbene di un tipo simile, l’uno è positivo e l’altro negativo, con tutte le restrizioni del caso su trasfusioni e donazioni.
Alle prime elezioni europee a cui prese parte il Movimento, un sondaggio sul blog di Beppe Grillo chiedeva agli iscritti (era il giugno del 2014) di esprimersi sulla collocazione a Bruxelles/Strasburgo: erano riportati tutti i gruppi politici (Liberali dell’Alde, Conservatori dell’ECR, destra radicale di Efd) meno che quello del Gue, ovvero quello che raccoglie varie sigle di sinistra antiliberista (in alcuni casi anche radicalmente anticapitalista) d’Europa. La situazione si è totalmente capovolta nel giro
di due lustri. Non solo il M5S non è più collocabile nella destra all’interno dell’Europarlamento ma dalla precedente tornata elettorale siede nel gruppo della sinistra radicale, non senza perplessità da parte
degli altri partiti e movimenti europei che popolano quell’area.
Eppure Gaetano Pedullà, già direttore de La notizia, che in gioventù orbitava tra Cisl e Democrazia cristiana, coautore di un volume scritto insieme a Renato Altissimo (già segretario del Partito liberale italiano) con prefazione di Giuliano Ferrara, ora è rappresentante dell’unica forza politica italiana collocabile a sinistra a Bruxelles/Strasburgo. Chissà se i dirigenti del Movimento 5 Stelle si sono accorti della loro collocazione politica: l’abuso del cinismo nella tattica politica porta, inevitabilmente, ad una rovinosa mancanza d’identità. Nonostante quel che dica Giuseppe Conte, la crisi è già ben dentro il corpo elettorale e militante (c’è mai stato, strictu sensu?) del partito.
Temperatura impazzita
La tragedia, che in seguito si presenta sempre come farsa secondo l’adagio marxiano, è che quel gruppo parlamentare ha tra i fondatori anche il Partito della sinistra europea, la cui figura di riferimento in Italia è il Partito della rifondazione comunista. L’organizzazione ha da poco terminato i lavori del congresso nazionale e ha consegnato la fotografia di una realtà spaccata letteralmente a metà tra Paolo Ferrero e Maurizio Acerbo (attuale segretario). C’è chi, tra le due parti in lotta, vorrebbe arrivare a dialogare con il Movimento 5 Stelle (i vicini a Ferrero) perché ora siede nel gruppo della left: constringerli a fargli fare la sinistra, insomma, parafrasando l’incoraggiamento morettiano a D’Alema («dì qualcosa
di sinistra!»).
Ma la sinistra che procede per costrizione finisce, seppur lentamente, col trasformarsi in destra: citofonare Marco Rizzo.
Articolo pubblicato su Atlante Editoriale il 21.02.2025
Meloni a scuola da Berlusconi: «magistratura politicizzata»
«Contro il governo agiscono magistrati politicizzati che cercano di
colpire chi non è schierato con loro». No, non si tratta di Silvio
Berlusconi dall’oltretomba: a parlare è la Presidente del consiglio dei
ministri Giorgia Meloni, intervenuta da remoto nell’ambito dei dibattiti
organizzati nella rassegna di Nicola Porro denominata La ripartenza.
Quindici minuti di collegamento meloniano a-tutto-campo, quindici
minuti di Meloni che arringa platea e ospiti non certamente ostili alla
sua linea di governo, nonché alla sua organizzazione politica. La
propaganda non deve mai interrompersi: quando succede, le maggioranze
traballano. È quello che stava per succedere anche al governo di
centrodestra.
Avvisi di garanzia a parte
La vicenda del rimpatrio di Najeem Osama Almasri, il generale libico, ha
provato ad essere un cortocircuito per Meloni e ministri (Nordio e
Mantovano nello specifico). La storia è ormai arci nota e raccontata da
più parti, tante quante le voci del centrodestra (nonché di articoli
della stampa amica) che si sono levate in difesa dell’esecutivo. Proprio
questa vicenda ha fatto sì che Meloni potesse sfruttare a suo vantaggio
la situazione potenzialmente negativa dopo la ricezione dell’«atto
voluto», come lei stessa lo ha definito, dell’avviso di garanzia
«inviato dal Procuratore della Repubblica Francesco Lo Voi» a seguito di
un «esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti». Li Gotti, definito da Meloni
«ex politico di sinistra e molto vicino a Romano Prodi» in realtà è
stato deputato sia del Movimento Sociale che di Alleanza Nazionale e
solo successivamente, nel corso dell’exploit elettorale dell’Italia dei
Valori, annoverato nelle fila del dipietrismo. Secondo Mario Sechi: «il
premier e i ministri indagati in questa vicenda non sono un fatto
giudiziario ma una mostruosità politica» a cui gli fa eco Fabrizio
Cicchitto (oggi presidente dell’associazione Riformismo e libertà): «è
peggio che ai tempi di Berlusconi: non appena si approva la separazione
delle carriere, ecco che le toghe partono all’attacco».
Referendum bocciato
Non importa davvero al “legislatore meloniano” che tutti i referendum a riguardo siano stati bocciati dagli elettori nel corso dell’ultimo decennio,
non da ultimo il tentativo congiunto dei cinque quesiti proposti dal
comitato promotore organizzato da Partito radicale transnazionale
transpartito (ma non Radicali italiani) di Maurizio Turco e Lega di
Matteo Salvini. Il clima tra Governo e Associazione nazionale
magistrati, ad ogni modo, è sempre più glaciale.
Apri tutte le porte
Giudizi personali e mostruosità a parte, nel comizio (nei fatti lo era) a La ripartenza,
la Presidente ha aperto tutte le porte possibili, metaforicamente
parlando, al fine di evitare che lei, Nordio e Mantovano potessero
passare dalla parte del torto agli occhi del corpo elettorale. Soggetto
che deve essere sempre sottoposto a sollecitazioni, pena il segno meno
nei sondaggi e la perdita di credibilità: ossessioni della politica al
tempo di Instagram e Tiktok, così come quella della trasformazione
dell’opinione pubblica in curva da stadio. «Finché la maggioranza è con
me, non intendo mollare», ha dichiarato Meloni. La scuola berlusconiana
(e di recente trumpiana) ha portato i suoi frutti: la presidente
interpreta il medesimo ruolo dell’ex Cavaliere negli affondi contro la
magistratura politicizzata per far sì che la maggioranza non
scricchioli. O almeno non più di tanto.
La vittoria di Pirro dell’opposizione
E se l’opposizione continua a chiedere al governo di riferire in
Parlamento sul caso Almasri, nelle Camere sempre più svuotate di senso
politico e istituzionale a causa del continuo ricorso ai decreti legge e
ai cosiddetti decreti minotauro, il Partito democratico sembra
gioire per un fatto. Una vittoria di Pirro, con tutta evidenza. Meloni,
nel corso delle celebrazioni in commemorazione del Giorno della Memoria,
ha dichiarato che lo sterminio di ebrei durante la seconda guerra
mondiale fosse condotto con inaudita ferocia «dal regime hitleriano» che
«in Italia trovò anche la complicità di quello fascista, attraverso
l’infamia delle leggi razziali e il coinvolgimento nei rastrellamenti e
nelle deportazioni». I democratici, che tanto speravano nella
dichiarazione di antifascismo da parte di Giorgia Meloni, potranno
felicitarsi del risultato raggiunto. La via da per immaginare (e
costruire) un’alternativa di sistema è troppo difficile da
intraprendere: tanto vale accontentarsi delle ghiande e lasciar perdere
le ali.
Articolo pubblicato su Atlante editoriale il 1 febbraio 2025 https://www.atlanteditoriale.com/meloni-a-scuola-da-berlusconi-magistratura-politicizzata/
Una scuola su misura del mercato del lavoro e dei privati – [Atlante Editoriale]
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Termine degli studi dopo quattro anni per tutti gli indirizzi e cambio di nomenclatura anche per gli istituti tecnici. Queste parrebbero essere alcune tra le modifiche del Gruppo di lavoro diretto dal prof. Giuseppe Bertagna: il documento, diffuso dalla Flc Cgil, è «risalente ai primi mesi del 2023» ed è stato «redatto da quattordici esperti» coordinati dal docente sopra citato.
La relazione finale del Gruppo di lavoro è stata diffusa dal sindacato ma si tratta di un file pdf composto da fogli scansionati senza indicazione di data, firme e attestazioni che possano facilitare la determinazione di documento autentico: «appare strano – dicono dal sindacato – che di questo gruppo di lavoro non si sia avuta alcuna notizia, né pubblicazione di decreto istitutivo, come diversamente era accaduto nel 2001». Ma il governo Meloni non è nuovo a sorprese o a rotture di schemi istituzionali: d’altronde giungere ad un presidenzialismo de facto parrebbe essere la mossa della coalizione di centrodestra per poterlo introdurre anche de iure, andando oltre i progetti dei governi del trentennio trascorso.
Una formula davvero molto generica che lascia spazio a molteplici interpretazioni sulla strutturazione dei percorsi scolastici della secondaria di secondo grado. Tanto nel documento del gruppo di lavoro coordinato dal prof. Bertagna quanto nella proposta di legge da parte di componenti del gruppo della Lega, il nord della bussola di questi interventi parrebbe essere un adeguamento del sistema scolastico al mercato del lavoro. La scuola andrebbe ad assumere un ruolo sempre più ancillare, come abbiamo già avuto modo di testimoniare. “Ce lo chiede l’Europa”: è il solito mantra che torna. C’è troppo divario tra l’Italia e gli altri paesi europei, stando al testo della proposta di legge Miele: «[la pdl] punta a ridurre il netto divario fra il nostro Paese e il resto d’Europa che permette di far uscire i ragazzi dalle aule a diciotto anni, come avviene da tempo, praticamente in metà dei Paesi dell’Unione europea (tredici su ventisette), tra cui la Spagna, la Francia, il Portogallo, l’Ungheria e la Romania, nonché nel Regno Unito».
Su questo la proposta di legge tace.
Eppure sarà inevitabile un taglio lineare a tutto il personale scolastico: i due concorsi fatti partire con i finanziamenti del Pnrr sembrano andare nella direzione opposta (dunque assunzioni) ma i numeri parlano di immissioni in ruolo consistenti come gocce in un oceano di aridità e di precarietà. Precarietà in cui, invece, continuano a navigare migliaia di precari in tutta Italia tra cui ci sono anche gli idonei del concorso Pnrr1 che hanno superato le prove scritte e orali ma sono stati respinti all’uscio.
Studenti-atleti: tra “dual career” e frustrazione
Chi sono? Ragazzi di scuole superiori: quasi 50mila
in tutta Italia. Per le società sportive sono numeri ma spesso cadono
in forme depressive con ricadute sul rendimento scolastico.
«Il problema non è lo studio in sé ma il peso che ne deriva a
causa dello sport: oltre ai quattro impegni settimanali e la partita, la
società di cui faccio parte mi ha chiesto anche un piccolo extra per
poter allenare dei bambini, affiancando l’allenatore della squadra».
A parlare è Alfonso (nome di fantasia) studente di una scuola
secondaria di secondo grado della provincia di Varese, nonché calciatore
a livello dilettantistico regionale. Quattro impegni sportivi
pomeridiani più la partita nel fine settimana si traducono
nell’attivazione del Pfp, sigla che sta per Percorso formativo personalizzato. Nel suo caso l’extra richiesto dalla società consiste nell’«affiancare
l’allenatore dei più piccoli» così da diventare figura di riferimento
per loro «anche se spesso le partite dei bambini le seguo io dall’inizio
alla fine».
Tripla sollecitazione e triplo impegno.
Didattica personalizzata
Il
Pfp va a definire lo status della peculiare condizione di
studente-atleta nell’ambito dell’agonismo e in quello della
sperimentazione di «studente-atleta di alto livello». Stando al decreto ministeriale 43 del 3 marzo 2023 che disciplina ulteriormente la questione per questi ultimi, il Pfp è: «uno strumento» che favorirebbe «l’adozione di metodologie didattiche personalizzate finalizzate al successo formativo dello studente» per cui è concesso che egli possa fruire in modo alternativo delle lezioni «fino al 25% del monte ore» attraverso «videoconferenze», «piattaforme di e-learning predisposta a livello nazionale» o «altri strumenti individuati dagli Istituti scolastici». Non solo, nel decreto viene stabilita anche la possibilità di prevedere verifiche personalizzate.
Secondo i dati
del Ministero dell’Istruzione e del merito nel corso dell’anno
scolastico 23-24 sono state approvate 48.520 domande riguardanti
studenti-atleti di alto livello su una popolazione scolastica nazionale
di 2.727.637 studenti iscritti agli istituti secondari di secondo grado (dati Istat relativi all’a.s. 22-23). La maggior parte di essi fa riferimento a federazioni sportive calcistiche (Figc o Lnd).
Chiara Sicoli, dirigente scolastica dell’I.I.S. Pacinotti – Archimede di Roma, racconta in proposito all’Atlante che queste organizzazioni «trattano meno bene i ragazzi» rispetto «ad altre organizzazioni afferenti ad altri sport». Stando al racconto della dott.ssa Chiara Sicoli, i calciatori portano con sé «problemi di disciplina» dal momento che «i
ragazzi che praticano calcio tendono a ‘fare spogliatoio’ anche in
classe: le stesse società sportive si interessano pochissimo del
rendimento scolastico dei loro iscritti tendendo piuttosto a trasmettere
loro valori non propri dello sport» cioè «quelli tipici della finzione ai fini dell’ottenimento del rigore a proprio favore», roba da VAR o da moviolone di biscardiana memoria.
«Quando
ho preso parte al campionato in serie A2 di futsal ero in quinto
superiore e non avevo un Pfp: erano già scaduti i termini in cui si
poteva inoltrare la richiesta per la certificazione. La scuola non
considerava, evidentemente, il fattore escludente delle finestre di
mercato e il fatto che un atleta possa cambiare squadra da un momento
all’altro», a parlare ad Atlante è Arianna (nome di fantasia) ex studentessa di Liceo scientifico sportivo della provincia di Roma. Arianna si è ritrovata «ad essere catapultata in una realtà completamente diversa e con differente routine», rispetto a quella imposta da un campionato minore, «ma questo alla scuola non è interessato», anche se lei era parte integrante dell’indirizzo sportivo del liceo scientifico.
Studente-atleta o atleta-studente?
Essere parte dello sportivo non rappresenta, tuttavia, un automatismo che preveda l’istituzione de iure dello status di studente-atleta: «qualsiasi istituto può attivare i Pfp», ha dichiarato ad Atlante Paolo Notarnicola, presidente della Rete degli studenti medi (sindacato studentesco). «Lo sportivo non è necessariamente popolato da studenti che praticano sport ad alti livelli» ed entrare a farvi parte pare non sia cosa facile: «l’indirizzo
non nasce per offrire un’offerta formativa peculiare ma è sorto ‘al
contrario’: la scuola prende atto che ha degli studenti impegnati in
attività sportive, dunque trova il modo di armonizzare quelle attività
con la formazione scolastica. Di fatto è come se vigesse lo status di atleta-studente e non di studente-atleta: l’offerta formativa si è adattata alle esigenze delle società sportive e non è accaduto il contrario». Sarebbe stata migliore, secondo Notarnicola, la condizione che avesse previsto: «una
scuola pubblica che apre la possibilità a tutti gli studenti (anche a
coloro che non hanno potuto avere accesso all’attività agonistica a
causa di impedimenti economici) di poter trovare il proprio aggancio con società sportive». La graduatoria prodotta dalle scuole che attivano l’indirizzo sportivo assomiglia più «ad un numero chiuso»
che ad una vera e propria graduatoria di merito. Il parere del
sindacato studentesco è confermato da Camillo (nome di fantasia),
insegnante della scuola secondaria di secondo grado della provincia di
Ancona: «l’impegno sportivo è del tutto predominante e la scuola viene percepita come ancillare
rispetto alle esigenze delle società sportive: si tratta di una scuola
disegnata attorno ai bisogni e alle necessità dell’atleta che,
incidentalmente, è anche studente». «Di fatto» spiega Camillo «si tratta di un indirizzo a numero chiuso» anche se non lo è formalmente. «Nonostante
non si preveda una prova d’ammissione (come avviene per il Liceo
musicale o coreutico), si opta per una scrematura che tenga conto dei
voti della scuola secondaria di primo grado e che riguardi anche
l’impegno sportivo pregresso dei ragazzi», racconta ancora il docente. Se non sei già tesserato di una società sportiva «il
punteggio, ai fini della graduatoria, risulta essere basso: diventa una
questione di classe sociale e di chi può permettersi che il figlio
pratichi sport agonisticamente», sostiene Camillo.
Dual career e frustrazioni
Che
sia semplicemente la sana attività sportiva ad essere praticata a
livello agonistico o che, invece, rappresenti il salto d’essere
studente-atleta d’alto livello, la problematica è multiforme e
variamente sfaccettata: la dual career [doppia
carriera] può essere interrotta bruscamente per un brutto infortunio o a
causa del fatto che si realizzi di non riuscire a sfondare davvero.
Ancora Camillo: «il passaggio alla maggiore età dei ragazzi è
cruciale: tra la fine del quarto e l’inizio del quinto si determinano
una serie di delusioni amarissime – soprattutto per quel che riguarda i
calciatori – se dovessero rendersi conto che quella non è più una strada
percorribile, o comunque non sicura come avevano sperato che fosse fino
a quel momento. Capiscono, insomma, di essere soltanto numeri in un
mare di migliaia di ragazzi come loro: la prospettiva del professionismo
è lontana. In tredici anni di servizio ho visto solo due miei ex
studenti entrare a far parte dello sport-che-conta». Numeri che sembrano essere implacabili e che determinano anche «forme depressive generali con inevitabili ricadute sull’andamento scolastico». Arianna, d’altra parte, racconta: «nella mia classe solamente due su trenta sono riusciti ad arrivare al professionismo». Gli altri?
«Ci hanno puntato e sperato ma poi, come nel 99% dei casi, non ce
l’hanno fatta. Il problema è chi decide di puntare tutto sullo sport e
poi non riesce: spesso non ha un ‘piano B’. Ti ritrovi catapultato ai 20
anni realizzando che con lo sport non ci stai facendo più di tanto, non
ti ha dato un futuro e hai pure snobbato la scuola». La Preside Sicoli conferma: «è
un fenomeno che dovrebbe essere attenzionato maggiormente: se un
ragazzo non riesce a sfondare, entra in uno stato di frustrazione che si
ripercuote sulla scuola». Tuttavia, secondo Sicoli, questo non si verifica in tutti gli sport: «nel
calcio si contano più casi: se si infortuna un [giovane] calciatore,
nonostante sia promettente, viene generalmente abbandonato dalla società
sportiva». Il ragazzo non è lo sportivo o il promettente calciatore ma «il suo cartellino», afferma amaramente la Preside.
Notarnicola fa eco: «l’idea
che si possa acquisire il cartellino di prestazioni del ragazzo (di
fatto è come comprare un atleta, una persona) rappresenta
l’impossibilità di scelta da parte sua, quasi una negazione del diritto
allo studio. La società compie un ragionamento di mercato sul ragazzo,
come accade nel calcio moderno anche se in nuce, facendo prevalere il contratto sulla sua formazione».
Si potrebbe pensare ad un alto tasso di abbandono scolastico da parte di costoro e invece Sicoli smentisce:
«si tratta di una bassissima percentuale: durante il mio lustro di
dirigenza ho contato un pugno di casi che hanno optato per l’istruzione
parentale, dunque una scelta specifica per intraprendere una carriera
che rappresentava un impegno [sovra ordinario] in quella fase».
La
sperimentazione che riguarda lo status di studente-atleta di alto
livello dura, tuttavia, da dieci anni e Sicoli ritiene che sarebbe da
porre a regime con almeno tre fattori da cambiare radicalmente. Prima di
tutto, «va fatta formazione ai docenti dal momento che non sono pienamente preparati ad affrontare la dual career». Secondo, elargire più fondi alle scuole e ai docenti: «per
la sperimentazione è richiesta la figura di un tutor che tenga contatti
tra docenti e la società sportiva; va redatto il Pfp e bisogna
controllare che i documenti provenienti dalle società siano idonei e poi
vanno caricati sulla piattaforma [preposta]». Generalmente nelle scuole si contano «7 od 8 studenti-atleti di alto livello: il Pacinotti-Archimede ne ha 125. L’ordine di grandezza è molto diverso». Terzo e ultimo: «le famiglie devono essere supportate e le società sportive responsabilizzate».
Articolo disponibile su Atlante Editoriale al link: https://www.atlanteditoriale.com/studenti-atleti-tra-dual-career-e-frustrazione/
Davvero non c’è alternativa a Trump e Harris?
americani (terzi partiti) a spoglio ancora non chiuso in vari stati ma a
vittoria repubblicana già certificata: avendo ottenuto la maggioranza
dei grandi elettori al Congresso e avendo superato la soglia dei 270
necessari, Trump può gioire di fronte ai suoi elettori.
Le cifre racimolate dai terzi partiti statunitensi sembrano essere
risibili in confronto allo strapotere espresso dalla diarchia
repubblicana-democratica, roba da quinto quarto della politica: basti pensare che Jill Stein, candidata del Partito verde (Green party)
e terza assoluta alle spalle di Kamala Harris, si è attestata su un
misero 0,4%, pari a poco più di seicentoquaranta mila voti, in netto
calo rispetto ai dati delle precedenti elezioni: nel 2016, ad esempio,
gli ecologisti riuscivano a raggiungere il milione di voti a livello
nazionale. Certo, i verdi riescono a sorpassare il terzo partito più
popolare degli Stati uniti d’America, il Partito Libertario (Libertarian party), ma si tratta di una magrissima consolazione, data la percentuale di entrambi che prevede uno 0 prima della virgola.
Sembra essere ancora più lontano il 1996: l’anno in cui venne fondato il Reform Party of the Usa (tradotto, forse un po’ liberamente, Partito dei Riformatori degli Stati Uniti d’America)
che raggiunse l’8,40% alle Presidenziali di quell’anno, che ebbe tra le
proprie linee anche Donald Trump per un breve periodo di tempo, che nel
1998 riuscì a strappare il governo del Minnesota al blocco
repubblicano-democratico e che nel giro di pochissimo tempo implose
sotto il peso di scandali e mala gestione all’interno della stessa
organizzazione politica.
Stavolta è andata nettamente male a tutti i terzi partiti, perfino ai
libertari che pure nel 2016 erano riusciti a strappare più di quattro
milioni di voti (3,28%) a livello nazionale e ad ottenere cifre
ragguardevoli perlomeno in New Mexico e South Dakota (sfiorando la
doppia cifra, il 10%, nel primo stato e attestandosi sul 6% nel
secondo). La lunga crisi del Partito libertario si è mostrata
drasticamente a seguito dei risultati elettorali: affidatisi alla
candidatura di Chase Oliver, pur se a seguito di sette votazioni nella convention
preposta, i libertari non hanno avuto la capacità di attestarsi come
nuova forza che sosteneva di avere con sé una «nuova classe dirigente
per gli Stati Uniti d’America». «Oltre 40 milioni di elettori della Gen Z sono pronti ad ascoltare un messaggio che non provenga dal sistema bipartitico», aveva dichiarato Oliver alla National public radio.
Ma, anche se pochi, i voti dei terzi partiti fanno
gola ai grandi, per quella legge non scritta che tanto più si ha,
quanto più si vorrebbe avere. Il 25 maggio [2024] Trump, facendo
seguito alla legge di cui sopra, ha tenuto un discorso all’assemblea
nazionale libertaria mantenendo lo ‘stile’ che lo contraddistingue,
dichiarando: «Vincerete solo se sosterrete la mia campagna, altrimenti
potete continuare a ottenere il vostro 3% ogni quattro anni». Pur se tra
i fischi del pubblico, come ha testimoniato un articolo pubblicato nel
maggio di quest’anno dalla National public radio, Trump ha fatto il suo show
in casa libertaria continuando a spaccare le fazioni interne del
partito, promettendo un libertario tra i ruoli di comando della nuova
presidenza repubblicana. Così facendo, il partito non ha neanche
lontanamente raggiunto il vituperato, da parte trumpiana, 3%.
Non solo i repubblicani hanno volutamente tarpato le ali ad ogni
iniziativa che vedesse un’autonomia di organizzazione al di fuori della
campagna pro-Trump, è stato così anche in casa democratica. A fine
agosto l’iniziativa giudiziaria dei democratici di ricorso alla presenza
di chi avrebbe potuto offuscare anche solo lontanamente l’immagine di
Harris, ha avuto i suoi frutti: Cornel West (indipendente di sinistra) e
Claudia de La Cruz (Socialismo e liberazione – Psl–Party for socialism and liberation) non hanno potuto partecipare con il proprio simbolo e hanno dovuto ricorrere al write-in nella campagna elettorale – ad esempio – nello stato della Georgia.
La stessa candidata socialista, de La Cruz, rappresentava la forza
politica che in agosto, a Detroit (Michigan), aveva interrotto con
slogan pro Palestina l’evento di Kamala Harris che reagì stizzita:
«Ogni opinione conta: amiamo la democrazia, ma ora sto parlando io! Se
volete che Donald Trump vinca, ditelo [chiaramente]». Da quel momento in
poi la strada del Psl per l’accesso al voto in determinati stati è
stata completamente in salita. La candidatura dell’ambientalista Jill
Stein, che – a tal proposito – ha indossato la kefiah per tutta la
campagna elettorale, è stata il refugium peccatorum anche della variegata galassia della sinistra trotskysta statunitense, assente perfino in termini di write-in candidate. Ma tutto l’appoggio ricevuto non è servito a far raggiungere cifre migliori alla candidata Stein.
Cos’è il write-in?
Se un partito o movimento non è riuscito ad esser presente sulla scheda
col proprio simbolo, sia per ragioni amministrativo-giudiziarie che per
altre più prettamente politiche, il sistema elettorale statunitense
prevede che l’elettore possa scrivere il nome del candidato che intende
votare nello spazio preposto della scheda. Una possibilità non da poco,
se ci fosse stata pari risonanza mediatica per ognuno dei candidati
presidenti. Di fatto, a tutti gli altri candidati progressisti o
indipendenti presenti in dieci o meno stati, il write-in non è servito a molto: non è stata solo la sinistra radicale ad essere stata esclusa (Socialist equality party, Socialist workers party, American solidarity party) ma anche gli ultra conservatori del Constitution party e del Prohibition party.
Se i libertari hanno avuto accesso elettorale in 47 stati su 50 e i
verdi in 38, pur essendo entrambi matematicamente già tagliati fuori
dalla corsa presidenziale per ovvie ragioni matematiche, tutti gli altri
candidati, nonostante il write-in, sono stati ben lungi
dall’avere un minimo riconoscimento da parte dell’elettorato, avendo
raccolto nel loro complesso, sommando tutte le candidature, lo 0,3% a
livello nazionale.
Forse è una battaglia donchisciottesca, quella dei terzi partiti, ma
tanto più vitale affinché il pluralismo americano non soccomba sotto i
colpi della propaganda politica e del capitale a disposizione dei grandi
gruppi finanziari, nonché dei miliardari che sostengono i due blocchi
principali. Elon Musk, ad esempio, nell’ultima fase della campagna
elettorale ha promesso (e realizzato) che avrebbe regalato 1 milione di dollari al giorno, fino al giorno delle elezioni,
per coloro che «avrebbero firmato la petizione del suo Comitato di
azione politica» riguardo modifiche costituzionali. Modifiche che si
rivolgevano al secondo emendamento, ovvero alla libertà di detenzione di
armi da fuoco. Eppure, nonostante alcuni autorevoli pareri raccolti
dall’Associated Press
in queste settimane abbiano parlato di iniziativa fuorilegge o ai
limiti della legalità, Elon Musk ha potuto agire indisturbato grazie
anche alla sua enorme influenza nel dibattito politico.
La polarizzazione dello scontro, in una campagna elettorale che ha
lasciato ben poco spazio a qualsiasi candidato che non fosse Harris o
Trump e i loro rispettivi insulti, promesse altisonanti, dichiarazioni
sulla necessità estrema di votare per l’uno o per l’altro candidato
senza disperdere il voto, ha rappresentato così la sublimazione del
‘fine utile’ del proprio diritto-dovere.
Nonostante le piazze dei sostenitori pro Palestina, in sostegno alle
lotte dei lavoratori aeroportuali (vicenda Boeing) e in sostegno alle
istanze ecologiste siano state sempre più partecipate dalla società
civile americana nell’ultimo lustro, nonché talvolta guidate in grandi
città proprio da uno di questi terzi partiti menzionati (Green party e Psl
su tutti), la grande domanda di alternativa non ha trovato (né trova da
decenni nella granulosità politica e sociale statunitense) una via di
rappresentanza che possa trasformarsi anche in consenso elettorale.
E anche stavolta il copione elettorale è parso essere il medesimo di sempre.
Pubblicato su Atlante Editoriale atlanteditoriale.com
Morales accusato di stupro ma in Bolivia la violenza sessuale è ovunque
«In Bolivia lo sfruttamento sessuale è praticamente endemico». Così
come la violenza «che sia sessuale o dopo una partita di calcio», a
parlare è don Riccardo Giavarini, Direttore generale della Fundacion Munacim Kullakita [dall’aymara: ti voglio bene, sorellina] e nel lavoro quotidiano si occupa di sfruttamento ai danni di ragazze minori e adolescenti, di tratta e traffico. Bergamasco
di Telgate, ordinato sacerdote a seguito della ripresa degli studi per
il sacerdozio dopo la prematura scomparsa della moglie Berta (tra le
fondatrice del Mas-Ipsp, impegnata nella tematica della liberazione
della donna, poi uscitane per divergenze con la dirigenza), è a La Paz dal 1977. La Bolivia la conosce piuttosto bene. Raggiunto da Pressenza, ci risponde dalla sua abitazione alla periferia di El Alto.
Alla periferia della periferia del mondo.
In queste settimane la stampa boliviana,
internazionale e anche italiana (sebbene nel nostro paese la notizia non
abbia avuto una grande eco), sta dando conto di uno scandalo che
avrebbe coinvolto l’ex presidente boliviano Evo Morales, attualmente
figura di spicco del Mas-Ipsp di cui ne è presidente e ufficiosamente candidato alle prossime elezioni presidenziali. Morales sarebbe accusato di stupro di una ragazza adolescente:
un’accusa su cui una giudice di Tarija sta lavorando e per cui ci
sarebbe stato il caso di un figlio nato da una unione con Morales. Le
prove ci sarebbero e per questo questo è stato emesso un ordine di
cattura nei confronti dell’ex presidente il quale non si è presentato
all’udienza al tribunale di un pugno di giorni fa, preferendo un aureo
isolamento nella regione del Chapare.
I casi di violenze sessuali, domestiche e di genere sono tuttavia in costante aumento in tutta la Bolivia: «Nel carcere minorile di Qalauma [nella città di Viacha] i delitti riconducibili alla violenza sessuale sono tra i più commessi». Ci sono varie motivazioni, secondo Giavarini: «la prima è che manca una vera educazione sessuale, alla reciprocità. Né in famiglia, né a scuola e né da parte istituzionale vengono veicolati messaggi ed esempi positivi» quindi «i ragazzi prendono alla leggera il rapporto uomo/donna e lo interpretano solo come occasione di ‘divertimento’». La relazione non è basata sul rispetto quanto,
piuttosto, sulla volontà di dimostrare che esiste una disparità tra
sessi. Una condizione così pervasiva tale da essere presente anche negli
altri istituti penitenziari non minorili, ad esempio in quello di San
Pedro (La Paz). «La seconda motivazione – continua il sacerdote – è
quella legata al fattore culturale». In altre parole: «machismo e cultura dello stupro». Già quando nasce una bambina «si sente spesso dire da parte dei genitori “è solo una femmina”», come a voler sottintendere una sconfitta sociale.
Nella parte di mondo che abita Giavarini: «si sono naturalizzati dei comportamenti che vedono la figura femminile come strumento di piacere maschile»,
si ragiona per «stereotipi diffusi» da più parti. La donna non è vista
come portatrice di soggettività, partecipazione, dignità, uguaglianza: «qui a El Alto le ragazzine popolano locali notturni:
è una cosa naturale che loro siano lì disponibili a fornire prestazioni
sessuali». Nei colloqui informali che conduce don Giavarini, nel
contesto carcerario e nel settore di competenza della Fundacion Munacim
Kullakita, è ravvedibile una pervasività della violenza domestica
perpetrata dai mariti nei confronti delle mogli, più in generale da
parte degli uomini.
Quella di Evo Morales sembra essere – purtroppo – solo la
punta di un proverbiale iceberg di violenze e soprusi nei confronti
delle persone e delle donne in particolare. «Le notizie di
questi giorni parlano delle accuse rivolte a Morales ma – precisa
Giavarini – qui in Bolivia stanno uscendo dati secondo cui non sarebbe
accaduto solo un caso ascrivibile a questa tipologia di reato, anzi: più
d’uno». Alcune deputate boliviane hanno accusato pubblicamente Evo
Morales nel Palazzo rincarando sui suoi possibili rapporti con delle
minorenni «addirittura facendo illazioni su contropartite sessuali in
cambio di progetti e realizzazioni di opere presso comunità rurali o
montane», da sempre più vicine all’ex Presidente dello Stato
Plurinazionale di Bolivia.
Ma il silenzio assordante è quello delle Bartolinas, l’organizzazione femminile del Mas-Ipsp: «le donne del partito sono spaccate tanto quanto lo è l’organizzazione, che, per la verità, lo è da due anni a questa parte: le strenue sostenitrici di Morales continuano a incoraggiarlo mentre quelle pro Luis Arce lo accusano».
Una situazione piuttosto delirante.
Tanto più che Morales ora starebbe accusando la giustizia boliviana di persecuzione contro la sua persona
e non si è mosso dal Chapare, la regione in cui si sente politicamente
(e psicologicamente) più forte, sicuro e tutelato dalla federazione dei
coltivatori di coca (i cocaleros, riuniti nella Seis federaciones del Tropico de Cochabamba) di cui è tutt’ora presidente. Sindrome dell’accerchiamento più volte manifestata da Morales nel corso degli ultimi 24 mesi.
Certo è che finché presidenti (o ex) o figure pubbliche di spicco nella
società (siano esse di appartenenti a organizzazioni politiche di
maggioranza o di opposizione), si mostrino come esponenti del più bieco machismo, significa che il problema è molto più imponente di quel che è emerso nel corso di questi giorni.
Il rischio di impunità per questi fatti, secondo Giavarini, è altissimo:
«c’è da sviluppare un lavoro di rete che sia il più articolato
possibile a tutti i livelli sociali, così come di interlocuzione con lo
Stato» per far sì che si giunga «ad una seria consapevolezza riguardo i
temi della tratta e dello sfruttamento sessuale non soltanto a seguito
dell’onda mediatica di uno scandalo come questo ma tutti i giorni».
Articolo pubblicato su Pressenza.com
Fitto c’è, Meloni esulta. Ma il paese reale langue
Una vittoria. O, almeno, per i canoni dell’esecutivo Meloni una netta vittoria. E no, non stiamo parlando della contrarietà della Presidente del consiglio dei ministri all’utilizzo di missili a lungo raggio contro la Russia, cui pure la dichiarazione condita da avverbi e da intercalari (“chiaramente”, “ovviamente”, “semplicemente”), farebbe presagire ad un prendere tempo rispetto alla reale posizione che dovrà assumere il governo italiano.
Stiamo parlando della nomina di Raffaele Fitto a vicepresidente esecutivo della Commissione Europea: all’italiano andrà il compito di «gestire i fondi del Pnrr insieme a Valdis Dombrovskis». Mancava l’ultimo nome e nella calcistica zona cesarini c’è stato l’accordo che ha sancito l’ingresso dell’unico componente Ecr (Conservatori e riformisti europei, gruppo a cui appartiene Fratelli d’Italia) nella Commissione. Il ministro italiano avrà anche la delega ai fondi di coesione e alle riforme. La lunga fase dialettica tra le due presidenti, Ursula Von der Leyen e Giorgia Meloni, si è conclusa con l’accoglimento da parte della prima al nome di Raffaele Fitto.
In questi giorni politica e stampa sembrano aver archiviato il caso Boccia-Sangiuliano proiettandosi sulla questione della composizione della nuova Commissione Europea, nuovamente a guida Von der Leyen (Partito popolare europeo).
La maggioranza esulta e il governo plaude alla vittoria nettissima che sarebbe stata percepita come tale da tutta l’Italia, tuttavia il sistema-Paese (come si sarebbe detto un decennio fa) non beneficerà effettivamente della nomina di Fitto a Bruxelles/Strasburgo.
«Andiamo al dunque: al di là delle funzioni di coordinamento dei vicepresidenti che, per l’esperienza che ho io, sono chiacchiere e distintivo. Senza chiacchiere e distintivo avevamo Gentiloni all’economia. Adesso con chiacchiere e distintivo abbiamo “coesione e riforme”», a dichiararlo è stato Pier Luigi Bersani, componente della direzione nazionale del Partito democratico, nel corso della serata di ieri [17 settembre 2024], durante la trasmissione DiMartedì, condotta da Giovanni Floris.
Chiacchiere e distintivo. E ora il dibattito – o quel che potrebbe definirsi tale – si è avviluppato sulla questione delle votazioni conseguenti: «Su Gentiloni cinque anni fa esprimemmo parere favorevole anche su indicazione dell’allora presidente di Ecr [Raffaele] Fitto. Confidiamo in un atteggiamento responsabile da parte della sinistra. Poi sta a loro. Certo, risponderanno del loro voto davanti al popolo italiano», tuona Nicola Procaccini al Corriere della Sera di ieri, 18 settembre [2024]. Come se il popolo italiano fosse davvero realmente consapevolmente informato su quanto accade a Bruxelles/Strasburgo, una delle istituzioni più blindate al mondo (con tanti saluti alla trasparenza e all’accessibilità pubbica).
Ma le dichiarazioni roboanti sulla stampa lasciano il tempo che trovano, Italia od Europa che sia. Nel Belpaese i quotidiani ne sono la testimonianza concreta: non c’è una dichiarazione che sia di lungo respiro o che porti con sé un poco di dibattito che vada oltre l’immaninza di questo o quel fatto. Solo due giorni fa [16 settembre 2024], a proposito di gruppi e composizioni parlamentari, La Verità, attraverso la penna di Federico Novella, pubblicava un’intervista a tutta pagina ad Enrico Costa (deputato, già ministro negli esecutivi Renzi e Gentiloni). L’ex ministro ribadiva di aver lasciato Azione ma di non aver intenzione di ritornare in Forza Italia: «Non c’è nulla di ufficiale, farò le mie riflessioni. Ma con Forza Italia ho sempre avuto un confronto costruttivo». Neanche 48 ore dopo ed Enrico Costa effettua ufficialmente il ritorno nella formazione fondata da Silvio Berlusconi.
Nonostante la conquista ottenuta a Bruxelles/Strasburgo, il paese (quello vero, non quello dei comunicati stampa) langue. Non bastano gli annunci roboanti della Presidente Meloni all’assemblea di Confindustria riguardo l’occupazione («mai così tanti italiani avevano lavorato dall’unità d’Italia oggi») talmente alti da non avere un termine di paragone: un esercito di decine di migliaia di insegnanti precari vincitori di concorso, abilitati e in attesa di abilitarsi (ovvero idonei dei nuovi concorsi Pnrr) sono in attesa di una cattedra e un’altra morte sul lavoro si aggiunge al già imponente numero di decessi. Stavolta si è trattato di un operaio di 34 anni che ha perso la vita schiacciato da una pressa in una fabbrica del varesotto, assunto non direttamente dall’azienda ma da «una cooperativa». Ma forse per il governo non conta: l’operaio era “solo” un uomo nato in Marocco. Non era mica italiano.
Pubblicato su Atlante editoriale.
Certo, un centro! Forza Italia in permanente gravità
Una proposta concreta sullo ius scholae non è ancora stata messa nero su bianco da Forza Italia. Se ne parla da settimane ma di scritto non c’è ancora nulla. Non ci sono nemmeno state iniziative isolate di deputati o senatori. Ma è proprio sullo ius scholae che il presidente del partito fondato da Silvio Berlusconi sembra aver puntato, provando ad introdurre l’elemento della cittadinanza nella dialettica e nel confronto tra le organizzazioni politiche della maggioranza di centrodestra, nonché nel dibattito pubblico. Antonio Tajani vuole dare una svolta a Forza Italia per dare una nuova identità al partito, pur rimanendo nell’alveo della coalizione di centrodestra.
L’idea “geniale” di Antonio Tajani e della direzione del partito è quella di voler rappresentare il centro politico politico. Non che non ci siano altre organizzazioni politiche che non ci abbiano già pensato o che non ci abbiano provato. Matteo Renzi ha tentato l’operazione Italia Viva (parafrasando la più celebre espressione berlusconiana che ha dato il nome al partito) ma è sembrata arenarsi fin da subito: le elezioni europee non hanno fatto altro che certificare le enormi difficoltà del partito renziano.
In realtà l’amo lanciato da Tajani è verso l’elettorato cattolico di destra così come verso coloro che votano Partito Democratico per mancanza d’alternativa: l’area cattolica interna al Pd potrebbe veder bene un dialogo con una Forza Italia rinnovata nei temi e ripulita dal passato berlusconiano. Areadem sta a guardare. Anche l’ex Beppe Fioroni, uscito tempo fa dal Pd dopo l’arrivo alla segreteria di Elly Schlein, potrebbe essere interessato.
L’asso calato da Tajani è stato lo ius scholae. Al momento – ribadiamo – non c’è nulla di depositato in Parlamento, ma “solo” l’iniziativa (mediatica e personale) del presidente di FI: «Ho dato mandato ai gruppi di fare uno studio sulla questione della cittadinanza e sulle normative e orientare una proposta di legge. E prima di presentarla in Parlamento, presenterò la proposta alla maggioranza, perché un centrodestra moderno deve porsi questo problema». Il Ministro per gli Affari Esteri ha stabilito così nei giorni scorsi la linea del partito durante la manifestazione La Piazza organizzata da Affaritaliani.it.
Apriti cielo, squarciati mare: la Lega frigge.
Massimiliano Romeo, capogruppo leghista al Senato, ha dichiarato il 30 agosto ad Avvenire: «Salvini è stato molto chiaro: no allo ius scholae».
L’orlo della crisi è sempre vicino, ma la maggioranza è una maionese che non impazzisce mai. C’è un interesse che tiene tutti insieme il premierato à la Meloni. Quella prospettiva lega e mette tutti d’accordo. Ma la progettualità nel lungo periodo manca. E prima dello ius scholae c’è stato altro.
Un’estate al fresco
Tanto per cominciare, Antonio Tajani ha riallacciato i rapporti con l’area radicale, quella orfana di Marco Pannella che è andata a coagularsi attorno al fu Prntt (Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito), ora semplicemente Partito Radicale. Anche in questo caso la tattica è chiara: i radicali buoni stanno con noi, sembra voler dire l’unione tra Pr e FI, andando così a spezzare ancora una volta l’elettorato diviso fra +Europa/Radicali italiani, Pr e altri soggetti della fu galassia (Nessuno tocchi Caino, Non c’è pace senza giustizia, Certi diritti e via dicendo). La ripresa dei rapporti con Maurizio Turco e Irene Testa (rispettivamente segretario e tesoriere del Pr) ha prodotto prima l’appoggio elettorale dei radicali alle elezioni europee in favore di Antonio Tajani in particolare e di Forza Italia in generale; successivamente una comunione d’intenti riguardante la giustizia e il sistema carcerario. Si tratta dell’iniziativa denominata: «Estate in carcere – Iniziativa di “comune sentire operativo” con il Partito Radicale». Certo, poi la destra compatta (Forza Italia inclusa) alla Camera e al Senato ha votato favorevolmente al Decreto Legge Carcere sicuro. E Atlante ha già mostrato come il nome dato al decreto non sia stato altro che un ossimoro. Ma poco importa. Quel che conta è l’iniziativa del doppio binario: il treno di Forza Italia può permettersi cambi di rotta improvvisi ma non un deragliamento.
«Il governo arriverà fino alle prossime elezioni»
Lo ha ribadito Antonio Tajani ai microfoni di Le 20h de Darius Rochebin. Forza Italia non è uno sparring partner della maggioranza ma un componente essenziale del triumvirato di governo. Se Fratelli d’Italia e la Lega si rincorrono su chi stia collocando più a destra, reagendo nervosamente qualora nasca qualcosa alla loro destra (telefonare generale Vannacci), Forza Italia ha imparato una lezione preziosissima: in fasi di tempesta, meglio rimanere fermi. Ribadendo le posizioni care alla politica della prima repubblica: anticomunismo e antifascismo. Più si sta fermi, più si attrae personale politico (i passaggi dal Movimento 5 Stelle a Forza Italia nell’ultimo anno ne sono una riprova) e allora tanto vale continuare a presentarsi agli elettori come una forza rassicurante e moderata. Liberale, (perché no) democristiana ma sempre rimanendo immobile.
Pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/certo-un-centro-forza-italia-in-permanente-gravita





