Tra redenzione e costrizione, riscatto sociale e culti misterici

Un’antropologa va alla ricerca del suo passato e si pone sulla via di Sister Deborah [Utopia, 18€, 136 pagine]. Santona, guaritrice, sacerdotessa di un culto che annuncia la venuta di un Messia. Ma non è un Messia qualsiasi: è donna ed è nera.
Quella bambina ruandese di etnia tutsi  non conosce il suo futuro-presente di antropologa in un’università statunitense, sa solo che la sua mamma la portava da Sister Deborah quando la sua salute peggiorava «e i medicamenti materni si rivelavano impotenti, la malattia persisteva e il male si aggravava».
Salute cagionevole, vicini maligni e invidiosi, streghe e stregoni «che vogliono il male per il gusto del male», la piccola si recava a Nyabikenke accompagnata dalla mamma per cercare di trovare una spiegazione a quella sequela di malesseri che l’attanagliavano. 
La sacerdotessa non solo liberava dal male di donne e bambini: brandiva una canna metallica la cui impugnatura, d’avorio, era incisa «come su una moneta, la figura di una donna nuda che allatta due bimbi aggrappati ai suoi fianchi e seduti sulle cosce». Madre Africa che allattava i suoi liberatori. Deborah avrebbe profetizzato la venuta di un Messia: una meravigliosa donna nera che avrebbe liberato tutte le donne ruandesi dalla schiavitù familiare e imposta dalla società patriarcale in cui vivevano per dar loro una terra fertile e prospera.
Perché se il Dio esiste – sostengono gli evangelici neri del romanzo – è senz’altro nero. E senza il minimo dubbio sarà una donna, portata grazie ad una nuvola che sosterà sopra al Ruanda. La Messia scenderà e libererà le donne. A metà tra una enigmatica figura femminile e una vera e propria sacerdotessa-guaritrice che parlava con lo spirito durante i suoi stadi di trance e di perdita dei sensi, Sister Debborah faceva parte della missione nera che aveva scelto il Ruanda per la propria predicazione. I neri americani erano tornati nel loro continente: l’Africa li stava chiamando fin dall’altra parte dell’Oceano. La missione dei “preti bianchi” era da superare e da smascherare: ultima propaggine del potere coloniale che ancora negli anni sessanta del Novecento ottenebrava le sorti del popolo ruandese.
Le donne di Nyabikenke correvano a ri-battezzarsi secondo il nuovo rito nero-americano: bastava una iriba (un abbeveratoio per le vacche) in cui immergersi nude e un pagne (un telo di cotone colorato o a tinta unica) per poi rivestirsi.
Lo spirito sarebbe sceso su di loro e, allora sì, avrebbero potuto iniziare a predicare: «le battezzate si rivolgevano alle altre donne: “Lasciate a terra la zappa, guardate piuttosto il cielo: osservate le nuvole”». La loro salvezza sarebbe giunta dal cielo  per portare alle donne nere: mille anni di felicità, prosperità e la liberazione dalla tossicità maschile e dal colonialismo. 

«Aveva in cima [alla canna] un pomello d’avorio sul quale alcune di loro avevano visto una di quelle raffigurazioni che solo un congolese privo di pudore avrebbe potuto scolpire. In effetti era rappresentata una donna completamente nuda che allattava il suo bimbo. […] in effetti poteva trattarsi della canna della regina delle donne». 

Le missioni bianche perdevano terreno e le autorità coloniali non riuscivano a contenere il potere e la predicazione di Sister Deborah: la fusione tra lo spiritualismo e il panteismo africano con il cristianesimo evangelico avevano creato un unicum fortissimo e peculiarissimo.

Il libro di Scholastique Mukasonga scorre via facilmente, benché un occidentale non riesca a comprendere pienamente quel che l’innervatura dello spiritualismo africano comporti nella vita delle persone (uomini o donne che siano), che si tratti di un condizionamento psicologico o di una fede pura e sincera. Perché, in fondo, il crogiolo di divinità, spiriti e tensioni religiose dell’Africa è territorio tuttora inesplorato e troppo spesso liquidato con superficialità da studi occidentali che vi si accostano.
Un romanzo, quello di Mukasonga, a due voci che termina con la ricerca di Sister Deborah da parte della bambina diventata antropologa. Ma il mondo che lei ha lasciato da piccola è molto cambiato, così come anche Sister Deborah, la sua vicenda e la sua sorte.  

Vita sospesa tra due russie – [“Padri e figli” di Ivan Turgenev]

Ci sono libri che bisogna leggere in un determinato momento della propria vita. Parlo di quelli che compri all’età sbagliata: ne leggi venti pagine e ti annoiano perché chissà che idea avevi elaborato a riguardo e poi, man mano che ti addentri nella lettura, scopri che dicono tutt’altro rispetto a quanto avevi immaginato. Poi li posi sullo scaffale e chissà perché l’occhio ogni tanto ti ci cade nuovamente. Cominci a leggerlo e subito il tuo cervello si fionda nella Russia zarista di metà ‘800, quella che vorrebbe occidentaleggiare ma che poi non riesce a elaborare un sistema alternativo a quello vigente; nella Russia di campagna, diversissima da quella di città; nei villaggi in cui i rapporti familiari sono impostati ancora “alla vecchia maniera”. In una realtà così diversa eppure così simile a quella attuale in cui qualcosa vorrebbe nascere – ma senza sapere realmente come e quando, avendo solo l’urgenza dalla propria parte – mentre dall’altra l’unica soluzione proposta è lo status quo. Accettato, più o meno passivamente, dalla gran parte della popolazione.
Il libro di Turgenev è un piccolo regalo dell’intelligenza umana. Non è Dostoevskij, non è Gogol’, non è Tolstoj, ma Bazarov e Arkadij sanno intrattenere un dialogo col lettore: ché è pur vero che ‘l’uomo è sempre l’uomo’, in ogni sua epoca e momento storico.

“Padri e figli” di Ivan Turgenev [210 pp.] è uno di quei romanzi che a buona ragione possiamo inserire tra i classici della letteratura russa (e anche europea). Se è vero il detto popolare per cui “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, “Padri e figli” rientra perfettamente in questa categoria. Le ragioni sarebbero molteplici, così come i bandoli della proverbiale matassa da sciogliere sarebbero molti: qui ci limiteremo a citare alcuni spunti che fanno del romanzo di Turgenev una lettura quanto mai attuale.

L’autore nasce e muore nell’‘800: viene al mondo nel 1818 in un piccolo villaggio (Mcensk) nell’oblast di Orel, si trasferirà a Mosca dove vivrà gran parte della sua vita ma morirà sessantacinque anni più tardi lontano dal suo paese, a Bougival (presso Parigi). Basterebbe snocciolare questi pochissimi dati per provare a inquadrare il romanzo più celebre di Ivan Sergeevič Turgenev. L’Europa, l’occidente di quegli anni (e di tutto il secolo) viaggiava su un binario parallelo rispetto a quello della Russia: due percorsi destinati ad incrociarsi solo allo scoppio del primo conflitto mondiale e all’inizio della Rivoluzione d’Ottobre, quando tutto l’impianto degli Stati e degli imperi centrali andrà a rotoli.
Quella volta davvero.

Il mondo descritto da Turgenev, però, è ancora un passo indietro rispetto a tutto quello che accadrà. Certo: imperversa il romanticismo, gli slanci ideali di singoli individui esaltati dalla letteratura mitteleuropea; iniziano a venir diffuse e discusse le dottrine filosofiche di Hegel, Schelling, Fichte, Feurebach, Marx; comincia ad essere sussurrata una parola “rivoluzione” prima da poche e poi da molteplici labbra. È il 1848 e il mondo occidentale sembra andare davvero a rotoli per un qualche tempo. Non sarà davvero una rivoluzione quella che investirà gran parte del continente europeo, ma il focolaio della rivolta è stato acceso e basta soffiare con un bel colpo di mantice per fargli riprendere vigore. Rivolta, tra tutti i termini che potrebbero indicare tumulti non sfociati nell’atto rivoluzionario così com’è conosciuto dalle vicende della storia degli uomini, è forse quello più adatto per indicare quel che accade nel ‘48.
La storia di Turgenev è quella della campagna russa e delle città che stanno sorgendo, vogliose e desiderose di modernità occidentale ma ancora profondamente legate a quel che è la cultura zarista e nobiliare.

Il mondo borghese emergente si scontra con i ceti sociali che hanno vissuto ascesa e modificazioni (nonché mortificazioni) del potere zarista: le famiglie, nonché i personaggi secondari presi in esame, ne sono chiaramente un esempio. I due protagonisti, Bazarov e Arkadij sono due giovani diversissimi: il primo viene descritto come il rappresentante della nuova cultura emergente, intriso di materialismo e di positivismo, si definisce “nichilista”, ed è la prima volta che questo termine viene utilizzato nella storia della letteratura; il secondo è il neolaureato figlio della famiglia Kirsanov, nucleo sistematosi nel villaggio di Mar’no nell’Oblast di Volgoda. Turgenev smania dal chiarire subito chi e cosa sia un nichilista: neanche una manciata di capitoli, poche decine di pagine ed ecco che l’autore mette subito in luce quell’insieme di inclinazioni e sentimenti racchiusi tutti nel riottoso (definirlo proto-rivoluzionario forse non sarebbe neanche troppo corretto), materialista, positivista, laico, anticlericale e libertario Evgenij Bazarov:

«Il nichilista è un uomo che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato». La famiglia di Arkadij inorridisce, specie lo zio Pavel:

«Prima c’erano gli hegeliani, ora ci sono i nichilisti. Vedremo come farete ad esistere nel vuoto, nello spazio senz’aria»,

ma anche la critica spietata arriva non prima d’aver invitato il fratello (padre di Arkasa, diminutivo di Arkadij) a chiamare la domestica col campanello perché «è tempo ch’io beva il mio cacao».

Turgenev farà dire ancor di più a Bazarov:

«Agiamo [i nichilisti] in forza di ciò che riconosciamo utile. Nell’epoca attuale la cosa più utile è la negazione: e noi neghiamo».

Se il lettore di questa recensione sentirà riecheggiare i versi di Montale di “Non chiederci la parola”, non sta andando troppo lontano.

«Prima toccava ai giovani di studiare; non volevano passare da ignoranti e così faticavano, controvoglia. Mentre ora basta che dicano: “tutto al mondo è una sciocchezza!” e sono a posto. I giovani si sono rallegrati. E realmente, prima erano semplicemente cretini, ora sono diventati a un tratto nichilisti».

Lo scontro tra il borghese che vuole a tutti i costi mostrarsi occidentalista, parlando francese (spesso non propriamente corretto), che paga contadini e lavoranti rivendicando la sua azione come la più democratica che possa esistere al mondo, è quel che ora chiaramente, ora carsicamente, emerge in “Padri e figli”. Una Russia che vuole scrollarsi di dosso l’anticaglia di tutto quel che era il protocollo nobiliare, il riconoscimento del titolo ma al contempo consapevole che al di fuori dello Zar non ci sia molto altro se non il caos e la sconsideratezza.

I princìpi della Russia zarista, ad ogni modo, vengono distrutti tutti da Bazarov che, vuoi o non vuoi, frequenta la vicina città insieme ad Arkadij (celata per tutto il romanzo) e insieme entrano a contatto con la loro classe d’origine, sebbene tra la nobiltà della ‘Russia profonda’ e l’alta borghesia/nobiltà cittadina vi sia un abisso. E i protagonisti non tardano ad accorgersene: una classe filo occidentale ma ossequiosa del modo di vivere alla maniera dei padri. Il tratto tanto duro quanto ambiguo Turgenev lo affiderà nella descrizione della genitrice di Bazarov:

«Arina Vlas’evna era un’autentica piccola nobile russa del buon tempo antico […] molto religiosa e sensibile, credeva in ogni sorta d’indizi, profezie, stregonerie, sogni […]; credeva che il diavolo amasse stare dove c’è l’acqua e che ogni giudeo avesse sul petto una massa sanguigna […] non mangiava le angurie perché un cocomero sgozzato ricorda la testa di San Giovanni Battista […] Sapeva che al mondo ci sono i signori, i quali devono comandare, e il semplice popolo, il quale deve servire, e perciò non sdegnava la servilità, né i profondi inchini; ma coi propri dipendenti aveva un contegno affabile e mite, non lasciava passar via nessun mendico senza elemosina e non condannava mai nessuno, anche se talvolta pettegolava […] Simili donne vanno ormai scomparendo.
Dio sa, se sia da rallegrarsene!».

La primavera dei giovani di quell’epoca è in scontro totale con l’autunno del villaggio di Mar’no, in cui il campanile rappresenta ancora la scansione naturale delle giornate di chi abita in quell’agglomerato di case: la nobiltà contadina, quella da cui provengono entrambi i ragazzi, è condannata dalla storia ma Turgenev non sembra salvare neanche la nascente nuova coscienza.

A metà tra quel che avrebbe potuto essere e quello che non sarebbe stato mai, si colloca il pensiero dell’autore: vicino ad istanze rinnovatrici ma non ben definite e non troppo delineate da poter essere immaginate.

Recensione pubblicata sulla rivista della ‘Cub Rail’ nel numero di marzo 2023. L’immagine rappresenta il dipinto “Neve” di Mikhail Germashev (1897).

Roma ne porta ancora i segni: sui muri di Via Rasella – [“Morte a Roma” – Robert Katz]

Spesso e volentieri per raccontare un fatto accaduto nella storia bisogna partire dalla fine. Fare un passo indietro rispetto a quel che si sa spesso aiuta a far chiarezza: “guardare da lontano per veder vicino” è un motto caro agli storici dell’arte. O, almeno, così pare. E in tal caso, si sa: vox populi è anche vox Dei
Robert Katz scrive “Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine” nel 1967 in prima edizione per la non più esistente casa editrice “Editori riuniti” e c’è subito da chiarire un fatto: l’autore è statunitense.
Vien da sé: con l’Italia, con l’occupazione nazista di Roma, con l’armistizio e quant’altro, Katz c’entra pochissimo. Forse nulla. È per questo che inizia a scrivere e ad indagare su quanto accaduto all’indomani dell’attacco di Via Rasella

L’introduzione all’edizione del 1996 scritta dall’autore stesso parte da uno spunto che avremmo potuto tralasciare ma che risulta essere estremamente interessante per la sua particolarità:

«Quasi contemporaneamente all’uscita di quell’edizione [la ristampa e l’aggiornamento del 1994] la televisione americana mise in onda un clamoroso servizio giornalistico girato in Argentina che di fatto riaprì il caso [le Ardeatine] con tutte le sue vecchie ferite».

Nell’introduzione all’edizione del 1994 Katz scriveva che si era conclusa «una delle principali controversie della storia della guerra mondiale in Italia».
Eppure il caso, la sorte o il destino interpretano un ruolo di primo piano nella storia degli uomini. Ancora dall’introduzione di Katz:

«Sul piccolo schermo vediamo un telecronista, con il microfono teso, avvicinare un anziano signore: “Señor Priebke?” gli chiese. “Sono Sam Donaldson della televisione americana. Posso parlare con lei un momento?”. E quel ‘señor’, buon cittadino di San Carlos de Bariloche […] al sicuro da ogni rischio che aveva vissuto sotto il nome di Erico Priebke, non esitò a soddisfare le richieste del telecronista».

Tutto si sarebbe rimesso in movimento nella testa dell’autore: c’era ancora qualche tassello da ricostruire. Ma questa è un’altra storia.
Nel volume, Katz non indaga né studia quello che successe dopo, quanto piuttosto quello che accadde durante le ore che anticiparono l’attacco di Via Rasella e la conseguente rappresaglia tedesca. Va tenuto conto gli abitanti della Capitale, mai nella loro storia hanno subito una repressione così efferata come quella accaduta a seguito dell’attacco del Gap (Gruppo d’azione patriottica) che aveva pianificato l’azione. 

La scrittura di Katz è un abile riassunto tra l’intervista, il racconto, la testimonianza, l’articolo di approfondimento e la divulgazione dei fatti accaduti: ha avuto la fortuna di incontrare i superstiti dell’attacco e di intervistarli, di leggere le testimonianze processuali dei nazisti delle SS Polizeiregiment “Bozen” che furono attaccati dai componenti del partito comunista che era posto – come tutti i partiti antifascisti – in stato di clandestinità e costretto all’azione nell’illegalità.
Ne viene fuori un racconto vivido di quelli che furono i giorni di una Roma scomparsa in cui l’unico mezzo pubblico che funzionava (male) era il tram, in cui vigeva il coprifuoco, in cui Centocelle (oggi periferia in piena gentrificazione) era oggetto di azioni ‘alle porte della città’, in cui mancava immondizia per poter celare la bomba che Bentivegna trasportava con la bicicletta fingendosi netturbino, in cui il Vaticano ha avuto un ruolo (e quale!) nell’ambito dell’occupazione.
Una città diversa eppure tanto simile a quella dei giorni nostri

Nel settantanovesimo anno dall’attacco, dunque dall’eccidio delle Ardeatine, rileggere “Morte a Roma” è un esercizio che serve non solo per riportare alla memoria quanto accaduto ma per provare a immaginare quello che Alessandro Portelli, storico che ha scritto uno dei più importanti volumi sulla vicenda [“L’ordine è già stato eseguito”, Donzelli editore], ha definito come la zona impervia che si situa a metà tra il pianerottolo e il genocidio. Di come, cioè, la vita di uomini e donne in quei giorni di occupazione nazifascista si collocava nella sottilissima intercapedine tra il nascondersi e il venire uccisi

Che è poi quello che accadrà stando al comunicato battuto dall’agenzia Stefani e apparso sui quotidiani romani di allora («Il Messaggero» su tutti) che segnò completamente la questione (e che Portelli riporterà nel suo volume proprio nella prima pagina). Quel comunicato diceva così: 

«Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per Via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita [notare il modo e tempo verbale] da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito».

E così fu. E così Roma riporta i segni di quei giorni, ancora oggi, a Via Rasella.

Recensione pubblicata sulla rivistaPagine marxiste‘. L’immagine è la medesima posta in foto all’edizione di “L’ordine è già stato eseguito” pubblicata dalla Universale economica Feltrinelli, appartenente al Bundesarkiv. “Italien, Rom Noch Attentat in via Rasella auf eine SudTiroler Polizei”.

Óra.

È uscito un nuovo libro di Giovanni Lindo Ferretti, è stato dato alle stampe molto recentemente, ancora non giunto in molte librerie. Però alla stazione Termini c’è un po’ tutto. Anzi: senza “un po’”. 

Il viaggio che mi aspetta, che taglia da parte a parte l’Italia, replicando la linea Gustav ma partendo da Roma, ha già “Il maestro e Margherita” a farmi compagnia.

Però trovargli un fratello, Óra, è «cosa buona e giusta». 


Molti reputano terrificante la svolta ultra cattolica e iper reazionaria di Ferretti.

E hanno ragione: lo è.

È terrificante sapere che la critica del “produci consuma crepa” sia diventata, sommando i decenni, “difendi conserva prega”. 


Aliberti, dunque, per la collana “libri della salamandra”, pubblica il nuovo “Óra” di Ferretti.

Pensieri, ricordi, parole e preghiere del Giovanni Lindo Ferretti che fu, era ed è. 

Il libro scorre via interamente nel tempo del viaggio: i treni regionali portano con sé il grande pregio dell’invito alla lettura. 
Un pregio che non sanno di avere, per la verità. 

Ferretti è del tutto un’altra persona, ovviamente: condanna il suo passato in modo irreversibile. 
Così come, dice lui ora, aveva abbracciato il suo tempo con ingenuità ripetendo slogan, ora s’è dato al clericalismo puro e intransigente.

E anche questo lo sappiamo benissimo.
Il libro in sé non è nient’altro che un’operazione editoriale: inutile classificarlo con altre parole.

Ha delle perle perché sono i suoi ricordi che impreziosiscono il vissuto, ma si tratta di un ripercorrere anni di carriera per mezzo delle preghiere, in sostanza. Non risparmiando critiche al clero a sua detta troppo civilizzato a cui manca spiritualismo e, quasi, dottrina nella prassi.

Ortoprassi prima di ortodossia, in fondo lo ha scritto anche l’autore di e in queste pagine.

Personalmente, ho iniziato ad ascoltare i Cccp/Csi/Pgr grazie a Valerio all’età di 14 anni. In questi sedici anni, tanti se vissuti anche se storicamente sono pochi, mi sono fatto l’idea che, in fondo, Ferretti è un concetto che muta e che non sa neanche lui come interpretarlo e interpretarsi, capirsi.

E questo libro non si discosta affatto dall’ondivago: 

«Quando prego poi sto bene, comunque meglio. Se non prego è comunque peggio, ma ve l’ho già detto: sono stupido, debole, non aspettatevi granché ne rimarrete delusi»,
scrive Ferretti alternandosi alle strofe del Te Deum

Adesso è così e finirà così: sotto braccio alla Meloni e amico di CL; intransigentemente reazionario e ottusamente bigotto.
Spirituale sì, ma non con quella spiritualità che aveva nei CSI o al concerto di Montesole dei PGR.

Contestatore, anche, ma del sé stesso pubblico che non è caduto nell’oblio come avrebbe voluto. 
E non è finita. 
È tutto quello che io ho e non è ancora

finita

Lo sfruttamento nel carrello della spesa *

Il tema dell’analisi della produzione e della filiera che sta dietro ad un certo prodotto che mettiamo nel carrello quando decidiamo di recarci presso un supermercato della Grande distribuzione organizzata (Gdo), è già stato sviscerato e problematizzato da diverse pubblicazioni scientifiche e della pubblicistica. Tra di essi c’è certamente da segnalare il valido e puntuale saggio di Fabio Ciconte e Stefano Liberti, pubblicato quest’anno.

Entrambi giornalisti e saggisti, hanno dato alle stampe per Laterza il volume denominato Il grande carrello – chi decide cosa mangiamo, andando ad indagare il comportamento pervasivo della Gdo nelle abitudini alimentari delle italiane e degli italiani. Tra le questioni sviscerate con dovizia di particolari vi è quella dell’illusione del consumatore che acquista un prodotto marchiato dalla grande catena presso cui si è recato per fare la spesa con l’illusione che sia un qualcosa di diverso da quello poco distante sull’altro scaffale. «Finiamo – si legge in una parte del saggio – per comprare prodotti diversificati nel marchio e nel marketing ma in realtà identici, perché in un universo di grandi concentrazioni è facile imporre un’omologazione al ribasso» (Il grande carrello, p. 57, Laterza).

E questo è del tutto vero se pensiamo alla fase che il mondo globalizzato sta vivendo da decenni: la compressione dei diritti e dei salari si riflette anche sulla produzione e sul modo di acquistare i prodotti dai produttori da parte della Gdo. Interessante e condivisibile è il punto che i due autori terminano il discorso sulle aste e, in particolar modo, sul comportamento dell’azienda Eurospin il cui comportamento ha favorito una «guerra fra poveri: da una parte gli agricoltori che non ci stanno più dentro; dall’altra i consumatori, che vogliono spendere sempre meno […] l’asta al doppio ribasso è l’ultima frontiera della trasformazione del cibo in commodity […] Senza voler stabilire un legame diretto tra aste al doppio ribasso e sfruttamento nei campi, è indubbio che questa prassi favorisce lo sfruttamento, perché crea un collo di bottiglia che impedisce agli agricoltori di fare reddito e li obbliga in un certo senso a cercare mezzi alternativi per rimanere nei costi» (Il grande carrello, p. 68, Laterza).

È una correlazione intima e conseguente, invece, quella del legame fra aste al doppio ribasso e sfruttamento nei campi: è il caso di porre questa relazione come necessaria in un’analisi di critica complessiva – e particolare – nei confronti del sistema capitalista nella fase attuale di crisi di sovrapproduzione. Il capitalismo ha necessità di porre ai limiti della schiavitù una parte consistente della popolazione al fine di mantenere il proprio status non solo per se stesso e per le classi sociali più alte ma, paradossalmente, soprattutto per il proletariato e sottoproletariato. Là, dove la scure del sistema più iniquo e ingiusto del Mondo ha colpito più di tutto e più di tutti, ovvero i diritti legati al mondo del lavoro, ai servizi pubblici e alla salute, quello del cibo è un fattore che non può essere sottoposto a defaillances, il capitale non può permetterselo.

È storicamente, e letterariamente (si pensi all’episodio dell’assalto ai forni contenuto nei “Promessi Sposi” del Manzoni), diffuso che il popolo affamato si pone di traverso ancor di più al potere costituito che lo opprime che fino a poco tempo prima creava le condizioni affinché la classe subalterna fosse ancora più tale e permanesse nella sua condizione di indigenza. Il capitale ha dunque il compito di creare tanto il consenso quanto il dissenso: attraverso lo sfruttamento proto-schiavile di una fascia determinata di persone, quali immigrati irregolari impiegati nel lavoro bracciantile, riesce a mantenere la facciata del costo contenuto dei prodotti agli occhi del proletariato e del sottoproletariato. Da un lato permette a vaste fasce di persone di approvvigionarsi a costi oggettivamente bassi; dall’altra fa in modo che la rabbia sociale prodotta dalla mancanza del lavoro, dalla compressione dei salari, dalle tasse sempre più alte, si scarichi verso quella parte di popolazione (perlopiù composta da immigrati irregolari) che popola periodicamente i ghetti del foggiano fuori dai centri urbani (che un tempo si sarebbero chiamate baraccopoli), in Campania o in Calabria.

Il proletariato, infatti, avendo come unico orizzonte il fine del mantenimento del proprio nucleo familiare a costi piuttosto contenuti, non bada – necessariamente – alla filiera o al come un tale prodotto riesce ad arrivare sugli scaffali del supermercato a lui più vicino, tanto più se è uno che gli fa spendere poco per ottemperare al compito della spesa.

Contenere il cosiddetto malcontento popolare almeno da un punto di vista alimentare, evitando che il costo dei prodotti più cari a strati più bassi della popolazione lievitino, è il compito attuale del capitale: una porzione sempre più ingente di popolazione, bersaglio della campagna elettorale e degli slogan come “prima gli italiani”, è quella che accetta condizioni semischiavili di lavoro e al contempo il ricatto – da parte di padroni italiani, s’intende – della denuncia alle autorità, dunque il conseguente rimpatrio, qualora dovesse alzare la testa.

Incanalare l’odio sociale contro soggetti più fragili è diventato, oramai, sport nazionale dell’Italia del XXI secolo: cercare di contenere la rabbia sociale e nel frattempo avallare chi indica quegli sfruttati nell’ambito della politica e delle campagne elettorali sempre più esautorate di ogni reale contenuto politico, è la lotta del capitale. Stanare chi indica e creare coscienza di classe contro gli indicatori è il compito dei comunisti.

* Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6332