Primarie coalizione Pd. Azuni scioglie le riserve

Il numero dei candidati alle primarie di coalizione per la carica di sindaco di Roma sale: la consigliera di Sel esce allo scoperto e annuncia la sua candidatura.


“Sono l’unica consigliera, nonché capogruppo di Sinistra Ecologia Libertà, che partecipa alle primarie: conosco la macchina da dentro, le criticità e i suoi bisogni”. Così la consigliera uscente Azuni , durante la conferenza stampa convocata nella giornata di ieri, scioglie ogni riserva e si candida ufficialmente alla “porpora” di sindaco di Roma Capitale.

La sala della conferenza stampa, convocata dalla consigliera comunale uscente, era gremita di associazioni e rappresentanti di cittadini, donne, collettivi: quelle stesse associazioni e coordinamenti di cittadini che circa tre settimane fa chiedevano la sua candidatura alla Casa Internazionale delle Donne . “ Perché non una donna sindaco di Roma? ”, così le donne si sono mobilitate ed hanno cominciato a raccogliere firme su firme che si sono poi tradotte nella candidatura per le primarie del centro sinistra romano. Gli interventi della società civile si sono alternati a quelli di candidati come Simonetta Salacone , Giuliana Sgrena ed Elettra Deiana che hanno sostenuto la candidata donna nella sua corsa a sindaco di Roma.
Presente anche Francesca Koch della Casa internazionale delle donne, Gabriella Maggiulli dell’associazione Bibli, Fabrizio Bartoccioni di Vertical – Fondazione Italiana per la cura della paralisi, Roberto Costanzi dell’Associazione malati di reni, Cesare De Blasio del C.d.Q. Piccoli proprietari P.P. Nucleo “O” n. 51 “Infernetto – Macchione” e Francesco Marchizza del Comitato Promotore Parco della Cellulosa.

La consigliera uscente è passata all’attacco della presente giunta tuonando contro il sindaco Alemanno: “ Roma non ha più bisogno di promesse , di logiche clientelari e di scandali, ma di etica e di persone competenti che si assumano precise responsabilità per il bene comune e che agiscano per la legalità, la sicurezza e contro tutte le mafie”.
Stilettate su stilettate alla giunta di centrodestra dal momento che, il compito della nuova giunta secondo l’Azuni sarà “ spostare l’attenzione dai poteri forti al sistema dei diritti : servizi sociali e alla persona, ai diritti civili, al lavoro, alla casa, alla salute, all’istruzione, alle opportunità per le donne e per i giovani, alle politiche ambientali e di valorizzazioni di una nuova Roma”. Tornare allo “spirito e rendere reale il sogno interrotto di Luigi Petroselli , il più grande e umano sindaco di Roma”, così chiosa la consigliera uscente.

Il primo scoglio da superare, come già detto, sono le primarie dal momento che i candidati iniziano ad essere un numero importante: la candidatura della Azuni si va ad aggiungere a quelle di Nieri (Sel), Sassoli (Pd), Marroni (Pd), Prestipino(Pd), Gentiloni(Pd), Bianchi e Di Tommaso (Psi).

Primarie centrosinistra per la candidatura a Sindaco di Roma: il punto dopo quattro mesi di nomi – Oltremedianews.com

Di candidati e candidature, di nomi che si impongono e di altri che tweettano, di uomini giusti per Roma e di donne che chiedono candidature.
Punto della situazione sulle primarie del centrosinistra romano. 

C’erano tempi in cui la certezza imperava in casa PD, tempi in cui c’era il candidato forte per Roma, in cui il nome del presidente della Provincia Nicola Zingaretti era sulla bocca di tutti. Già da parecchio, ormai, si dava per scontata la sua candidatura. Ma è proprio quando qualcosa si dà per scontato che accade qualcos’altro che rimette tutto in discussione. In questo caso, il fattore che ha fatto inceppare la “macchina della certezza” sono state le dimissioni di Renata Polverini.

Ad ottobre, dunque, iniziava il totonomi per la candidatura a sindaco nella tornata elettorale interna al centro sinistra di Roma, dopo che era stata archiviata la candidatura di Zingaretti, oramai quotato in Regione Lazio.
Ad aprire le danze era stato David Sassoli, già telegiornalista del Tg1 ed europarlamentare in quota Partito Democratico.
“Bisogna essere disposti ad accettare chi vince”, affermava a metà ottobre Sassoli, dato che mentre si imponeva come candidato alle primarie un altro nome entrava a far parte della lista: Umberto Marroni. 

All’interno del Campidoglio il Partito Democratico iniziava a prendere le parti di uno e dell’altro e il consigliere Ozzimo affermava: “Il prossimo sindaco deve essere una persona con una forte esperienza, deve conoscere la macchina amministrativa alla perfezione e deve aver svolto un percorso al suo interno”.
L’on. Monica Cirinnà faceva eco ad Ozzimo affermando come Marroni rispondesse perfettamente all’identikit tracciato dal suo collega. 

Poi arrivavano altre candidature: Mario Adinolfi si candidava con un “tweet” e affermava di voler fare di Roma “una città sinonimo di futuro”; Patrizia Prestipino, ex consigliere del XII municipio ed assessore alle politiche dello sport e del turismo, tappezzava la Capitale di manifesti con lo slogan “L’uomo giusto per Roma”; in ultimo, Gentiloni era il candidato che, parafrasando il sito di “huffingtonpost.it”, poteva portare equilibro tra le sfere ex Margherita e componenti ex Ds. 

Inoltre c’erano, e ci sono il giovane candidato dello PSI Mattia di Tommaso e, in quota Sinistra Ecologia Libertà, Luigi Nieri.
Nel frattempo è passata molta acqua sotto ai ponti: Adinolfi ha lasciato il Partito Democratico per per aderire al progetto del premier-tecnico uscente “Scelta Civica – con Monti”; il nome di Marroni, assieme a quello di Gasbarra, è quasi del tutto tramontato per far posto ad un più certo Gentiloni e, last but not least, in casa Sel anche Massimiliano Smeriglio, lanciato verso la Camera, abbandona la corsa per la “porpora” di Roma Capitale. 

Tutti uomini, soltanto una donna candidata nel centrosinistra e quindi ecco la nascita spontanea di un comitato che ha raccolto già 395 firme a sostegno della candidatura di Gemma Azuni a Sindaco di Roma.
Nell’iniziativa “L’Etica in politica” svoltasi il 5 gennaio scorso, promossa dalla stessa Azuni per rendicontare coram populo il suo incarico istituzionale in Assemblea Capitolina, il comitato che chiede la candidatura del consigliere in quota Sel è uscito allo scoperto.
In una nota la stessa Azuni scriverà poi che l’entusiasmo e la partecipazione che ha condiviso con i presenti all’iniziativa le hanno dato forza per continuare nella “battaglia politica che ben potrei condurre alla Regione dove la mia competenza porterebbe ad occuparmi dei servizi alla persona, di quelli sociali, di ambiente, della salute dei cittadini e delle donne”. 

Le stesse donne che ora chiedono una sua candidatura a Sindaco di Roma: “È anche una battaglia dell’altra metà del cielo. Perché non una donna Sindaco di Roma?”

Auguri non necessari al territorio resistente

Di gruppi municipali nuovi e vecchi, di primarie di coalizione e presidenti che si candidano, di municipio ingestibile e mai gestito, di un presidente municipale (Lorenzotti) che dopo il nome deve specificare l’incarico  nei manifesti di auguri (perché non tutti potrebbero conoscerlo).


La giunta municipale dell’ottavo è deflagrata completamente: la data dell’inizio della fine è il 25 ottobre  quando il presidente Lorenzotti, prima di essere sfiduciato, si dimette. Tralasciando il dato che la sfiducia, poi, verrà ritirata. Ma quello è un altro discorso. Circa una settimana prima, invece, il minisindaco dell’ottava circoscrizione aveva dovuto dare l’infausta notizia delle dimissioni del vicepresidente ed assessore Ezio D’Angelo coinvolto nell’affaire Piccolo.Lo stesso D’Angelo, insieme al consigliere Madama, ora danno notizia della loro adesione allo Psi (Partito Socialista Italiano).

Nel frattempo – dopo l’inchiesta di Report che riguardava il patrimonio immobiliare del partito di Antonio Di Pietro – il consigliere Rossi (Italia dei Valori) aderisce al neonato movimento Diritti e Libertà, nato dalla dipartita del gruppo vicino all’on. Donadi e al sen. Pedica.

L’oramai ex coordinatore municipale Marco Argenti, invece, si candida alle primarie di coalizione del centrosinistra con la neonata lista civica Partecipazione Attiva. Se nel centrodestra municipale c’è chi approda al gruppo misto per qualche ora come Dari (PdL) e chi presenta certificati medici in occasione di una sfiducia qualsiasi come Villino (Udc), nel centrosinistra il nodo da sciogliere sono le primarie. Candidati del Partito Democratico saranno Cremonesi e Scipioni, Argenti per Partecipazione Attiva e l’attuale presidente del municipio VII Roberto Mastrantonio, in quota Sinistra ecologia libertà. Lo stesso presidente della circoscrizione settima conferma con un tweet: “è una grossa responsabilità ma sono pronto!”

In tutto questo, in un anno nero per il centrodestra della circoscrizione fanalino-di-coda di Roma Capitale, il minisindaco Lorenzotti tappezza le consolari del municipio con manifesti del Pdl locale che lo ritraggono vicino alla scritta “buone feste”.
Niente di strano se non fosse che il Presidente della circoscrizione in persona abbia stampato i manifesti precisando di essere il presidente dell’ottavo municipio.

La scritta sembra passare inosservata: è tra parentesi e in piccolo, vicino la foto del minisindaco. Non ci sarebbe niente di male se non la specificazione in sé: ultimo atto di un percorso politico totalmente disastroso e fallimentare che ha portato il presidente dell’ottava circoscrizione a firmarsi precisando l’incarico sui manifesti affissi. La reazione dell’opposizione extraparlamentare monta scherzosa con Roberto Catracchia (FdS) che commenta ridendo: “La cittadinanza ne aveva veramente bisogno di questi auguri? Servivano davvero?” come a dire “come avremmo fatto senza!”. Mentre Marco Argenti afferma: “Tutti i soldi spesi per degli inutili manifesti sarebbero dovuti andare alle famiglie che dormono nella sala cinema dell’ottavo municipio (gli sgomberati delle occupazioni di Action dei giorni scorsi a Ponte di Nona nda). E’ bello sapere, poi, – chiosa Argenti – che 4 anni e 11 mesi di (non)governo hanno portato il presidente del municipio a firmarsi sui manifesti: il presidente si sarà finalmente reso conto che più del 40%dei cittadini non lo conosce. Questa campagna elettorale sarà una liberazione!”.

L'ultima chiamata alle urne prima del default

Articolo pubblicato su ilmanifesto del 27 dicembre 2012
La lunga intervista a Massimo Bordignon col nome di Europa la casa comune in fiamme (il Mulino pp. 122, euro 10) comincia con l’analizzare la crisi che sta subendo il «sistema Europa» e i paesi che lo compongono. 
Termini e espressioni come spread, bund, agenzia di rating sono entrati prepotentemente nel lessico delle discussioni comuni grazie/a causa dell’ampia diffusione che i media hanno dato a questi termini, legandoli sempre più al processo di «unificazione politica» del vecchio continente. Andare a ritroso di tale processo è uno dei compiti di questo libro, anche se l’autore sottolinea spesso che occorre indagare il ridisegno della geografia politica dell’Europa causato dalla crisi economica. Alla domanda riguardante gli effetti della crisi finanziaria degli Stati Uniti, della «crisi di fiducia» che sta attraversando l’Europa mettendo in discussione la moneta unica, Bordignon risponde infatti che: «La crisi europea degli ultimi anni è una crisi di natura istituzionale, più che economica. È dovuta a mutamenti che rendono la tradizionale struttura della sovranità  non più in grado di adeguarsi ai ritmi e alle turbolenze della finanza globale. Il problema è che ancora non è emerso un nuovo equilibrio». Significativo è anche il fatto il primo capitolo di questo piccolo volume azzurro si chiami appunto «Alla ricerca di un nuovo equilibrio».
«Abbiamo bisogno di strutture sovranazionali legittimate, in grado di far fronte a una situazione economica che sta cambiando rapidamente e che produce conflitti», afferma Bordignon, che non crede alla «tecnocrazia» coem sostituitivo della politica, poiché bisogna «tornare a fare politica e ad affrontare il problema della legittimità  politica delle istituzioni europee». Nonostante tutto è lo stesso docente che indica in Mario Monti ha le caratteristiche del politico italiano del «futuro», anche se riconosce che non è stato legittimato da elezioni in quanto imposto dal Presidente della Repubblica.
La difficoltà , comunque, nella ricerca del «nuovo equilibrio», sta anche nel fatto che i paesi che compongono l’Unione Europea non hanno voluto cedere «quote di sovranità » alla stessa Unione. Proprio per questo, secondo il docente di Scienza delle Finanze all’Università  Cattolica di Milano, gli strumenti di governance messi in campo affannosamente negli ultimi due anni soffrono di un pesante deficit democratico: manca una struttura sovrastatale pienamente legittimata. Tale mancanza porta le popolazioni dei paesi del sud dell’Europa, non solo quelle della Grecia, a rifiutare i diktat di altri stati o imposti dalla cosiddetta troika (Fmi, Bce, Commissione europea) giacché non legittimati.
Il primo atto da compiere, per avviare l’Europa sul cammino dell’unione politica, è l’elezione diretta del presidente della Commissione Europea che si trascini una «campagna elettorale pan-europea con candidati che si confrontano su piattaforme elettorali diverse» ma che «farebbe moltissimo per migliorare la percezione di legittimità  democratica dell’Unione da parte dei cittadini europei». Altro passo importante del volume è quello riguardante il fiscal compact, tema che ha infiammato, e sta continuando a farlo, il dibattito politico nazionale.
Per Bordignon il fiscal compact non rappresenta la «soluzione dei problemi europei», ma «per noi è praticamente imposto dalle circostanze: non potremmo fare diversamente neanche se lo volessimo». 
Bordignon affronta in concreto la questione dell’«equilibrio di bilancio», solo dopo un lungo discorso in cui afferma: «Insomma, il problema del fiscal compact non è che l’abbiamo adottato noi ma che l’ha adottato anche la Germania», poiché il suo effetto negativo «è quello di non costringerci a politiche recessive ma spinge altri paesi in migliori condizioni ad adottare le stesse politiche rendendo la nostra situazione più difficile».
Scrivere intorno alla crisi istituzionale ed economica che sta attraversando l’Europa e analizzarne le cause significa, per dirla con le parole dell’autore, che il sistema-europa deve «fare passi molto rapidi e molto chiari in direzione di una forte integrazione politica, oppure l’Unione monetaria è destinata a rompersi».

“La classe operaia va in paradiso”. Azuni-Cirinnà: medaglia d’oro al valor civile per Isabella Viola.

Ad un mese dalla morte di Isabella Viola, lavoratrice e madre di Torvaianica, le uniche due donne dell’opposizione presenti in Assemblea capitolina si mobilitano per ottenere riconoscimenti istituzionali in sua memoria.


Un mese esatto fa, Roma è stata segnata dalla morte di Isabella Viola che, a 34 anni, madre di 4 figli, si accascia sulla banchina della linea A della metropolitana all’altezza della stazione Termini. Abitava a Torvaianica, si svegliava alle 4 di mattina per prendere la corriera per Roma e diversi autobus per raggiungere il bar in cui lavorava, in via Nocera Umbra. Era il 18 Novembre quando la donna moriva per un malore.

Non si sentiva bene da diverso tempo ma aveva continuato a lavorare e in quella domenica di metà novembre aveva chiamato una collega per dirle che stava per arrivare: erano le 7 del mattino, circa. Durante quella mattina di lei non si è saputo più niente ma un dipendente dell’Atac che frequentava il bar in via Nocera Umbra, aveva capito che la ragazza morta era la Isabella del bar. 
Cinquantacinque euro, questa la cifra della retribuzione giornaliera della “regina di Torvaianica”, come l’aveva chiamata il marito Alessandro. “Non aveva contratto, se stava male andava a lavoro lo stesso altrimenti non la pagavano”, affermava il marito in un articolo del 5 dicembre del quotidiano “Il Messaggero”.

In tutto questo le istituzioni cittadine sono rimaste silenziose, eccezion fatta per due mozioni: la prima è stata presentata dall’on. Vigna (Alleanza per l’Italia) con cui i consiglieri di Roma si impegnavano a devolvere, ai quattro figli di Isabella Viola, la somma equivalente al gettone di presenza percepito in occasione della seduta dell’Assemblea Capitolina; la seconda è stata presentata dalle uniche due donne dell’opposizione capitolina: Monica Cirinnà (Partito Democratico) e Gemma Azuni (Gruppo misto – Sinistra ecologia libertà).
Le due consigliere chiedevano al Sindaco di Roma, tramite la mozione (approvata nda), di “attivarsi presso le competenti autorità” perché “il Presidente della Repubblica conferisca, alla memoria della signora Isabella, la medaglia d’oro al valor civile”. In una nota congiunta Azuni-Cirinnà si legge che tale riconoscimento: “Sarebbe un modo per riconoscere lo straordinario sacrificio che questa donna compiva ogni giorno per sostenere la sua famiglia che ora si trova ad essere privata di qualsiasi forma di reddito”.

Sarebbe anche un’occasione per dimostrare la solidarietà e vicinanza delle istituzioni a tutte quelle persone che, ogni giorno con il loro unico reddito, sostengono la propria famiglia a prezzo di grandi disagi, spesso per stipendi miseri e senza la sicurezza di mantenere il posto di lavoro”.

Metro C stop ai lavori, mancano i soldi.

La Metro C rischia lo stop. Ieri i lavoratori sono scesi in piazza per manifestare la loro preoccupazione per la mancanza dei fondi con i quali continuare la realizzazione del progetto quantomeno sino al Colosseo. Così la nuova linea rischia di diventare la più grande incompiuta d’Europa.


Doveva essere la linea che avrebbe collegato l’estrema periferia est di Roma ai quartieri della Roma bene nel quadrante ovest. Doveva essere “l’infrastruttura più avanzata d’Europa”, come era stata battezzata da Gianni Alemanno, quella che avrebbe mandato in pensione il fatiscente trenino della casilina che ancora oggi coi suoi binari intasa l’arteria consolare.

E invece la metro C rischia di essere l’emblema del fallimento di tutte le politiche infrastrutturali condotte negli ultimi anni a Roma, soprattutto quelle che riguardano la mobilità. La notizia è dei giorni scorsi, i lavori della nuova linea metropolitana romana saranno bloccati, causa mancanza fondi. A determinare lo stop ci sarebbe il ritardo nello stanziamento degli 800milioni che servirebbero per completare la tratta San Giovanni-Colosseo, già abbondantemente cantierizzata. I soldi dovrebbero provenire dal Cipe, che in realtà vi ha già provveduto in settembre, salvo poi ritardare l’autorizzazione per la prosecuzione dei lavori. Per non parlare di ciò che sarà della restante parte del progetto, che originariamente doveva arrivare sino alla Farnesina.

Ma a parte gli intoppi burocratici a rischio è addirittura il completamento della prima tratta. Qui, pur essendo i lavori già terminati, il problema sarebbe il contenzioso fra Comune e società appaltatrici le quali vanterebbero nei confronti dell’amministrazione capitolina un credito di 157milioni di euro. La somma sarebbe infatti maturata a seguito delle modifiche fatte al progetto originario a causa delle norme antisismiche approvate dopo il terremoto dell’Aquila e in conseguenza dei i maggiori costi per lo smaltimento delle terre di scavo. Soldi che il Campidoglio non può direttamente stanziare data la mancanza di disponibilità nel bilancio, e quindi il sindaco Alemanno si è visto costretto a richiedere un mutuo, in attesa del quale, prosegue la situazione di stallo.

Lo stato delle cose dunque dice che c’è una tratta quasi completata, quella che va dalla Borghesiana fino a San Giovanni, che però non sarà terminata – a detta del consorzio delle ditte appaltatrici “Metro C” – finché non saranno pagati quei 157milioni che sostanzialmente le imprese hanno anticipato. C’è una seconda tratta, quella tra San Giovanni e il Colosseo che è cantierizzata ma per la quale si attendono gli 800milioni del Cipe, ce ne è una terza, la più utile, che, stando così i fatti, non sarà mai nemmeno cominciata.

Intanto ieri i 1200 operai impiegati nei cantieri della grande opera sono scesi in piazza per manifestare la loro preoccupazione. “La nuova tratta e’ finanziata ma non ancora contrattualizzata – spiegano i sindacati – Roma Metropolitane ha presentato una bozza di contratto a Metro C, che pero’ sta valutando e tergiversando perche’ aspetta per l’appunto i soldi pregressi. Dobbiamo avere dei tempi certi – e’ l’appello dei sindacati – se non altro per avviare le procedure di ammortizzatori sociali in attesa della ripresa dei lavori. Tempi che non ci sono stati dati. Stando cosi’ le cose alzeremo il livello, ci rivolgeremo al ministero dell’Economia, non si puo’ perdere il posto di lavoro per l’inefficienza degli amministratori”.

Vie di fuga per i rifugiati ecologici

«Fare pace con la terra è un imperativo per la sopravvivenza e la
libertà». Vandana Shiva inizia così il suo percorso di oltre duecento
pagine in difesa dell’ecosistema, evitando il più possibile ogni
tentazione retorica per dare forza alla sua critica verso un modello di
sviluppo che mette a rischio la stessa sopravvivenza della specie umana
(Fare pace con la terra, Feltrinelli, pp. 288, euro 18). Nelle prime
pagine si può infatti leggere: «Il petrolio è diventato metafora e
termine di paragone per tutte le risorse nel mondo della globalizzazione
delle multinazionali, mentre le guerre e la militarizzazione sono lo
strumento essenziale per il monopolio delle risorse vitali. (…) Tutte
le risorse naturali essenziali del pianeta, che sostengono la delicata
trama della vita, sono in via di privatizzazione e di
commercializzazione ad opera delle corporations».
L’autrice usa
parole dure contro i responsabili della guerra mossa alla Madre Terra,
ma invita anche a trovare le forme per uscire dal dominante regime di
«eco-apartheid» che tiene in scacco l’intero pianeta. Tutto questo fa
scaturire una riflessione riguardo il collocamento e il ruolo
dell’ambientalismo in Italia: alcuni partiti possono anche dichiararsi
apertamente ambientalisti, possono scrivere la parola «ecologia» sul
simbolo rotondo che verrà segnato dalla matita elettorale ma «il verde,
che dovrebbe essere il colore della vita e della biosfera, è sempre più
spesso sinonimo di mercato e denaro. L’economia verde potrebbe diventare
la forma suprema di mercificazione del pianeta». Le sue parole
diventano «stilettate» se si guarda criticamente al comportamento dei
«grunen» tedeschi, sostenitori di un governo che solo con molta fantasia
e immaginazione può essere definito «amico della terra», nonostante i
passi in avanti della Germania riguardo le energie rinnovabili. Vandana
Shiva non fa tuttavia riferimento a questo o a quel partito. Esplicita è
invece la sua polemica verso la «green economy», cioè quell’insieme di
proposte che persegue la mercificazione della vita sociale mascherandola
con la retorica dello sviluppo sostenibile. Da qui l’invito alla
riappropriazione della terra, piantando quei semi che le multinazionali
hanno già brevettato, privatizzandoli. «La più grande sfida che dobbiamo
fronteggiare oggi – scrive la teorica ambientalista – è quello che ho
chiamato la rapina dei nostri beni comuni da parte delle
multinazionali». Come a dire che il sistema capitalista uccide due
volte: riduce a mero numero la persona umana e a «quantità» l’ambiente
che circonda i «numeri».
Sradicare dunque l’attuale sistema economico
in favore di uno più solidale nei confronti della terra, dell’uomo e
del suo lavoro.
Temi già ampiamente affrontati da Vandana Shiva in
altri saggi e scritti. Quello che colpisce è proprio l’uso quasi
ossessivo del concetto di «bene comune», da sempre usato da minoranze
intellettuali e divenuto invece parola d’ordine di vasti movimenti
sociali, compresi quelli italiani dopo l’esperienza referendaria contro
la privatizzazione dell’acqua e il nucleare e stella polare dei
promotori del «Soggetto Politico Nuovo» di Alba.
Non è solo
l’ambiente e la «rivoluzione ecologista» il filo rosso in questo volume.
L’attivista indiana affronta infatti anche la crisi economica, facendo
riferimento alla migrazione di popoli in altri continenti e paesi
portando l’esempio del Nafta (accordo nordamericano per il libero
scambio) che ha quasi distrutto l’agricoltura messicana.
Vandana
Shiva, parla diffusamente dei contadini messicani per introdurre la
violenta esperienza di miliardi di uomini ridotti a «rifugiati
ecologici». Dopo l’espropriazione dei loro diritti civili e politici,
sono stati espropriati del loro bene primario: la terra.
Ecco quindi
che l’ambientalismo, l’ecologia si collegano alle migrazioni dei popoli
su cui «le forze razziste e fasciste sono pronte a lucrare, spingendo i
cittadini a credere che i migranti siano la causa della loro
disoccupazione e dell’insicurezza economica, distogliendo l’attenzione
dalle strutture economiche che favoriscono le multinazionali a danno
delle popolazioni e del pianeta».
Entrando nel vivo dei comportamenti
che l’uomo deve tenere con la Madre Terra, snocciolando numeri,
rapporti internazionali, biodiversità e sdoganando decaloghi per fare in
modo che si possa fare «pace»con la Terra, Vandana Shiva spiega infine
la sua idea di «verde»: un modo di vita solidale e conviviale che fugge
le sirene del consumismo. Una proposta sideralmente lontana da quanto
sostengono molti partiti che si definiscono «verdi».

Uno sterminio assolto da cronaca familiare

«Il torto del soldato è la sconfitta. La vittoria gli giustifica tutto.
Gli Alleati hanno commesso contro la Germania crimini di guerra assolti
dal trionfo». Se vinco io i miei crimini sono giustificati dall’aver
vinto, se perdo mi si ritorce contro ogni cosa. Così dice il padre della
ragazza, voce narrante della seconda parte del romanzo di Erri de Luca
Il torto del soldato (Feltrinelli, pp. 96, euro 11). Un piccolo, grande
romanzo che ruota attorno a un rapporto di affetto filiale scosso però
dalla Storia che irrompe nella vita apparentemente normale di un anziano
uomo e della sua figlia, che decide di prendersi cura di lui, non
volendo però conoscere il passato nazista del padre. Per lei, infatti,
la gravità dei crimini commessi dal genitore non mette in ombra
l’affetto e l’amore che sente per lui.
La ragazza vuole solo scrivere
una storia personale, che nel suo svolgersi qualche volta si
interrompe: digressioni, riflessioni intime che si chiudono con un
«chiedo scusa della digressione» molto poco formale. Come scrive nelle
prime righe che introducono la seconda parte del volume, reale inizio
della vicenda, sono in realtà una tenerissima confessione: «Scrivere per
me è calzare scarpe con i tacchi a spillo. Vado piano, ondeggio e mi
stanco presto. So che m’interromperò spesso».
Nel libro si parla di
come è stata soffocata la rivolta nel ghetto di Varsavia e di come i
nazisti chiamassero «puro» ogni pezzo di territorio dopo aver cacciato,
ucciso, sterminato gli abitanti ebrei. Ma brani interi sono dedicati
alle pratiche correnti, ordinarie dell’oppressione nazista. In questo
romanzo, tuttavia, Erri De Luca ha voluto porre sotto la lente di
ingrandimento l’ossessione per la sconfitta del criminale di guerra
sfuggito alla cattura e divenuto un postino che, nel suo ultimo giorno
di lavoro, riceve in regalo il libro della kabbalà ebraica. Quella sarà
la sua ossessione: cercare attraverso quel volume le ragioni della
sconfitta tedesca. Possiede occhi solo per la kabbalà e testa solo per
poter affermare che il suo torto è stato di essere sconfitto,
concludendo sempre i suoi ragionamenti con un «è la pura verità» che
lascia poco spazio a obiezioni.
Nel ripercorre il suo rapporto col
padre, la ragazza fa appello alla memoria e evoca molti episodi della
sua infanzia, tra cui una vacanza ad Ischia, dove ha incontrato un
ragazzo sordo-muto molto più grande di lei che però le ha insegnato a
nuotare. Era tenero, quel ragazzo, possedeva una dolcezza rara per la
quale si distingueva da ogni altro essere umano. Proprio quel ragazzo
che le sfiorava la pancia per farla mantenere a galla ad Ischia, aveva
ritrovato, o meglio, crede di averlo ritrovato in Trentino, dove era
andata per un’altra normalissima vacanza. Non sapeva che
quell’appuntamento con il giovane era stato prescritto al padre dalla
kabbalà.
Ha ritrovato il viso, il sorriso e i gesti di quel ragazzo
in un signore molto più grande di lei. Aveva notato che possedeva dei
fogli scritti in yiddish; anche il padre ci aveva fatto caso e si era
irrigidito. «Non mi prenderanno vivo. Ne hanno catturati mille di noi,
ma non farò la fine di una foglia d’autunno che si arrende», pensa tra
sé e sé il padre, che crede di essere stato scoperto da quell’uomo
quando aveva pronunciato la èmet, «uno di loro».
Usciti di fretta,
padre e figlia se ne vanno in macchina. Ma il vecchio nazista continua a
ripetere di non volere essere catturato; lei invece vuole ancora vivere
e così si butta dal finestrino della macchina mentre l’anziano padre
plana con la sua macchina sui verdi campi del Trentino come fosse un
aeroplano. Da quel momento in poi, la storia è riavvolta come un nastro.
Il filo conduttore saranno quei fogli scritti in yiddish, che
scandiscono una quotidianità sul filo della memoria. E del dolore.

Una lenta morte per gli invisibili dei nostri giorni

Articolo apparso su ilmanifesto del 19 maggio 2012

Dieci autori del mondo politico e culturale per raccontare il lavoro al giorno d’oggi, dieci racconti per mostrare cosa vuol dire «lavoro» in Italia e in Europa. Argomento controverso, discusso ma mai compreso pienamente dalla classe politica attuale che ha portato il mondo del lavoro alla situazione di stato comatoso e vegetativo, dal punto di vista politico, in cui versa in questo momento. Imperversa il lavoro nero ed affanna il lavoro regolarmente denunciato, annaspa il lavoro a tempo «indeterminato» ed è sempre più in voga il contratto «a tempo» o addirittura il lavoro senza retribuzione. Leggendo il volume collettivo Lavoro Vivo (Edizioni Alegre, pp. 192, euro 14) colpiscono in particolare i racconti di Carlo Lucarelli, Gianfranco Bettin e Stefano Tassinari, lo scrittore e intellettuale militante morto la scorsa settimana. Tassinari scrive del «ricordo amaro di un’assenza» (il titolo del suo racconto) e dell’attesa di un’espressione che non vorrebbe sentire «non c’è più niente da fare», quasi da film. Un padre che se ne sta seduto a fianco al letto del figlio, pieno di fili, tubi, cavi e mascherine, un padre che ripensa al perchè il figlio si era deciso ad entrare in cantiere: «per seguire quel maledetto esempio» ovvero quello dei suoi genitori che studiavano e si pagavano gli studi. Ci vuole troppo tempo per montare un’impalcatura, bisogna impiegare poco tempo per finire il lavoro e quindi niente casco perchè «non c’è bisogno di protezioni se uno sa fare bene il suo mestiere», come dice l’ingegner Bevazzi, nel racconto di Carlo Lucarelli. Spietato Lucarelli nel raccontare ciò che succede al protagonista, alla moglie e a Domenico, ex-fidanzato della moglie defunto a causa di un incidente sul lavoro. Vengono in mente le parole della canzone «Era bello il mio ragazzo» di Anna Identici, a leggere questi racconti, vengono in mente le situazioni: «Sono grande ormai lo vedi prendo il posto di mio padre/ son capace a lavorare/ non ti devi preoccupare/ Era stanco il mio ragazzo in quel letto di ospedale/ma mi disse: “Non fa niente, solo un piccolo incidente/quando si lavora sodo non c’e’ soldi da buttare/non puoi metter troppa cura per far su l’impalcatura”. /Era bello il mio ragazzo col vestito della festa/ l’ ho sentito tutto mio, mentre gli dicevo addio». «Devo dirti una cosa», questo il titolo del racconto di Lucarelli, è una storia che si dipana pagina dopo pagina, mentre sale l’ansia: un sindacalsita giovanissimo si sta occupando di morti bianche e riprende in mano il caso di Domenico, l’ex-fidanzato della moglie del protagonista. Lo esamina: è un caso strano, sembra quasi che Domenico, o «lo Scirò» come lo chiama il giovane sindacalista dandogli il cognome, sia morto su quella Vespa perchè c’era stato appositamente messo. Era andato a casa del protagonista di cui Lucarelli non fornisce il nome e dalla moglie Maria che al solo sentire il nome «Domenico Scirò» non ha capito niente e quando il marito è poi rientrato a casa gli aveva detto che era passato «un ragazzo del sindacato» che aveva «parlato per mezz’ora ma non ho sentito niente». Maria, sommersa dai ricordi e dalle parole del praticante-sindacalista non riesce ad essere serena. Qui scatta la codardia e la viltà che vuole mettere in luce Lucarelli: l’attuale marito aveva visto la morte di Domenico in cantiere. Bevazzi, il padroncino, lo prende da parte e dice di caricare lo Scirò sulla Vespa. Passa una vita intera davanti gli occhi del marito di Maria in quel momento: «Secondo giorno. Diciannove anni. Perdere il lavoro. È già morto». Accoglie le parole del padrone. Sono passati tanti anni ma quando è troppo e la misura è colma torna a casa tremando, piangendo e, mentre inserisce la chiave nella toppa della porta di casa, pensa a cosa dire e a cosa ha tenuto nascosto per anni, solo per quel sorriso che lo ha fatto e lo sta facendo innamorare a distanza di tempo: «Maria…..Devo dirti una cosa». Tenere in un angolo la verità per proseguire con la vita «normale» certo, è un pensiero nobile, ma non se poi tutto rema contro il proprio intento. Il lavoro dei manovali, degli edili che cadono dalle impalcature perchè «ci vuole troppo tempo per montarle» è simile al lavoro nero dei «bangla» a Marghera descritto da Bettin. Uomini venuti da paesi lontani, che si piantano chiodi nei palmi delle mani o che vengono ritrovati morti dalla Polizia a mare o nei canali di scolo senza identità. È un nuovo esercito marchiato a sangue da una nuova concezione del lavoro, che lo scrittore non ama e che denuncia: il lavoro non è più sinonimo di dignità; puoi perderlo p se accade l’irreparabile, è pur sempre una morte senza identità. La morte di un «x» qualunque.

Il sogno svanito di una chiesa solidale

Articolo pubblicato su ilmanifesto del 2 marzo 2012

L’idea di una chiesa cattolica, di un clero progressista – in tutte le sfaccettature del termine – è un’idea che sembra non aver mai sfiorato gli uomini religiosi. In realtà nel romanzo di Jennifer Haigh I sospiri degli angeli (Marco Tropea, pp. 302, euro 17,50) Artur, chiamato col nomignolo di Art dalla sorella-narratrice, ha un’idea fortemente progressista: avrebbe voluto vedere una chiesa al passo con i tempi, una chiesa che si adattasse e calzasse come un guanto le sue istanze di quattordicenne appena entrato in seminario a Boston. Per un ragazzo non di città ma di una piccola cittadina come Grantham, Boston era quasi un miraggio. Il sogno della grande città però si scontra subito con la dura realtà di una chiesa fortemente gerarchica e conservatrice che del progressismo e della modernità non sapeva proprio cosa farsene. Art o Padre Breen si è sempre sentito come un pesce fuor d’acqua nella città dove ha vissuto. Per fede o per uscire dai confini della piccola città decide di prendere i voti giovanissimo, a quattordici anni. Peregrina di parrocchia in parrocchia, si scontra con le autorità clericali bostoniane, intrattiene rapporti d’amicizia con i vari fedeli e specialmente con la cuoca del Sacro Cuore. Parlano spesso lui e Fran Conlon, gli fa conoscere sua figlia Kath e il suo nipotino Aidan. Egli diventerà, ad un certo punto, la sua unica ragione di vita: se lui è presente, Art è felice; se lo deve andare a prendere a scuola, il «piccolo» parroco di provincia è felice. Via con lo scandalo pedofilia, dunque, fulmine a ciel sereno per Art che viene allontanato dalla parrocchia il giorno prima del Venerdì santo e relegato in una sorta di case popolari per mariti divorziati e magari anche senza lavoro. Sgomento e preoccupazione assalgono Art, assalgono la sorella/narratrice che non poteva minimamente immaginare tutto quello che si imputava al fratello potesse essere reale. Le stesse sensazioni di ansia che non assalgono la famiglia del sacerdote che si chiude in se stessa, diventa introversa nei confronti di tutta Grantham, non avrà più contatti col mondo reale. Tra le pagine pesanti come macigni, per accuse, ansia e poca scorrevolezza, si dipana un mondo che non si potrebbe immaginare, una situazione difficile per la quale si potrebbe essere «coinvolti anche ingiustamente», sembra dire l’autrice. Così, tra Grantham, Boston, tra le periferie delle città che non si sentono metropoli ma ecosistemi a parte, tra il mito dell’Italia, di Roma, del clero Vaticano, si dipana la triste vicenda di Art., partito da una piccola città pensando che la chiesa potesse aiutare a costruire un mondo migliore. E finito a scoprire che quel mondo migliore era solo nella sua testa e non in quella della gerarchia ecclesiastica.