Il commercio equo alla prova dei dazi

Foto di Luba Glazunova su Unsplash

Alessandro Franceschini, presidente Altromercato, è ottimista: «Di fronte all’estrema imprevedibilità del mercato internazionale, rispondiamo con la forte credibilità di una relazione fondata non sulla speculazione ma sulla fiducia».
Caffè, cioccolata e zucchero: la politica economica di Donald Trump potrebbe avere ripercussioni anche sulla filiera del commercio equo-solidale. Altromercato, la principale realtà in Italia, è presente sul territorio bergamasco con sei punti vendita di due cooperative: Amandla gestisce botteghe a Bergamo, Calusco, Gazzaniga e Seriate, Nuova solidarietà a Casazza e Clusone. All’elenco aggiungiamo anche la realtà di Nembro (Gherim) che, pur non essendo direttamente partner, rappresenta una peculiarità.
«La questione dazi è complessa e si inserisce in un quadro internazionale in cui ci mancava solo la guerra commerciale tra Usa e resto del mondo», a parlare è Alessandro Franceschini, presidente nazionale di Altromercato, raggiunto da L’Eco di Bergamo. Ma il protezionismo di Trump «non ha ancora effetti sui paesi che esportano beni legati alla filiera del commercio equo: ce ne saranno per le importazioni da parte degli Usa (ma sappiamo che non sono molto equo-solidali)». 
Non solo dazi
Il punto è che la dialettica muscolare tra grandi potenze va ad inserirsi in una cornice di crescente difficoltà di base: il cambiamento climatico interpreta un ruolo da protagonista nella crisi già esistente. «Venivamo tacciati di essere delle Cassandre catastrofiste», dichiara Franceschini ma ora «si nota perfettamente» quanto i paesi del cosiddetto terzo mondo «siano esposti al cambiamento climatico, sebbene siano proprio quelli che meno abbiano contribuito ad alimentarlo». È quello che si sta verificando, ad esempio, riguardo il caffè in Nicaragua: le coltivazioni si stanno spostando sempre più in altura a causa dell’inaridimento delle piante e degli infestanti. «Abbiamo sostenuto l’iniziativa di alcuni produttori nicaraguensi con un progetto denominato Eroi del clima (fondazione Altromercato) per fornire loro degli strumenti al fine di fronteggiare l’inedita circostanza». Spostandoci di continente, troviamo l’analoga situazione del Vietnam: colpito dai dazi (46%), ha già ridotto la produzione (dunque l’esportazione) dei chicchi di robusta a causa del cambiamento climatico. Ma Franceschini è ottimista per quel che riguarda la filiera etica. Certo: «il grosso del fatturato di Altromercato proviene da cacao e caffè [compreso lo zucchero di canna] ma, nonostante le speculazioni delle borse, abbiamo mantenuto dei prezzi giusti». Come? Non abbassando i prezzi al produttore. «Di fronte all’estrema imprevedibilità del mercato internazionale, rispondiamo con la forte credibilità di una relazione fondata non sulla speculazione ma sulla fiducia», sostiene Franceschini, che afferma: «sebbene legati a fattori di borsa, paghiamo di più e stabilmente i produttori» perché «nella loro percezione ciò che conta è la continuità della relazione».
E l’Italia?
Il nostro paese non si classifica mai ai primi posti per il livello di retribuzione dei lavoratori, eppure secondo Franceschini molti consumatori hanno deciso di cercare alternative sociali ed etiche in sostituzione alla grande distribuzione (Gdo). «La nostra identità è legata alle botteghe ma, ormai, il loro fatturato rappresenta il solo 20% di Altromercato: essere presenti da un trentennio nella Gdo fa sì che il marchio cresca. Tanto più è forte il brand, tanto più la gente si rivolge alle botteghe».
A Nembro il bar equo-solidale
Non direttamente affiliata ad Altromercato, Gherim a Nembro gestisce in concessione lo spazio del bar, che comprende anche l’Auditorium Modernissimo, in Piazza Libertà. Secondo la responsabile Francesca Signori: «sebbene il prezzo sia lievitato globalmente, il caffè del commercio equo (che utilizziamo per il bar) ha mantenuto i costi di cessione e vendita». «C’è anche da dire – prosegue – che al momento viviamo una fase di crescita grazie alle iniziative che abbiamo messo in atto: c’è tanta partecipazione attorno a Gherim». Non un semplice bar ma punto di ritrovo. Il 31 dicembre [2025] scadrà la convenzione col comune per la gestione dei locali e Nembro potrebbe non vivere più quello spazio. Condizionale d’obbligo. 
 
Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo il 19.5.2025

Ma noi da che parte stiamo, prof?

In questo mese è capitato più di qualche volta che ragazze e ragazzi delle mie classi (più le prime, per la verità) mi sollecitassero a parlare con loro della questione russo-ucraina. È una loro esigenza cercare di capire quel che succede, non già per perdere ore di lezione, quello lo fanno già normalmente stando stravaccati sul banco alzando la mano solo per chiedere di recarsi nel giro peripatetico d’ispezione della fissità scolastica (altresì noto come «posso andà ar bagno?», rievocazione dell’«annamo a pijà r gelato» di zerocalcariana memoria). È una loro esigenza, dicevo, perché tra supplenti che arrivano tardi, professori che mancano e cattedre scoperte (alla faccia dei proclami di Bianchi), il Novecento e la contemporaneità sono argomenti che raramente vengono toccati nel loro programma di studi. 

Anche perché, spesso e volentieri, le loro conoscenze sono molto approssimative e si limitano al sentito dire, come già ho avuto empiricamente modo di testare.
Si arriva fin dove si può. Questo muoversi apoditticamente nell’esposizione, così come fatto già sopra, implica che in un prossimo post magari mi dilungherò di più sull’argomento: la situazione lo richiede.

Dicevo. L’attualità stringente e i ragazzi. Lunedì mi è capitato di parlarne in un quarto superiore, forse troppo di sfuggita, martedì in un terzo e oggi in un primo. Ho spiegato loro la situazione e illustrato che, in realtà, la guerra in quella zona geografica c’è dal 2013: quasi 13.000 morti, otto anni di guerra, di quotidianità sospesa e umanità interrotta, di carri armati che sparano ed eserciti schierati che sparano. Ospedali, scuole, case non più edifici ma obiettivi da guardare attraverso il vetro di un mirino per far fuoco e distruggere tutto in un attimo.

Molti ragazzi hanno giustamente fatto notare ai loro compagni e compagne, senza che nessuno glielo abbia esplicitamente comunicato, che se l’America continua a “mettere basi militari in Europa è chiaro che prima o poi la guerra, questi, ce l’hanno in mente: in Italia siamo pieni”. Una ragazza ha iniziato a dire tutto quel che sapeva mentre io l’ascoltavo per farla esporre e farla ascoltare dai compagni: ha citato le basi di Vicenza, “qualcuna in Sicilia pure, prof, mi pare”, a Livorno, «non dimenticarti la Sardegna!».

Stamattina, tuttavia, nel primo superiore, dopo aver spiegato un po’ gli avvenimenti (Nato, Russia, Usa e vari movimenti pre-attacco del 24 febbraio), una studentessa prende la parola e dice: «Prof, ma noi da che parte stiamo?». 

Già, da che parte stiamo. Non è che c’è proprio una parte da prendere, se entrambi sono sbagliate. Avrei potuto dirle un mucchio di questioni aperte e in ballo, però l’unica cosa che ho sentito di dirle è stata: «Se le due parti hanno entrambe torto, non serve per forza prendere parte, non trovi?».
Risposta: «Ma non possiamo uscire dalla NATO?»
«Beh questo allo stato attuale delle cose è tecnicamente impossibile: ci sarebbe la Rivoluzione… che è poi quello che vorrebbe il tuo prof., però, vabbè, transeamus. Toh, è arrivata la prof. di inglese!»

Ma noi da che parte stiamo, prof?


P.s. La posizione dei comunisti russi (sì, perché non è che Putin siccome parla russo allora è comunista, eh, anzi, tutt’altro: è l’essere quanto mai più distante dal comunismo che esista)No alla guerra! Il nemico principale è nel nostro paese! – Partito Comunista dei Lavoratori (pclavoratori.it)

La posizione del Partito comunista dei lavoratori, di cui faccio parte: No alla guerra! – Partito Comunista dei Lavoratori (pclavoratori.it)

Groenlandia, un Paese che non conosciamo

La Groenlandia 51° stato americano? Lo stato con il più alto tasso di
suicidi al mondo interessa agli Usa per le sue materie prime. Ma i primi
ministri, danese e groenlandese, chiudono la porta: “Non siamo in
vendita”

I sostenitori di Trump fanno già sul serio: hanno dato alle
stampe una maglietta raffigurante tutti i 51 Stati degli Stati Uniti
d’America. Già, uno in più: la Groenlandia. I Repubblicani non
scherzano: esortano il Presidente Donald Trump ad usare la notizia
dell’estate come argomento per la campagna elettorale. È bene, tuttavia,
fare un passo indietro. Ferragosto, il «Wall Street Journal» riporta una dichiarazione del Presidente americano Donald Trump
in cui ammette di voler presentare un’offerta al Governo danese per
l’acquisto della Groenlandia. La data della proposta sarebbe stata
fissata nel corso del mese di settembre, momento in cui era già in
programma l’incontro bilaterale Danimarca-Usa. L’affermazione – riporta
il «WSJ» – è stata pronunciata agli assistenti di Trump «con diversi
gradi di serietà». Il rischio boutade estiva era dietro
l’angolo, tuttavia la notizia ha fatto il giro di tutti i giornali e
portali d’informazione del Mondo, tale è stata la sua portata: l’America
vuole mettere mano al portafoglio per comprare l’isola più grande della
Terra, così come fece – d’altra parte – Henry Truman nel 1946 compiendo
il primo passo e formulando un’offerta per l’acquisto della
Groenlandia.

La Groenlandia, Donald Trump a parte, fa gola agli
Stati Uniti da diversi anni perché in una posizione strategica per
l’area, per le materie prime di cui è ricca, così come – probabilmente –
colma di petrolio e gas naturale. E poi, ancora, per lo zinco, il
carbone, il rame. Senza contare il fatto che gli Usa posseggono già una
base militare a Thule. Qualora l’isola dovesse diventare, davvero, il
51esimo stato americano le basi militari prolifererebbero verosimilmente
in tutto il territorio groenlandese.

La parola contraria (groenlandese e danese)
«Non
siamo in vendita», così la Primo ministro danese Mette Frederiksen (in
quota socialdemocratica) ha chiuso le porte a Trump ma, dopo aver
respinto duramente la proposta americana, il funambolico presidente
repubblicano ha annullato l’incontro previsto per settembre. Come a
dire: niente vendita della Groenlandia? Allora non abbiamo niente da dirci.

Contrarietà
e diniego sono arrivati anche dalla parte groenlandese della politica,
in regime di autogoverno ma formalmente appartenente alla corona danese e
rappresentata – per questo – al Folketing (Parlamento danese): il Primo ministro Kim Kielsen (Siumut
– socialdemocrazia groenlandese) ha fermamente risposto che la
Groenlandia è un paese indipendente, sovrano e che non ha costo perché
non sul mercato, così come la sinistra indipendentista rappresentata dal
partito Inuit Ataqitigiit, seconda organizzazione politica del paese.

La questione sociale: i suicidi
La
Groenlandia possiede un primato non molto edificante: è il primo paese
al mondo per quanto riguarda i suicidi: il tasso annuale è di 100
persone per 100.000 abitanti che decidono di farla finita.  Persino il
Giappone possiede un tasso più basso (51 per 100.000) nonostante abbia
documentata un’«epidemia suicida» specialmente tra gli adolescenti.

Secondo
Bodil Karlshøj Poulsen, direttore del centro di salute pubblica
groenlandese: «Ogni giovane abitante conosce un amico o un parente che
si è suicidato». La modernità è stata la causa della depressione e della
disperazione groenlandese: tra il 1900 e il 1960 i dati relativi ai
suicidi erano davvero bassi e decidevano di togliersi la vita solo 0,3
persone su 100.000. Dal 1970 tutto cambia e si arriva al picco del 1986
in cui la cittadina simbolo dei suicidi divenne Sarfannguaq,
con soli 150 residenti. Poulsen ha riferito in un’intervista al portale
statunitense «Slate» come dagli anni ‘70 in poi la depressione sia
cresciuta enormemente nella popolazione groenlandese: «La cura? Non
l’abbiamo, ma lo sport ha un impatto positivo enorme». Sia il calcio che
la pallamano, infatti, sono considerati sport nazionali e le strutture
per praticare queste discipline migliorano di anno in anno, così come la
qualità e i risultati internazionali, soprattutto per quel che riguarda
la pallamano, dal momento che la Fifa stenta a riconoscere la
Groenlandia come nazionale.

I rispettivi governi (danese e groenlandese), tuttavia, da anni studiano la questione e dal 2013 è stato avviato un piano di 6 anni per sensibilizzare gli abitanti tutti sul tema, intervenire con atti concreti e attuare misure di prevenzione.

La Casa Rossa: l’esempio di Robert Peroni a Tasiilaq
Robert
Peroni, italiano altoatesino, da circa 40 anni ha deciso di andare a
vivere in Groenlandia, nella parte più depressa e svantaggiata del
Paese, ovvero quella rivolta ad est. Oriente e occidente della
Groenlandia rappresentano mondi completamente diversi, sebbene
appartengano alla stessa entità nazionale e statale: nella parte
occidentale, più riparata dalle correnti glaciali, è presente la
capitale Nuuk, sede universitaria internazionale, e tutte le maggiori
cittadine in cui è possibile trovare un impiego lavorativo. La parte
orientale è legata alla caccia e alla pesca, dunque ancora seminomade.

Nella
cittadina di Tasiilaq, che conta poco più di 1.800 abitanti, Robert
Peroni ha aperto la ‘Casa Rossa’, uno spazio aperto in cui sì fare
turismo nelle stagioni in cui c’è più afflusso di gente da ogni parte
del Mondo, ma anche un luogo in cui 

«tutte le persone del posto possono
trovare riparo, un pasto caldo senza bisogno di pagare e in cui trovare
un po’ di quiete perché spesso si ubriacano e la loro abitazione non
diventa più ‘tranquilla’ come dovrebbe essere».

Oltre ad essere
esploratore, alpinista e – ora – guida turistica, Robert Peroni ha
scritto tre libri tutti per Sperling&Kupfer («I colori del
ghiaccio», «Dove il vento grida più forte», «In quei giorni di
tempesta») in cui racconta la sua permanenza e il rapporto sempre più
intimo che ha avuto con gli inuit nel corso degli anni.

L’alcolismo
e la disoccupazione sono fattori con cui gli abitanti di Tasiilaq
devono sempre più fare i conti, Peroni a più riprese ha avuto modo di
prendersela con Greenpeace e organismi internazionali che piacciono
molto agli occidentali perché difendono gli animali (in questo caso la
foca) ma che non hanno il polso della situazione groenlandese: «per loro
sono solo un italiano pazzo»
, ha detto anni fa a Pierfrancesco
Diliberto (Pif), che era andato ad incontrarlo a Tasiilaq per conto di Mtv e della sua trasmissione «Il Testimone».

In
questa fase storica i groenlandesi «hanno paura del futuro: non esiste
nella loro lingua una parola per poter parlare del futuro»
, ha più volte
detto Peroni. 

«Noi – ha affermato – parliamo  sempre del ”dopo”, del
”futuro” ma loro no, anzi, hanno paura di quello che accadrà: l’uomo
bianco (in lingua locale, il kalaallisut, qattunaa
, in
senso dispregiativo), gli ha tolto tutto perfino l’orgoglio di
cacciare», 

dal momento che l’occidente

 «ha impedito loro di sostentarsi
con la foca e la balena, nonostante abbiano quote severissime e regole
molto dure per il rispetto degli animali»,
 

al contrario di quel che
avviene in altri paesi come il Giappone che cacciano in maniera
scriteriata i cetacei non per sostentarsi ma per scopi commerciali.

La
Casa Rossa serve a creare un ponte:

«Bisogna sostenere la popolazione
locale in preda alla depressione, all’alcolismo e di qualcosa che non
conoscono ma che temono; parliamo di quello che potremmo fare molto
spesso e l’importante è essergli vicini e capire le ragioni di un popolo
pacifico, che non conosce la guerra e lo sfruttamento tra simili».

Certo
è che, come ha sostenuto lo stesso Robert Peroni a Tv2000:  

«Gli inuit
dovranno necessariamente imparare dall’uomo bianco e dalle sue usanze
nonostante egli non abbia affatto ragione»

Pena la scomparsa di una
cultura millenaria.

Pubblicato sulla sezione Tuttogreen de La Stampa il 7 dicembre 2019 [aggiornato il 25 novembre 2019]: https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/09/07/news/groenlandia-un-paese-che-non-conosciamo-1.37413836/