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| La democratica opposizione venezuelana. Democraticissima, come direbbe – parafrasandolo – De Sica a proposito dei delicatissimi fusilli della madre. |
Categoria: lindro.it
Venezuela for dummies
Da qualche anno a questa parte mi sono particolarmente interessato alla cosiddetta questione venezuelana. In Italia si ha una percezione completamente distorta di quello che è il sistema politico, economico e sociale del paese latinoamericano in questione.
Nel 31 marzo 2014 (dunque 3 anni fa) ho avuto modo di scrivere su Lindro.it un articolo abbastanza dettagliato che andava a destrutturare tutte le menzogne della propaganda occidentale e imperialista sul Venezuela riguardo le proteste e le guarimbas.
L’articolo risultò essere un po’ lungo, pertanto, alla luce di quanto accaduto recentemente, ho deciso di intraprendere lo stesso percorso che mi ha mosso tre anni fa strutturandolo tuttavia in maniera più snella.
Un Venezuela for dummies, per l’appunto, che mira a destrutturare 4 affermazioni tra le più comuni. Credenze, in questo caso. L’ultima, la quarta, è stata inserita all’ultimo per estrema necessità per contrastare le narrazioni tossiche di queste ore.
Prima affermazione:
«In Venezuela non ci sono elezioni. Se ci sono, sono controllate dal Governo»
La giornalista, nel servizio mandato in onda il 10 marzo 2013 alla morte di Hugo Chavez Frias e a tre giorni dalle elezioni che avrebbero eletto Presidente Nicolàs Maduro, affermò che quelle che si stavano per tenere nell’aprile del 2013 fossero le prime elezioni in 20 anni.
In realtà, di elezioni, nei vent’anni di Venezuela bolivariano, se ne sono tenute 19 di cui due perse dai chavistas. ‘El Paìs’, quotidiano spagnolo primo nella produzione di disinformazione riguardo il Venezuela, nei primi mesi del 2014 affermava come «Il Venezuela ormai non è un paese democratico». Peccato però che Salim Lamrani (Docente alla Sorbona di Parigi e all’Università di La Reunion) abbia affermato che «si siano svolte 19 consultazioni popolari dal 1998 e che i chavistas abbiano vinto 17 di queste elezioni che tutti gli organismi internazionali, dall’Organizzazione degli Stati Americani fino all’Unione Europea passando per il Centro Carter, hanno giudicato trasparenti». In realtà, molte municipalità delle regioni confinanti con la Colombia (come il Tàchira) sono governate dall’opposizione.
In questi giorni, dunque, in cui imperversa la propaganda pre e post Constituyente, spegnere la televisione è un atto rivoluzionario.
A tal proposito, TeleSur, mentre migliaia di persone andavano a votare per la Constituyente, forniva esempi di come le notizie venivano manipolate dalla stampa occidentale.
Seconda affermazione:
«Il Venezuela è una dittatura, non c’è democrazia»
L’era chavista si aprì con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, ovvero, far sì che i proventi dell’estrazione del petrolio venezuelano non finissero nelle mani delle varie Petrobras, Repsol etc etc andando a creare la società PDVSA (Petròleo de Venezuela SA). I profitti della nazionalizzazione del petrolio hanno fatto sì che si potessero avviare le misiones sociales, ovvero, le riforme sociali che ben conosciamo: assistenza sanitaria gratuita per tutti, costruzione di 1.700.000 (un milione e settecento mila) case popolari, accesso gratuito a scuola e università. Questo, solo per citare alcuni esempi. Nei primi anni del nuovo millennio, proprio a causa della prima ondata nazionalizzatrice, ci fu un golpe sostenuto dagli USA, per rovesciare il governo di Hugo Chavez e ripristinare lo status quo.
Terza affermazione
«La gente non ha accesso ai beni di prima necessità»
[…] In Italia abbiamo inserito il pareggio di bilancio in Costituzione che mette fuorilegge non solo le riforme strutturali, ma anche il keynesismo. La natura rapace e guerrafondaia del capitalismo non può consentire il benessere della popolazione perché ha bisogno di distruggere».
Quarta affermazione
«Maduro ha ordinato l’arresto di Leopoldo Lopez e dell’ex sindaco di Caracas senza alcuna motivazione»
«Il Tribunale Supremo di Giustizia venezuelano ha revocato gli arresti domiciliari e deciso per il ritorno al carcere degli oppositoriLeopoldo López e Antonio Ledezma per “non aver adempiuto alle condizioni imposte affinché si mantenessero gli arresti domiciliari”».
Leopoldo Lopez: Esponente politico di un’organizzazione interna alla MUD (opposizione venezuelana) è stato ripetutamente indagato e accusato per frode fiscale, corruzione e distrazione di fondi.
Lopez, in sostanza, è “un Berlusconi che non ce l’ha fatta”.
Sa terra sarda a su populu sardu
Articolo pubblicato su Lindro.it
Il giorno prima della ‘manifestada natzionale’ di Capo Frasca, Cristiano ci aveva portato alla presentazione del libro ‘Cella n.21‘ di Bainzu Piliu presso l’aula magna dell’Università di Sassari. Incuriositi, ovviamente, ci siamo andati di buon grado.
Il dibattito che s’era acceso non era di livello basso ed era estremamente interessante stare a sentire quello che dicevano i convenuti riguardo Bainzu, anche dopo ch’egli aveva preso la parola.
Non conoscevamo nulla di Piliu, se non qualcosa legato al carcere che aveva dovuto subire assieme ad un personaggio che, ora, è a dir poco folkloristico: Doddore Meloni.
Bainzu, dunque, ha partecipato alla manifestazione a Capo Frasca e, non casualmente, era sul nostro stesso pullman che da Sassari scendeva giù fino alla piccola frazione di Sant’Antonio di Santadi del comune di Arbus.
Questa che segue, dunque, è la conversazione, con Bainzu Piliu sulla via del ritorno dopo la ‘manifestada natzionale contra a s’ocupatzione militare’.
E’ positivo, è una cosa buona. È un passo ulteriore verso la presa di coscienza del popolo sardo. È un passo in avanti.
No, non ‘si può’: si deve andare oltre.
Il processo, per come la vedo io, è in atto da molto tempo. La gente, come puoi essere tu, come possono essere gli osservatori, vedono soltanto i gradini raggiunti ma non il percorso intermedio. Esso non lo possono vedere perché la sensibilizzazione avviene in modo tale che non tutto può essere percepito. Quindi voi vedete il risultato è un certo momento storico e, magari, fra dieci anni, fra un mese, potreste avere la sorpresa di vedere qualcosa che oggi non riuscite a prevedere. Non lo sa dire con precisione nessuno, in questo momento. Ma queste sono le sorprese che fa la storia.
Mi sembra che si stia irrobustendo. Non è certo in buona salute, ma sta migliorando.
Io ieri ho ripetuto quello che avevo detto al Presidente della Corte durante il processo di primo grado. Al Presidente della Corte ho detto: “sono una persona pacifica ma se qualcuno mi dà lo schiaffo lo restituisco, se qualcuno mi spara, sparo”. Io ho detto queste parole.
Questo nasce dalla mia personalità, dalla mia autoeducazione. Quando è possibile a me piace parlare chiaro e non sempre è possibile farlo perché bisogna riflettere sugli effetti che hanno le parole. Non tutti sono pronti a recepire certe parole certi concetti, per cui bisogna fare attenzione. Però, in quel caso lì, ho sempre voluto che risultasse chiaro che io sono una persona pacifica ma non sono una persona disposta a porgere l’altra guancia, mai. Questo doveva risultare chiaro, nonostante io sia perfettamente consapevole della mia debolezza: io non ho uomini, non ho soldi. Nulla. Soltanto me stesso. Siccome mi voglio rispettare, il fatto di reagire agli attacchi – nei limiti del possibile – è un modo per rispettarmi. Così come credo di non risultare in vendita, allo stesso modo.
Il compito nostro, per la verità, inizia già prima che ci blandiscano. Dopo non sappiamo cosa succede, perché prima che si arrivi a tagli le forze politiche italiane faranno il possibile per snervare il movimento. Faranno il possibile per criminalizzarlo, per intimidirlo. Faranno di tutto affinché un processo come questo abbia un blocco. Le cose ancora più serie avverranno quando si dovessero accorgere che una parte robusta del movimento non si piega e non riusciranno a piegarla. Allora, la faccenda diventerà molto più difficile. Questo perché è chiaro che, come in tutto il mondo, non c’è omogeneità e non ci sarà mai, all’interno del movimento: ci sarà una parte più combattiva, una parte più intelligente, politicamente parlando, ci saranno delle differenziazioni. Lo Stato italiano è molto più potente di quello che siamo noi. Esso ha a disposizione uomini intelligenti, mezzi finanziari, mezzi tecnici, ha tanti mezzi che noi non abbiamo. Che cosa può influire su questo discorso? Possono influire delle difficoltà interne allo Stato, che mettano in difficoltà i Governi nella loro azione nei nostri confronti. Possono influire situazioni di politica internazionale, può farlo l’animus pugnandi dei sardi, tanti elementi che non sono valutabili oggi. Oggi noi vediamo, malamente, quello che avviene in superficie ma noi non sappiamo cosa c’è oltre di essa, forse qualcuno di noi, che ha fatto dei sondaggi più approfonditi, o ha un acume maggiore, avrà visto qualcosa ma la maggior parte non ha visto nulla, ha visto qualche cosetta di quello che appare dai giornali, qualche manifestazione. Lo stesso appare anche per i servizi segreti italiani, che stanno cercando di capire: è il loro compito, come è quello nostro di non farglielo capire.
L’obiettivo finale sarebbe che il sardo – per il momento usiamo il termine generico – diventi la lingua ufficiale dello Stato sardo e che la lingua italiana sia una lingua ‘a lato’del Sardo per un periodo di tempo congruo. Anche perché non si può eliminare completamente una lingua: innanzitutto, i sardi non avrebbero nessun interesse a perdere l’italiano. Qualsiasi lingua straniera, o non straniera, tu conosca, è una ricchezza. Non solo: è anche un’arma. Se io non conoscessi sufficientemente la lingua italiana avrei maggiore difficoltà a difendermi e ad attaccare, io voglio usare la lingua italiana come strumento d’attacco e di difesa. Quindi, non ho interesse a perderla. Io, però, con i miei genitori non ho mai parlato italiano: ho parlato sempre in sardo. Le vicende storiche, per molte ragioni, stanno facendo perdere d’importanza la ‘limba sarda’ che è differenziata in vari dialetti. Ma nella Grecia antica non esisteva un solo greco: esistevano varie parlate greche e non mi turba il fatto che ci siano queste differenze, troveremo il modo, la soluzione. La cosa importante non è trovare una lingua unificata ma è che i sardi si convincano che devono essere orgogliosi di essere Sardi, di quello che hanno. Poi, ci metteremo d’accordo sulle pratiche da fare per quanto riguarda la lingua, intanto usiamola. Per iscritto e oralmente: in fondo, sono cose nostre..
Guarda, per alcune parti è impossibile avere una visione completa: ci sono alcune sezioni in cui non ci si può non capire nulla se non si entra nello spirito con il quale ho scritto il libro. Infatti, è successo questo ad un tuo collega al quale ho rifiutato l’intervista: a seguito di uno scambio di e-mail, dopo il quale avevo inteso che non aveva capito niente. E non era in grado di capire nulla..
Perché lui partiva con alcune idee preconcette e cercava di orientare l’intervista secondo il suo punto di vista ma non aveva neanche l’umiltà di leggere con attenzione quello che avevo scritto. Non aveva quest’umiltà e quindi era superficiale: questo libro non è stato scritto per gente superficiale ma pesando le parole, usano determinati vocaboli e secondo me ci vuole gente attenta, altrimenti non si capisce.
Nell’appendice fotografico del libro viene raffigurato un episodio interessante, curioso quantomeno, che descrivi anche nelle prime pagine di ‘Cella n.21’. Ti avranno già chiesto in moltissimi di raccontarlo, sto parlando di quando hai incontrato il Presidente della Repubblica Sandro Pertini in costume sardo.
Dunque, io ero Sindaco di Bulzi e, come tutti i indaci della provincia, sono stato invitato dal presidente della Repubblica. La procedura era questa: quando i sindaci, messi tutti uno dopo l’altro in fila, arrivavano davanti al Presidente, il Cerimoniere diceva, poniamo un caso: “le presento il sindaco di Buddusò”, rapida stretta di mano e via. Non sopportavo, veramente, questa cosa. Io ero andato vestito col costume di Bulzi e con, attaccata sopra, la tessera del Fronte per l’indipendenza.
Siccome avevo visto come andavano le cose con gli altri, avevo precedentemente preparato una lettera da consegnare a Pertini. Quando siamo stati di fronte l’ho guardato negli occhi e gli ho detto, giacché sono di animo socialista, ma pur sempre sardista: «Compagno Presidente, La saluto sì come sindaco ma anche come segretario del Fronte per l’indipendenza della Sardegna. Ho preparato questa lettera per Lei, la legga con attenzione prima che sia troppo tardi». Mi guardava battendo le palpebre come se si chiedesse, “chi è costui?”. Aveva, alla sua sinistra, il Capo dei Corazzieri e alla sua destra un ministro che l’anno successivo sarebbe diventato il Ministro dell’interno, Oscar Luigi Scalfaro, mi pare, se ben ricordo. Pertini, che a me faceva soltanto l’impressione di un pover’uomo, un anziano, vecchio da trattare con ogni riguardo e rispetto proprio per la sua età, mi disse: «Sì, sì, la leggerò con attenzione» e diede la lettera al capo dei corazzieri. Subito dopo scesi a Piazza Italia e un giornalista mi chiese: «Cosa ne pensa del Presidente Pertini?», «E’ una bravissima persona – gli avevo risposto – ma io non dimentico mai che è un Capo di uno Stato straniero e nemico». Lui ha continuato a stare a Sassari quel giorno e il giorno successivo e io, assieme agli altri del Fis (Fronte per l’Indipendenza della Sardegna), abbiamo continuato a manifestare contro di lui. Quando è andato ad inaugurare il monumento ai caduti della Brigata Sassari c’erano due lunghissime file di giovani Carabinieri che dovevano fare da scorta. Io ed altri avevamo affisso uno striscione grande con scritto “a fora s’Italia”. Lo striscione è stato, dunque, sequestrato dai vigili urbani e dato in consegna ad un Corazziere. Siamo andati dal corazziere e l’abbiamo accusato di appropriazione indebita, quindi lui, impressionato, ci ha restituito lo striscione che nel frattempo avevamo affisso nuovamente. Nel contempo io arringavo carabinieri e gli dicevo in sardo: “Avete visto cosa ha fatto l’Italia? Voi eravate tutti disoccupati nel vostro paese, l’Italia vi ha fatto tutti carabinieri! Siete contenti?”. E mentre dicevo queste parole davo loro il volantino del Fis. In quel momento arrivava il presidente Pertini, che io non avevo visto, e anche il procuratore generale della Repubblica che non voleva assolutamente guardarmi mentre io distribuivo volantini. Allora, tiratone fuori uno dalle mani, gli ho detto: «Legga, dott. Villasanta, che non fa male neppure a lei». Il giorno dopo ho scritto sul giornale che, per cortesia, il Presidente Pertini non tornasse più in Sardegna a inaugurare monumenti agli àscari Sardi perché noi pretendevamo di essere rispettati da vivi e non da morti e che, inoltre, anche gli àscari libici, eritrei, avevano combattuto per l’Italia dopo che la ‘civilissima Italia’ aveva decimato le loro popolazioni. Ho continuato a manifestare contro di lui nei giorni a seguire e sei mesi dopo mi hanno offerto una suite in carcere a Buoncammino.
(sorride nda) Sì, sì, una suite!
E’ così. Il proverbio deriva dal fatto che la repressione inizialmente è passata attraverso i carabinieri, più che dalla polizia e dei militari. I Savoia hanno avuto la Sardegna nel 1720 ma i sardi non li hanno mai sopportati. Anzi, non ci si sopportava a vicenda e c’erano seri e validi motivi per cui noi non sopportassimo i Savoia. Poi sono venuti i carabinieri e siccome essi possedevano una stazione in ogni paesino, praticamente, ecco perché la giustizia identificava con i carabinieri. In molti posti non c’era altro che carabinieri, come forze dell’ordine. La polizia è arrivata dopo.
Per questo motivo: io non ero aduso a scrivere, ero professore di chimica e non sono un letterato. Ero abituato ad altre cose e mi sembrava che scrivere fosse quasi una perdita di tempo. Poi, però, con gli anni ho lentamente maturato questa decisione assoluta: sapevo che avrei scritto prima o poi ma stavo rimandando… Scrivere è faticoso: se si vuole curare lo stile si devono scegliere le parole, le frasi, si deve riflettere. E poi, in uno scritto come questo, si deve riflettere: che impatto avrà sui servizi segreti? Che impatto avrà sul pubblico sardo e quale potrebbe avere su quello italiano? C’era da studiarci sopra e io non mi sentivo pronto per fare questo, ma ad un certo punto mi sono reso conto che dovevo farlo per forza. Non potevo più fuggire, dovevo farlo. Mi volevo dotare di uno strumento di lavoro, di un’arma, per essere più espliciti. Volevo dotarmi di un’arma difficile da neutralizzare e che mi desse un tipo di potere che in questo momento storico non è facilmente sindacabile: nella situazione geopolitica in cui si trova, lo Stato italiano non può fare molto per neutralizzare quello che scrivo.
Non solo, non è facile ‘sequestrare’ palesemente il libro; non è facile farmi passare per terrorista solo perché scrivo un libro nel quale scrivo che sono contro la violenza. Come posso io essere considerato un terrorista, un violento, se dico esplicitamente di essere contro la violenza? Io, poi, sono solo: quali sono le mie truppe? Non ne ho, non le cerco. Allora, nella situazione in cui si trova lo Stato italiano oggi, non è facile prendere delle misure esplicite contro di me, potrebbe farlo in maniera furbesca o in altri modi, però è rischioso… Ecco perché non ho nessunissima intenzione, come ho già detto, di essere violento, ciononostante voglio vincere: questo deve risultare chiaro. Nel senso che voglio collaborare per fare in modo da creare le premesse affinché il popolo sardo possa vincere. Non io personalmente, io non conto nulla: sono l’organizzazione politica di me stesso. Nessuno, però, è così stupido da credere che io sia così stupido o così innocuo, quindi i servizi cercheranno di capire com’è fatto il mio cervello.
Attenzione, però: gli italiani erano molti e disuniti. Noi saremmo anche pochi e disuniti, ma gli italiani erano molti e disuniti: nel 1815 in Italia c’erano nove Stati diversi e indipendenti, spesso in guerra tra loro, quindi non ho capito perché il ‘pocos, locos y male unidos’ è sempre valso per i Sardi e non per gli italiani. Anche adesso, che c’è uno Stato unitario, gli italiani non sono uniti. Perché tutta questa storia per i Sardi, dunque? Che poi, Carlo V non ha mai detto quella frase riguardo i sardi ma l’ha detta ai notabili che non erano Sardi di origine, bensì catalani! E questo anche perché, in quel periodo, i Sardi non contavano nulla, non c’era bisogno di dir loro qualcosa contro. Quella frase era riferita ai notabili dal momento che erano sempre in lotta fra loro e, all’arrivo di Carlo V, hanno provato a prenderlo come arbitro.
No, in realtà non è per questo: semplicemente, non ci è riuscito. Ci sarebbe voluto andare e gli erano rimaste solo due piazze: Alghero e Cagliari ma purtroppo è morto prima a causa della peste. Proprio mentre stava capitolando Cagliari. La popolazione catalana è scomparsa da Alghero, poi, già dal 1500: coloro che sono venuti dopo quella data sono Sardi che hanno adottato il catalano per snobismo, perché lo straniero potente viene sempre preso a modello. Anche gli italiani che sono deboli, prendono a prestito dal modello anglosassone, alcune parole della lingua inglese: invece di dire fine settimana si dice weekend, la tendenza si dice trend, e via cantando. Gli italiani si sentono inferiori ai popoli di lingua inglese, ogni tanto fanno la sparata che loro sono i più intelligenti del mondo, con maggior senso artistico, insomma, il sale del mondo. Ma dentro di loro capiscono che sono deboli, su questo non ho dubbi.
Usando Bainzu come nome, col mio cognome Piliu, niente avrebbe richiamato l’Italia: né il nome, né il cognome avrebbero fatto pensare all’Italia. Mi spiego meglio: i miei antenati paterni si chiamavano tutti Bainzu. Mia madre, credendo di nobilitare la famiglia, all’anagrafe fece mettere Gavino al posto di Bainzu, come voleva fare mio padre. Questo perché sembrava più nobile e più qualificante socialmente. Quando iniziai a fare attività politica, dopo un po’ di tempo, decisi di adottare la versione sarda in modo tale che, appunto, né nome né cognome potessero richiamare direttamente l’Italia. Anche perché in Italia uno che si chiama ‘Bainzu Piliu’ non si sa da dove possa venire: si potrebbe confondere anche per romeno!
Dunque la cosa, per quel che ne so io, è nata così: in epoca imperiale romana c’erano delle truppe romane a Porto Torres.
Uno di questo soldati romani si convertì al cristianesimo ma fu processato e condannato a morte, insieme ad altre due persone: egli si chiamava Gabinius che significava ‘abitante della città di Gabii’, antica città del Lazio (ora quasi inglobata dai territori dei municipi del quadrante sud est di Roma nda). I Sardi da questo Gabinius trassero alcuni nomi: Gabinu, Gavinu, Bainzu, Binciu, Bignu, almeno 5 e non uguali. Il nome Gavino non è un nome italiano: è un nome sardo italianizzato che tornava utile per assimilare il popolo sardo, d’altra parte anche i cognomi sono stati distorti per farli diventare italiani. Quindi, a parte che Bainzu mi piaceva di più perché mi richiamava alle mie origini, lo trovavo politicamente utile e i giornalisti utilizzavano sempre Bainzu: non mi giravo neanche quando mi chiamavano Gavino! Ecco com’è la questione del Bainzu. E dà un fastidio tremendo agli italiani: le volte che sono andato in Italia e mi sono presentato come Bainzu Piliu storcevano la bocca. Non ci tenevo minimamente, e non ci tengo tutt’ora, a sembrare italiano, nemmeno per sogno! Non sono italiano, non mi seno onorato di essere chiamato tale: non vi disprezzo ma non vi ammiro particolarmente. Siete tra le tante popolazioni del mondo: ci siete anche voi. Se siete intelligenti vi ammiro, se avete delle qualità artistiche la stessa cosa, ma non siete il mio modello: intelligenti come voi ce ne sono una miriade quanto, anzi, più di voi. Basta che si prendano i popoli orientali, che li avete presi a pesci in faccia per secoli, vi stanno dimostrando che hanno un’intelligenza che è sicuramente almeno come quella italiana. Se non superiore. Non siamo mai stati italiani, nemmeno in epoca romana: siamo stati una provincia di Roma, non eravamo ‘italici’. Per molto tempo si è cercato di far intendere ai Sardi che dovevano sentirsi onorati di essere considerati italiani e molti hanno abboccato. Come una specie di insulto che c’era in alcune parti dell’Isola che diceva: «Italianu siese», come dire «Che tu sia italiano!». Giacché ho assorbito e digerito queste cose, a me non mi incantano: io voglio una cosa sola, cioè, che i Sardi diventino padroni del loro territorio, che mantengano buoni rapporti con l’Italia.
Dopo, però (l’indipendenza nda). Non prima.
Capo Frasca, la nuova Pratobello
La lingua di terra strettissima in cui si trova il poligono in questione è tra lo stagno di Marceddì e una piccolissima frazione del Comune di Arbus: Sant’Antonio di Santadi.
In un pezzo di terreno dell’isola che compie uno strano giro, erano concentrati circa dodicimila sardi per chiedere tre cose, per dirla con le parole di Gianluca Collu, Segretario di Progres: «siamo tutti uniti per dire, una volta per tutte, tre cose molto semplici: dismissione, bonifiche, riconversione. E’ vitale, è necessario dismettere i poligoni militari, non si sta parlando di dismettere semplicemente le basi o cos’altro, si sta parlando di poligoni militari e l’unico modo per iniziare è chiudere immediatamente uno di questi. Bisogna, poi, urgentemente, apportare le dovute bonifiche – a terra e a mare – e, infine, trovare il modo di riconvertire i territori».
Dai manifestanti le voci si levavano alte e tonanti: «A Foras!» e «Indipendentzia!» erano sicuramente quelle che ‘andavano per la maggiore’.
Il tavolo della manifestazione era partito il 2 agosto, come già riportato da questa testata: «A lanciare la piattaforma per la manifestazione del 13 erano state cinque organizzazioni, tra formazioni politiche e comitati civici: A Manca pro s’Indipendentzia (aMpI), Sardigna Natzione Indipendentzia (Sni), Comitato Sardo ‘Gettiamo le Basi’, Comitato ‘Su Giassu’, Comitato Civico ‘Su Sentidu’».
Ovviamente, il tavolo organizzativo è andato crescendo di giorno in giorno e gli organizzatori, se dal principio erano 5, sono diventati un buon nucleo di organizzazioni politiche e civiche, una commistione e una cooperazione che si è rivelata vincente, visti i numeri della manifestazione.
Dodicimila persone, più di ogni rosea aspettativa ma che – per la verità – era una speranza che ogni rappresentante del tavolo organizzativo covava in sé.
Collu (Progres) a tal proposito, nello spazio del retro della manifestazione, ha dichiarato come: «riguardo la presenza lo speravamo: ai tavoli organizzativi ho sempre detto che una manifestazione di questo tipo aveva successo se fossero arrivate non 300 ma 3000 persone. Quindi, il nostro messaggio è arrivato: la manifestazione non è per gli indipendentisti, non è fatta dagli indipendentisti, è fatta per tutti i sardi».
Il messaggio è arrivato, ‘l’individuo’-Nazione sta muovendo i primi passi, come ha detto Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione): «questa volta, come è stato per il referendum sul nucleare, sembra che ogni cittadino sardo abbia capito di essere parte indispensabile di un individuo che si chiama Nazione Sarda e abbia capito, inoltre, che quell’individuo possa camminare e pensare autonomamente. Se c’è un piede che non funziona, l’individuo non è completo, ma oggi i Sardi si sono assunti questa responsabilità. Probabilmente hanno pensato ad una responsabilità storica: noi siamo generazione vivente, che responsabilità abbiamo per le generazioni future? Possiamo lasciare un territorio con nanoparticelle in giro, con bombea frammentazione, con territori che potrebbero creare prosperità ma vincolati per scopi che non sono i nostri? Questa è la nostra responsabilità».
Il settarismo di cui venivano tacciate le organizzazioni politiche che non si erano allineate con questa o quella coalizione di ‘maggioranza’, centrodestra o centrosinistra, era ben riassumibile dalle parole di Gavino Sale, Presidente di iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna, intervistato da questa testata poco prima della tornata elettorale del febbraio.
Sale, ora consigliere regionale di maggioranza, aveva intrapreso la strada dell’alleanza elettorale con il centrosinistra, capitanato da Francesco Pigliaru: «Michela Murgia, secondo Gavino Sale “sa benissimo che non vincerà, perché non ha i numeri: si vince al 40%, non con il 15%, così come gli ultimi sondaggi riportano. A questo punto, stanti questi numeri, il progetto di Michela Murgia è saltato”.
La polemica del cosiddetto ‘voto utile’ aveva sconfinato anche in ambienti indipendentisti: «Murgia a questo punto deve decidere chi deve far vincere. Io so chi vuole far vincere la Murgia: Cappellacci e il suo gruppo editoriale di riferimento. Lei ha rifiutato di vincere fin dal principio chiudendo le porte alle altre organizzazioni politiche indipendentiste».Ma lo stesso Sale ha subito un crollo verticale nei consensi, risultando la penultima lista della coalizione di centrosinistra e raccogliendo un misero 0,83% che sfigurava nettamente di fronte ai successi che il suo partito aveva raggiunto alle precedenti elezioni provinciali.
Ci sono state, poi, manifestazioni di solidarietà anche nel continente e, specialmente, nell’altra Isola: la Sicilia.
A Niscemi, luogo già teatro delle proteste da parte dei coordinamenti NO MUOS, s’era organizzato un sit-in ‘contra a s’occupatzione militare‘ in solidarietà alla manifestazione di Capo Frasca.
Dal 19 giugno iniziò l’occupazione e dopo alcuni giorni, durante i quali non si verificò alcun episodio di violenza, l’Esercito si ritirò.
La lingua di terra aveva fatto in modo che una parte dei manifestanti stesse a sentire sotto il palco, un’altra parte alle porte del poligono e un’altra ancora stesse sulla collina che dominava la piccola valle dello stagno di Marceddì e di Sant’Antonio di Santadi.
La protesta diventa anche festa quando arrivano i Tumbarinos di Gavoi e iniziano a suonare un ballu tundu davanti ai cancelli del poligono militare.
«Come nel 28 aprile 1794, ballu tundu per irridere l’oppressore piemontese».
La Sardegna contro le servitù militari
La Regione Sardegna, ha spiegato Pigliaru, chiede una riduzione di almeno settemila ettari delle servitù militari, ad iniziare da Capo Frasca, sui trentamila complessivi, in proporzione al taglio del 21% effettuato dalla Difesa nazionale sul numero degli uomini operativi: portati da 190 mila a 150 mila.
Nel comunicato del 2 agosto relativo all’appuntamento del 13 si leggeva: «L’occupazione militare della Sardigna rappresenta un sopruso che dura da sessanta anni e che non siamo più disposti a tollerare. La nostra terra è ridotta a un campo di sperimentazione militare in cui diventa lecita qualsiasi soglia di inquinamento e viene testata qualsiasi tecnica di sterminio» e ancora«L’occupazione militare rappresenta la negazione più evidente della nostra sovranità nazionale e impedisce uno sviluppo socio-economico indipendente del nostro popolo, condannando la Sardigna all’infamante ruolo di area di servizio della guerra».
L’aver accettato supinamente il patto di stabilità e crescita (o fiscal compact), poi, non ha aiutato il risanamento dell’economia isolana. Né, per la verità, di quella ‘del continente’. La riacquisizione della propria sovranità, dunque, per i Sardi è la prima di tante mosse che dovranno attuare e se qualcheduno ‘del continente’ dovesse venire a manifestare nell’Isola, Cumpostu avverte: «Gli italiani che verranno, difenderanno il territorio Sardo in quanto è presente un sopruso, un’occupazione e un danno al territorio e alla gente. Poi, come è ovvio, li ospiteremo e li tratteremo con ogni riguardo, ma capiscano essi che qui c’è un popolo che vuole essere sovrano sul proprio territorio così come gli italiani lo sono sul proprio. Questo è il discorso».
Legge elettorale, parlano 'gli altri'
La soluzione a questo, però, è il collegio uninominale”.
L'Europa al bivio
In un apparente clima di attendismo, ogni forza politica presente nel Transatlantico sta muovendo le proprie pedine, ben coperta da uno spesso sipario, per cercare di forzare i tempi ed andare alle elezioni nazionali assieme a quelle europee.
Le elezioni europee, dunque, dovrebbero tenersi nella seconda metà di maggio, quattro anni dopo quelle di metà giugno 2009, le due tornate elettorali, però, non si assomigliano affatto.
Nel 2009 un redivivo Berlusconi dominava nuovamente le scene della politica italiana con il Pdl, il Partito Democratico era in ritirata dopo la recente ferita aperta della sconfitta, la Lega Nord raggiungeva picchi mai raggiunti così come l’Idv di Antonio di Pietro; a destra del Pdl tutto era più o meno narcotizzato dal partito di Berlusconi che prendeva l’arraffabile delle cosiddette liste minori e a sinistra del Pd si era appena consumata l’ennesima scissione dal partito della Rifondazione Comunista: Nichi Vendola, assieme ai Verdi, al Psi e a parti del Pdci, aveva dato vita al cartello elettorale che, di lì a qualche mese, avrebbe dato vita a “sinistra ecologia libertà”.
Le liste civiche a 5 stelle andavano ancora formandosi e non riscuotevano il successo che ora possiede il movimento che dovrà decidere, quindi, a quale federazione dell’Europarlamento aderire.
Il tema dello scetticismo riguardo l’Ue, comunque, si è fatto largo negli ultimi tempi e proprio nell’anno appena trascorso, diverse formazioni politiche di diversi paesi dell’Ue hanno fatto riferimento ad un possibile referendum sull’Euro e sull’Unione Europea.
Insomma, di fattori diversi ce ne sono e anche molti: dall’euroscettiscismo all’europopulismo, dal nuovo sistema di voto per le europee alle federazioni dei partiti all’interno del parlamento europeo. Per sbrogliare il bandolo della matassa abbiamo contattato il prof. Arduino Paniccia, docente di Studi Strategici e Relazioni Internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche di Trieste, autore del volume “Trasformare il Futuro”.
Alle prossime elezioni europee, dunque, si voterà con un sistema diverso da quello del 2009 ma per Paniccia questa che verrà sarà l’ “elezione più importante, dalla prima che si è tenuta, per l’elezione del Parlamento Europeo. E questo sia per il nuovo sistema di voto che per quanto mi riguarda non è così influente nei suoi aspetti strutturali, sia dal punto di vista politico. Il nuovo sistema di voto tenta di fare due cose: portare il Parlamento più vicino ai cittadini che lo votano e portare il Parlamento più vicino, anzi, strettamente collegato alla Commissione. Tentare di fare quello che già è stato fatto nella storia dei governi nazionali: cioè di portare il Parlamento che esprime, sostanzialmente, il governo. Questo è un tentativo della tecnocrazia europea, della burocrazia europea, di salvare capre e cavoli. Perché salvare capre e cavoli? Perché queste sono le elezioni più determinanti, più pericolose, più sostanziose, della storia dell’Unione europea. Perché queste elezioni potrebbero – anziché raggiungere due obiettivi anzidetti (avvicinamento del Parlamento al popolo europeo e avvicinamento del Parlamento al Governo Europeo), diventare un referendum contro l’unione germanica europea o unione dei paesi del Nord, chiamiamola così in termini strategici, o potrebbero diventare il luogo dell’astensione. Questo è il duplice aspetto, la duplice analisi: se uno conduce un’analisi sui sistemi e sul voto, allora può fare un’analisi che, secondo me, non serve a moltissimo; mentre invece, l’altro tipo di analisi, detiene, antestante, il vero problema problema politico: Unione Europea “sì” o “no”, Euro “sì” o “no” oppure disinteresse ed astensione.”
E anche la stessa strutturazione dei partiti Europei, intesi come federazioni al cui interno vi sono i partiti nazionali, è “vecchio modo di concepire la politica” perché “è funzionale al tentativo che dicevo prima, cioè, di rendere più popolare (non nazionalpopolare) il discorso del distacco fra l’Europa e i popoli”.
“Oggi i grandi temi dell’Europa non sono quelli individuati sempre nei segmenti di tipo politico, delle vecchie litanie che sentiamo anche in Italia, di cui non ne possiamo più. Quelli nuovi sono temi completamente diversi: sono la spaccatura tra Nord e sud dell’Europa, è il chiedersi che fine farà questa massa di giovani che sta cominciando a rassegnarsi all’Unione Sovietica europea” che per Paniccia rappresenta il processo per cui, “terminata l’industrializzazione, i nostri giovani, non addestrati dall’università, non dalle famiglie, stanno rifluendo in una specie di grillismo del salario minimo garantito, e la sera vanno a bere lo spritz. L’unione sovietica europea, quindi, è il tentativo di dare a 500 milioni di persone, invece che un futuro di competizione, di primi posti, di capacità e di competere, di restare nei grandi continenti, (come la Cina negli Stati Uniti, il subcontinente alla brasiliana) di avere un’Europa che produce delle cose anche interessanti, ma di seconda linea. Ho dei grandi dubbi che si possa rimanere tra quelli che contano senza che si possa competere duramente”.
Quindi serve una ritrattazione dei trattati europei?
“Ha capito quello che le volevo dire: io sono a favore della revisione totale dei trattati europei. Hanno fallito. Un trattato che ti porta alla debacle è un trattato che ha perso, che non vale niente, come si fa a non ridiscuterli? Solo degli ottusi possono continuare a sostenere i trattati e lo fanno per un motivo ideologico: noi, però, dobbiamo guardare con sospetto tutto quello che è ideologico. Per questo prima l’ho chiamata Unione sovietica europea, e prima Unione Germanica. Perché tradizionalmente sono delle posizioni ideologiche, quelle dei tedeschi, per esempio, che per anni hanno fatto il loro interesse mentre ora sono diventati delle vestali del sacrificio (per gli altri). La posizione pragmatica, di cui si occupa uno che fa strategia (che è all’opposto dell’ideologia), è quella di andare subito alla revisione dei trattati perché quando un trattato viene sottoscritto e poi fallisce è da ritrattare immediatamente. In essi, poi, è riportato più volte, la dicitura della stabilità dei prezzi. Ma l’Europa, un Continente, è un negozio di alimentari? Non scherziamo…”
I sistemi elettorali in campo – intervista a Fulco Lanchester
Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/i-sistemi-elettorali-in-campo/
C’è da dire, comunque, che in realtà Alfano abbia dichiarato di essere pronto a lavorare sul modello del sindaco d’Italia, anche con Renzi…
“Nel momento in cui ci dicono che vogliono il sindaco d’Italia, in realtà prefigurano un percorso molto lungo: si tratta di un meccanismo che prefigura anche una riforma Costituzionale – non soltanto del bicameralismo, ma dell’intera forma di governo. Quindi è un prendere tempo. Poi si vedrà. Tutti sono terrorizzati, in fondo, ed è questa una delle ragioniper cui la proposta di Renzi può sembrare esplosiva, rivelando l’obbiettivo di far saltare la maggioranza di governo per andare alle elezioni.”Certo è che se si dovesse verificare lo scenario del bipolarismo puro, contestato da molte voci politiche anche all’interno del Transatlantico a più riprese, non potrebbe verificarsi una deriva populistica? “Il problema è valutare anche in una prospettiva storica quello che sta succedendo. Il nostro è un sistema che ha visto il succedersi , tra 1948 e il 1993 fino al 2013, di tre sistemi elettorali: proporzionale, mattarellum (1993 – 2005), porcellum (2005-2013).
Sia mattarellum che porcellum avevano una logica di tipo bipolare che, però, non ha avuto successo per la mancata la riforma costituzionale del bicameralismo. Un sistema elettorale, come il mattarellum o come il porcellum(al di là dei vizi di costituzionalità di quest’ultimo) senza la riforma del bicameralismo perfetto, non poteva che fallire.
In questo momento il vero problema è che non soltanto non vi è stato il riallineamento del sistema partitico, ma che mancano i partiti: si sono liquefatti..
Si sono liquefatte le principali formazioni presenti nel sistema, e lo stesso partito democratico è sotto forti tensioni. Questo evidenzia da un lato l’imballamento del circuito politico parlamentare, con la difficoltà di trovare una soluzione o ad ipotizzare una soluzione. Anche ciò che sta dicendo Renzi, in realtà è un cercare di lanciare una proposta, ma dal punto di vista concreto non vedo che ci sia ancora molto. Dall’altra, poi, ci sono tutti gli organi costituzionali di controllo esterno ed interno (Corte Costituzionale e Capo dello Stato, ad esempio) che impegnati in una funzione di supplenza, che però li esporrebbe a forti polemiche. Questo denota che la situazione è molto complessa e molto grave, non c’era bisogno sicuramente di ricordarlo, ma forse non è completamente inutile.”Quindi è più opportuna, in questo momento storico, una riforma elettorale o una riforma della politica?
“Una riforma elettorale forte, con la modifica delle regole di selezione sia delle forze politiche, sia del personale politico, è sempre connessa con una crisi di regime.
La prima crisi di regime a Costituzione repubblicana vigente si è verificata nel 1993, quella del 2013 pare addirittura la prefigurazione di una crisi di sistema. Quindi è evidente che la legge elettorale e il sistema elettorale, in senso stretto, dovrebbero certificare questa situazione. Per cui la riforma della politica viene fuori dalla stessa crisi di regime. L’imballamento sta in questo: non è soltanto legge elettorale che non funziona, ma anche l’apparato istituzionale, perché una cosa tiene l’altra. Per cui c’è grande difficoltà nel trovare una soluzione. Per ora siamo ancora al dibattito interno delle e tra le forze politiche : la soluzione, se si troverà, sarà velocissima”.Prosegue Lanchester: “Vorrei, comunque, leggere le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale perché quello scarno comunicato relativo alla libertà delle assemblee parlamentari di modificare della legge elettorale, nell’ambito di principi costituzionali, richiede che si valutino quali siano le indicazioni della stessa in questo senso. La Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale il premio di maggioranza. Su questo sono perfettamente d’accordo, l’ho sempre detto e l’ho anche auspicato già da quel 2005.Ma c’è dell’altro. La Corte costituzionale ha deciso che la lista bloccata è incostituzionale perché non dà la possibilitàal singolo elettore di selezionare il proprio candidato. In questa prospettiva il giudice costituzionale , potrebbe anche ipotizzare una serie di principi per la regolazione democratica intrapartitica, ovvero per l’individuazione dei candidati .Questo permetterebbe di prevedere la possibilità di mantenere sia il collegio uninominale, ma anche la lista bloccata “corta” a livello interpartitico. Per questo, bisognerà attendere le motivazioni che saranno depositate nella seconda decade di gennaio,”.
Certo è che di modelli elettorali ce ne sono centinaia, ma “ gli effetti di questi sistemi è molto correlata con la situazione delle società civili e politiche.In sostanza i sistemi elettorali aiutano la stabilizzazione. Essi non possono ,però,produrre stabilizzazioni assolute: chi ci racconta che con un sistema elettorale di un certo tipo si perviene immediatamente alla stabilità, è paragonabile al venditore di lozioni per la crescita dei capelli. E le parla un calvo”.
2013, politicamente sorprendente
Il 2013 non è stato un anno facile, eufemisticamente parlando, per la politica e per le istituzioni italiane, ma per molti versi per nulla scontato, e perfino sorprendente.
A partire dalla campagna elettorale che ha consegnato la non vittoria delle tre coalizioni che avevano preso più voti delle altre: tutti avevano vinto e, infatti, non aveva vinto, praticamente, nessuno.
Il sistema elettorale allora vigente era il cosiddetto ‘porcellum’, nomignolo mellifluo affibbiato dai cronisti per attenuare quello dato dal suo stesso creatore: ‘porcata’.
Tre coalizioni, dunque, di composizione più o meno variegata, si contendevano la vittoria: da una parte la coalizione Italia Bene Comune (Pd, Sel, Psi, Cd), da un’altra quella che ruotava attorno al Pdl e a Silvio Berlusconi (Pdl, Fdi, La Destra, MiR, Ln, Grande Sud/Mpa, Pensionati, Ip, LpIe), la terza -invece- monopartitica, quella del Movimento 5 Stelle.
I numeri parlavano della coalizione di centrosinistra che si attestava al 29,55%, quella di centrodestra al 29,18% e quella monopartitica formata dal solo M5s che si piazzava al 25,56%: l’instabilità era consegnata.
La soluzione, dopo il mandato esplorativo concesso a Pier Luigi Bersani fallito miseramente, non si era riuscita a trovare: la situazione era ancora ingarbugliata, le questioni -da qualunque parte le si volessero guardare- rimanevano tante ed insolute.
Quindi si arriva alla scorciatoia: larghe intese.
Pd e Pdl si mettono insieme “per il bene del Paese”, e provano a tirare fuori l’Italia dal pantano istituzionale, economico e politico: Enrico Letta ne è il Primo Ministro.
Enrico Letta, dunque, sarebbe diventato il Primo Ministro di un Governo che si andava incagliando già prima del suo incarico affidatogli con l’elezione del Presidente della Repubblica.
Dapprima le titubanze delle forze politiche tutte sui nomi da proporre, poi lo spuntare dei vari personaggi, compreso quello di Stefano Rodotà da parte pentastellata che ha scelto di indicarlo grazie alle quirinarie, le primarie on line del M5S.
Il capogruppo in Senato Vito Crimi, primo della serie dei capigruppo cambiati dal Movimento di Beppe Grillo, alle domande dei cronisti che lo incalzavano sul perché non avesse votato altri nomi, rispondeva «ma perché non Rodotà? Ha qualcosa che non va?».
Le lunghe giornate d’attesa per l’elezione del Capo dello Stato, però, sembravano non dovessero mai finire, ci sono volute ben sei votazioni per eleggerlo e, alla fine, nuovamente Giorgio Napolitano.
Re Giorgio, come lo chiamava Marco Pannella da mesi prima della sua riconferma e come ora lo chiama la stampa, dal momento che nessun Presidente della Repubblica è mai stato riconfermato per un raddoppio del settennato.
Quindi l’elezione e i suoi momenti, le discussioni e gli scrutini, i 101 franchi tiratori e la rassegnazione di Romano Prodi: c’era, quindi, chi diceva che l’Italia fosse pronta per una Presidente della Repubblica.
Tra queste voci c’era Chiara Saraceno che ha affermato a ‘L’Indro’ “Sarebbe arrivata l’ora da un pezzo, purtroppo, però, le donne sono considerate ancora come una categoria generica, un genere piuttosto che individui capaci in grado di farsi largo nella società e nella politica. Poche sono quelle ‘visibili’, anche dal punto di vista professionale”.E anche se, comunque, la Saraceno contestava il modo in cui veniva proposto il nome di una donna: “Trovo comunque insopportabile il modo in cui se ne discute. Si fa un elenco di possibili ‘papabili’, con nomi, cognomi e ‘qualifiche’ e poi si dice ‘oppure una donna’, come se non esistesse una pluralità di donne, ciascuna con il proprio profilo, posizione, storia pregressa, nome e cognome. È ancora un modo di considerare le donne una categoria generica”.
Nonostante tutto, comunque, il nuovo nome che ha messo d’accordo tutti è stato proprio Giorgio Napolitano che ha accettato il gravoso compito, come dal Presidente spesso ricordato, non senza riserve.
Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: Napolitano bis.
Un bis, come dichiarato dallo storico e politologo Gian Enrico Rusconi, che ha affermato «La tendenza ad un presidenzialismo informale» ma che «di fatto, era già implicita nella deriva indicata e sostenuta in modo retorico dal berlusconismo che confusamente -confondendo ‘premierato’ con ‘presidenzialismo’- ha reso popolare l’idea della necessità di una guida decisa -come a suo tempo tentò Craxi».
Se la riconferma di Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica rappresenta un unicum costituzionale, secondo Domenico Moro, anche l’affidamento del Governo a Mario Monti rappresentava un’eccezione: “Si pensi alla sempre maggiore prevalenza dell’Esecutivo sul Legislativo e all’aumento dei Decreti Legge da parte del Governo, cioè con l’aumento dell’attività legislativa di marca Governativa rispetto a quella di marca Parlamentare, che è una tendenza in atto da 20 anni almeno. E questo avviene a dispetto della Costituzione. Così come bisogna tenere conto del fatto che, nonostante la Costituzione, il Presidente della Repubblica Napolitano si è permesso di mettere a capo del Governo Mario Monti, che non era stato eletto da nessuno e, successivamente, di determinare il governo Letta-Alfano. Di fatto, noi siamo già in una sorta di semi-presidenzialismo, nonostante-la-Costituzione”.Il 2013, infatti, dovrà essere ricordato anche per il dibattito attorno alla Carta Costituzionale: dalle assemblee dei coordinamenti ai cortei, dalle mobilitazioni dell’Anpi alle ipotesi di strutturazione del sistema-Stato dell’Italia.
Il dibattito circa le ipotesi di sistema che l’Italia dovrebbe adottare è ancora vivo e strettamente connesso con le modifiche costituzionali.
Esattamente come era avvenuto in ottobre, quando per un ‘colpo d’azzardo’, come affermato da Nichi Vendola in quei giorni, si stava mettendo mano all’articolo 138 della Costituzione, che sancisce la partecipazione referendaria circa le modifiche alla Carta.
A tal proposito Gaetano Azzariti, costituzionalista, aveva concordato con la definizione di colpo d’azzardo di Vendola, dicendo “La votazione dell’altro ieri (23 ottobre, nda), in qualche modo, dà conferma che i nostri Parlamentari giochino un poco d’azzardo: sono bastati quattro voti per superare il quorum che impedisce la richiesta referendaria e, in qualche modo, salvaguardare il processo di riforma. Ma, se si considerano i fatti, questo azzardo diventa ancora più accentuato: le motivazioni che hanno indotto una parte degli esponenti delle larghe intese a non votare il Ddl costituzionale, sono ragioni strettamente legate alle competizioni interne ai partiti politici stessi”.La paura che il popolo si potesse esprimere, e avrebbe potuto bocciare, le riforme costituzionali che il Parlamento avrebbe voluto attuare, aveva fatto scendere in piazza l’Anpi nel corso della votazione di fine ottobre circa l’articolo 138.
Tuttavia, il sistema-Stato da adottare parte dall’assunto che il numero dei parlamentari debbano essere ridotti, sicché si possa arrivare ad un sistema che sia più snello per evitare che le Camere ‘facciano le stesse cose’.
I sistemi che si erano e sono profilati sono diversi, ma tra i più discussi, nel bene e nel male delle loro peculiarità, ci sono il presidenzialismo, il semipresidenzialismo e il premierato forte; con questi, dunque, ha conseguenza la discussione circa il superamento del bicameralismo perfetto.
Il rettore dell’Università della Val d’Aosta Fabrizio Cassella, che ha preso parte al convegno italo-francese ‘Dalle riforme, la rinascita‘ in ottobre, si era trovato sulle posizioni di un superamento del bicameralismo, così come concepito finora: «Un superamento del bicameralismo perfetto, sì: indubbiamente due Camere così ricche, in termini di quantità, di numeri, di parlamentari, per di più con due ruoli sostanzialmente identici, trovo sia opportuno di modificarne qualcosa».
Lo stesso Azzariti, dopotutto, si era espresso a favore di un superamento del bicameralismo perfetto, dal momento che “il bicameralismo che noi abbiamo potrebbe essere certamente semplificato… “ ma in astratto il costituzionalista dell’ Università La Sapienza di Roma, sarebbe più incline al monocameralismo “in astratto sarei favorevole al monocameralismo. Però non vorrei risolverla solo con una battuta: ‘modifiche costituzionali’ significa mettere mano a delicatissimi equilibri. Neppure il monocameralismo in sé, quindi, è una soluzione idonea», anche perché «un’opzione monocamerale è molto più radicale e profonda dell’elaborazione di differenziazione, un po’ pasticciata, del bicameralismo su cui si stanno confrontando i saggi”. Come si era espresso, poi, lo stesso Senatore e Segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini: “pensiamo ad un sistema che non si fondi sul bicameralismo perfetto, che veda decrescere il numero dei parlamentari, che veda tagliati e riorganizzati enti di mezzo (come per esempio le province) e che preveda la presenza in parlamento di rappresentanze di regioni e autonomie locali. Detto questo, non escludiamo un sistema semi presidenziale”.
Le uniche, ad essere scontente, dunque, erano le migliaia di persone che hanno sfilato il 12 ottobre per le vie di Roma, coadiuvate dal coordinamento “Costituzione via Maestra” e da personalità come Maurizio Landini (Fiom) e Stefano Rodotà: «Questa non è una zattera per naufraghi, né un onorato rifugio di reduci di battaglie perdute, ma l’avvio di un nuovo percorso per ripartire dalla Costituzione», così aveva esordito lo stesso Rodotà dal palco di Piazza del Popolo.
Ma se da una parte il Psi, favorevole al superamento del bicameralismo perfetto e con apertura di dialogo ad una revisione della forma-Stato perfino in senso semipresidenzialista, dall’altra Fabio Nobile (Pdci), in vista della manifestazione della ‘via maestra’, aveva detto: “Io posso difendere la Costituzione (quella nata dalla Resistenza, non quella nata dal pareggio di bilancio) se dico che sono contro il fiscal compact e l’Europa della BCE, non posso dire che la velocità con cui si vuole modificare l’articolo 138 non è un fatto semplicemente nazionale, perché lì c’è tutto: è il primo punto per mettere in discussione gli altri elementi della Costituzione, per modificarli più velocemente e renderli più compatibili con gli interessi del capitale”.Le ipotesi e le discussioni restano aperte, così come quelle all’interno dei partiti che compongono la maggioranza di Governo: le organizzazioni politiche, sono state stravolte dallo tsunami-Grillo, e il Pd è l’emblema del frastornamento politico-partitico italiano.
La crepa, se non definitiva quantomeno più ampia delle altre all’interno dei democratici, si era aperta sui nomi dei candidati alla Presidenza della Repubblica: la crisi nel partito di cui Bersani era ancora (anche se per poco) il Segretario, era ormai uscita allo scoperto.
Le trappole tese dai 101 franchi tiratori che, nel segreto dell’urna, avevano violato le disposizioni del partito era una notizia talmente sulla bocca di tutti che non c’era quotidiano che non ne parlasse.
Da una parte i partiti, dall’altra le persone: il divario non poteva che aumentare.
Se da una parte le organizzazioni politiche si auto-creano fratture insanabili nel segreto dell’urna, all’esterno dei palazzi del potere il popolo si organizza.
Così com’è successo per i No Tav, così è avvenuto per i No Muos e i No Grandi Navi, tanto che ad un certo momento si è pensato ad un coordinamento nazionale che unisse i movimenti del ‘No‘ sopracitati.
Essi, da qualsiasi punto di vista si guardino, hanno unito lo Stivale nelle lotte dal basso: da Niscemi a Venezia, fino alla Val Susa.
Così come, seppur per una lotta che ha avuto riverbero più localistico ed estremamente più vertenziale, hanno fatto i movimenti di lotta per la casa: Roma è stata invasa dall’assedio, come chiamato dai manifestanti, subito dopo le due grandi mobilitazioni di ottobre (12 e 18 ottobre – Costituzione e mobilitazione dei sindacati di base).
Per giorni, dopo il 19 ottobre, i manifestanti si sono intendati a Porta Pia, in attesa di un positivo riscontro con le Isitituzioni che, alla fine di tutto, non c’è stato. O meglio: l’interlocuzione è avvenuta, ma non positiva secondo gli intendati.Quindi le proteste che sono proseguite sono state a carattere sempre più o meno localista e più o meno vertenziale, eccezion fatta per quelle dei cosiddetti forconi che, partiti dalle proteste degli autotrasportatori, hanno inglobato, nella soggettività delle dimostrazioni, centinaia di realtà diverse.
Quelle dei forconi, dunque, come ha spiegato Carlo Pala, politologo dell’Università di Sassari, “Quello che sta accadendo adesso è che tutta una serie di persone, di categorie professionali, di movimenti, di protesta che prima erano abbastanza sparpagliati – potremmo usare questo termine – si sono uniti in funzione di una protesta che, però, non si capisce nemmeno bene a che cosa voglia tendere. Probabilmente per il fatto che ci sono diverse componenti, all’interno di questo movimento, e probabilmente anche per il fatto che manca una regia, o meglio, manca una regia chiara”.Anche perché “I movimenti stessi fanno, però, un pò fatica a evidenziare, ed imporre, quelle che sono le loro ragioni”, per cui la situazione, secondo Pala era da considerarsi “ancora molto fumosa e abbastanza precaria, da questo punto di vista: cioè, la gente non ha ancora capito bene che cosa sta accadendo, a parte i blocchi nelle strade eccetera, dove naturalmente verranno consegnati dei volantini alla gente di passaggio, effettivamente non si è ancora ben capito cosa stia accadendo. Questo movimento non ha ancora, ma non ha detto che non ce l’abbia di qui a brevissimo, una forma definita”.
La questione evidente è l’incapacità di rigenerazione, da parte di una classe poltiica e dirigente, che forse cerca escamotages, comunque palliativi, nel cambaimento dell’assetto Statale e delle riforme della Costituzione.
Da qui, dunque, potrebbe nascere, ed acuirsi, lo scontento popolare nei confronti della politica: non sono bastati i V-Day di Grillo (che hanno addirittura cambiato la simbologia mimica gestuale delle persone: l’indice e il medio, con le altre dita strette in pugno, non stanno più ad indicare il simbolo pacifista più comune del globo ma il VaffaDay grillista!) a ‘mandarli a casa’ perché «Avendo visto che il movimento cinque stelle non è stato propriamente all’altezza di questa mansione, la società, o parte della società, ha provato ad organizzarsi al di fuori. Per cui non è immutato, secondo me, lo spirito anti-casta, antisistema, antipolitico e chi più ne ha più ne metta, semplicemente si è spostato l’asse di evidenziazione. Da un momento in cui è sembrato che potesse essere agitato all’interno delle istituzioni proprio attraverso il Movimento Cinque Stelle, ora invece si è capito che bisogna riagìrlo, riattivarlo e cavalcarlo -per così dire – al di fuori».All’esterno, dunque, si organizzano persone -come l’imprenditore Antonio Bertolotto-, collettivi, coordinamenti e movimenti: in mancanza di una soggettività politica forte, una parte della società e del tessuto sociale si chiude in lotte sempre più vertenziali e localiste che non hanno alcuno sbocco nazionale.
Il rischio è, dunque, quello profilato da Luciano Canfora in una lettera al quotidiano ‘L’Unità’: una «democrazia oligarchica».
Manifestamente collegiale, internamente privatistica.
Tra larghe intese e proteste – intervista a Domenico Moro
Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/tra-larghe-intese-e-proteste/
Alla fine, la tempesta raccolta dalla politica che ha seminato vento per anni, è stato un altro Governo di larghe intese -dopo i 13 mesi di Governo tecnico-, slabbratura nel tessuto sociale del Paese, distanza abissale tra palazzi del potere e cittadinanza, autorganizzazione esterna dei movimenti che non si riconoscono nell’agire delle organizzazioni politiche, accomunandole sempre di più con generico ‘loro’.
Nell’anno appena trascorso le proteste contro le politiche attuate dalle larghe intese sono state molte: dall’Alcoa agli studenti, fino ad arrivare alle proteste dei movimenti di lotta per la casa a Roma. Così come, d’altra parte, si è fatta sentire la destra radicale e neofascista: recente è la condanna a Simone Di Stefano, vicepresidente di Casa Pound ed ex candidato Sindaco di Roma, che si era arrampicato per togliere la bandiera europea dalla sede italiana dell’Europarlamento.
Le proteste antisistemiche e antieuropee si fanno sempre più pressanti e le condizioni politiche all’interno delle due Camere non fanno in modo che si arrivi alla percezione un po’ più affievolita delle politiche europee: esse, d’altra parte, non possono che generare scontento generale e insoddisfazione.
Di larghe intese e di anno appena trascorso, di politiche europee e europeismo, di scenari politici passati e futuri, di Berlusconi e Renzi, di Grillo e dei forconi, di proporzionale e di maggioritario ne abbiamo parlato con l’economista e giornalista Domenico Moro.
Mi spiego: è vero che Letta è espressione di questo tipo di linea di tendenza, ma è anche vero che è un Governo abbastanza debole. Le larghe intese, almeno queste larghe intese, non hanno la forza per portare avanti le controriforme che gran parte del capitale si aspetta. Diciamo che ci sono, all’interno dell’establishment, varie posizioni: una tra queste è quella di continuare con Letta, pensando che egli possa contribuire ad una stabilità che altri non possono garantire; dall’altra parte, però, ci sono settori che stanno puntando in modo molto forte su Renzi per la sua capacità di riuscire a costituire un partito conservatore di massa. Consideriamo, al proposito, che in Italia c’è sempre stata una notevole difficoltà a costruire un vero partito, chiamiamolo così, conservatore, o, comunque, borghese, di massa. Un partito, dunque, che riuscisse a rappresentare gli interessi della borghesia e che avesse nello sesto tempo un base di massa, un seguito di massa. La DC, in realtà, era un partito molto interclassista, Forza Italia ed il Pdl avevano caratteristiche socialmente ibride, ed è mancato un partito liberale o liberaldemocratico di massa.
Ora, l’operazione che probabilmente si sta cercando di fare attraverso questa figura mediaticamente forte, quale è Renzi, è di costruire un partito liberale o liberaldemocratico di massa che riesca a portare avanti gli interessi del capitale finanziario grazie ad un seguito popolare consistente. Quindi è probabile che, grazie al fatto che Renzi, Berlusconi e Grillo vogliono arrivare alla legge elettorale in tempi rapidi e quindi alle elezioni entro l’ultima settimana di maggio, si riesca effettivamente a mettere insieme le due tornate elettorali, quella europea e quella per il rinnovo del parlamento. Una ipotesi che, del resto, avevo già ventilato qualche mese fa, quando mi dichiaravo scettico riguardo al crollo immediato del Governo Letta a seguito della espulsione di Berlusconi dal Senato. Infatti, come avevo immaginato, il Governo Letta non è caduto, però è probabile che su una distanza più lunga, di fronte alla necessità di perseguire obiettivi più strategici e di fondo si decida che il Governo Letta non vada da nessuna parte e si provi con un’altra carta: Renzi. Ovviamente tutto questo dipende anche dagli equilibri interni ai gruppi di potere più forti che contano in Italia: la Confindustria, i grandi istituti bancari, la Chiesa, il capitale finanziario europeo e statunitense. L’equilibrio fra tutti questi gruppi va ad influenzare una scelta piuttosto che l’altra. Secondo me, sintetizzando, ci sono due opzioni: una è quella che rimanga Letta, il quale però non ha la forza per portare avanti in modo conseguente determinate controriforme, e l’altra opzione, quella di puntare sul cavallo Renzi. Il Sindaco di Firenze è, ormai da diversi anni, oggetto di una costruzione mediatica che l’ha portato a diventare leader del partito democratico su posizioni di destra economica e politica molto evidenti. Quindi, ritornando alla domanda che facevi prima relativamente al nuovo protagonismo dei movimenti di estrema destra in Italia, io non credo che oggi siamo davanti ad un pericolo fascista, almeno non così come questo si è definito storicamente. Ovviamente dobbiamo sempre esercitare la massima vigilanza nei confronti dei gruppi fascisti, ai quali non bisogna lasciare il minimo spazio, ma ritengo che oggi il vero pericolo consista nel completamento di quella che chiamerei, secondo le parole di Luciano Canfora, ‘democrazia oligarchica‘. Cioè di una forma di Governo che esteriormente è democratica ma che nella sostanza è oligarchica. Il fascismo non rappresenta, in questa fase storica, un’opzione valida per il capitale finanziario e transnazionale, bensì è proprio la forma di democrazia oligarchica sul modello anglosassone a rappresentarne gli interessi in modo più efficace ed efficiente. È infatti verso una democrazia oligarchica che vanno le varie proposte di controriforme della Costituzionale, della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari.
La stabilità la dà anche la legge elettorale e in queste settimane si sta avviando il dibattito circa la modifica dell’attuale legge scorporata delle incostituzionalità del porcellum, e le proposte arrivano da destra a sinistra, Canfora detto il suo: proporzionale puro. In Italia si è fatto così dal 1948 al 1992 e non si è mai incappati in situazioni di instabilità come questa. Quindi, cosa significa, che la stabilità la può dare una legge elettorale in sé come un proporzionale, oppure che le contro riforme – che lei ha accennato – sono volte anche ad una delegittimazione in senso stretto di questo Parlamento per crearne uno diverso, ovvero l’affermazione del monocameralismo e di tutto ciò che esso comporta?Innanzitutto bisogna vedere cosa intendiamo per stabilità. Se per stabilità intendiamo la governabilità, così come la intendevano Gianni Agnelli e la Trilaterale negli anni ‘70, oppure se intendiamo una situazione in cui la società progredisce in modo egualitario e senza squilibri, senza sperequazioni sociali e territoriali. Oggi, quello che si sta cercando di realizzare, così come lo si sta cercando di fare da trent’anni a questa parte, è il primo tipo di stabilità: cioè la stabilità fondata sulla governabilità che vede la prevalenza dell’Esecutivo, dei Governi sui Parlamenti. È un tipo di governabilità che favorisce ed è funzionale agli interessi del grande capitale. Noi, invece, dobbiamo puntare ad un altro tipo di stabilità: ovvero una stabilità che nasce dalla redistribuzione della ricchezza in forme egualitarie, e che combatta qualsiasi deriva autoritaria e qualsiasi prospettiva oligarchica o fascista. Per fare questo noi dobbiamo tornare a leggi elettorali democratiche, quale sicuramente è il proporzionale. Ma ciò non basta, dobbiamo puntare anche ad un rilancio dell’intervento statale nell’economia: la stabilità vera e buona si realizza ponendo un freno all’anarchia del mercato capitalistico e alle sue crisi, e rilanciando l’economia in modo da produrre posti di lavoro e difendere il welfare state.


