Mbè, oh, spianamoli questi, no?

Dice: «Oh ma sti matti, tocca andalli a spianà, altro che..»
Dico: «Avoja, se preparamo pure pe’ Washington quindi?»
Dice: «Ma che c’entra? Che discorsi fai?»
Dico: «Faccio i discorsi che se devono fa. Scusa, l’America ha invaso na serie de paesi, ‘a Corea manco uno»
Dice: «Se vabbè, ma quelli ammazzano la gente, te fanno esplode ‘e bombe così»
Dico: «Come no, l’America n’ha ammazzato nessuno, vè?»
Dice: «Ma che significa, quelli vanno là a aiutà, questi t’ammazzano. Ma ce sei mai stato n Corea? Guarda che bello er comunismo. Guarda»
Dico: «Ma che cazzo stai a dì: ancora co sta storia der ce sei stato? ma te stai a rende conto che l’America fa l’accordi co l’Arabia Saudita? A sto punto: ce sei stato n’Arabia Saudita? Non me pare che sia n paese democratico: l’eccidi n pubblica piazza so cosa quotidiana»
Dice: «Ma è n’accordo strategico co l’Arabia Saudita, no?»
Dico: «Aaah stamo così? Allora nu rompe i cojoni alla Corea, no?»
Dice: «Mbe quelli ce salvaguardano dall’islamici»
Dico: «Perché n’Arabia Saudita so Puritani, vè?»
Dice: «Ma che significa»
Dico: «Significa, significa»
Dice: «Annamo a spianalli, poi se vede»
Dico: «ahahah vabbè, vabbè, pijo l’asfaltatrice, eh»

La variegata galassia calcistica capitolina all’alba del XX secolo: 1907–1927

Prima che il lettore inizi a leggere questo articolo è bene che sappia una cosa: per capire queste poche righe dovrà avere una capacità elevata di astrazione dal contesto cittadino (e calcistico) in cui è inserito. Scorrere con gli occhi date come 1911 o 1915 fa pensare ad epoche lontanissime ma che, per la verità, così remote non sono.
L’unico dato di cui, come prima detto, bisogna assolutamente tener conto è la considerazione di come la
Roma presa in esame non è quella odierna e lo dimostra bene il fatto di come si dovesse camminare per quattro chilometri per vedere la propria squadra: l’Audace Roma, ad esempio, bianco e rosso i colori sociali e uno stadio che evoca tutto un altro approccio allo sport, il ‘Motovelodromo Appio’. 
Perché partire, delle ben otto squadre citate nelle pagine precedenti, proprio dai biancorossi dell’Audace? 
Per due buoni motivi: il primo è quello che lega la squadra allo stabilimento in cui disputa le proprie partite (e in cui giocherà due stagioni l’A.S. Roma al momento della sua fondazione, ma questa è un’altra storia) e il secondo è quello che lega la società ad una questione di classe.
Classe, ovviamente, intesa come ‘classe sociale’: nel periodo interbellico, tra la fine della Prima Guerra Mondiale e l’inizio della repressione fascista, chi poteva permettersi il lusso di uno sport erano le classi agiate, dato che la maggior parte delle squadre capitoline si andavano a collocare in quella che oggi è la Roma dei quartieri alti. 
La ‘Roma bene’, si sarebbe detto un tempo.
L’impianto del Motovelodromo Appio, in ogni caso, nasce nel 1910 a largo dei Colli Albani, nei pressi di via dei ‘Cessati Spiriti’, e ospitava le partite dell’Audace Roma, una delle squadre più ‘popolari’ dei tempi, dunque, considerando che la zona dell’odierna galassia del tuscolano non fosse urbanizzata, né densamente popolata, come lo è oggi.
E, forse, la collocazione del Motovelodromo era da considerarsi proprio così: palazzoni ancora assenti, qualche casupola sparsa e solinga che, più in avanti, avrebbe formato i primi agglomerati più simili a baracche ed ammassi di lamiera che altro, ‘stabilimenti’ precari prodromici delle borgate.
Comunque sia, ‘in principio c’era l’Audace’, verrebbe da dire, ma non solo i biancorossi: c’era anche la Lazio, la Virtus, la Juventus-Roma e il Football Club Roma (o Roman, chiamata così dagli inglesi); dalla Virtus partì l’iniziativa di giocar e il primo ‘Campionato Romano’ strutturato su due categorie e che vedeva avvicendarsi le tre squadre prima citate in un primo girone mentre in un secondo le stesse con l’aggiunta dell’Atalanta-Roma, società minore e considerata calcisticamente inferiore.
Un campionato inter no che non aveva rimandi o fasi nazionali, giacché è bene ricordare come, escluso il primo periodo pionieristico del campionato dell’“attività calcistica tra i soci di questa o quella squadra sportiva”, il campionato nazionale era strutturato sulla base di gironi regionali e successivi scontri diretti tra le migliori dei gironi locali.
Il torneo fu vinto dai biancocelesti della Lazio con questa formazione: Zaccagna, D’Amico, Marrajeni, Andreoli, Novelli, Mariotti, Onori, Saraceni, Amodei, Mizzi, Ancherani.
Una piacevole nota, che strapperà un sorriso ai più che tengono in mano questa copia del «Nuovo Corriere Laziale», fu quella per cui, durante quel campionato romano del 1907, la Lazio non aveva il benché minimo rivale e la Virtus stessa, unica che poteva tener testa ai biancocelesti, decise di desistere, o meglio, come riportava ‘Il Messaggero’ del 1905 «di non volersi più trovare di fronte alla Lazio» tanto che «non avendo trovato competitori la stessa società SP Lazio (Società Podistica Lazio) ha composto due squadre coi propri soci: Partito Celeste e Partito Bianco».
Comincia tutto da un pugno di squadre, in buona sostanza, da una manciata di campi ed è utile riportare quanto descritto dalla rivista ‘Foot-Ball’ dell’allora Federazione Giuoco Calcio che poneva la questione della problematica intorno ai “campi da giuoco”.
L’Alba non era in grado di partecipare ai campionati federali tant’è che in due articoli, poi recuperati dal certosino lavoro del Comitato Regionale del Lazio
nel volume ‘I cento anni del Comitato Regionale del Lazio’, si leggeva:

«gravissimo insorge in
Roma il problema di ottenere un campo adatto per le esercitazioni del giuoco del calcio e per la risoluzione del quale sono in moto i Comitati Direttivi delle principali Società Sportive della Capitale. Finora si giuocava molto bene in Piazza d’Armi e a Villa Umberto I; ma adesso per le abitazioni popolari in costruzione nella prima, non è più possibile giocarvi dato che lo spazio libero è molto ridotto, e quel poco, è tutto intrinsecato da fosse profonde, dal continuo passaggio dei carri adibiti al trasporto di materiale. Rimarrebbe la Villa Umberto I, ma il Consiglio Comunale sembra assolutamente deciso, entro breve tempo, a proibire qualunque giuoco sportivo nella stessa e già ha sfrattato dalla Casina dell’Uccelleria la Società Podistica Lazio che da parecchi anni vi aveva posto la sua sede. Alle proteste elevatesi da tutti gli sportsmen romani ha risposto che impianterà un par co sportivo un miglio fuori della Porta del Popolo nella località detta dei Due Pini, ma finora vi sono ancor a dei canneti e delle fosse, quindi non sarà certo tra breve tempo che si potrà giuocare in quella località. Speriamo dunque, per l’incremento di questo giuoco così bello , che si possa ottenere dall’Amministrazione Comunale qualche concessione a scadenza un po ’ meno lunga, od almeno il permesso di poter continuare a giuocare a Villa Umberto I; altrimenti andrebbe perduto il frutto del lungo lavoro di tutte le società romane che già incomincia a dare buoni risultati, potendosi giuocare quasi ogni settimana dei bei matches che entusiasmano i cultori del giuoco del Calcio e procurano molti nuovi proseliti tra i quali bene spesso si notano delle buone promesse»

Quello ‘Stadio dell’Uccelliera’ che, come riportato dal volume ‘Calcio Romanus Sum’ di Pietro Straboni, divenne in seguito «l’area del Parco dei Daini» e che vide allenarvisi Silvio Piola, come testimoniato dal suo compagno di squadra Gardella: «Silvio, quando non giocava, aveva cura di non fermarsi, andando a prepararsi da solo nei tranquilli spazi fra il Parco dei Daini e Piazza di Siena».
Quel ‘Due Pini’, inoltre, che sarebbe diventato lo stadio del Roman, tra l’Auditorium e Viale Tiziano, e che sarebbe stato costruito a poca distanza dallo Stadio della Rondinella, quello della Lazio.
Nel secondo articolo del 1911 si leggeva, infatti, che 

«queste condizioni [quelle della penuria di campi] sono ancora peggiorate, perché il Municipio ha assolutamente proibito di giuocare nella Villa Umberto I e perciò di campi adatti per il giuoco del calcio non rimane che quello che il Roman Foot-ball Club tiene in affitto dal Comune di Roma, concessione che non si è voluta fare ad altre Società ben più importanti, che è stato loro recisamente rifiutato l’affitto di un tratto qualunque dei terreni che circondano il campo del Club suddetto, di modo che se una Società calcistica volesse giuocare, deve sfidare il Roman Club e fare un match con esso altrimenti non le rimane che elevare proteste che regolarmente rimangono inascoltate, ed ai giocatori null’altro che la consolazione di assistere ai matches che giuoca il Roman F.C. o tir are calcio contro i sassi camminando per la strada» 

Un scena di gioco nel campo del Motovelodromo Appio. (Si può notare la maglia della Fortitudo Roma indossata dal giocatore in secondo piano)
I campi erano pochi, in sostanza, e di certo non erano in ‘syntex’ dal momento che al Motovelodromo Appio vi si correvano non solo gare in bicicletta o motociclistiche, ma anche di un curioso sport che è classificabile come ‘motocalcio’: si giocava al pallone in moto sul campo di terra e, in un bell’articolo di Massimo Izzi su ‘Il romanista’ del 2012, si poteva leggere:

«La partita di calcio era ancora un avvenimento esotico, da gita fuori porta, da affrontare con pasto al sacco. Sarebbe profondamente errato dire che il calcio era un corpo estraneo alla città, ma lo era senz’altro per gli strateghi dell’urbanistica e per i suoi amministratori. Il calcio, non a caso, finì assieme alle corse di bicicletta e di moto. Quelle corse “pericolose”, cioè, che era meglio tener e lontano dalla brava gente che andava a passeggio o a comprare le pastarelle a Via del Corso; in fondo anche quei ragazzotti in mutandoni correvano, cercando come dei forsennati d’impossessarsi di una palla e il rischio di farsi male, in fin dei conti, ci doveva pur essere».

Alla Juventus Roma, sorta come emulazione della tutt’ora bianconera e famosa squadra torinese, toccava il campo della Farnesina, il ‘Piazza d’Armi’, abbattuto successivamente per ‘fare posto’ al quartiere Prati; zone centrali così com’era il campo ‘Madonna del Riposo’, o per meglio dire, il ‘Campo Aurelio Madonna del Riposo ’ situato nell’area tra Castel Sant’Angelo e la Pineta Sacchetti in cui vi disputava le proprie gare la Fortitudo Roma, poi Fortitudo Pro Roma, a seguito della fusione con il Pro Roma.
Fortitudo e Rione Borgo, il quartiere popolare seguiva appassionatamente la propria squadra ed è facile immaginare un clima simile a quello descritto anni fa sulle pagine de ‘Il Romanista’ da Massimo Izzi.
A proposito della Fortitudo è bene ricordare un fatto non proprio irrilevante e, cioè, quello che vedeva legata la società sportiva all’ambiente del Vaticano: la ‘Società di Ginnastica e Scherma Fortitudo’ possedeva una società calcistica che utilizzava il rosso ed il blu come colori sociali, più manifesto omaggio alla ‘Roma dei Papi’.
Il Pontefice di quel tempo fece egli stesso nascere, praticamente, la Fortitudo Roma: 

«nacque grazie ad una donazione di Pio X nei confronti dei frati Fratelli di Nostro Signore della Misericordia, ai quali il papa regalò un’area a piazza Adriana 22, a due passi da Castel Sant’ Angelo, dove furono costruiti i primi locali della società»,

come scriveva Edoardo Lubrano nel 2007 sulle pagine della cronaca romana del quotidiano nazionale ‘La Repubblica’.
La Pro Roma, nata dalle ceneri di un altro club di nome Ardor, giocava le proprie partite alla Piramide, sebbene usufruiva anch’essa del campo di Piazza D’Armi, così come d ’altra parte, il campo della Rondinella aveva visto avvicendarsi molte tra le società prima citate le quali avevano quello come ‘approdo sicuro’.
E infatti, era presente anche la Società Ginnastica Roma (1914) a disputare inizialmente le proprie partite alla ‘Rondinella’ così come la Lazio, in seguito ci fu il ‘Campo degli Olmi’ ad appannaggio dell’US Romana, società sorta dalle ceneri della SGR.
Prima della presa del potere da parte fascista, l’ambiente romano era costellato da una serie di società più o meno grandi, come s’è cercato di dire nel corso di quanto scritto e la Lazio, fino al 1927, occupava un posto di primo piano nell’ambito calcistico tanto da meritarsi la qualifica di Ente Morale nel 1921 per Regio Decreto; Mussolini, una volta preso il potere al motto di “tutto il potere al fascismo”, bruciate sedi di giornali e ucciso oppositori politici in tutto il Paese, affermò un vago principio di unicità delle squadre calcistiche delle città maggiori d’Italia, approcciandosi (quasi) imperialisticamente nei confronti del calcio romano e non. 
E qui, a questo punto, Storia e racconti si confondono e si ammantano di una nebbia fittissima: gli aneddoti, fanno assumere tratti da ‘memorie di vita vissuta’ ai personaggi della Storia come Italo Foschi e Giorgio Vaccaro, entrambi esponenti fascisti ma con interessi del tutto opposti dal momento che il primo, su ordine di Mussolini, avrebbe dovuto ribadire il fatto che a Roma ci sarebbe stato spazio per una sola squadra, la nascitura A.S. Roma («La squadra si chiamerà Associazione Sportiva Roma, i colori saranno quelli dell’Urbe: il giallo ed il rosso, ed il campo di gioco sarà quello della Rondinella»).
Dall’altra, Vaccaro, da socio semplice della Lazio, ne diventò Vicepresidente così da scongiurare la sorte che aveva in serbo l’emissario mussoliniano, ma si sa, almeno quello la Storia non può nasconderlo, entrambi facevano riferimento a Mussolini essendo emanazione del partito fascista, e Vaccaro rispondendo a Foschi, come riportato nello storico volume ‘Lazio Patria Nostra’ di Mario Pennacchia, sentenziò: 

«la Lazio è Ente Morale dal 1921 per Regio Decreto, con una sua storia carica di gloria alle spalle, quindi non può certo scomparire. Se proprio vogliamo creare una nuova società a Roma raggruppando tutte le realtà cittadine, ben venga, ma il suo nome deve essere Lazio, i colori devono essere il bianco e celeste, ed il campo quello della Rondinella. E comunque, se proprio vogliamo far nascere una squadra che si chiami Associazione Sportiva Roma come il Duce vuole, la cosa è fattibile. In questa città c’è spazio per due grandi squadre e una sana rivalità sportiva potrebbe essere un bene per migliorare la competitività del calcio della Capitale».

Così, i piani di Mussolini si sgretolarono del tutto: niente più Roman, Audace e US Romana; niente più Juventus o Atalanta Roma, dal 1927 le maggiori società furono la Roma e la Lazio. 
Altre ne sorsero, nel periodo postbellico, così come quelle che si estinsero in seguito, ma questa è — davvero — un’altra storia.
Articolo pubblicato sul «Nuovo corriere laziale» del 4 maggio 2015

Il Partito Repubblicano Italiano dopo il suo quarantasettesimo congresso

Originariamente questo post venne pubblicato su Sinistraineuropa.it, ma ora il link di reindirizzamento non funziona più. Lo ripubblico ora [20/09/2022], andando ad ampliare la sezione del “Deposito bagagli”.
Nella versione originale c’erano foto di quell’assemblea e un crogiolo di ipertestuali di cui ora ne funzionano solamente due, ma tant’è. 
L’otto marzo si è chiuso il Quarantasettesimo congresso nazionale del Partito Repubblicano Italiano.
Il Pri, quel partito con quel simbolo mai mutato e mai cambiato nel corso del tempo, così come la falce e martello per i comunisti.
I Repubblicani hanno attraversato lunghi periodi e fasi non molto serene della politica italiana e il congresso dell’edera, quarantasettesimo, ha visto un partito non in buona salute, per la verità: la prima diaspora repubblicana, dopotutto, s’è consumata anni fa quando, dopo l’esperienza elettorale del ‘Patto-Segni’, l’area di Gawronski e Verdini avrebbe approdato a Forza Italia, la componente della ‘sinistra’ del partito avrebbe fondato ‘Sinistra Repubblicana’ e – successivamente – entrata nei Ds, Maccanico avrebbe fatto nascere l’Unione democratica ed Enzo Bianco (attuale sindaco di Catania) ‘i Democratici’.
La seconda diaspora, in ogni caso, si verificherà anni dopo quando il Pri si alleerà con la coalizione di centrodestra, dopo un’intera legislatura nel centrosinistra: in quell’occasione si sarebbe verificata la nascita del Movimento Repubblicani Europei, postosi in alleanza col centrosinistra, ma rientrando nel partito nel corso del 46° congresso (nel 2011, dopo due tornate elettorali in alleanza con Ulivo prima e Pd poi).

Assise congressuale in cui lo stesso Nucara, segretario del Partito, ebbe a dire che «con l’unificazione tra Pri e Movimento repubblicani europei riprendiamo un cammino comune».

Verrebbe quasi da dire, tuttavia, che la storia dei repubblicani si perde ‘nella notte dei tempi’ della politica del Paese: le vicende dell’edera si intrecciano con quella delle brigate Giustizia e Libertà, quindi del Partito D’Azione, della cultura liberal-socialista che l’Italia – in buona sostanza – non ha mai visto realmente.

Si intreccia, in ogni caso, anche con la storia del Partito Comunista Italiano: Togliatti, ‘il migliore’, lo definì «piccolo partito di massa» e, recentemente, Tommaso Giancarli, in un bel post sul suo blog per il sito di Panorama, lo ricordava sommessamente, con un notevole rimpianto: 

«di fronte all’affermazione ormai definitiva di formazioni di massa quanto a numeri elettorali ma magrissime o evanescenti sul piano della struttura e della reale partecipazione, guardo all’Edera con qualche rimpianto; ma soprattutto credo che fosse sensata quell’ambizione, che, prima di ogni logica di parte, tradiva soprattutto una sconfinata fiducia nell’umanità, tutta, e nella sua capacità di governarsi, acculturarsi, migliorarsi. Tutta roba ottocentesca e un po’ da libro Cuore, forse, ma non è che le iniezioni di cinismo che ci pratichiamo da decenni stiano guarendo le nostre malattie». 

Il post di Giancarli prendeva le mosse dai dati elettorali delle elezioni del 2013, quelli della non-vittoria di Bersani, quelli dell’entrata in Parlamento del Movimento 5 Stelle, quelli della scatola di tonno: il Pri, così come il Partito Liberale Italiano, corre in solitaria e presentando la propria lista in non molte regioni e i dati elettorali non erano proprio esaltanti: il candidato Presidente del Consiglio dei Ministri era il responsabile organizzativo del partito (Franco Torchia) e l’edera raggiungeva seimilanovecento voti scarsi, pari allo 0,02% dei consensi.
Mosso da uno spirito storicista (ancorché vagamente amante delle nicchie) e di estrema curiosità di ascoltare il dibattito del Partito, decido di andare al ‘Church Palace’, luogo in cui si svolgeva il quarantasettesimo congresso del Pri, e, a margine della seconda giornata di lavori, ho potuto intervistare il coordinatore nazionale Saverio Collura, repubblicano di vita e reggino di nascita
La sala non faceva presagire grandi folle, né lo stesso Nucara, nel corso della terza giornata dei lavori, aveva pronunciato parole che sarebbero andate a sconfessare il numero di presenti: 

«In effetti siamo molto pochi, ma non è che nel passato i repubblicani fossero tanti: il primo congresso a cui ho partecipato è stato nel ’65, quello che avrebbe eletto segretario Ugo La Malfa.. Beh, forse eravamo la metà di quelli presenti in questa sala, e io non ero nemmeno delegato!»

così come, nella stessa giornata, Giovanni Postorino, delegato e già rappresentante della Federazione Giovanile, si esprimeva così: 

«di folle non ne ho mai viste, eccezion fatta per una Conferenza programmatica prima del congresso di Bari (2001 nda) in cui un ragazzo mi aveva fermato dicendomi “stai entrando in un momento complicato per il partito ché non si sa se supererà l’estate”, ed era maggio». 

Dal «piccolo partito di massa» togliattiano all’adesione all’Alde (Alleanza dei liberal democratici europei): «l’Alde è il normale approdo dell’azione politica del partito, non si dimentichi – mi dice Collura – che Mazzini parlava di Giovine Europa, quindi l’Alde è un passaggio ineludibile giacché in Italia è mancata la cultura europea-riformista e il Pri ne è un’espressione significativa: siamo in linea con il ‘piccolo partito di massa’ di togliattiana memoria».
Quindi la ricostruzione del ‘campo’ lib-dem: «L’Italia ha bisogno come il pane della cultura liberal democratica: la crisi è frutto della bassa politica, noi infatti nel nostro slogan diciamo di voler costruire ‘l’altra politica’ e ‘l’alta politica’; il problema centrale, oggi, è che l’Italia ha bisogno di buona politica, siamo per l’alternativa» giacché «l’elettorato non deve percepirci come ‘il partito benpensante o di élite’ ma come ‘il partito dell’alternativa a questa situazione’, che sia radicale dal momento che vent’anni se li sono divisi dieci tra centrodestra e centrosinistra, è impensabile che siano quelle forze a traghettarci fuori dalla crisi».

La legge elettorale? 
«Un’autoconservazione dei due poli che hanno prodotto la catastrofe del Paese, la riforma del Senato il caravan serraglio della politica italiana», riforme che «devono essere abbattute» perché ne servono ben altre: «riformare la burocrazia, ad esempio, a volte prima di vedere attuata una legge dello Stato passano anni, pensi che c’è una legge del Governo Berlusconi che deve ancora entrare in vigore perché i decreti attuativi e i regolamenti ancora non sono pronti, il 30% dei provvedimenti di Monti idem».
Certo, è pur vero che c’è stato un abuso della decretazione di legge, per usare un eufemismo ma «il problema sono i decreti attuativi e i regolamenti: la legge non è autoapplicativa come avviene in Francia». 
Sulla Grecia, su Tsipras, sul cosiddetto braccio di ferro tra Varoufakis e Troika, invece, Collura non la manda a dire, avendo sostenuto Guy Verhofstadt alle elezioni europee assieme a Scelta Civica e a tutta la galassia lib-dem italiana: «La Grecia ha fatto gli stessi errori che ha commesso l’Italia: la ricchezza prima la si produce e poi la si distribuisce, l’errore di Tsipras è quello di aver pensato che potesse sfuggire, tanto che si è reso conto di dover trattare con l’UE»
«Tenga presente che del quantitative easing – prosegue Collura – alla Grecia non andrà neanche un euro perché esso è in relazione ad impegni complessivi che ogni Paese deve sottoscrivere: la Grecia, poi, ha avuto una somma notevolissima dalla BCE, in relazione al suo Pil e al suo debito, anche perché tutto il debito del paese ellenico equivale a quanto il nostro Paese deve rimborsare in un anno come debito in scadenza, ma la natura del problema è la stessa: non sono i burocrati di Bruxelles che ce lo impongono ma i mercati!».

«Se noi italiani diciamo che non vogliamo rispettare i parametri di Maastricht nessuno ci fa nulla, ma un minuto dopo succede che l’Italia ogni anno deve rinnovare 200miliardi di euro in scadenza: se il Paese non ce l’ha li chiede in prestito; tenga presente che avendo un bilancio in deficit ogni anno, abbiamo bisogno dei prestiti ma se non siamo credibili sui mercati, nessuno ci dà i soldi per ripianarli e se nessuno ce li dà, non siamo in grado di pagare gli stipendi…E’ un falso problema additare Bruxelles come la sede di tutti i mali, sono i mercati che impongono la situazione», ma non c’è un problema del modello di società che ne è scaturita, Collura sorride e le rughe che gli solcano il volto seguono la forma delle labbra che articola parole: «voi marxisti – sorride nda – dovete cominciare a capire che l’Unione Sovietica è caduta sui problemi delle compatibilità finanziarie». 
Terminata la chiacchierata (più che intervista) con Collura, la cui pronuncia del cognome evoca immediatamente le radici della Calabria greca, torno alla macchina e mi immetto nel Raccordo anulare fino all’uscita di casa.
Mentre percorro i chilometri che mi separano dal ‘Church palace’ a casa, ripenso ad una chiacchierata di un po’ di tempo fa con un vecchio compagno, ad una riunione non molto operativa né tantomeno stimolante dal punto di vista del dibattito: i suoi parenti, mi raccontava, erano divisi tra Pri e Pci «di una cosa, a casa mia, s’era certi: la sezione dei repubblicani e quella dei comunisti erano sempre aperte una a fianco all’altra: edera e falce e martello insieme. I repubblicani non erano marxisti come me e te, come noi, nient’affatto, ma erano di quella cultura liberale, socialista, antifascista che a ‘sto Paese è sempre mancata.. solo che poi, è venuta a mancare anche a loro… Ogni tanto, quando indosso la giacca, mi rimetto all’occhiello l’edera di mio zio, tanto per…».

Indipendentismo sardo, questo sconosciuto [Contrappunti – 2014]

Gli ultimi mesi hanno decretato l’affermazione e la crescita del
movimento indipendentista sardo. Lo hanno dimostrato le elezioni
regionali del febbraio 2014, ma anche la maggior attenzione allo
specifico dibattito e le manifestazioni sul territorio. L’ultima e la
più imponente si è tenuta il 13 settembre a Capo Frasca, nei pressi di
un gigantesco poligono che segna il confine tra la provincia di Oristano
e Cagliari. Dodicimila persone per chiedere “dismissione, bonifiche,
riconversione” e, ovviamente, indipendenza. Per comprendere meglio le
rivendicazioni sarde e gli avvenimenti di Capo Frasca, abbiamo voluto
intervistare Marco Piccinelli, cronista romano di Controlacrisi.org che
da tempo si occupa della questione isolana.

 

  • Si parla poco della questione. La politica e il giornalismo italiani quanto sono distanti dalla causa sarda?

La questione, se ci si dovesse fermare a guardare la stampa
nazionale, sarebbe praticamente inesistente (gli indipendentisti
direbbero ‘la stampa italiana’): si pensa alla questione
dell’autodeterminazione come a qualcosa di marginale, quasi
folcloristico o molto settario. Ma queste due cose, purtroppo o per
fortuna, non lo sono più, almeno riferite all’indipendentismo della
Sardegna o Sudtirolese. La questione non è più folcloristica perché ha
avuto una spinta molto forte, e decisamente innovativa, col nuovo
millennio: le organizzazioni storiche, come il Partito Sardo d’Azione
(Psd’az), Sardigna Natzione – Indipendentzia (SNI), agli inizi del 2000
hanno assistito ad un vero e proprio terremoto quando s’è venuta a
creare (da una costola di SNI) una nuova organizzazione, cioè iRS –
indipendèntzia Repubrica de Sardigna. Il merito che ha avuto iRS –
tralasciando le sue vicende che l’hanno portata ad essere, oggi,
all’interno del consiglio regionale ma depotenziata praticamente del
tutto, – è stato quello di aver sdoganato il tema dell’indipendenza. Non
è più un tabù, nell’isola: la questione indipendentista è
davvero ‘sulla bocca di tutti’. Anche Mauro Pili, ex presidente della
Regione Sardegna di Forza Italia, ha abbracciato una lotta fortemente
identitaria ponendosi alla testa del movimento ‘Unidos’, da lui creato.
Ecco, i giornali (e la politica) – per come la vedo io – rimangono
distanti dalla tematica indipendentista perché ritengono la questione
ancora fortemente etno-folcloristica. All’indomani delle elezioni
regionali del febbraio 2014 abbiamo notato un cambiamento: a causa di
una legge elettorale fortemente bipolarista, con una soglia di
sbarramento e un premio di maggioranza assurdi, gli indipendentisti di
ProgReS hanno visto il numero ‘0’ a fianco alla parola ‘seggi’ dopo che
la loro candidata presidente, Michela Murgia, aveva sfiorato l’11% dei
voti. Questo stesso meccanismo è applicabile anche per iRS che ha raccolto
lo 0,82% dei voti, entrando in Consiglio Regionale per effetto del
premio di maggioranza sancito dalla legge elettorale, mentre il Fronte
Indipendentista Unidu, col suo 1%, è rimasto fuori dai giochi. Ecco
perché l’indipendenza non è più un tema legato ad una settorialità o ad
una marginalità tutta isolana: se non ci fosse stata la legge elettorale
in questione – che il blogger Emanuele Rigitano ha ben definito
‘Sardum’ richiamando l’Italicum – il consiglio regionale, e la Sardegna
tutta, sarebbero stati attraversati da un vento indipendentista molto
consistente. Il fatto che la politica italiana non prenda in
considerazione le istanze dell’isola, o che continui a procrastinare i
suoi doveri nei confronti della Sardegna non fa altro che acutizzare le
spinte indipendentiste.

 

  • Cosa significa indipendentismo sardo per chi, non essendo del luogo, riesce a guardare la situazione con occhio critico?

La questione indipendentista della Sardegna, perlomeno per me che
sono ‘del continente’, è sintetizzabile nell’espressione:
‘riaffermazione della propria sovranità’. Ma ‘sovranità’ non è il fine
ultimo della questione indipendentista. Come ha notato Carlo Pala,
politologo dell’Università di Sassari, il termine ‘sovranismo’ non
esiste: «quel termine indica, semplicemente, una tappa della tappa.
Se mi definisco sovranista potrei confondermi con il mare magnum di
persone, che sono affezionate alla propria identit
à, ma che non hanno unidea
e una caratterizzazione politica chiara. Ecco perché quel termine è da
rifuggire, almeno in un dialogo scientifico, ma anche in un dialogo più
colloquiale. Anche perché gli stessi indipendentisti tengono da parte
quel termine, almeno in Sardegna: lo vedono come una stratagemma
affinché le coalizioni più grandi, che vanno formandosi per le
regionali, possano vivere anche loro di essere sovranisti. Fino a poco
tempo fa era impossibile che dei partiti italiani i spostassero verso
tematiche che sono fortemente identitarie»
. Ecco perché la
‘sovranità’ è un qualcosa che gli indipendentisti sardi sono determinati
a raggiungere, ma non come fine ultimo culturale e politico della loro
attività.

 

  • I sardi chiedono “dismissione, bonifiche, riconversione”. Spiegaci di cosa si tratta.

I sardi chiedono, per riprendere le rivendicazioni della manifestazione del 13 settembre a Capo Frasca, il «blocco
immediato di tutte le esercitazioni militari e la chiusura di tutte le
servitù, basi e poligoni militari con la bonifica e la riconversione
delle aree interessate».
Si possono ritenere giustissime o assolutamente non valide le
spinte sarde verso l’indipendenza ma, secondo me, è impossibile non
essere solidali con le rivendicazioni del popolo sardo riguardo la
chiusura dei poligoni e delle basi militari nell’isola. Lo Stato
italiano, essendo parte della Nato, possiede nell’isola una serie di
basi e di poligoni militari destinati a vari eserciti. La questione è
sorta nel 1965 quando la Nato ha impiantato a Quirra la sua piattaforma
di addestramento, il PISQ: poligono sperimentale interforze.
Successivamente si sono aggiunte le basi di  Capo Teulada, Capo Frasca,
la base di Decimomannu e via dicendo. Il poligono del Salto di Quirra,
analizzando i dati della Regione Sardegna, occupa 12.700 ettari di
territorio, quello di Teulada 7.200 (per estensione, sono i primi due
nella classifica italiana), mentre la base di Capo Frasca occupa oltre
1.400 ettari. Poi ci sono ulteriori basi, tra cui quella degli Stati
Uniti a Santo Stefano. A Quirra, ad esempio, c’è una straordinaria
incidenza di patologie e forme tumorali tra la popolazione. Falco
Accame, ex generale e presidente dell’associazione vittime dei militari,
aveva dichiarato a L’Espresso fatti molto pesanti. Per la procura di
Lanusei, che sta indagando sul caso, per Quirra si parla di «torio
disperso nell’ambiente e sul terreno dal 1986 al 2000, nei 1187 missili
lanciati». Torio presente, in particolare, in un missile che veniva
usato in quel territorio ma che è stato ritirato per iniziativa del
Ministro della Difesa Francese, dopo averne segnalato la tossicità.

 

  • Che aria si respira in Sardegna dopo la manifestazione di Capo Frasca? Sono previste nuove mobilitazioni?

Dopo la presenza di dodicimila persone a Capo Frasca, il dibattito
nell’area indipendentista è più che mai fervido e consapevole. Quello
che mi ha fatto riflettere, specialmente quando ero presente sul posto, è
stata la capacità di aggregazione che ha avuto il movimento
indipendentista tacciato di settarismo e minoritarismo durante la
campagna elettorale. Le organizzazioni che avevano imbastito,
inizialmente, l’iniziativa erano state: a Manca pro s’Indipendentzia,
Sinistra Natzione – Indipendentzia e tre comitati (Su Giassu, Su
Sentidu, Gettiamo le basi). Così come riportato dal comunicato stampa da
essi diramato il 2 agosto. Nessuno di questi organizzatori, secondo me,
avrebbe mai calcolato il fatto che di lì a un mese si sarebbero
intercorsi fattori che avrebbero portato  migliaia di sardi a Capo
Frasca. Parliamo del boom mediatico verificatosi qualche settimana prima
della manifestazione, ma anche dell’ingente campagna contro le servitù
militari nell’isola condotta L’Unione Sarda. Dopo la manifestazione di
Capo Frasca, gli indipendentisti hanno deciso di non abbandonare quel
terreno di lotta che li ha resi per la prima volta coesi. Proprio oggi,
26 settembre, il Fronte indipendentista Unidu, ProgReS, a Manca pro
s’Indipendentzia, Scida, Sardigna Natzione, i comitati Su Giassu, su
Sentidu e Gettiamo Le Basi stanno tenendo una conferenza stampa per fare
in modo che il lavoro messosi in moto non vada disperso. Subito dopo le
elezioni regionali, avevo scritto due cose: la prima è che il voto
indipendentista rappresentava un fiume carsico che, a causa del fattore
‘legge elettorale’, stentava a venire a galla nonostante gli ottimi
risultati di cui parlavo prima; la seconda era che l’indipendentismo (o
le sue sghembe traduzioni ‘sovraniste’) rappresentava un non-luogo di
rappresentanza politica (in Regione gli indipendentisti sono presenti,
ci sono anche sovranisti e sardisti del Psd’Az, ma sono dispersi tra le
due coalizioni). A partire da Capo Frasca, dunque, dalla conferenza
stampa di oggi, secondo me, potranno aprirsi nuovi scenari. Magari il
movimento indipendentista non maturo ‘al 100%’, ma è comunque in grado
di dare uno slancio alla propria azione politica, lasciandosi finalmente
alle spalle le derive folcloristiche.

 

Quest’intervista è una delle poche che mi siano state fatte. La prima in assoluto, con certezza: realizzata da Adalgisa Marrocco, amica ora all’Huffington Post da più di un lustro, è stata pubblicata all’indomani della ‘manifestada’ di Capo Frasca il 26 settembre 2014. 

Dopo la manifestazione di Capo Frasca, le rivendicazioni per
l’indipendenza sarda assumono inaudito rilievo. Un’intervista a Marco
Piccinelli, cronista che da tempo si occupa della questione isolana

https://www.contrappunti.info/novita/indipendentismo-sardo-questo-sconosciuto/

L’Iran ai mondiali

Non sono un grande appassionato di calcio, anzi, se dicessi che tifo per il Venezia perché mi sono innamorato della città sospesa sull’acqua da quando ero molto molto piccolo, sarei – quantomeno – preso in giro a vita.
Nonostante non coltivi questo grande amore per il calcio, ogni tanto, quando il Venezia era stato retrocesso d’ufficio in serie D causa plurifallimento, qualche partita la seguivo; il nome di qualche giocatore me l’ero perfino imparato. Quando trasmettevano la partita su Rai Sport 1, una tra quelle rare volte che trasmettevano il Venezia, emettevo un grugnito di incoraggiamento ogni volta che Volpato prendeva la palla.
Gliela serviva da dietro Lelj, il centrocampista che ora milita in una delle squadre dell’eccellenza vicentina, credo sia col Marano, ma come dico, sbaglio.
Soffrivo insieme ai tifosi quando, in diretta, il Treviso aveva rifilato tre gol al Venezia e Zubin ne era riuscito a mettere dentro uno solo e pure su rigore.
Disfatta completa, ma c’era l’orgoglio lagunare che faceva cantare ‘el pope’ a tutta la curva.
In quel periodo, nel secondo liceo (per i profani, quarto superiore), era arrivato nella mia classe un compagno nato in Italia ma con origine iraniane.
Giocava e gioca a calcio a 5, in difesa, e non è niente male, anzi!
Qualche volta ci vedevamo per studiare insieme: lui era molto intuitivo nelle materie scientifiche e a matematica era molto bravo mentre io, appena mi mettevano tre cifre sotto gli occhi, le pupille iniziavano ad allargarsi come in preda ad overdose.
Lui, comunque, sempre oltre la sufficienza nelle materie scientifiche. Io costantemente ad aggrapparmi ad un 6-/5 e mezzo sperando che lievitasse da sé in una stiracchiata sufficienza che non mi facesse prendere il debito.
Comunque sia, le materie letterarie erano quello che mi piaceva, quindi ci compensavamo: io dicevo in breve a lui qualche autore di latino, la critica e l’analisi di qualche testo; lui mi indottrinava in matematica. Così come faceva l’altro compagno che, da un’altra scuola della periferia romana, era approdato insieme a lui nella classe in cui stavo del Bdn.
Una volta, in cui la voglia di studiare non era elevatissima, non che fosse impossibile questo fattore, per la verità (eravamo molto discontinui nello studio, ma almeno armati di buona volontà), mi aveva fatto vedere il video di un giocatore iraniano famoso anche in Europa e di cui, ovviamente, ignoravo completamente l’esistenza.
Mi aveva fatto vedere qualche video scritto in persiano, caratteri a me incomprensibili, che però a lui riusciva facilissimo leggere, ovviamente.
Ali Karimi, era il giocatore del video.
Il tizio faceva girare gli occhi e la testa ai difensori avversari, era una specie di fenomeno ai miei occhi e in effetti in un video, stavolta a caratteri latini, la descrizione recitava “Ali karimi, iranian Maradona”.
Magari un po’ esagerato il paragone, ma certamente quel giocatore lì aveva capacità.

L’altro giorno mi imbatto, per caso, nel tabellino delle partite che si succederanno nei prossimi giorni per l’inizio dei mondiali di calcio del 2014 che, quest’anno, si svolgeranno in Brasile.
Noto, non con poca sorpresa, che in un girone è inserito anche l’Iran e penso alla squadra sognata che mi ero fatto, in cui c’era anche Ali Karimi, nonostante in questi ultimi anni non abbia più indossato la maglia della sua Nazione.
Ripenso al compagno di classe che esultava per le vittorie dell’Iran in coppa d’Asia di quell’anno in cui mi aveva fatto vedere il video delle prodezze del giocatore iraniano, che ha giocato anche in Germania nel Bayern Monaco.
Ho mandato un po’ la testa in tilt e ho associato quell’Iran, quell’Ali Karimi e a come sarà vissuto il mondiale in quella casa di Centocelle. A tifare, sorridendo spensieratamente, due nazionali.

Se viene rovinato anche il 25 aprile

Oggi, è il 25 aprile e, personalmente, ho acquisito il valore della giornata del 25 aprile cammin facendo, non sapevo nulla di lotte partigiane, azionisti, comunisti, socialisti. 

Ho appreso man mano il valore della Resistenza e delle lotte partigiane durante il liceo, poi – ovviamente –  in questi anni universitari, stando a contatto con i compagni e le compagne delle sezioni di Tor Bella Monaca, del Villaggio Breda, quest’ultima intitolata ad un partigiano del luogo che, prima, più che urbanizzato era piena campagna. 
Ai cortei del 25 Aprile ho cominciato ad andarci tardi, partecipando, inizialmente, alla commemorazione territoriale a Piazza delle Camelie, a Centocelle; da quattro anni a questa parte vado anche al corteo centrale che arriva a Porta San Paolo, terminando col comizio a Piramide. 
Oggi, ad esempio, sono partito da casa felice: mi ero addirittura messo la giacca, m’ero vestito bene. Mi sarei preparato per la solita camminata antifascista assieme ai compagni, a gente comune, magari non iscritta ad alcun partito, ma che sente di dover manifestare il proprio antifascismo contro la nuova alzata di scudi dei fascisti in tutta europa. 
È un dato di fatto: le elezioni amministrative in Francia hanno consegnato un Fronte Nazionale della Le Pen in grande spolvero sebbene si fosse presentato solo in 600 comuni; piazza Maidan, in Ucraina, ha visto la passerella dei fascisti di Settore Destro e la distruzione delle sezioni delle organizzazioni comuniste ucraine.
Non sapevo di essere comunista, mi hanno insegnato ad esserlo ed è un qualcosa di inspiegabile: non è una moda né un momento giovanile, come possono dirti, è una speranza per una nuova umanità, realmente.
Comunque sia, mi metto in moto e prendo la metro; arrivo a Colosseo, dov’era l’appuntamento per la partenza del corteo. 
Arrivo, vedo la polizia che tiene distanti i gruppi della comunità ebraica romana e della Brigata Ebraica, quella brigata partigiana che ha combattuto nelle fila dell’esercito inglese. Volano parole da parte loro nei confronti dei palestinesi: «Fascisti! Assassini!». 
Si continua così finché il presidente della comunità ebraica Pacifici dice che «La festa è nostra, W Il 25 aprile», con annesse prese di posizione da parte dei manifestanti, cioè, che se ci fosse stata anche una sola bandiera palestinese, il corteo non sarebbe partito.
La situazione cambia rapidamente in pochissimi minuti, la polizia circonda le persone con le bandiere della Palestina, il corteo parte e lascia i comunisti al palo perché stavano difendendo il diritto alla manifestazione per chi possedeva quelle bandiere https://www.facebook.com/photo.php?v=289439267881703&l=3474844196601414610
Arrivano discussioni su discussioni mentre si sta fermi: provocatori ai lati della strada che tastavano il nostro livello di sopportazione , momenti di tensione quando alcuni, veri e propri energumeni che si sono dichiarati appartenenti alla comunità ebraica, con tanto di bandiera con la stella di David in mano, hanno iniziato ad aggredire verbalmente e fisicamente alcuni manifestanti. 
Un compagno, nella mischia, si è beccato un cazzotto sullo zigomo. 
Una signora che teneva una bandiera palestinese, ignara, si è trovata un signore che le brandiva una bandiera israeliana davanti mentre la intimava di rimuovere immediatamente quel pezzo di stoffa palestinese.
Il tizio che brandiva la bandiera dello Stato Israeliano, visto che la signora non abbassava la bandiera, ha iniziato a prenderle la stecca di plastica e dire «Non ci deve stare questa! La dovete togliere!». Sono susseguite, poi, delle fasi concitate in cui la polizia ha cercato di azionare le proprie camionette, i celerini si sono messi i caschi, è arrivata anche la finanza a dare man forte.
Nel parapiglia un altro energumeno ha iniziato a provocare altri manifestanti da un’altra parte della strada, molto ravvicinata a quella precedente visto il fazzoletto di terra in cui si stava svolgendo l’azione. Il risultato è che sono volate parole grosse «Vattene da qui!» e «Non mettete le mani addosso, vi ammazzo tutti!», mentre riprendevo la scena col cellulare un altro signore mi mette la mano sul telefono e mi ostruisce la visuale. 
I compagni di Labaro Tv, mentre riprendevano tutto da più vicino, si sono visti rompere la propria telecamera, dopo essere stati aggrediti verbalmente e non.

Non ho una tempra fortissima, lo ammetto, e, visto tutto questo, mi siedo da una parte a ragionare su come il nostro 25 aprile di quest’anno sarebbe stato compromesso definitivamente. «Il 25 aprile, per me, è Natale», mi dice Eugenio, un compagno, un ragazzo.

Come non condividere quanto detto? E’ la festa della pace, per la liberazione di tutti i popoli da tutti gli oppressori, della liberazione partigiana dal nazifascismo. E questo, forse, alla comunità ebraica romana non è andato a genio.
Rimaniamo fermi, ancora fermi, partiamo tardissimo quando ormai la testa del corteo ha già raggiunto la Piramide e Porta San Paolo, dileguandosi completamente, per poter concedere la sfilata al sindaco Marino che ha retto lo striscione dell’Anpi per i canonici minuti utili allo scatto di qualche foto. 
Partiamo cantando ‘Su comunisti della Capitale’: eravamo duecento, ma sembravamo un milione tale era l’aria che era presente nei polmoni di ognuno. Mi sono messo a filmare su un muretto la scena https://www.facebook.com/photo.php?v=289460834546213&l=4636604421531018927 e non era niente male, al colpo d’occhio. 

Personalmente, non ho la tempra di reggere una situazione di tensione in un ambito che sarebbe dovuto essere, per la mia visione pacifista e non violenta, una passeggiata antifascista, per la Liberazione vera e reale. 
Non sopportavo l’idea che degli energumeni avessero rovinato un 25 aprile, prima di Porta San Paolo me ne sono tornato indietro.
Forse, magari sicuramente, ho sbagliato. 
Ma il 25 aprile, per me, è la festa della pace, della Liberazione dei popoli per la costruzione di una nuova umanità. 
Del socialismo, perché no…