A qualcuno piace tecnico

Ultimamente in ambito lavorativo si sta sempre più tendendo a cercare risorse e personale ultra specializzato già formatosi autonomamente, ad esempio già competente in più linguaggi di programmazione o già avente un bagaglio di esperienza consistente.
La tecnicizzazione e l’iperspecializzazione richiesta in ambito lavorativo è a monte, quindi, di richieste stesse di risorse e personale biologicamente giovane rispetto ai desiderata aziendali. La cosiddetta “formazione in azienda” non esiste più da molto tempo e questa tendenza sta tracimando in altri settori, serpeggiando già da tempo in ambiti pubblici.
Quello politico, un esempio su tutti, in cui la credenza di ritenere un tecnico migliore di un politico qualsiasi è ormai vox populi

La figura del “tecnico” aleggia da molto sulla politica italiana e la sua prima applicazione fu il governo Dini (a cavallo fra il 1995 e il 1996) fino ad arrivare al più recente Governo Monti.
Il tecnico è preferito aprioristicamente perché si presuppone abbia più conoscenze di un normale elettore o di un tizio qualunque che si candida. Preferito anche dalla classe politica, anzi, soprattutto da essa, cosicché i demeriti dell’applicazione di misure impopolari non ricadono sul proprio bacino elettorale e non inficiano la rielezione di una generazione tra la più misera (culturalmente in primo luogo) di rappresentanti istituzionali.
Vale la pena ricordare in questa sede la festa per la “liberazione da Berlusconi” organizzata dal Partito Democratico, con un Bersani festante mentre stappa una bottiglia di spumante.

Interviene @ivanscalfarotto: “il governo #monti sta restituendo agli italiani all’estero l’orgoglio per il nostro Paese” #assembleapd

— Partito Democratico (@pdnetwork) 21 gennaio 2012

O le dichiarazioni di Fassina, tanto per dirne uno cui la sua supposta redenzione è stata accolta a gran voce a sinistra, riguardo cui ci sarebbe da ragionare. Non sui temi, ma sulla persona:

necessario ricostruire un patto tra la politica, imprese e lavoro. Per questo sosteniamo il governo #monti. @stefanofassina a #granditalia

— Partito Democratico (@pdnetwork) 26 novembre 2011

Formazione (?)
Nel corso della prima repubblica, cosiddetta, però, la classe dirigente si è formata proprio perché una che non era appartenente a dirigenze o apparati burocratici (o in una parte non totalizzante rispetto agli eletti) ha avuto modo di accedere a possibilità sconfinate rispetto al suo status di partenza, o determinato da “ fattori esogeni” come l’entrata in guerra e la conseguente Guerra di Liberazione. Ultimamente la “vox populi” si sostanzia tutta in un piccolo mantra riassumibile nel periodo: “Se non sa nulla di economia, evita di fare il Ministro tanto dell’economia, quanto di altri dicasteri”. Formare classe dirigente, però, non presuppone (almeno a parere di chi scrive) un elitarismo classista conseguente a questo ragionamento: chi ha avuto possibilità economiche per conseguire costosissimi master o corsi di laurea alla Bocconi o alla Luiss non è automaticamente più titolato di un altro o un’altra che ha conosciuto la realtà accademica statale di Pisa, Bologna o Roma. 
Gli strumenti 
Durante una trasmissione radiofonica di Radio Radicale (qui la reazione del lettore al mio perpetuo citare Radio Radicale) dedicata all’appena trascorso referendum radicale su Atac, ho avuto modo di udice un ascoltatore che affermava: «Noi popolo non abbiamo strumenti per decidere se privato è meglio per il trasporto pubblico, non capisco perché venga posta già solo la domanda nell’ambito del referendum». Stesso intervento, ma con altri toni e in altro contesto, l’ho ascoltato su Radio Tre nel medesimo ambito: un dibattito fra posizioni per il sì e per il no con possibilità di intervenire telefonicamente. 
In un primo momento ho lasciato cadere la questione posta nell’intervento telefonico dall’ascoltatore di Radio Radicale ma ho avuto modo di ragionandoci qualche tempo dopo. 
Certamente la mancanza di coscienza, personale e civica anzitutto, è tra le principali motivazioni della considerazione dell’ascoltatore. Non avere strumenti porta con sé molti aspetti politici e politologici: la mancanza di ideologie e di punti di riferimento da parte della politica disorienta il corpo elettorale quale che sia, tanto liberale quanto socialista, si sarebbe detto un tempo. 
Venendo a mancare le categorie politiche ed ideologiche, l’elettore disorientato non trovando risposte in quello che potrebbe essere un problema tutto politico, presta l’orecchio ora qui ora lì, profetizzando la fine dei poli, la cessazione del rapporto di forza fra capitale e lavoro, la delegittimazione della classe politica tout court e auspicandosi una palingenesi [che tuttavia non può che essere disastrosa, sic stantibus rebus, ma questo lo penso io, non costoro]. 
La questione che poneva l’ascoltatore cela, in nuce e implicitamente, quella tendenza tecnicista, elitarista e classista che vorrebbe si delegasse ogni aspetto della vita pubblica, rinunciando volontariamente ad essa perché non si saprebbe bene cosa farne, affidando, di conseguenza, il tutto a figure ipotetiche une e trine: “rappresentanti-politici-tecnici”. La tendenza è preoccupante, specie perché genera un continuo perpetuarsi di mancanza di discernimento culturale e, solo in seconda battuta, politico e sociale. Ritenere una figura terza aprioristicamente valida nello svolgimento di un compito dirigenziale precedentemente [ancorché vagamente] svolto da “personale politico/burocratico” pone più di qualche inquietudine in chi scrive.
Dietro a tutto questo si nasconde neanche troppo velatamente il desiderio della delega “in bianco” della propria volontà politico-elettorale e della propria libertà, in barba ai principi dello stato liberale e della democrazia che libererebbe dal peso del ragionamento e del pensiero sulla cosa pubblica (e non).
L’uomo solo al comando è sempre più realtà nella coscienza popolare italiana.

(Piccolo e triste) diario di bordo #1 – il gigante

Salgo in macchina e accendo la radio, quasi sempre a quell’ora trasmettono sedute parlamentari coi più disparati interventi. Inserisco la chiave, il quadro ai scende e il motore parte. Odo in lontananza i “mortaccitua” di qualche disputa automobilistica nata e morta nel giro di un paio di manovre azzardate nei pressi di Piazza Don Bosco. Pigio l’indice sul tasto di accensione retroilluminato della radio: la scelta numero uno è radio radicale (come te sbagli), stanno trasmettando interventi di Deputati. Prende la parola Brunetta mentre parto con la macchina. Parla riguardo l’economia sulle  così tanto dibattute note di aggiornamento del Def, reddito di cittadinanza sudditanza e quant’altro.  Lo ascolto destrutturare punto per punto il cosiddetto NaDef e subito mi assale una tristezza tale da culminare nell’espressione poco carina che quell’automobilista, certamente in torto, rivolgeva ad un altro suo simile nei pressi di Piazza don Bosco, anche se di poco mutata perché nella sua forma impersonale: limortàcci.
Il dramma della cosiddetta Terza Repubblica è soprattutto questo: che anche Brunetta (autore di cotali indimenticate e indimenticabili performances) sembri un gigante nel dibattito parlamentare, in confronto ai (s)cittadini, e al marciume leghista. Un gigante. E non è una dannatissima battuta, siamo arrivati davvero a questo tristissimo punto.

Il Capitale agisce: isteria e lucida razionalità

Lo spread visto da Diego Bianchi – Zoro (fonte: «Il Post»).
Lo spread è altissimo, lo spread si abbassa, lo spread aumenta e si stabilizza: 187 punti base. «Dobbiamo aver paura?», chiedeva qualche giorno fa Giovanna Reanda di Radio Radicale ad un giornalista di «Avvenire» in collegamento dal Quirinale, subito dopo la conferenza stampa di Luigi di Maio. Il giornalista di «Avvenire», Picariello, rispondeva così: «Il problema è tutto proiettato su conti ed economia ed è notevole: quello che arriva dai mercati attraverso lo spread è un segnale inequivocabile». Un segnale inequivocabile che ieri mattina veniva ricordato anche dal «Quotidiano Nazionale» (ovvero la testata che comprende «Nazione», «Resto del Carlino», «Il Giorno») che pubblicava un’infografica molto utile per la comprensione del fenomeno “spread”, di cui improvvisamente si è di nuovo tornati a parlare. Nel 2008, si legge nell’infografica, lo spread era di 37 punti (Governo Prodi), in tre anni arriva al massimo storico (574 punti) sotto il Governo Berlusconi, scese col Governo Monti (287 punti), scese ancora con Letta toccando il minimo con Gentiloni (a Giugno 60 punti), nonostante si vede che sotto Renzi fosse arrivato a quasi 80 punti. Siamo di nuovo di fronte alle agenzie di rating che elaborano il fattore  di “rischio paese” e iniziano la speculazione finanziaria conseguente: non sono un economista, ma la storia è sempre la stessa.

La stessa da quando JPMorgan (nel 2013, in questo documento) disse che le Costituzioni dei paesi “euromediterranei” mostravano «una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo» perché quei sistemi politici «sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature e sono rimasti segnati da quell’esperienza».

Il capitale agisce nervosamente armandosi di lucida razionalità consegnando agli strumenti di propaganda massmediatica nazionale e internazionale l’ideologia dominante della governabilità, facendo in modo che gli emissari della “nuova politica” si preoccupino di farsi portavoce del “superamento delle ideologie”, che si traduce nell’approvazione del pensiero unico 10 volte su 10.

Il capitale agisce e attraverso la propaganda inculca quel concetto prima esposto (la governabilità) nei confronti degli elettori, dei (s)cittadini, degli italiani tutti. Se il capitale re-agisce, la politica si adegua: Salvini e Di Maio partono incendiari e fieri ma arrivano pompieri proponendo un nome come quello di Conte che si tradurrebbe in un Monti bis, senza troppi giri di parole. Un po’ come la Le Pen che è partita con l’uscita dall’Euro ed è arrivata a dire come «l’uscita dall’Euro non è più una priorità».
La popolazione, tuttavia, è allo stremo (soprattutto da un punto di vista psicologico) e tremendamente confusa, dunque non comprende realmente quel che accade nell’oggi e nell’attuale: qualora il cosiddetto “governo gialloverde” dovesse insediarsi avrà modo di rabbonire una fetta consistente di popolazione attraverso proclami, spot, briciole da dare a chi sta peggio per compensare l’introduzione dell’ingiusta flat tax. Non mi stupirebbe sentire già qualcuno per strada affermando cose tipo: «Hai visto? Il governo di Salvini e Di Maio m’ha dato il sussidio x/y per la tale cosa», senza contare che non c’è nessun governo e che magari quella domanda l’aveva inoltrata un anno e mezzo fa. Cose di questo genere. [Il post è volutamente tronco e finisce così senza “lieto fine”, anche perché non credo ce ne sia uno].