Qualche foto [storta] in bianco e nero del Vietnam

La produzione Fotostorte si è recata in Vietnam in viaggio di nozze. Ma non c’è viaggio senza le foto rigorosamente storte, nomen omen, sfocate e tendenzialmente bruttine. Stavolta, però, la produzione ha voluto fare le cose in grande e, addirittura, si è portata con sé una macchina fotografica a pellicola e dei rullini addirittura in bianco e nero. 

In perfetto stile fotostorte: è tutto a fuoco, tranne Maria

Prima del Vietnam

Tre cose strane del Vietnam

Dopo la serie “Cose strane della Bolivia“, direi che un post analogo per il Vietnam sia più che doveroso. 

#1 – Le docce

Vi ricordate le docce boliviane, quelle con i fili elettrici attaccati al soffione? Qui si sono organizzati diversamente. Il rubinetto del lavandino prevede un attacco per il tubo della doccia, così ci si può tranquillamente lavare azionando l’acqua dalle manopole del lavandino. Solo dopo aver visto questa insolita collocazione della doccia abbiamo capito il senso dell’avviso posto nel bagno della stanza di un hotel di Hanoi in cui abbiamo trascorso la prima notte: “Per favore, non utilizzate la doccia al di fuori degli spazi”. Ammetto che la richiesta ci aveva lasciati perplessi: aver trascorso dei giorni lontani da posti frequentati da occidentali ci ha fatto facilmente capire il tutto. 

#2 – Il bagno

Rimaniamo sempre in ambito “sanitari” per parlare di come il lavandino non preveda uno scarico dedicato: l’acqua del lavandino finisce direttamente sulle mattonelle del bagno per poi defluire in uno scarico solitamente posto in uno degli angoli dello spazio. Come si può facilmente intuire: il bagno si riempie d’acqua con estrema facilità. 

Al di sotto del lavabo non c’era alcun tipo di scarico e l’acqua finiva letteralmente sui piedi

#3 – Bacarozzi (fritti)

Nell’homestay di Mu Can Chai, in cui abbiamo cenato e trascorso la quarta notte, per farci sentire molto accolti e farci provare delle cose buonissime da mangiare, ci hanno portato un piattino di scarafaggi fritti. Probabilmente la famiglia si sarà arrabbiata moltissimo: non abbiamo avuto coraggio di mangiarli e li abbiamo lasciati lì sul piatto dove li avevano posti. Quando ero bambino e chiedevo a mia madre cosa si mangiasse per cena, la sua risposta giocosa era quasi sempre: “Mah, non so: ti vanno bene dei vermetti fritti?”. In Vietnam ci sono andato vicino: letteralmente!

P.s. ciao mamma, no: non li ho mangiati ❤️

Le insegne luminose attirano gli allocchi


Fame e sonno

Il volo della Thai Airlines è durato 12 ore, al termine delle quali, come nel caso di ogni viaggio così lungo, si ha la sensazione di aver scalato una montagna nonostante si sia rimasti immobili (o poco più) per svariato tempo. Dalla partenza fino alle prime ore dell’alba (ora italiana, circa 22:00) la previdente compagnia thailandese ci ha fornito ben due pasti: il primo avrebbe dovuto rappresentare la cena, il secondo, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere una sorta di colazione ma teoria e pratica non coincidono spesso. Anche l’altro volo Thai per Hanoi avrebbe previsto una colazione (9 di mattina): cous cous con lenticchie e, per fortuna, della frutta. Usciti dall’aeroporto, un muro d’umidità e di caldo ci ha assalito e ci ha subito fatto capire che aria avrebbe tirato in Vietnam. La grande strada che porta alla città di Hanoi pullula di motorini che portano qualsiasi cosa. Anche persone, accidentalmente, ma soprattutto merci. Mancano due giorni alla parata del 30 aprile, giorno della riunificazione e della liberazione di Saigon da parte delle truppe nordvietnamite: i cartelloni propagandistici sono ovunque, così come dappertutto sono le immagini di Ho Chi Minh posto di fianco ad una colomba bianca, simbolo di pace, quella riconquistata dopo la cacciata degli statunitensi dal paese. 

Mai Chau

Il villaggio di Mai Chau si sveglia alle 5:30 circa. Case aperte al piano terra come la grande maggioranza delle abitazioni vietnamite: dalle grandi televisioni poste al centro degli spazi aperti nelle case si diffonde ad altissimo volume la musica della parata militare e il discorso del Presidente vietnamita: tutti sono intenti a guardare la parata: si formano capannelli di fronte ai grandi schermi delle case per poter meglio vedere la dimostrazione del governo. È il cinquantesimo della riunificazione del paese, da quando le truppe nordvietnamite hanno liberato Saigon (ora Ho Chi Minh City), da quando gli Stati Uniti sono stati cacciati dal paese. Gli occidentali fanno ancora fatica a comprendere la portata di questo evento: sulla guida della LonelyPlanet viene usata con grande serenità questa descrizione per illustrare, pur brevemente, l’avvicendarsi del colonialismo e dell’imperialismo in Vietnam: «Saigon divenne capitale della Cocincina (sotto la presenza francese): nel ’54 dopo la partenza dei francesi, la città divenne capitale della Reubblica del Vietnam. Quando cadde in mano alle forze nordvietnamite nel 1975 venne ribattezzata Ho Chi Minh City». Nessun accenno alla strage statunitense, “partenza” per indicare la fine della colonizzazione francese, “occupazione” per indicare l’entrata delle truppe nordvietnamite in città. Non fa una piega.

Ma siamo a Mai Chau e qui è festa, così come nei villaggi limitrofi, in ogni città, in ogni agglomerato di case (sia esso urbano o rurale). L’auista e l’interprete (necessario perché il vietnamita è totalmente incomprensibile all’orechio occidentale) mi invitano a sedere al tavolo con loro mentre sui loro smartphone scorrono le immagini della diretta del tg nazionale che manda in onda la parata. 

Ogni portone, ogni negozio, ogni motorino e automobile ha con sé la bandiera rossa con la stella gialla al centro. Ed è così 365 giorni all’anno, non solo in questi giorni di festa. Da tempo il Vietnam sta abbracciando il modello cinese: la Cina non è per loro solo un punto di riferimento politico ma anche di organizzazione sociale. Il marxismo-leninismo vietnamita significa semplicemente “democrazia a partito unico”, dunque: forte controllo statale, pianificazione economica ma anche libero mercato, libero accesso ad internet e a Google, pagamenti elettronici con QrCode (o con carte Visa) anche nei mercati più lontani dalle città e via dicendo. La moneta locale è fortemente svalutata: il cambio Euro/Dong (1 euro vale 29.000 Dong circa) assomiglia alle immagini della svalutazione del Marco durante la Repubblica di Weimar. È quel che si direbbe “democratura”, il Vietnam: quella torsione, di definizione tutta occidentale, che prevederebbe il mantenimento delle istituzioni proprie della democrazia liberale con un potere governativo molto forte e totalmente decisionista. L’opposizione, in certi casi, è più d’intralcio che positivamente dialettica, si direbbe. Qui, semplicemente, non esiste.

Sa Pa 

Nella città più turistica del nord del paese le contraddizioni si manifestano tutte insieme. Stride fortissimamente l’insieme caotico di bandiere rosse con la stella gialla (alternate a quelle del partito) con locali sfavillanti, pieni di lucine («le insegne luminose attirano gli allocchi», avrebbe urlato qualcuno sotto una drum machine e una chitarra acidamente distorta), ristoranti stracolmi di cibo occidentale e trappole per turisti. Estrema ricchezza ed estrema povertà si incontrano prendendo un taxi oppure girando per le strade in cui donne e bambini di varie etnie del nord vietnamita ballano per pochi Dong mentre vengono filmate da avidi turisti (che poi posteranno quei video su TikTok generando, sicuramente, il triplo del profitto).

Ci sono anche hotel e locali per soli vietnamiti i quali tentano di resistere stoicamente all’invasione occidentale e del turismo di massa proveniente da paesi limitrofi (Cina, Sud Corea, India, Malesia e Singapore su tutti) ma tutto si tiene in piedi su un obiettivo comune: soldi. Sa Pa assomiglia a una di quelle città italiane di località termali: Salsomaggiore, Chianciano o Montecatini, ma senza la crisi che attanaglia le strutture del fu turismo anni ’80. Il partito è presente in ogni slogan propagandistico affisso nelle strade, in ogni bandiera posta in ciascuna via ma il profitto è l’unico orizzonte di Sa Pa, quasi fosse un porto franco. Puoi pagare anche in dollari o in euro. I locali non fanno storie: il cambio è comunque a loro favore. 

Sa Pa Hope

Basta fare pochi chilometri e allontanarsi dalle enormi strutture alberghiere, dai locali per massaggi stracolmi di asiatici ed europei, dalle lucine abbaglianti del più sfrenato consumismo per andare a toccare con mano l’esclusione sociale generata dalla sfrenata e sfrontata identità di Sa Pa. I villaggi attorno alla città (ad esempio Ta Phin) vivono di agricoltura e sono popolati da un crogiolo di etnie. Ogni volta che si entra in una piccola comunità (sia essa rurale o cittadina) si viene accolti da una grande struttura posta come ideale porta d’ingresso che recita (in vietnamita e in dialetto della comunità locale): «Avanziamo progredendo nell’inclusione di tutte le minoranze». Attorno a Sa Pa quest’assunto non viene molto rispettato. Ragazze e ragazzi orfani delle minoranze Dzao e H’Mong sono totalmente esclusi dal sistema scolastico statale che, seppur capillare, non riesce ad assicurare loro la presenza educativa. Esclusi due volte. «Viviamo alla giornata: abbiamo un certo numero fisso di ragazzi che frequenta la nostra scuola ma molti altri vanno e vengono», a parlare è Phero Thuong ma a noi si è presentato come Peter, Pietro, perché ha abbracciato da molto tempo la religione cattolica e traduce così il suo nome vietnamita. Il posto, che ha chiamato Sa Pa hope village, è suo e i ragazzi sono divisi in tre livelli a seconda dell’età: «con i ragazzi del terzo livello strutturiamo un progetto scuola professionale, così da poter fare in modo di trovare un impiego nella ristorazione o nei campi». Solo che l’intenzione di Peter si è dovuta scontrare, negli anni, con i costi degli alloggi della città: «per molto tempo abbiamo avuto una struttura al secondo e terzo piano: al secondo facevamo scuola, al terzo i ragazzi dormivano». I più grandi, quelli del terzo livello, potevano essere impiegati nella caffetteria al piano terra del palazzo: «i costi, però, erano troppo elevati e adesso questo è il nostro posto». Il punto è che il progetto di Peter vive dei soli soldi di Peter e di donazioni locali: non ha collegamenti internazionali, non ha contatti con altre associazioni od Ong. «Gli unici volontari che, di tanto in tanto, trascorrono una parte dell’estate con noi provengono da Malesia, Singapore o Filippine», dice un po’ sconsolato Peter nel suo inglese molto personale.

«Sarebbe bello che qualcuno insegnasse l’inglese ai ragazzi stando insieme a noi», dice Peter mentre ce ne andiamo. I suoi sforzi sono stati (e sono tuttora) immensi ma c’è bisogno di molto ancora. 

Saigon

Umidità. Caldo asfissiante all’esterno e aria condizionata a temperature polari all’interno dei posti al chiuso. Grattacieli, vetrine di Dior, Tiffany, H&M, fast food americani (Burger King, Popeye), gioiellerie costosissime e negozi d’alta moda abbracciano le grandi arterie che portano al centro della città, nella fu zona vecchia, ora una delle più ricche del sud del Vietnam. Arterie stradali ai cui lampioni sono apposti stendardi del partito comunista e bandiere nazionali. Se a Sa Pa il luccichio dei locali era stridente, a Saigon la situazione è ancora più grottesca. Grandi catene dell’occidente capitalista, centri commerciali a sei piani e negozi di lusso si trovano a proprio agio su quella che doveva essere la più bella promenade della città colonizzata dai francesi, avvolta, come tutte le strade (grandi o piccole che siano), dalle bandiere rosse con la stella gialla o con la falce e il martello. Gli americani hanno perso sul campo la guerra proprio 50 anni fa: il paese in questi giorni è in festa da nord a sud. La riunificazione è motivo di unione patriottica della nazione riconciliata da chi aveva messo i vietnamiti l’uno contro l’altro (prima i francesi, poi gli statunitensi) ma è anche l’occasione per guardare ancora più criticamente il doppio volto di questo sistema a partito unico che ostinatamente rievoca il proprio passato glorificandolo (le immagini di Ho Chi Minh sono ovunque, così come due giorni dopo la liberazione di Saigon) ma che ha accettato il libero mercato con una serenità che apre ancor di più crepe e contraddizioni agli occhi occidentali. Starbucks sulla via Le Than Thon ha quattro vetrine, così come ce le ha una banca cinese che propone un tasso vantaggioso per chi depositerà i propri risparmi e deciderà di ottenere una carta Visa per i pagamenti. Gli americani saranno anche stati sconfitti militarmente sul campo ma il mercato ha battuto l’ideologia; gli iPhone hanno sostituito il motto della rivoluzione «mangia la metà, lavora il doppio per raggiungere gli obiettivi dello zio Ho»; TikTok, Instagram e mille altre piattaforme hanno mutato alla radice la consapevolezza della nazione riunificata e riappacificatasi dopo l’ondata di odio statunitense che ha posto le basi per la divisione al diciassettesimo parallelo. Risuona nella testa “Il mio nemico” di Daniele Silvestri che, sulla base di “Alturas” degli Inti-Illimani, aveva inventato un ritornello che fa comprendere bene la situazione che stiamo vivendo in questi giorni e dannatamente attuale (internazionalmente parlando): «il mio nemico non ha divisa / ama le armi ma non le usa / nella fondina tiene le carte Visa / e quando uccide non chiede scusa […] Il potere non lo logora». L’Italia è andata nella direzione del nemico della canzone, Silvestri è stato (purtroppo) presto dimenticato dalla gran parte degli italiani e i proiettili del grande capitale sono ancora tutti in canna.

E sembra non esaurire mai le sue cartucce. Il potere non lo logora.

Ho Chi Minh city/Saigon, 7.05.2025

(Altre foto saranno caricate nei prossimi giorni, al nostro ritorno, così come altri post – meno polpettoni – saranno pubblicati più avanti).

La [s]cicoria

La battaglia culturale di rivendicazione culinaria tra nord, centro e sud Italia si fonda spesso su luoghi comuni: dal Rubicone in giù si tende con estrema facilità a dare dei polentoni a coloro che abitano al di sopra della fu Linea Gotica. Allo stesso modo, chi abita nell’ex Lombardo Veneto si lascia andare in terminologie bossiane (terùn!) nei confronti di coloro che abitano dalle Marche in giù, fino ad arrivare a paragonare la cucina asiatica (aglio, curry, spezie, peperoncino e via dicendo) a quella del Mezzogiorno d’Italia.
Tanto più è aspra la lotta, tanto più prosegue intrisa di luoghi comuni e prese di posizione che affondano le radici nel «s’è sempre detto così», tale espressione in Bergamo viene condensata nello stringersi di spalle rivolgendo i palmi delle mani verso l’alto, accompagnando tale mimica con uno stentoreo «pota…».

Fatta questa premessa, è bene arrivare alla ragione del post: la cicoria. Parola la cui pronuncia alle orecchie dei non romani viene percepita con la s anteposta alla c, come per qualsiasi altra parola che preveda l’affricata palatale come prima lettera: [s]Cento(s)celle, ba[s]cio e via dicendo. 

Quell’erbetta spontanea così famosa a Roma (che in Veneto viene poco delicatamente chiamata pissacàn), nella bergamasca, semplicemente, non esiste. O meglio, non viene consumata. Si lascia crescere ma poi non viene raccolta e finisce per essere accomunata alle altre erbacce infestanti. A Roma facevo una gran scorta di cicoria sia quando mi trovavo a comprarla ai banchi del mercato di Torre Maura, sia quando mi trovavo presso i punti vendita della grande distribuzione organizzata (meglio noti come: supermercati). L’imperativo era uno: tornare a casa, indossare il grembiule (quello basso) da cucina, pulirla, lessarla e spadellarla. Dopodiché – insegnamento materno – aspettare che l’acqua di cottura si sia raffreddata per innaffiarci le piante. 

In una delle ultime spese romane prima del trasferimento, mi sono detto: «se riesco a trovare la cicoria all’Esselunga del Prenestino, ci sarà pure a quella di Bergamo. Per una volta diamo un merito alla grande distribuzione».
La prima cosa che ho fatto, dunque, una volta in Valle Seriana, è stata controllare la veridicità della mia supposizione: ci sono rimasto malissimo quando ho notato che la cicoria non solo non c’era quel giorno ma non ci sarebbe stata quel mese e non sarebbe mai giunta tra gli scaffali.
Idem per i mercati: cicoria questa sconosciuta. Ammetto che grande fu lo sconforto. 

La medesima sensazione, mista a vivo stupore, l’ho provata quando, a proposito di cicoria, ho iniziato a vedere in vendita barattoli di vetro al cui interno vi era della cicoria essiccata e triturata vicino al caffè solubile. L’etichetta esterna non mentiva: “Caffè di cicoria”.

«Da qua a ‘r Ventennio è n’attimo», ho pensato. 
Eppure qui al nord il consumo della bevanda surrogata non è così inusuale. Nelle discese romane ho appurato che anche nella Capitale sta tornando a fare capolino tale surrogato, sebbene ancor timidamente rispetto alle zone ex Lombardo-Veneto. 

Due aneddoti a riguardo.

Due aneddoti a riguardo.

Orrore e raccapriccio.

Dopo mesi di astinenza da cicoria, una sera mi trovo fuori a cena in una piccola località montana della media Valle Seriana. Leggo il menù e mi emoziono vedendo che tra i contorni viene proposta la cicoria: tento l’azzardo e ne ordino una porzione. Il cameriere arriva trionfante a portarmi il piattino contenente l’oro verde ma la mia emozione si è spenta come un cerino appena acceso esposto alla proverbiale Bora triestina. Il piatto conteneva sì cicoria ma semplicemente lessata. Bollita. Scondita. Non ripassata. 
Un colpo al cuore. (Però me la sono magnata lo stesso). 

Caffè di cicoria
Con Maria prendiamo la decisione di rimetterci in contatto con le strutture di Altromercato e del commercio-equo. A Nembro c’è una cooperativa che gestisce non solo una piccola bottega ma anche un bar che si regge, come consuetudine nella realtà di Altromercato, da lavoratori e volontari. Martedì scorso inizio il primo giorno al bar da volontario: servizio ai tavoli. Il tempo passa e tutti notano l’accento diverso alle loro orecchie: chi sorride, chi guarda storto, chi prova a fare il TotoProvenienza producendosi in un susseguirsi di grossolani errori.
A un certo punto, a metà mattina, mi sento chiamare da un tavolo: «Tè shcusa: mi porterèshti per favore un caffè di cicoria?».
Mi giro lentamente e c’è ancora il tizio con l’indice della mano destra proteso verso l’alto, sorridente, che nota la mia torsione del busto. Non riesco, stavolta, a mascherare l’accento [non ci riesco mai, a dirla tutta]: «Er caffè de [s]cicoria? Guarda io t’o porto pure ma hai sbajato periodo storico». Il tizio non coglie subito, ci rimane un po’ male, però mi fa: «No ma shi beve, neh… ma… di dove shei tè?». Sorride, non è ostile. Io rispondo scherzando e imito l’accento valligiano: «Pota, shono di Vilminore, io!». Lui, ancora più incredulo: « […] di…di Vilminore? Pota davvero?», quasi ci cascava. Per un attimo mi sono immaginato nella testa di questo tizio: uno che parla così può essere mai di Vilminore? MadonaHignùr è finito il mondo!
Dunque termino il gioco: «Ma no, te pare, sono de Roma. Quindi, abbiamo detto: un caffè di [s]cicoria?». Riprende il normale corso dell’ordinazione e torna a dire: «Shi, ecco, grazie! Ben caldo, per favore!». 
Mi avvicino al bancone per riferire: c’è Jessica (la barista) la quale non aveva ascoltato, intenta com’era a preparare caffè per chi non sarebbe stato da servire al tavolo. Le riferisco la comanda, aggiungendo a bassa voce: «Ma davero questo m’ha chiesto er caffè de [s]cicoria?». Lei, serenamente, sorride della mia totale ignoranza sui costumi della provincia e mi fa: «Si, eh: qui si usa tantissimo». 

Insomma, in Valle la [s]cicoria se la bevono.
Non sanno quello che si perdono.

Evo Morales sostiene di essere candidabile, la legge dice di no.

Manifestante pro-Evo nel corso di una manifestazione in Ecuador [2013] – fonte Wikimedia commons

«Siamo pienamente abilitati a presentarci alle elezioni. È impressionante il sostegno che stiamo ricevendo: sono sicuro che vinceremo le elezioni col 60%!». A parlare alla ristretta cerchia di militanti giunti dalle più remote province del paese, è Evo Morales, già presidente dello Stato plurinazionale della Bolivia e da più di due anni diretto avversario dell’attuale presidente Luis Lucho Arce Catacora. Non ci sarebbe niente di strano in quest’affermazione se non fosse che Evo e Lucho fanno parte, perlomeno ancora formalmente, dello stesso partito: il Movimento al socialismo-Strumento per la sovranità dei popoli (Mas-Ipsp).

Da due anni Evo sta spaccando il partito giungendo alla creazione di quel che è stato definito un Mas-parallelo rispetto a quello istituzionale e riconosciuto giuridicamente. In queste settimane, però, Morales è messo alle strette dalla giustizia: il tribunale di Tarija lo ha accusato di violenza sessuale su di una minorenne, fatto che risalirebbe attorno a due lustri fa. L’ex presidente non si sta presentando in tribunale, nonostante le convocazioni, e su di lui ora pende un mandato di cattura: obbligato al domicilio presso la sua residenza, non può uscire dalla regione del Chiapare in cui si sente protetto da settori politici, sindacali e dell’associazionismo legati alla realtà dei cocaleros che pure presiede.

Un outsider?
Il personaggio vicino a Evo che sta emergendo in questa circostanza è Andronico Rodriguez, giovane esponente del Mas-Ipsp, vicepresidente del Senato, è sostenitore della fazione anti Lucho. È lui a rappresentare il volto nuovo della fazione evista nonché la possibile cerniera tra le due correnti politiche. Tuttavia, sebbene la stampa boliviana abbia diffuso notizie che prevederebbero un possibile accordo di pacificazione nel partito prevedendo Arce candidato alla presidenza e Rodriguez come vice, lo stesso senatore si è detto indisponibile al tandem. «Ci sono state speculazioni e informazioni false che hanno attribuito il mio nome addirittura come candidato alla presidenza», ha dichiarato Andronico Rodriguez l’8 febbraio [2025] in un comizio dei sostenitori di Morales tenutosi nella città di Cochabamba, «il movimento popolare che si è unito attorno al nome di Evo Morales lo sosterrà [ancora] alla presidenza in vista delle prossime elezioni». Come a volersi smarcare dalle ricostruzioni della stampa, ha ribadito il proprio sostegno all’ex presidente. Chissà, però, che non succeda il contrario: in fondo alcune dichiarazioni servono in determinate circostanze specifiche ma lasciano il tempo che trovano nel lungo periodo. Succede così anche in Italia, d’altra parte.

Divisioni interne ed esterne
«È evidente che ci sia uno scontro tra gruppi di potere. Poche persone vorrebbero far naufragare il percorso che fece nascere lo strumento politico. Non so, davvero, come mai Evo Morales voglia tornare al potere costi quel che costi, giungendo a voler dividere e spaccare il Mas, così come le organizzazioni sociali che ne fanno parte», ha dichiarato raggiunta al telefono Julia Damiana Ramos Sanchez, vice presidente della direzione nazionale del Mas-Ipsp e direttrice esecutiva delle Bartolinas (l’organizzazione femminile del partito) della regione di Tarija. Già deputata nel primo esecutivo Morales, successivamente ministra, Ramos Sanchez conosce bene quel che orbita socialmente e politicamente attorno all’ex presidente: «C’è stato un referendum nel 2016» – ha aggiunto – «e il risultato ha espresso chiaramente come Evo non possa continuare ad essere candidato all’infinito, tanto più che non può farlo legalmente data la Costituzione». Costituzione che lo stesso Morales modificò una volta al potere, così come mutò anche lo status giuridico della Bolivia divenuto «Stato Plurinazionale» al fine di valorizzare ogni componente indigena e originaria del paese.

Ma questo ora a Evo non importa più.
Vuole tornare al potere a tutti i costi e per farlo incita parti di organizzazioni sociali a lui fedeli di bloccare le principali strade del paese, di scendere in piazza quasi giornalmente, di diffondere notizie false tramite Radio Kawsachun Coca. Da settimane militanti a lui vicini stanno raggiungendo il suo domicilio, riunendosi con lui presso i locali della Seis federaciones, per «dimostrargli l’affetto e il sostegno politico». Una settimana fa una porzione consistente dei presidenti delle municipalità del dipartimento della capitale politica (La Paz) hanno riconosciuto Evo come candidato alla presidenza alle prossime elezioni che si terranno in agosto. Per dare un’idea dello scontro in atto: il 22 gennaio dello scorso anno i blocchi stradali messi in atto dai sostenitori dell’ex presidente sono durati più di due mesi e avevano paralizzato le principali arterie autostradali. Secondo l’Istituto boliviano per il commercio estero, in quei giorni il paese «perse circa 75 milioni di dollari al giorno». Un dato nefasto per la Bolivia che sta affrontando una crisi economica che si riflette in ogni ambito della vita delle persone: produttiva e sociale.

«In Bolivia c’era crisi ieri, c’è oggi e ci sarà domani: non è una novità. Evo sta utilizzando la situazione per scopi politici e soprattutto per coprire le accuse pendenti nei suoi confronti», ha spiegato da El Alto, alla periferia del mondo, don Riccardo Giavarini, direttore generale della Fundacion Munacim Kullakita. Bergamasco di Telgate, missionario laico, è in Bolivia dal 1977 ma sacerdote dal 2023, dopo aver ripreso gli studi di teologia interrotti a seguito della vita matrimoniale con Bertha Blanco (tra le fondatrici del Mas-Ipsp) venuta a mancare nel 2020 a causa del Covid.

La violenza è ovunque
L’accusa più grave a cui Morales deve far fronte è quella di abuso sessuale di una minorenne (come s’è accennato sopra): il tribunale della città di Tarija ha sancito che non può allontanarsi dal paese ed è stato anche emanato un ordine di cattura nei suoi confronti. Sollecitato per tre volte a presentarsi in tribunale, Morales ha sempre disertato l’aula. «Il punto è che Evo è dipendente dall’abuso di donne e di ragazze minorenni in termini di tratta e traffico», tuona Giavarini, che di questi argomenti ne sa qualcosa dato il suo impegno quotidiano con la struttura che dirige.

Il quotidiano boliviano «La Razon», che pure sarebbe vicino alle istanze del Mas-Ipsp, nell’edizione di lunedì 3 febbraio [2025] ha pubblicato numeri piuttosto eloquenti riguardo lo sfruttamento minorile nel paese: «In 11 anni si sono registrati 6.001 matrimoni tra uomini e ragazze minorenni la cui età si aggira tra i 16 e i 17 anni». Ancora: «nel 6,06% dei casi registrati l’età dello sposo è fino a tre volte superiore a quella della sposa». Una situazione evidentemente esplosiva che rappresenta, purtroppo, un costume diffusissimo nel paese.

«Nel carcere minorile di Qalauma [nella città di Viacha] i delitti riconducibili alla violenza sessuale sono tra i più commessi», afferma Giavarini «manca una vera educazione sessuale, alla reciprocità e non vengono veicolati messaggi ed esempi positivi da parte delle istituzioni (che siano governative o scoladtiche); si sono naturalizzati dei comportamenti che vedono la figura femminile solo come strumento di piacere maschile. La donna non è vista come portatrice di soggettività, partecipazione, dignità e uguaglianza: qui a El Alto le ragazzine popolano i locali notturni».

La situazione, dunque, sembra non possa giungere ad una soluzione rapida. Anzi. Lo scontro tra fazioni del Mas-Ipsp, così come quello delle organizzazioni sociali ad esso legate, parrebbe essere destinato ad una recrudescenza sempre maggiore: sulle elezioni che si terranno ad agosto aleggia lo spettro di nuovi scontri sociali, com’è avvenuto per il tentato golpe dello scorso anno e per la Marcia per la vita a cui hanno partecipato i sostenitori di Morales il 14 gennaio [2025] terminata in scontri, lanci di molotov da parte dei manifestanti e lacrimogeni da parte della forza pubblica. La Bolivia, secondo paese al mondo per colpi di stato (35, dietro al Cile che ne vanta 36), non ha ancora trovato una stabilità nella democrazia.

Pubblicato su Pressenza il 17 febbraio 2025

Il Brighela cade all’ultimo secondo, la Borgata Gordiani perde all’83’ «e neanch’io mi sento troppo bene».

Che domenica bestiale. Nel senso di «bestia: peggio di così!». Per sentire meno la mancanza della Borgata Gordiani sono andato, finalmente, a vedere l’Athletic Brighela. La partita si preannunciava come una leccornia per i cultori del nicchismo calcistico: campionato di Terza categoria bergamasca (girone B), Brighela al nono posto e Malpensata Campagnola al terzultimo. Entrambe le squadre detengono il primato delle difese peggiori del girone. Era una partita da non perdere.

Arrivo in macchina (ignaro del fatto che avrei potuto raggiungere il campo anche in bici ma non fa niente, anzi: fa negot [*]) e parcheggio esattamente dietro una delle due porte dell’impianto intitolato a Geza Kertesz. Spengo il motore, esco e chiudo l’abitacolo dando, per la frazione di secondo necessaria, le spalle alla macchina. In quel momento sento un tonfo sordo: un pallone aveva colpito l’auto vicina alla mia. Una nuovissima Mercedes, parcheggiata a spina di pesce vicino [**] alla mia Punto, aveva ora una piccolissima rientranza sul tetto. Rincorro il pallone e glielo ridò ai giocatori del Malpensata che si stavano riscaldando e, mentre compio il “gesto atletico”, noto che la rete è tutta bucherellata all’altezza della traversa, come spesso accade nei campi di categorie basse del dilettantismo. Riapro l’abitacolo, riaccendo il motore, sposto la macchina. 

[*] Lezione numero 1 (lessiù numer ü): niente si dice negot. Fa negot letteralmente: non fa niente. Talvolta l’espressione è usata come locuzione per indicare coloro che sono inoccupati (i fa negot) vicino alla parola lazarù.
[**] Lezione numero 2 (lessiù numer du): vicino si dice in parte.

Primo tempo
Quindici minuti dopo il fischio dell’arbitro, gli spettatori sui gradoni erano nove e un cane. Poi sono cominciate ad arrivare altre persone al ritmo di una ogni minuto: alla mezz’ora se ne contavano una trentina. Dettagli a parte: il primo tempo è stato giocato piuttosto bene da entrambe le compagini. Dopo venti secondi il Brighela riesce a rimediare un calcio di punizione dalla mediana: Monti (Gionata) vuol fare subito passare in vantaggio i suoi e cerca di togliere la ragnatela dall’incrocio dei pali ma Diabate, con un gran colpo di reni, dice no e devia in angolo. Nei primi venti minuti della prima frazione di gioco il Brighela soffre l’iniziativa del Malpensata Campagnola e prova a chiudersi, riuscendoci ordinatamente. 
Al 26′, su sviluppo di posizione dalla destra, Bonfatti sfrutta la disattenzione dell’estremo difensore locale Diabate che prova l’uscita chiamandola a gran voce: stacca col piede destro, salta, chiama la palla ma nel tentare di prenderla non l’afferra e il pallone scivola alle sue spalle. Bonfatti sorprende i difensori locali e insacca il vantaggio rossonero. Il Malpensata Campagnola subisce il colpo e non sembra reagire nei minuti successivi: al 31′ un’altra punizione del Brighela suggerisce un colpo di testa dell’11 Ndenneh che termina tra le braccia del portiere. Al 42′ è ancora Brighela nel rettangolo di gioco di Campagnola a farla da padrone: rimessa da fondo campo di Sorzi a pescare l’attacco rossonero, Ndenneh riceve il pallone e se ne va lasciando sul posto due difensori locali ma, una volta giunto a tu per tu col portiere, sbaglia angolazione e il tiro esce spegnendosi sul fondo. Basta una distrazione del Brighela e il Malpensata pareggia. Allo scadere del primo tempo, Landoulsi è lasciato colpevolmente solo all’altezza della linea mediana avversaria: ha tempo di ricevere il pallone, spostarlo sul piede buono e caricare il destro, riuscendo a trafiggere Sorzi.

Secondo tempo
Le squadre si sfilacciano fin dal primo minuto della ripresa: il Malpensata Campagnola prova a spingere già al 3′ ma il tentativo di Camacho trova Sorzi reattivo nel difendere il risultato. Ndenneh si intende bene Fiumana ma ai rossoneri manca la lucidità per mettere la palla in rete e raddoppiare il risultato. Al quarto d’ora il Malpensata prova ancora a impensierire i rossoneri i quali, ancora una volta, riescono a resistere agli attacchi delle ali locali (Anieh e Landoulsi). Dal 23′ al termine della partita si hanno continui capovolgimenti di fronte: Ndenneh potrebbe, cedendo un po’ d’egoismo in favore d’altruismo di squadra, servire qualche compagno in fase d’attacco (che lo seguiva smarcandosi pazientemente) ma non è questa la domenica per farlo, evidentemente. L’ultima azione del Brighela è ancora su punizione, al 45′. Batte Monti (Gionata) ma stavolta non c’è l’incornata di Bonfatti. C’è però, nell’ultimo respiro della partita, un angolo (il settimo) per i padroni di casa. Cross spiovente, gran mischia in area e Fabbris che insacca prima dei compagni, giusto una manciata di secondi prima del fischio dell’arbitro. 
Il Malpensata Campagnola conquista tre punti pesantissimi non già ai fini della classifica, dal momento che la Dinamo Popieluszko dista ancora quattro lunghezze, ma nei confronti del Brighela, alle prese con una serie di sconfitte che dura dal 15 dicembre. 

Epilogo
Torno alla macchina, parcheggiata ben lontano dalle potenziali svirgolate e controllo whatsapp: la Borgata ha perso 0-1 (in casa) contro il Casal Bernocchi. «Maledetti ostiensi!», penso, «chissà se ostiense viene percepito come un insulto dagli abitanti di Casal Bernocchi».
Oggi spero di sì.

Il tabellino della diciassettesima giornata di campionato | Terza categoria bergamasca | Girone B

MALPENSATA CAMPAGNOLA – ATHLETIC BRIGHELA 2-1

MARCATORI: 26’pt Bonfatti (AB), 45’pt Landoulsi (MC), 47’st Fabbris (MC) 

MALPENSATA CAMPAGNOLA: Diabate, Galanti (38’st Prisacariu), Husman, Fabris, Dramolli (19’st Mologni), Sadiakhou, Landoulsi, Forlani (17’st Mihitang),  Camacho, Malanchini (29’st Hamdi), Anieh. PANCHINA: Ndiaye, Gargantini, Gnoato. ALLENATORE: Remberto Gernot, Vargas Mendez.

ATHLETIC BRIGHELA: Sorzi, Maini, Ferri (29’st Giuliani), Monti G., Casotti, Bonfatti, Amato (32’st Ghirardo), Fiumana (1’st Monti A.), Innocenti, Riva, Jobe PANCHINA: Dergal, Cisani, Grigoletto, Addato, Morghen, Spada. ALLENATORE: Roberto Carissimi

ARBITRO: Stefano Medde (Bergamo)

NOTE: Ammmoniti: 34’pt Forlani (MC), 34’pt 2 (AB), 42’pt Ndenneh (AB), 25’st Galante (MC), 35’st Sorzi (AB), 37’st Diabate (MC), 42′ Husman (MC). Angoli: Malpensata 7 – 7 Athletic Brighela. Recupero: 2’pt – 5’st.

A nessuno importa

Se c’è una cosa che Sostiene Pereira ha insegnato a generazioni di lettori (oltre alla libertà, alla resistenza e alla consapevolezza di sé in un mare di repressione e ostilità) questa è sicuramente l’importanza della scrittura di necrologi anticipati.
Monteiro Rossi, d’altra parte, viene ingaggiato così da Pereira: il giovane aveva pubblicato un saggio sulla morte e il vecchio giornalista ne era rimasto folgorato. Dunque, l’idea: affidare al giovane Monteiro Rossi la scrittura di necrologi anticipati, così che la pagina culturale del Lisboa potesse essere pronta alla giusta commemorazione di questo o quel personaggio illustre.

Il quotidiano l’Unità, rilevato dalla Romeo Editore, diretto da Piero Sansonetti e che porta il nome dello storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci, non deve aver compreso pienamente la lezione riguardo la preparazione dei necrologi esposta da Pereira nel romanzo di Tabucchi.

Il fatto è il seguente.
Il 29 gennaio [2025] è venuto a mancare Fiore de Rienzo, padre di Libero de Rienzo. Il quotidiano diretto da Sansonetti ne dà conto sul suo sito con un pezzo redazionale (anche se probabilmente scritto da uno dei tanti sfruttati del giornalismo italiano). Quasi al termine dell’articolo si legge che Libero De Rienzo in Fortapàsc aveva interpretato «il giornalista ucciso dalla camorra Alessandro Siani».

Questo lo scatto dell’articolo in questione. Fermo immagine del 30.1.25 alle ore 15:49.
 
Potremmo dire che la redazione de l’Unità ha preso un granchio e certamente è così. 
Ma l’articolo è visibile sul sito del quotidiano da più di 24 ore e nessuno ha modificato il nome del comico napoletano con quello di Giancarlo Siani, il giornalista ucciso dalla camorra. 
Nessuno della redazione ha corretto perché, in fondo, nessuno si preoccupa di informare correttamente, tanto meno di ammettere pubblicamente un proprio grossolano errore.

Un errore così fa male tre volte: all’informazione, la cui cartella clinica parrebbe essere intrisa di valori negativi; alla storia d’Italia, perché confondere un comico regionale con un giornalista ucciso dalla camorra non è solo mancanza di cura e accuratezza per la realizzazione del prodotto giornalistico (il cui risultato si misura in sciatteria) ma anche mancanza di cultura. Infine fa male a l’Unità: perché in questo caso non vale il discorso dell’errore indipendentemente dal nome che porta il giornale: qui il nome ha un suo peso specifico ed errori come questo sono inammissibili. Specie se non corretti.
Ma a nessuno è importato di correggerlo e nessuno si è sentito in dovere di scusarsi per quanto fatto. Come se la notizia in sé fosse una di quelle che si danno per comparire sul flusso cooptato da Google News.
Una di quelle a cui nessuno bada.

Bolivia, due parti in lotta per uno stesso partito.

Centinaia di persone riversatesi in Piazza Murillo, là dove si trova Palacio Quemado (il palazzo del governo boliviano), gridano improperi al «governo traditore» cercando di forzare il blocco della polizia. È il 14 gennaio [2025] e la dimostrazione di piazza chiede di consegnare una «petizione popolare contro l’aumento dei prezzi degli alimenti di base», per denunciare la «mancanza di carburante nella gran parte delle stazioni di servizio del paese» e chiedendo le dimissioni del governo di Luis Lucho Arce Catacora, esponente del Movimento al socialismo-Strumento per la sovranità dei popoli (Mas-Ipsp). Gli animi si surriscaldano: manifestanti e polizia vengono a contatto. La manifestazione viene così sciolta con l’utilizzo della forza.
È la Marcia per la vita per cui i manifestanti hanno percorso 85 chilometri a piedi dalla città di Patacamaya a La Paz: sembrerebbe una ordinaria (benché forte) dimostrazione di contestazione da parte dell’opposizione a Luis Arce. Ma l’opposizione non c’entra davvero: i manifestanti appartengono al medesimo partito del Presidente. In Piazza Murillo c’erano i fedelissimi di Evo Morales, già presidente boliviano e figura di spicco del Mas-Ipsp. Due parti in lotta per uno stesso partito. Entrambi ne rivendicano il nome, la storia e la legittimità. 

«È evidente che ci sia uno scontro tra gruppi di potere. Poche persone vorrebbero far naufragare il percorso che fece nascere lo strumento politico. Non so, davvero, come mai Evo Morales voglia tornare al potere costi quel che costi, giungendo a voler dividere e spaccare il Mas, così come le organizzazioni sociali che ne fanno parte», dichiara a «L’Eco di Bergamo» Julia Damiana Ramon Sanchez, vice presidente della direzione nazionale del Mas-Ipsp e direttrice esecutiva delle Bartolinas (l’organizzazione femminile del partito) della regione di Tarija. Già deputata nel primo esecutivo Morales, successivamente ministra, Ramon Sanchez conosce bene quel che orbita socialmente e politicamente attorno all’ex presidente: «C’è stato un referendum nel 2016» – aggiunge Ramon Sanchez – «e il risultato ha espresso chiaramente come Evo non possa continuare ad essere candidato all’infinito, tanto più che non può farlo legalmente data la Costituzione».
Costituzione che lo stesso Morales modificò una volta al potere, così come mutò anche lo status giuridico della Bolivia divenuto «Stato Plurinazionale» al fine di valorizzare ogni componente indigena e originaria del paese.

Ma questo ora a Evo non importa più.
Vuole tornare al potere a tutti i costi e per farlo incita parti di organizzazioni sociali a lui fedeli di bloccare le principali strade del paese, di scendere in piazza quasi giornalmente, di diffondere notizie false tramite un’emittente radiofonica a lui vicina (Radio Kawsachun Coca). Per dare un’idea dello scontro: il 22 gennaio dello scorso anno i blocchi stradali messi in atto dai sostenitori dell’ex presidente erano durati più di un mese e avevano paralizzato le principali arterie autostradali. Secondo l’Istituto boliviano per il commercio estero, in quei giorni il paese «perse circa 75 milioni di dollari al giorno». Un dato nefasto per la Bolivia che sta affrontando una crisi economica che si riflette in ogni ambito della vita delle persone: produttiva e sociale.

«In Bolivia c’era crisi ieri, c’è oggi e ci sarà domani: non è una novità. Evo sta utilizzando la situazione per scopi politici e soprattutto per coprire le accuse pendenti nei suoi confronti», spiega a «L’Eco di Bergamo» da El Alto, alla periferia del mondo, don Riccardo Giavarini, direttore generale della Fundacion Munacim Kullakita. Bergamasco di Telgate, missionario laico, è in Bolivia dal 1977 ma sacerdote dal 2023, dopo aver ripreso gli studi di teologia interrotti a seguito della vita matrimoniale con Bertha Blanco (tra le fondatrici del Mas-Ipsp) venuta a mancare nel 2020 a causa del Covid.
L’accusa più grave a cui Morales deve far fronte è quella di abuso sessuale di una minorenne (caso avvenuto due lustri fa): il tribunale della città di Tarija ha sancito che non può allontanarsi dal paese ed è stato anche emanato un ordine di cattura nei suoi confronti. Sollecitato per tre volte a presentarsi in tribunale, Morales ha sempre disertato l’aula. 

«Il punto è che Evo è dipendente dall’abuso di donne e di ragazze minorenni in termini di tratta e traffico», tuona Giavarini, che di questi argomenti ne sa qualcosa dato il suo impegno quotidiano con la struttura che dirige. Un costume, purtroppo, diffusissimo nel Paese: «Nel carcere minorile di Qalauma [nella città di Viacha] i delitti riconducibili alla violenza sessuale sono tra i più commessi», afferma Giavarini «manca una vera educazione sessuale, alla reciprocità e non vengono veicolati messaggi ed esempi positivi da parte delle istituzioni (che siano governative o scolastiche); si sono naturalizzati dei comportamenti che vedono la figura femminile solo come strumento di piacere maschile. La donna non è vista come portatrice di soggettività, partecipazione, dignità e uguaglianza: qui a El Alto le ragazzine popolano i locali notturni»

La situazione, dunque, sembra non possa giungere ad una soluzione rapida. Anzi. Lo scontro tra fazioni del Mas-Ipsp, così come quello delle organizzazioni sociali ad esso legate, parrebbe essere destinato ad una recrudescenza sempre maggiore.
La Bolivia, secondo paese al mondo per colpi di stato (35, dietro al Cile che ne vanta 36), si appresta a celebrare il giorno della nascita dello Stato plurinazionale (22 gennaio 2009) in un clima più che teso. Dopo sedici anni da quel giorno, il paese non ha ancora trovato una stabilità nella democrazia.

Articolo pubblicato su L’eco di Bergamo del 2 febbraio 2025

Calvino e i bergamaschi (in una classe bergamasca)

«Prófe, scusi, ma a lei non sembra che il libro che ci ha fatto leggere [Il barone rampante] sia un po’ razzista nei confronti dei bergamaschi?».
La domanda giunge tagliente e a sorpresa dopo una buona mezz’ora trascorsa ad analizzare parti del testo del Barone rampante. A inizio novembre ho assegnato la lettura del romanzo di Italo Calvino: al rientro dalle vacanze di Natale ne avremmo parlato in classe. 
«Razzista? In che senso?», rispondo candidamente io. 
«Eh, potaprófe, adesso le prendo il passo: ce l’ho davanti agli occhi ma non riesco a ritrovarlo». Subito lo studente apre il libro e inizia a mettersi alla ricerca del passo incriminato. È questo qui (quasi all’inizio del romanzo):

«[…] I carbonai, sullo spiazzo battuto di terra cenerina, erano i più numerosi. Urlavano «Hura! Hota!» [sopra! sotto!] perché erano gente bergamasca e non la si capiva nel parlare. Erano i più forti e chiusi e legati tra loro: una corporazione che si propagava in tutti i boschi, con parentele e legami e liti. Cosimo alle volte faceva da tramite tra un gruppo e l’altro, dava notizie, veniva incaricato di commissioni.
– M’hanno detto quelli di sotto la Rovere Rossa di dirvi che Hanfa la Hapa Hota l’ Hoc! [porta la zappa sotto il ciocco]
– Rispondigli che Hegn Hobet Ho de Hot! [vieni subito giù di sotto]
Lui teneva a mente i misteriosi suoni aspirati, e cercava di ripeterli, come cercava di ripetere gli zirli degli uccelli che lo svegliavano il
mattino. […]».

Finisce di leggerlo ad alta voce: la classe ascolta, qualcuno ridacchia per la sua pronuncia stentata dello pseudobergamasco di Calvino, poi mi rivolge nuovamente la parola: «a lei non le sembra un po’ razzista?». Qualche compagno è d’accordo, qualcun altro no, alcune ragazze provenienti dall’alta valle dicono (mentre sorridono) che «assolutamente non è razzista: parliamo proprio così!».
Provo a fargli capire che si tratta di un romanzo il cui protagonista è un ragazzo della loro età o di poco più grande e che la scrittura di Calvino gioca, spesso, anche sul carattere iperbolico dei ricordi di infanzia o, comunque, della vita vissuta. 

Rilancia: «ho capito, prófe, ma a me sembra ancora razzista».
Contrattacco anch’io: Calvino non era (né può essere considerato) razzista, anzi. Voleva farci riflettere riguardo il nostro approccio nei confronti dell’altro: non c’era insulto nelle parole dell’autore quanto piuttosto stupore adolescenziale, ed entusiasmo conseguente, verso qualcosa di cui ancora non aveva fatto esperienza: «se dovessi dirti – provo a dirgli – che anch’io capisca il bergamasco stretto, probabilmente mentirei: le uniche volte che tento di pronunciare qualcosa in dialetto finisco per essere tanto ridicolo quanto di correre il rischio d’essere percepito come beffardo o quasi sprezzante nei confronti di quel linguaggio che ho imitato goffamente». In quel caso allora sì ci starebbe un bel romanissimo: ma che me stai a prende in giro? E poi, dico: «Calvino nel testo che hai letto pare avere un gran rispetto dei bergamaschi, piuttosto non ne comprende il dialetto… come non lo comprendo io»
«Ma neanche io lo capisco, prófe, mica parlo in bergamasco coi miei: lo parlano solo i miei nonni». 

«E allora come può essere razzista una cosa scritta da un uomo che: pare avere rispetto dei bergamaschi, non capisce il dialetto e che tuttavia prova ad utilizzarlo in un dialogo in cui il protagonista si sforza di parlarlo?», provo a controbattere.
«Forse il protagonista non è razzista ma voleva solo entrare in contatto con quel mondo, a suo modo», mi dice l’alunno. Le alunne dell’alta valle, quelle di prima, sorridono e annuiscono con la considerazione del compagno. 

Parliamo ancora del Barone rampante e poi torniamo all’analisi del periodo. Tutto questo senza intelligenza artificiale, didattica “innovativa” o dispositivi digitali ma con due strumenti indispensabili in ogni classe del mondo: un libro e la parola.

Lanuvio all’inglese: 2-0 sulla Borgata. [Domenica di fango]

Chi se la ricorda la trasferta di Moricone di due anni fa? Sono già passati due anni: era il 19 marzo del 2023, campionato di Seconda Categoria. La Borgata riuscì a vincere con l’incornata finale di Chimeri dopo essere andata sotto di due gol. Qualcuno si ricorderà di quella trasferta per vari motivi: il campo era nella conca di Moricone in cui nel parcheggio c’erano i gradoni ma di fronte al campo no, zero spalti di fronte al terreno di giuoco, partita vista dietro le spalle di Capuani (allora estremo difensore granata) dal parcheggio, campo di terra battuta e righe segnate alla volemosebene

Vedere (e ricordare) per credere (e sorridere): 

Il campo del Lanuvio Campoleone era, invece, di erba naturale. Una chiccheria per queste categorie… se tenuto bene. Non era, ovviamente, questo il caso. Il terreno era per lo più fangoso e nel primo quarto d’ora i nostri (praticamente tutti) sono scivolati a terra. È caduto anche l’arbitro, tanto il campo non era al meglio delle condizioni. Ma si sa: in questi casi ad essere favoriti sono i locali. Il Lanuvio conosce il campo e i suoi avvallamenti, le sue buche e i suoi possibili tranelli, dunque gli undici locali iniziano subito a dettare i ritmi del gioco: la Borgata soffre fin dal principio anche perché i nostri scendono in campo rimaneggiati, come dicono quelli bravi, dato che in difesa mancano Chimeri, Mascelloni e Colavecchia. La struttura dell’Egilberto Martufi, poi, evoca brutti ricordi alla Borgata: i campi lunghi, con la pista d’atletica attorno, non sono mai stati amati dai granata (citofonare Polisportiva Ciampino). 

Primo tempo
Nel primo quarto d’ora l’iniziativa è tutta rossoblu: all’8′ il reparto offensivo locale arriva fin dalle parti di Repetti, un minuto dopo (al 9′) una punizione (seconda nel giro di tre minuti) calciata da Sadotti impegna l’estremo difensore granata. All’11’ le divise bianche dei nostri sono già tutte marroni. Siamo al quarto d’ora: più che assedio è, semplicemente, un senso unico d’attacco. La Borgata non ha ancora tirato in porta e si gioca costantemente nella metà campo difesa da Repetti.

Bisogna uscire urgentemente da lì’…

Al 17′ un tiro dalla distanza, morbido ma insidiosissimo, di Cicchetti ha tentato di cogliere impreparato Repetti, puntando a togliere la ragnatela dall’incrocio dei pali: il nostro si produce in un colpo di reni stupendo deviando in angolo. Cinque minuti dopo (22′), il Lanuvio costruisce un’ottima azione che fa arrivare il centravanti a battere Repetti. Azione corale bellissima: peccato fosse in fuorigioco.

Dice: «vabbè ma che ne sai, quando subisci gol è sempre forigioco. Stai a rosicà, è evidente».
Dico: «eh, ma stavolta me ne so accorto pure io che so miope e non ce vedo».

Il direttore di gara Cappelli assegna il gol e il Lanuvio passa in vantaggio. Una batosta che non ci voleva proprio. Sei minuti dopo Mascioli (Francesco) recupera ottimamente il pallone a centrocampo ma poi lo regala all’azione di ripartenza del reparto offensivo locale: l’azione costruita è la fotocopia di quella messa in atto per il gol che ha sbloccato la partita. Per fortuna il tiro di Cicchetti a tu per tu col portiere è morbidissimo e Repetti blocca sicuro. L’unica buona occasione per la Borgata è al 39′: il reparto offensivo riesce a procurarsi una punizione dal limite dell’area. Mascioli (Moreno) avrebbe potuto sfoderare un tiro dei suoi ma, invece, il pallone termina alto sopra la traversa. È il 44′ ma c’è ancora tempo per un’azione del Lanuvio, ancora su percussione laterale: cross di Fondi rasoterra al centro dell’area a cercare Cicchetti: è ancora Repetti a negare il raddoppio. 

Della sana e giuocosa pirotecnia calcistica
 al fine di allietare gli astanti gordiani convenuti
in quel di Lanuvio.

Secondo tempo
La Borgata scende in campo decisamente più propositiva: vuole il pareggio. I granata tornano a fare i granata e impostano il gioco costringendo il Lanuvio nella propria metà campo: cercano di vincere le difficoltà del campo, impostano e costruiscono azioni che, tuttavia, non riescono mai a concretizzarsi realmente. All’11 Moretti riesce ad eludere la difesa locale e a lasciar partire un tiro angolato dalla sinistra ma sfila sul fondo. Al quarto d’ora la Borgata riesce a battere tre angoli consecutivi ma stavolta non vanno neanche i corner. Il Lanuvio sa soffrire e chiudersi: si teme il contropiede velenoso che però ancora non giunge a minacciare la difesa ospite. Nel frattempo ha iniziato a piovigginare incessantemente, di quella pioggia che a Bilbao chiamano txirimiri, vale a dire quella sottilissima pioggerella che ti arriva fin dentro le mutande e manco te ne accorgi. La partita si conclude davvero al 38′: Bastianelli insacca il secondo gol del Lanuvio, su manovra offensiva locale. Dai gradoni si continua a cantare: non importa che anche questa sia andata, importa crederci (come dimostrato nella ripresa) fino alla fine del campionato. Fino alla salvezza. Partita dopo partita.
Noi ci siamo. [Pure da Berghem, pota!].

Chiudo gli occhi e penso che / passa, il tempo passa, insieme a te 

Il tabellino della dodicesima giornata di campionato | Prima categoria laziale | Girone F

LANUVIO CAMPOLEONE – BORGATA GORDIANI 2-0

MARCATORI: 22’pt Filitti, 38’st Bastianelli

LANUVIO CAMPOLEONE (4-3-3): Cortini, Cavaterra, Amici, Tetti (29’st Barberi), Cipriani, Costantini, Cicchetti (38’st Rossi), Sadotti, Filitti (40’st D’Alessio), Fondi (27’st Limotta), D’Avinio (19’st Bastianelli). PANCHINA: Maferri, Schettino. ALLENATORE [nome non indicato sulla distinta]

BORGATA GORDIANI (3-4-1-2): Repetti, Piccardi (46’st Di Giambattista), Valente, Pompi, Caporalini, Mascioli F., Soru (1’st Fonzo), Samba (40’st Ranallo), Cultrera Marco (22’st Di Stefano), Mascioli M. (38’st Ciamarra), Moretti. PANCHINA: Cherubini, Agrippino, Tarisciotti, Cultrera Matteo. ALLENATORE: Fabrizio Amico.

ARBITRO: Leonardo Cappelli (Roma1)

NOTE: AMMONITI: 29′ Caporalini (BG), 39’pt Cipriani (LC), 5’st Mascioli F. (BG), 18’st Mister Amico per proteste, 29’st Cipriani (LC), 33’st Valente (BG). ANGOLI: Lanuvio Campoleone: 4 – 4 Borgata Gordiani. RECUPERO: 1’pt, 4’st.